04/09/2026
Nei Vangeli, persino i demoni sapevano esattamente chi fosse Gesù. Ne riconoscevano l'autorità e, quando Egli dava un ordine, ubbidivano senza discutere.
Eppure, proprio noi—che Lo chiamiamo "Signore"—delle volte ascoltiamo la Sua voce e continuiamo a esitare.
Ci dice di perdonare, ma continuiamo a stringere a noi l'offesa.
Ci dice di amare, ma preferiamo nutrire l'amarezza.
Ci dice di fidarci, ma cerchiamo in ogni modo di tenere tutto sotto controllo.
Ci dice di arrenderci, ma ci mettiamo a contrattare.
Ci dice di seguirlo, ma solo finché il cammino resta comodo.
È qui che Luca 6,46 diventa una questione intima e personale:
«Perché mi chiamate: "Signore, Signore" e non fate quello che dico?»
Chiamare Gesù "Signore" non è una semplice formula da pronunciare a fior di labbra. Se Egli è davvero il nostro Signore, la Sua autorità deve riflettersi e incidere nel nostro modo di vivere.
Questo non significa che riusciremo a essere ubbidienti in modo perfetto ogni singolo giorno. Siamo ancora in cammino, in fase di santificazione, e stiamo ancora imparando a camminare al Suo fianco. Ma il cuore di un vero discepolo si riconosce dalla volontà di sottomettersi, di pentirsi quando cade e di mettere in pratica la parola di Gesù.
Forse dovremmo chiederci:
Quando Gesù mi parla attraverso la Sua Parola, sono davvero disposto ad obbedire—anche quando mi costa qualcosa?
Perché Egli non è soltanto il nostro Salvatore.
È il nostro Signore.