Parrocchie Santi Francesco e Chiara, Latina

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ORARI SANTE MESSE

SAN FRANCESCO
FERIALI
MARTEDÌ - GIOVEDÌ 18.30
SABATO E PREFESTIVI
18.30
DOMENICA E FESTIVI 8.30

SANTA CHIARA
FERIALI
LUNEDI - MERCOLEDÌ - VENERDÌ ORE 18.30
SABATO E PREFESTIVI ORE 19.30
DOMENICA E FESTIVI ORE 10.00

08/09/2026
Mt 1,1-16.18-248 Settembre 2026 – Natività di MariaIl Vangelo comincia con una genealogia. Una lista di nomi che a prima...
08/09/2026

Mt 1,1-16.18-24
8 Settembre 2026 – Natività di Maria

Il Vangelo comincia con una genealogia. Una lista di nomi che a prima vista sembra la parte meno interessante. Eppure è una delle pagine più vere: nessuno comincia da zero. Ognuno arriva da una storia che non ha scelto: parole ricevute, silenzi, paure, possibilità negate.

La genealogia di Gesù non nasconde nulla. Ci sono fedeli e violenti, re grandi e re falliti, tradimenti ed esilio. Dio non aspetta una storia perfetta per entrarvi. Non dice: quando avrete sistemato tutto, allora verrò. Entra nella storia com’è.

Questo non significa benedire tutto. Il male resta male. Ma non ha l’ultima parola sul significato della nostra vita. Non siamo condannati a ripetere ciò che abbiamo ricevuto: possiamo essere il punto in cui qualcosa cambia.

Poi c’è Giuseppe. Riceve una notizia che lo spiazza. Soffre, forse si sente tradito. Matteo lo chiama giusto perché non vuole esporre Maria all’umiliazione. Non usa il suo dolore per distruggere. Non capisce tutto, ma lascia spazio alla verità.

Viviamo in un tempo in cui classifichiamo facilmente: da una frase, un errore, una voce ascoltata a metà. Chiamiamo sincerità ciò che è soltanto durezza. Giuseppe mostra un’altra strada: non nega ciò che prova, ma non trasforma il dolore in condanna.

Dove puoi interrompere la catena del giudizio? In famiglia, smettendo di rinfacciare il passato. Con te stesso, rinunciando a ripeterti che sei solo ciò che non hai saputo fare. In una relazione, facendo una domanda vera invece di costruire una sentenza.

Gesù è Emmanuele: Dio-con-noi. Non con noi quando siamo impeccabili, ma nella casa confusa, nelle genealogie imperfette, nel punto in cui la vita non somiglia a come l’avevamo immaginata.

La fede non è evadere dalla propria storia. È scoprire che, dentro quella storia, puoi ancora diventare un inizio. Non sei soltanto ciò che hai ereditato: puoi essere il luogo in cui l’amore cambia direzione. (d Stanislao Esposito)

Lc 6,6-117 Settembre 2026 Nel Vangelo c’è un uomo con una mano paralizzata. Gesù lo chiama al centro: «Àlzati e mettiti ...
07/09/2026

Lc 6,6-11
7 Settembre 2026

Nel Vangelo c’è un uomo con una mano paralizzata. Gesù lo chiama al centro: «Àlzati e mettiti qui in mezzo». Non gli chiede di nascondere la parte fragile. Lo invita a smettere di vivere ai margini per ciò che non funziona come vorrebbe.

Anche noi abbiamo parti che mostriamo volentieri e parti che teniamo nascoste: la paura, il bisogno, la ferita. Spesso le difese sono nate come risorse, ma col tempo diventano prigioni. «Sono fatto così» può significare: ho imparato a essere così per proteggermi. La differenza è grande.

Gesù non umilia. Rende visibile per restituire dignità. «Tendi la tua mano»: non l’altra, quella che già funziona. Proprio quella paralizzata. Il movimento possibile non è risolvere tutto, ma muovere qualcosa di un centimetro.

Non aspettare di sentirti pronto. La paura non scompare prima del gesto: cambia mentre lo fai. «Ho paura e posso comunque iniziare».

Accettarsi non è lasciare tutto com’è. È dire: questa è la mia realtà, non devo odiarmi, ora vediamo quale movimento è possibile. L’odio di sé produce disciplina e paura, raramente crescita. Lo sguardo di Gesù dice: ti vedo come sei e credo che tu possa ancora muoverti.

Vale anche per gli altri: una persona non è il suo errore, la sua crisi, la sua caduta.

Abitare la propria vita significa non esiliare le parti fragili. Una casa ha stanze da sistemare, ma è comunque casa. Non devi essere perfetto per prendere posto nella tua vita.

Oggi nomina una fragilità che nascondi. Non serve renderla pubblica. Basta smettere di trattarla come vergogna. Poi chiediti: qual è il movimento più piccolo? Quello è il tuo «tendi la mano». (d Stanislao Esposito)

Mt 18,15-206 Settembre 2026Quando qualcuno ci ferisce, la prima tentazione è parlare di lui, non con lui. Cerchiamo conf...
06/09/2026

Mt 18,15-20
6 Settembre 2026

Quando qualcuno ci ferisce, la prima tentazione è parlare di lui, non con lui. Cerchiamo conferme, ricostruiamo i fatti. E l’altro diventa un caso, non più una persona.

Gesù dice: «Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo». Vai. Non partire dal tribunale, ma dalla relazione. Una relazione senza conflitti non è necessariamente sana: può essere una relazione dove qualcuno non dice mai ciò che pensa. La pace evangelica non è assenza di tensione, ma capacità di attraversarla senza distruggere.

Dire «mi hai ferito» ci rende vulnerabili. È più facile dire «sei un egoista»: attacca, ma non rivela. La verità senza amore può diventare crudeltà. La domanda non è solo «è vero?», ma «perché lo sto dicendo?». Voglio chiarire o vincere? Quando uno deve vincere, spesso la relazione perde.

Il Vangelo chiama l’altro «tuo fratello» anche dopo l’errore. Una persona è più grande del suo comportamento peggiore. Vale per gli altri, vale per noi.

Se non ascolta? Gesù è realista: non controlliamo la risposta. Possiamo invitare, non obbligare. Offrire riconciliazione, non produrla da soli. Accettare la realtà non è approvarla, ma smettere di illudersi di poter cambiare gli altri con abbastanza sacrificio.

Il confine non è odio. Posso perdonare e non tornare alla stessa intimità. Posso volere bene e dire: questo comportamento non è più possibile.

«Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo». Lo dice dopo aver parlato di conflitti. Cristo è presente anche nelle conversazioni difficili, quando qualcuno dice «mi dispiace» o «ho bisogno di un limite».

Prima di una conversazione difficile chiediti: cosa è successo? Cosa ho sentito? Cosa desidero: punire, chiarire, proteggermi? Se non sai rispondere, forse non sei pronto. Abitare la propria vita nel conflitto significa non uscire da sé quando l’altro non è d’accordo, e dire la verità senza smettere di vedere una persona. (d Stanislao Esposito)

Lc 6,1-55 Settembre 2026I discepoli hanno fame. Raccolgono spighe e mangiano. Alcuni vedono subito la regola violata, no...
05/09/2026

Lc 6,1-5
5 Settembre 2026

I discepoli hanno fame. Raccolgono spighe e mangiano. Alcuni vedono subito la regola violata, non la fame. Gesù riporta al centro: il sabato esiste per custodire la vita, non per schiacciarla.

Anche noi viviamo sotto regole invisibili: «Non posso fermarmi», «Devo essere disponibile», «Non devo deludere». Spesso non le riconosciamo più come regole: ci sembrano realtà. Il corpo dice fermati, ma la mente risponde «non posso». Abbiamo fame di riposo, di pace, di aiuto, e ce ne vergogniamo come se fosse una colpa.

Accettazione radicale non è obbedire a ogni impulso. Posso dire: «Sono stanco» senza mollare tutto. Prima riconoscere, poi discernere. È un ordine diverso da quello che spesso usiamo con noi stessi: prima giudichiamo, poi ascoltiamo. Invece bisogna prima vedere la persona, poi valutare il comportamento. Anche quando quella persona sei tu.

«A questo punto dovrei averlo superato». Ma chi stabilisce i tempi? Abbiamo trasformato la guarigione in una prestazione. La vita interiore non segue un calendario.

Gesù non elimina la disciplina: la rimette al suo posto. Una regola giusta può diventare crudele se applicata senza guardare la situazione. Vale per noi e vale per gli altri: non pretendere di sapere tutto da un comportamento.

Chiediti: questo «devo» custodisce qualcosa di vivo o è solo paura? Non devi cambiare tutto oggi. Basta una crepa nella rigidità. La casa della vita ha bisogno di pareti, ma anche di finestre. (d Stanislao Esposito)

Lc 5,33-394 Settembre 2026 Ci sono modi di vivere che un tempo ci hanno salvati e che proprio per questo facciamo fatica...
04/09/2026

Lc 5,33-39
4 Settembre 2026

Ci sono modi di vivere che un tempo ci hanno salvati e che proprio per questo facciamo fatica a lasciare. Imparare presto a non chiedere, a controllare, a essere sempre disponibili. Strategie che ci hanno protetti. Ma ciò che ci ha protetto ieri può non farci più bene oggi.

Gesù parla di vino nuovo in otri nuovi. L’otre vecchio non è cattivo: ha svolto la sua funzione. Semplicemente non può contenere ciò che ora sta fermentando. La domanda è: la forma con cui ho imparato a vivere è ancora abbastanza grande per la persona che sto diventando?

A volte facciamo la toppa nuova sul vestito vecchio. Siamo stanchi e meditiamo dieci minuti, ma continuiamo a riempire ogni spazio. Parliamo di confini, ma ogni “no” ci fa sentire in colpa. Il problema non è il comportamento, ma la convinzione sotto: valgo solo se sono utile, sbagliare significa essere inadeguato.

«Io sono fatto così» a volte è una porta chiusa. Forse una frase più vera è: «Finora ho imparato a essere così». Lascia spazio. Cambiare non è tradirsi: puoi essere stato indipendente quando serviva e imparare oggi a dipendere un po’. Non sono contraddizioni: sono crescita.

Il nuovo non è sempre piacevole. Anche ciò che ci fa male è familiare: sappiamo come muoverci lì dentro. Dietro molte resistenze non c’è pigrizia ma paura: se smetto di essere indispensabile, chi sono? La paura non va insultata, va capita.

Possiamo ringraziare ciò che ci ha protetti: «Grazie per avermi portato fin qui. Adesso provo qualcosa di nuovo». La libertà non è diventare irriconoscibili, ma integrare. Il nuovo non cancella ciò che siamo stati: lo rende più grande. Abitare la propria vita è come abitare una casa: si spostano mobili, si apre una porta, si lascia entrare più luce. Ma quella rimane casa. (d Stanislao Esposito)

Lc 5,1-113 Settembre 2026 Pietro ha pescato tutta la notte. Non per pigrizia: sapeva fare il suo mestiere. Eppure le ret...
03/09/2026

Lc 5,1-11
3 Settembre 2026

Pietro ha pescato tutta la notte. Non per pigrizia: sapeva fare il suo mestiere. Eppure le reti sono vuote. A volte la vita è così: ti impegni in una relazione e non la salvi, lavori seriamente e non ottieni riconoscimento. Non è mancanza di fede: è la vita.

La differenza sta in cosa facciamo dopo. Pietro dice: «Non abbiamo preso nulla». Descrive un fatto. Noi invece trasformiamo i fatti in sentenze: «Ho fallito» diventa «sono un fallimento». Il fatto è reale. La condanna che costruiamo sopra può non esserlo.

Gesù entra proprio nella barca vuota. Non aspetta che Pietro abbia qualcosa da mostrare. Le parti della nostra vita che consideriamo fallite non sono inutilizzabili: una delusione può renderci più umani, un errore meno arroganti. Il passato non cambia, ma il significato che gli diamo può cambiare.

Pietro è stanco. «Ma sulla tua parola getterò le reti». Non cancella la fatica, non finge entusiasmo. Dice: è andata male, ma provo ancora. Questa è speranza, non ottimismo. L’ottimismo dice «andrà bene». La speranza dice: ciò che è accaduto non esaurisce tutto ciò che è possibile.

Poi Pietro si spaventa: «Allontanati da me, sono un peccatore». La vergogna preferisce la solitudine al rischio di essere conosciuti. Gesù non dice «sei perfetto», ma: la tua fragilità non mi impedisce di chiamarti. Non devi sistemarti prima di vivere. Pietro è chiamato così com’è: stanco, impulsivo, capace di fede e paura.

Quale rete vuota stai ancora usando come prova contro te stesso? Puoi dire: è parte della mia storia, senza aggiungere: è la definizione della mia storia. Il passato è reale, ma non è sovrano. Ricordare senza essere governati: questa è libertà.
(Stanislao Esposito)

Lc 4,38-442 Settembre 2026Commento di don Stanislao M. Esposito.Gesù impone le mani su ciascuno. Non cura una folla anon...
02/09/2026

Lc 4,38-44
2 Settembre 2026

Commento di don Stanislao M. Esposito.

Gesù impone le mani su ciascuno. Non cura una folla anonima: incontra ogni persona. Poi, quando tutti lo cercano e vorrebbero trattenerlo, se ne va. Sa essere totalmente presente, ma non si lascia possedere dal bisogno degli altri. È una forma matura di libertà.

Molti di noi hanno imparato a essere buoni confondendo bontà e disponibilità. Dire sempre sì, non deludere, non far pesare i bisogni. Ma questa disponibilità nasce spesso dalla paura: di sembrare egoisti, che qualcuno si allontani, di non essere più importanti. E produce risentimento: «Faccio tutto io, nessuno pensa mai a me».

La domanda scomoda è: è vero che gli altri non possono fare a meno di me, o sono io che faccio fatica a lasciarli fare senza di me?

Essere utili non è la stessa cosa che avere valore. Se un giorno non possiamo più svolgere la nostra funzione, chi siamo? Il Vangelo risponde: sei una persona prima di essere una funzione.

La folla vuole trattenere Gesù. Ma perfino una richiesta buona può non essere la nostra chiamata. A volte una scelta sana delude qualcuno. Il corpo spesso lo sa prima: tensione, stanchezza, irritazione. Non sono ordini, ma segnali da ascoltare.

Una persona libera può servire molto. Ma serve perché sceglie, non perché teme di perdere valore. Questo cambia tutto.

Prima di dire sì, fai una pausa. Prima di intervenire, chiediti se qualcuno te l’ha davvero chiesto. Gesù è presente quando è con qualcuno, e parte quando deve partire. «Ti voglio bene» e «questa scelta la devi fare tu» sono compatibili. Amare non richiede fusione. A volte significa restituire all’altro la sua responsabilità, e a noi la nostra vita.

Lc 4,31-371 Settembre 2026 – Abitare la propria vitaCi svegliamo e dentro di noi qualcuno ha già cominciato a parlare. U...
01/09/2026

Lc 4,31-37
1 Settembre 2026 – Abitare la propria vita

Ci svegliamo e dentro di noi qualcuno ha già cominciato a parlare. Una voce dice che non siamo abbastanza, ricorda l’errore di ieri, elenca ciò che dobbiamo sistemare. Sono voci così abituali che ci sembrano la verità.

Nel Vangelo, un uomo è abitato da una voce che parla al posto suo. Gesù non lo confonde con ciò che lo domina. Separa l’uomo dalla voce e dice: «Taci».

Anche noi dobbiamo imparare questa parola. Non per reprimere, ma per dire ad alcune voci: «Ti ascolto, ma non sei tu a decidere chi sono».

Una cosa è dire: ho paura. Un’altra: sono la mia paura. Ho sbagliato, non sono sbagliato. Puoi avere dentro rabbia, invidia, bisogno di approvazione. Ma nessuna di queste può pronunciare il tuo nome.

La voce impura chiede a Gesù: «Sei venuto a rovinarci?». La liberazione fa paura. Essere sempre quello che risolve è stancante, ma lo conosciamo. Imparare a dire no ci sembra pericoloso. Cambiare significa anche perdere una vecchia identità.

Ma la vera trasformazione non distrugge la persona: la restituisce a se stessa.

Quando arriva una voce dura, fermati. Se dice: «Non vali abbastanza», rispondi: «Mi sento inadeguato, ma non sono soltanto questo». Se dice: «Hai fallito», rispondi: «Ho fallito una cosa, non sono un fallimento».

Non è pensiero positivo. È precisione. Essere precisi su noi stessi è il primo passo verso la libertà.

Quando le voci tacciono, se ne sente una più profonda. Non urla, non umilia. Dice: puoi essere qui. Puoi diventare più libero senza diventare qualcun altro.

Lc 4,16-3031 Agosto 2026Gesù torna a Nazaret e legge Isaia. All’inizio tutti ammirano. Poi qualcuno dice: «Non è il figl...
31/08/2026

Lc 4,16-30
31 Agosto 2026

Gesù torna a Nazaret e legge Isaia. All’inizio tutti ammirano. Poi qualcuno dice: «Non è il figlio di Giuseppe?». Improvvisamente non vedono più ciò che hanno davanti, ma ciò che ricordano. E Gesù non entra più nel ruolo che gli avevano assegnato.

Anche noi viviamo così. Torniamo a casa e in cinque minuti torniamo quello che eravamo a diciotto anni. Ma abbiamo il diritto di diventare. Non significa rinnegare il passato: significa permettere alla vita di continuare.

C’è poi una Nazaret ancora più difficile: quella dentro di noi. «Io sono fatto così». A volte descrive, altre volte condanna. C’è differenza tra «faccio fatica a dire no» e «non so dire no». La prima descrive una difficoltà, la seconda costruisce un’identità.

Gesù dice «Oggi». Non ieri, non quando sarai pronto. Oggi. Chi sono chiamato a essere oggi? Non devi sapere chi sarai tra dieci anni. Devi solo smettere di considerarti definito per sempre.

Poi Gesù ricorda che Dio ha salvato una vedova straniera e un siriano. La grazia non è proprietà del gruppo. Anche questo disturba. Ma è una buona notizia: anche quando quel “fuori” siamo noi.

Alla fine lo cacciano. E Gesù non resta a spiegare. Passa in mezzo a loro e si mette in cammino. Possiamo camminare senza essere stati pienamente capiti. Non tutti accompagneranno la persona che stai diventando. Ma non devi tornare indietro per mettere gli altri a loro agio.

Domani comincia settembre. Non serve prometterti di essere completamente diverso. Basta lasciare una porta aperta. E quando ti dici «sono fatto così», aggiungi una parola: «oggi». L’accettazione non chiude la storia. La rende abitabile. E da lì può cominciare qualcosa di nuovo.

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