15/06/2026
"A PROPOSITO DI TRADIZIONE"
Le tradizioni rappresentano l’anima di una comunità: custodiscono la memoria, rafforzano il senso di appartenenza e tramandano valori, fede e cultura da una generazione all’altra. Sono il filo che unisce passato e presente, permettendoci di riconoscerci nelle nostre radici e nella nostra identità collettiva.
Tuttavia, le tradizioni non devono essere considerate qualcosa di immobile o intoccabile. Nel corso della storia, ogni tradizione si è trasformata nel tempo, adattandosi ai cambiamenti sociali, culturali e spirituali delle comunità che le vivono. Rinnovare una tradizione non significa cancellarla o tradirla, ma darle nuova vita affinché possa continuare a parlare anche alle nuove generazioni.
Il vero valore di una tradizione non sta soltanto nella ripetizione identica dei gesti del passato, ma nella capacità di conservarne il significato più profondo, trovando al tempo stesso forme nuove per esprimerlo. Mantenere vive le radici è fondamentale, ma altrettanto importante è permettere alla tradizione di evolversi, affinché resti autentica, partecipata e sentita da tutta la comunità.
Per questo motivo, un cambiamento compiuto con rispetto, consapevolezza e amore verso la propria storia può rappresentare non una rottura, ma una naturale continuità del percorso tradizionale.
La processione di Sant’Antonio non è sempre stata come la conosciamo oggi. Nella storia viestana è probabilmente la celebrazione religiosa che ha subito più cambiamenti, adattandosi nel tempo alla morfologia del territorio e alle diverse esigenze della comunità.
Il culto di Sant’Antonio a Vieste ha origini molto antiche. Già nella metà del Quattrocento sorgeva, nei pressi dell’attuale via Domenico Antonio Spina, un convento di frati conventuali. Il convento venne distrutto durante l’attacco turco del 1480. Successivamente i frati si trasferirono nella chiesa di Santa Caterina, dove vivevano le clarisse, anch’esse uccise durante la stessa incursione.
Nel 1494 venne commissionata l’antica statua di Sant’Antonio, proveniente dalla Jugoslavia e tuttora custodita nella chiesa di San Francesco.
Anticamente la processione percorreva via Ripe per raggiungere la zona Castello, passando dalla Cattedrale di Vieste, dove il Santo veniva accolto dal Capitolo, per poi fare ritorno alla chiesa di San Francesco attraverso via Celestino V.
Dopo la costruzione del borgo ottocentesco si decise intorno alla metà degli anni 50 di estendere la processione a tutto il paese seguendo il perimetro dell’intera cittadina. Furono così aggiunti l’attuale corso Cesare Battisti e corso Tripoli, per poi scendere nella parte bassa attraversando via Sant’Eufemia e via Domenico Antonio Spina, in ricordo dell’antico convento dei conventuali,quindi il percorso non è stato sempre quello attuale come dice qualcuno che è da secoli e secoli.
Negli anni Sessanta venne eliminato invece il passaggio nella zona Castello.
Nel corso del tempo il percorso ha quindi subito diverse modifiche, sempre nel tentativo di conciliare tradizione, partecipazione popolare ed esigenze della città moderna, mantenendo però intatto il profondo legame dei viestani con Sant’Antonio.
Per anni tutta la zona ottocentesca è stata la zona più partecipata del passaggio della processione molti fedeli seguivano con devozione il passaggio del Santo.
Ma negli ultimi anni, qualcosa è cambiato, soprattutto nell’aspetto che più ci sta a cuore: si stava perdendo quella solennità della processione e quel clima di preghiera che da sempre ne rappresentano l’anima più autentica.
Accadeva infatti che molti fedeli, accompagnando il Santo, si disperdessero proprio all’incrocio con corso Tripoli, per poi riprendere la processione soltanto nella parte bassa del borgo ottocentesco. Corso Tripoli, inoltre, è una strada piuttosto lunga che termina, dopo una lunga scalinata, in via Magellano, una zona oggi quasi totalmente priva di abitazioni e circondata dalla roccia, un tempo però necessaria per collegarsi a via Sant’Eufemia.
Noi crediamo nelle tradizioni e custodirle è uno dei nostri principi fondamentali. Tuttavia, le tradizioni devono portare frutti, rigenerare lo spirito e rafforzare la fede. Quando questo viene meno, pur mantenendo salde le radici, diventa necessario riflettere e apportare le giuste modifiche.
Per questo motivo, in accordo con il nostro padre spirituale e dopo una scelta sofferta anche per noi, si è deciso di eliminare il passaggio da corso Tripoli, una decisione che negli anni era stata suggerita anche da diversi sacerdoti. Abbiamo comunque ritenuto importante mantenere il passaggio nella parte bassa del borgo, così da non escluderla completamente dalla processione. Gli abitanti di corso Tripoli e delle vie adiacenti, infatti, possono raggiungere facilmente il passaggio del Santo semplicemente scendendo di poche decine di metri verso via Sant’Eufemia.
In questi giorni sono state dette molte cose, spesso inesatte e soprattutto mai pronunciate dalla confraternita o dal comitato. Ciò che più ci ha ferito è stato vedere questa scelta interpretata sul piano economico: non lo abbiamo mai detto né pensato. Anche durante la raccolta per la festa civile non abbiamo mai preteso nulla da nessuno. Sappiamo bene, però, che in questi casi è facile cadere nel tranello di diventare “leoni da tastiera”.
Leoni da tastiera che, ancora oggi, continuano a offendere sui social — e non solo — con insulti di una bassezza unica, come: “Devono mettere la faccia nella ........”, oppure vantandosi della loro autentica e vera fede, mettendo in discussione la nostra come se fosse una fede di facciata.
Inoltre, ieri durante la processione è stato davvero fuori luogo sentirsi urlare la parola “VERGOGNA”. Noi non ci vergogniamo affatto; anzi, per noi mantenere viva una tradizione e trasmetterla ai più piccoli per continuare a tenerla viva nel tempo,
Come abbiamo fatto inserendo nel programma la benedizione dei bambini, pur non facendo parte della nostra tradizione, proprio perché crediamo che avvicinare i più piccoli sia il modo migliore per mantenere viva la devozione e trasmetterla nel tempo.
Vi avevamo promesso, durante l’incontro, che ci saremmo rivisti dopo la stagione per ragionare insieme, ma se questi sono gli animi, ahimè, la vediamo dura. Perché, a questo punto, più che tradizione qui sembrano prevalere egoismo e fanatismo.
Ci avete minacciato dicendo di non passere più per le vostre case durante la raccolta fondi. Noi passeremo lo stesso, anche se dovessimo ricevere porte in faccia. La decisione di riprendere il giro per il porte a porta dopo oltre vent’anni non nasce soltanto da una questione economica — perché la festa si è sempre fatta comunque — ma soprattutto dal desiderio di creare un legame con voi cittadini: un saluto, una chiacchierata, ma anche una parola di conforto per molti anziani. Girando per le case si toccano con mano tante realtà, come la solitudine di molti anziani o le difficoltà di tante famiglie.
Tornando alla processione, ieri abbiamo avuto la conferma che la scelta non era del tutto sbagliata: tantissima gente non era presente solo come spettatrice, ma partecipava al pellegrinaggio dietro il Santo, con preghiere e canti.
Noi vi portiamo comunque nel cuore e, se davvero volete mantenere viva la tradizione, non pensate soltanto al tragitto, ma cercate di trasmettere il messaggio di Sant’Antonio ai vostri figli e nipoti. Solo così possiamo dare lustro e onore a Sant’Antonio.
Terminiamo con una frase di Sant' Antonio
"La bocca del Signore è nell'orecchio del cuore, nel silenzio di chi è tranquillo".
Il Comitato
La Confraternita