RaccontiAmo Viterbo

RaccontiAmo Viterbo Un progetto di storytelling della Tuscia per promuovere il nostro meraviglioso territorio

“Volevo che l’uomo avesse un’espressione nobile, perché nessuno nella storia è stato più nobile di lui. Volevo che avess...
22/09/2025

“Volevo che l’uomo avesse un’espressione nobile, perché nessuno nella storia è stato più nobile di lui. Volevo che avesse la bocca morbida, socchiusa, come se volesse sussurrare qualcosa a stento trattenuto, e iridi chiare, che rispecchiassero il cielo cristallino del Paradiso. Era questa l’immagine del Cristo Portacroce che immaginavo racchiusa nel pesante blocco di marmo di Carrara, scelto da me personalmente: dovevo soltanto farla emergere a colpi di scalpello, come mi era stato commissionato.

Amavo le mie opere, che fossero dipinte o scolpite. Fu un colpo al cuore, un dolore senza fine, quando mi accorsi che il marmo scelto per scolpirla non era perfetto come sembrava. Sul volto del Cristo era apparsa una sinuosa linea nera, che scendeva sul lato sinistro dal naso alla barba. Impossibile da coprire o da camuffare. Non potevo accettarlo: esiste forse una statua di Cristo con un difetto?

Rifiutai la mia creatura, come un padre abbandona un figlio imperfetto e amato, e mi affrettai a scolpirne un’altra, che inviai incompleta a Roma, giusto alla scadenza, perché venisse rifinita da un artista locale. Quando vidi il risultato, dalla disperazione passai alla rabbia: era questo il modo di scolpire? In quale scuola avevano studiato quegli artisti dei miei stivali? Testardo com’ero, dissi al committente che ne avrei scolpita una terza versione, e un’altra, e un’altra ancora, fin quando avrei raggiunto finalmente la perfezione…

Ma il committente declinò l’offerta con un garbato gesto della mano: accettò la seconda versione come definitiva, chiedendo in dono la prima come risarcimento del ritardo. Pose la statua del Cristo venato nel suo giardino, come un tesoro prezioso… “𝙇𝙖 𝙩𝙚𝙧𝙧𝙤̀ 𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙨𝙞 𝙛𝙪𝙨𝙨𝙚 𝙙𝙚 𝙤𝙧𝙤”, mi scrisse. Allora forse non era così br**ta come avevo temuto!”

Quello che noi abbiamo immaginato come autore del racconto è Michelangelo Buonarroti, sì, proprio lui, l'autore della Ca****la Sistina, oltre che di altre innumerevoli eccelse opere d'arte.

L'opera di cui si parla è uno stupendo Cristo Portacroce, che si trova nella chiesa del Monastero di San Vincenzo, a Bassano Romano. E' vero, il suo volto è solcato da una venatura nera molto evidente. Ma anche noi pensiamo che tale venatura aggiunga un tocco di imperfezione umana che ce lo fa amare ancora di più.

E voi, lo avete visto mai?


https://www.raccontiamoviterbo.it/2025/09/02/elogio-dellimperfezione-il-cristo-venato-di-michelangelo/

𝗝𝗮𝗿𝗼𝗺𝗶𝗿 𝗖𝘇𝗲𝗿𝗻𝗶𝗻, 𝘂𝗻 𝗿𝗮𝗴𝗮𝘇𝘇𝗼 𝗺𝗼𝗿𝘁𝗼 𝘁𝗿𝗼𝗽𝗽𝗼 𝗽𝗿𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗲 𝘁𝗿𝗼𝗽𝗽𝗼 𝗽𝗿𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗱𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼“Jaromir, stai seduto composto! E smetti di i...
29/04/2024

𝗝𝗮𝗿𝗼𝗺𝗶𝗿 𝗖𝘇𝗲𝗿𝗻𝗶𝗻, 𝘂𝗻 𝗿𝗮𝗴𝗮𝘇𝘇𝗼 𝗺𝗼𝗿𝘁𝗼 𝘁𝗿𝗼𝗽𝗽𝗼 𝗽𝗿𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗲 𝘁𝗿𝗼𝗽𝗽𝗼 𝗽𝗿𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗱𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼
“Jaromir, stai seduto composto! E smetti di infastidire tuo fratello”. La voce severa della baronessa, voltata verso i sedili posteriori dell’auto, non riesce a celare un pizzico di indulgenza. È il 12 luglio del 1921, il sole caldo del pomeriggio picchia sull’autovettura e i bambini cominciano ad essere stanchi per il lungo viaggio.

Quella mattina, la baronessa Catherine Beckett, insieme ai suoi figli Paul, Edmund e Jaromir, hanno preso posto sulla lussuosa Alfa Romeo Torpedo, insieme al loro autista. Hanno lasciato Roma per una gita ad Assisi, dove hanno assistito alla messa. Si sono fermati a pranzo ad Orvieto, e lungo la via del ritorno vogliono fermarsi a Viterbo e visitare i monumenti.

Arrivati a piazzale Umberto I - l'attuale piazzale Gramsci - trovano un posto di blocco. A Viterbo quel giorno c'è una situazione potenzialmente esplosiva: l’ufficiale in comando illustra alla signora il pericolo, e le consiglia di andarsene velocemente. Ma per la disorganizzazione e la mancanza di comunicazione tra militari, non le suggerisce di tornare indietro e fare un’altra strada: li fa proseguire lungo la Cassia, costeggiando le mura: è un errore che risulterà fatale...

La storia completa di Jaromir Czernin è su https://www.raccontiamoviterbo.it/.../jaromir-czernin-un.../

Si ringrazia Mauro Galeotti per le foto

𝐃𝐚𝐥𝐥’𝐀𝐟𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐚𝐥𝐥’𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐚, 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐓𝐮𝐬𝐜𝐢𝐚: 𝐮𝐧 𝐋𝐞𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐚 𝐩𝐮𝐠𝐧𝐢 𝐢𝐥 𝐫𝐚𝐳𝐳𝐢𝐬𝐦𝐨Portava il nome fiero dell’animale si...
29/12/2023

𝐃𝐚𝐥𝐥’𝐀𝐟𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐚𝐥𝐥’𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐚, 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐓𝐮𝐬𝐜𝐢𝐚: 𝐮𝐧 𝐋𝐞𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐚 𝐩𝐮𝐠𝐧𝐢 𝐢𝐥 𝐫𝐚𝐳𝐳𝐢𝐬𝐦𝐨

Portava il nome fiero dell’animale simbolo della terra in cui era nato. Come in una favola, Leone era nato dall’amore tra una principessa del Congo Belga, Zibu, e un agronomo di Roma, Umberto Jacovacci.
Il Novecento era appena sbocciato, tra speranze e timori, anche in quel remoto angolo d’Africa, e portava con sé i miasmi velenosi del razzismo e dell’intolleranza. Per Umberto continuare a vivere in Congo con una moglie africana e un figlio mezzosangue era diventato difficile. Per proteggere Leone, il papà decise di farlo espatriare e di farlo vivere in Italia, presso i nonni paterni.

I nonni accolsero il nipotino mulatto con gioia e pena. Per evitargli gli sguardi di disprezzo che i borghesi romani del tempo gli avrebbero riservato, decisero di trasferirsi, o meglio di nascondersi, nella 𝗧𝘂𝘀𝗰𝗶𝗮, 𝗮 𝗟𝗮 𝗤𝘂𝗲𝗿𝗰𝗶𝗮, 𝗳𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗩𝗶𝘁𝗲𝗿𝗯𝗼. Qui Leone crebbe insieme ai figli dei contadini, frequentando la scuola rurale, con grandi difficoltà di integrazione, tra l’ostilità dei compagni di classe e degli insegnanti. Era la nonna a consolarlo, quando rientrava in lacrime dalla scuola, per l’ennesimo atto di bullismo che aveva subito. Intanto cresceva in altezza e in muscolatura, e spesso doveva trattenersi per non prendere a pugni i bulli che lo vessavano.

La storia dolce-amara di Leone Jacovacci la trovate su https://www.raccontiamoviterbo.it/2023/12/29/dallafrica-alleuropa-passando-per-la-tuscia-un-leone-prende-a-pugni-il-razzismo/

C’è una 𝗩𝗶𝘁𝗲𝗿𝗯𝗼 evidente: è quella che si percorre ogni giorno in macchina, fatta di stessi identici percorsi, per andar...
08/05/2023

C’è una 𝗩𝗶𝘁𝗲𝗿𝗯𝗼 evidente: è quella che si percorre ogni giorno in macchina, fatta di stessi identici percorsi, per andare a lavoro, per accompagnare i figli a scuola, per fare la spesa. Ci immergiamo nell’inferno della fretta e della ricerca di un parcheggio, nella fila chilometrica ad una rotonda: pedine di un virtuale gioco di ruolo, in cui a vincere è soltanto chi riesce ad intravedere la 𝗩𝗶𝘁𝗲𝗿𝗯𝗼 𝘃𝗲𝗿𝗮, quella nascosta allo sguardo frettoloso della routine. 𝗨𝗻𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀ 𝗶𝗻𝘃𝗶𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 ma reale, fatta di ricordi e di parole, fatta di memoria, che va preservata.

È la memoria a raccontarci la storia di oggi: ci parla di 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗵𝗶𝗲𝘀𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗵𝗶𝗲𝘀𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗽𝗶𝘂̀: nel tempo, è diventata qualcos’altro, e poi anche questa nuova veste le è stata strappata, lasciandola nuda e in attesa di un nuovo significato. Si trova a 𝗽𝗶𝗮𝘇𝘇𝗮 𝗙𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗮 𝗚𝗿𝗮𝗻𝗱𝗲, e la sua facciata campeggia – pressoché ignorata – come sfondo alla maestosa fontana.

La storia della chiesa dei SS. Giuseppe e Teresa, che chiesa non è più, la trovate su
https://www.raccontiamoviterbo.it/2023/05/08/la-chiesa-che-non-sa-piu-chi-e-e-il-giudizio-finale-di-marco-zappa/

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