Fane E' tempo W la Gente

Fane   E' tempo W la Gente FANE è situata nel comune di Negrar di Valpolicella nella zona collinare a 620 metri sul mare. ha 1200 abitanti .

la caratteristica della gente: LA CORDIALITA' telefono 045 752 553 2

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!L'IMPORTANTE NON E' GUARDARE IL TEMPO.SE E' BELLO ,,,SE E' BRUTTO ....(QUELLO CHE DICONO O FANNO...
06/01/2021

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!
L'IMPORTANTE NON E' GUARDARE IL TEMPO.SE E' BELLO ,,,SE E' BRUTTO ....(QUELLO CHE DICONO O FANNO GLI ALTRI... COME VANNO LE COSE...ecc)
MA GUARDARE L'EQUIPAGGIAMENTO,
SCOPRIRE CIOE' I DONI, LE QUALITA', LE POSSIBILITA' CHE HO PER FAR SI CHE TUTTO RICEVA ANCHE LA MIA IMPRONTA E LASCI UN SEGNO POSITIVO E BELLO DI ME. Roberto Agostini

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!SIA IL 2021 UN ANNO BENEDETTO..UN ANNO DI GRAZIA E PACE NEI CUORI E NEL MONDO"BENEDIRE VUOL DIRE...
01/01/2021

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!
SIA IL 2021 UN ANNO BENEDETTO..
UN ANNO DI GRAZIA
E PACE NEI CUORI E NEL MONDO"
BENEDIRE VUOL DIRE; "DIRE BENE"
CHE IL SIGNORE IN QUEST'ANNO TROVI MOLTE OCCASIONE PER BENEDIRE-DIRE BENE DI NOI PERCHE' ABBIAMO CERCATO DI FARE DEL NOSTRO MEGLIO, ABBIAMO DATO IL MEGLIO DI NOI STESSI!
CHE TUTTI NOI IN QUEST'ANNO TROVIAMO MOLTE OCCASIONI PER BENEDIRE-DIRE BENE PER QUELLO CHE ABBIAMO TROVATO DI BUONO E BELLO NELLA GENTE! UN ANNO BENEDETTO PER TUTTI ! don Roberto

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!AUGURI DI UN BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO A TUTTI GLI AMICI DI FANE, CELLORE, POZZOLENGO E SA...
23/12/2020

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!
AUGURI DI UN BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO A TUTTI GLI AMICI DI FANE, CELLORE, POZZOLENGO E SAN MICHELE.. ITABERABA E TERESINA.
CHE IL NATALE CI AIUTI A RINASCERE TUTTI MIGLIORI E BEN DISPOSTI A LASCIARE DOVE PASSIAMO SEGNI DI PACE, SERENITA' E BUON CUORE.
CHE TUTTI POSSANO INCONTRARCI CONTENTI DI TROVARCI SPLENDIDAMENTE MIGLIORI:
SAREBBE IL PIU' GRANDE MIRACOLO!
Don Roberto Agostini ( Padre Agistini..Don Roby)
PRESEPIO FATTO DI SPAGHETTI E PASTA IN GENERALE FATTO DA DUE BAMBINE CON IL LORO PAPA'

E' TEMPO: VIVA LA GENTEBELLISSIMA OMELIA DEL CARDINALE CANTALAMESSA SUL NATALE "L'UMILTA' DI DIO: DIO SI FA PICCOLO PER ...
18/12/2020

E' TEMPO: VIVA LA GENTE
BELLISSIMA OMELIA DEL CARDINALE CANTALAMESSA SUL NATALE
"L'UMILTA' DI DIO:
DIO SI FA PICCOLO PER FARE DIVENTARE GRANDI TUTTI NOI.
ANCHE NOI DOBBIAMO FARCI PICCOLI PER FARE DIVENTARE GRANDI TUTTI GLI ALTRI.
https://youtu.be/-wOM7_h17GY?list=RDCMUCSMBsiJalIb-5OEw-8lFacw
BUON NATALE

Cantalamessa, Natale e il “sacramento” della povertàLa venuta di Cristo nel mondo e in ciascuna anima, il suo volto umile di "povero" fondamento della opzion...

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!LA CINA E GLI SCHIAVI DEL COTONENei documenti scoperti dalla BBC le prove dei lavori forzati nei...
16/12/2020

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!
LA CINA E GLI SCHIAVI DEL COTONE
Nei documenti scoperti dalla BBC le prove dei lavori forzati nei campi a cui Pechino costringe centinaia di migliaia di uiguri e di altre minoranze
14 DICEMBRE 2020
La Cina costringe centinaia di migliaia di uiguri e altre minoranze a lavorare nei campi di cotone della regione occidentale dello Xinjiang. In condizioni di totale schiavitù, sotttolinea in una sua inchiesta la BBC. Una serie di documenti scoperti online dai cronisti della Tv britannica forniscono un quadro chiaro della portata del lavoro forzato nella raccolta di un quinto dell'offerta mondiale di cotone, ampiamente utilizzato nell'industria della moda. Ma non solo: oltre al lavoro nei campi, nei quali si ritiene che siano stati destinati più di un milione di persone, le minoranze sarebbero anche costrette a lavorare nelle fabbriche tessili.



Il governo cinese nega le affermazioni, insistendo sul fatto che i campi sono "scuole di formazione professionale" e le fabbriche fanno parte di un massiccio e volontario programma di "riduzione della povertà". Ma le nuove prove scoperte dalla BBC suggeriscono che più di mezzo milione di lavoratori di minoranza all'anno vengono anche indirizzati alla raccolta stagionale del cotone in condizioni che nascondono “un alto rischio di coercizione.



"Siamo di fronte a numeri di portata storica” ha detto alla BBC Adrian Zenz, un membro anziano della Victims of Communism Memorial Foundation di Washington che ha scoperto i documenti. "Per la prima volta non solo abbiamo prove del lavoro forzato degli uiguri nella produzione, nella realizzazione di indumenti, ma anche direttamente nella raccolta del cotone”. Zenz ha lanciato un appello al mondo della moda: “Chiunque abbia a cuore le ragioni dell’etica deve guardare allo Xinjiang, che rappresenta l'85% del cotone cinese e il 20% di quello mondiale, e dire: no, non possiamo più farlo".



I documenti spiegano chiaramente le pressioni politiche nei confronti degli uiguri dello Xinjiang e di altri gruppi tradizionalmente musulmani. Un netto cambiamento nell'approccio della Cina alla regione può essere fatto risalire ai due brutali attacchi contro pedoni e pendolari a Pechino nel 2013 e nella città di Kunming nel 2014. Pechino ha accusato fin dal primo momento gli islamisti e i separatisti uiguri. La risposta è stata pesantissima: dal 2016 in poi il governo ha costruito nello Xinjiang una serie di campi di "rieducazione". Che, come dimostrano i documenti citati dalla BBC, non sarebbero altro che prigioni nelle quali le minoranze sarebbero ridotte in condizioni di schiavitù.
CHE MISERIA! E DICEVANO DI COSTRUIRE IL PARADISO IN TERRA!
Don Roberto (sotto i campi di cotone)

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!ANCHE PRUN COME FANE E' DIVENTATO IL PAESE DEI PRESEPI: CIRCA 60 PRESEPI ESPOSTI PER ESSERE VIST...
15/12/2020

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!
ANCHE PRUN COME FANE E' DIVENTATO IL PAESE DEI PRESEPI: CIRCA 60 PRESEPI ESPOSTI PER ESSERE VISTI PASSANDO! SEGNO DI FEDE, AMORE ALLA PROPRIA COMUNITA' SENSO DELL'ARTE, GUSTO DELLA BELLEZZA CHE CI METTE IN COMUNICAZIONE CON TUTTA LA CREAZIONE DI DIO. MA SOPRATUTTO IL SENTIRSI VIVI E PROTAGONISTI NELLA CHIESA DI DIO, BRAVA GENTE...AVANTI SEMPRE (Gruppo VIVA LA GENTE)
(sotto Contrada VALLE a Prun)

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!Il Pianeta “Neet” in Italia: GIOVANI SENZA LAVOROI dati proposti in questa pagina sono stati est...
14/12/2020

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!
Il Pianeta “Neet” in Italia: GIOVANI SENZA LAVORO
I dati proposti in questa pagina sono stati estratti dal volume
“La Condizione Giovanile in Italia – Rapporto Giovani 2014”.
Non studiano, non lavorano, ma sono anche molto più infelici dei loro coetanei: è questa la condizione dei cosiddetti Neet (l’acronimo sta per Not Engaged in Education, Employment or Training), che nel 2013, secondo i dati Eurostat, hanno raggiunto quota 2,4 milioni, pari al 26 % dei giovani tra i 15 e i 29 anni (erano il 19% nel 2007: solo Bulgaria e Grecia presentano valori peggiori dei nostri). Un esercito che rischia ormai la marginalizzazione cronica, caratterizzata non solo da deprivazione materiale e carenza di prospettive ma anche di depressione psicologica e disagio emotivo.

Coerentemente con la geografia della disoccupazione italiana, la percentuale più alta si osserva al Sud e nelle Isole (29.2%). La maggior parte dei Neet intervistati è celibe/nubile, ma esiste anche una quota rilevante di coniugati (quasi uno/a su cinque). La distribuzione rispetto al sesso evidenzia una generale prevalenza femminile. Spesso tra i Neet vi è un’alta percentuale di donne che escono dal mondo del lavoro e dallo studio per accudire i propri figli.
I risultati mostrano come la fiducia nelle istituzioni sia molto bassa in tutti i giovani. In particolare, si conferma la bocciatura delle istituzioni politiche. Nonostante le promesse dei politici, la condizione dei giovani non è mai stata problematica come oggi e questo evidentemente pesa sul loro giudizio e sulla loro fiducia
I GIOVANI DOVREBBERO DIVENTARE UNA RISORSA PER IL PAESE NON UN PROBLEMADon Roberto Agostini

E' TEMPO: VIVA LA GENTE! SANTA LUCIA.IL POPOLO FANENSE HA AVUTO LA FORTUNA DI VEDERE SANTA LUCIA CHE PASSAVA PER LE STRA...
13/12/2020

E' TEMPO: VIVA LA GENTE! SANTA LUCIA.
IL POPOLO FANENSE HA AVUTO LA FORTUNA DI VEDERE SANTA LUCIA CHE PASSAVA PER LE STRADE PER PORTARE I DONI A TANTI BAMBINI DEL PAESE.
APRIVANO ALCUNI GIOVANI CON I CAMPANELLI...UN VISPO ASINELLO CON IL CASTALDO... POI LA SANTA TUTTA BIANCA COME LA LUNA E UN CARRETTINO PIENO DI REGALI BEN CONFEZIONATI.
TUTTO E' AVVENUTO OSSERVANDO SCRUPOLOSAMENTE LE REGOLE DELLA REGIONE VENETO.
UN GRAZIE A TUTTI QUELLI CHE HANNO COLLABORATO

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!!NATALE: UN GIOCO DI LUCI E DI LUCE!Papa Francesco all' Angelus, “non c’è pandemia che possa spe...
09/12/2020

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!!
NATALE: UN GIOCO DI LUCI E DI LUCE!
Papa Francesco all' Angelus, “non c’è pandemia che possa spegnere LA LUCE DEL NATALE”
Papa Francesco: Angelus, “rifiutare la mentalità mondana”. “Il cristiano non fa il fachiro”
“Come vedete, nella piazza è stato innalzato L'ALBERO DI NATALE e IL PRESEPE è in allestimento. In questi giorni, anche in tante case vengono preparati questi DUE SEGNI NATALIZIi, PER LA GIOIA DEI BAMBINI... E ANCHE DEI GRANDI! Sono segni di SPERANZA, specialmente in questo tempo difficile”. Lo ha detto il Papa, al termine dell’Angelus di ieri, in cui ha rivolto un preciso invito per vivere questo tempo: “Facciamo in modo di non fermarci al segno, ma di andare al significato, cioè a Gesù, all’amore di Dio che Lui ci ha rivelato, andare alla bontà infinita che ha fatto risplendere sul mondo”. “Non c’è pandemia, non c’è crisi che possa spegnere questa luce”, ha assicurato Francesco: “Lasciamola entrare nel nostro cuore, e tendiamo la mano a chi ha più bisogno. Così Dio nascerà nuovamente in noi e in mezzo a noi”.
LE NOSTRE CASE E LE NOSTRE VIE SIANO PIENE DI LUCI E DI LUCE! VOI SIETE LA LUCE DEL MONDO TUTTA LA TERRA VENGA ILLUMINATA! FACCIAMO I NOSTRI BELLISSIMI PRESEPI E LUMINOSI ALBERI DI NATALE!

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!RIDUZIONE D'ORARIO DI LAVOROSETTIMANA DI LAVORO DI 4 GIORNI, rivoluzione dell'altro mondo(France...
08/12/2020

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!
RIDUZIONE D'ORARIO DI LAVORO
SETTIMANA DI LAVORO DI 4 GIORNI, rivoluzione dell'altro mondo
(Francesco Riccardi lunedì 7 dicembre 2020 GIOR. AVVENIRE)
Il test di Unilever in Nuova Zelanda. Ora sono le aziende a voler sperimentare un miglior equilibrio tra tempi professionali e di vita, contando sugli incrementi di produttività
La riduzione dell'orario di lavoro al centro della riflessione
La riduzione dell'orario di lavoro al centro della riflessione - Archi

L'idea della riduzione dell’orario di lavoro viene da lontano. Nel tempo, fin dall’inizio del secolo scorso. E ora anche nello spazio, dopo che ai tradizionali laboratori del Nord Europa si è aggiunta la Nuova Zelanda, Paese in cui il gruppo Unilever ha deciso nei giorni scorsi di sperimentare un’organizzazione del lavoro di 32 ore distribuite su 4 giorni per i suoi 81 dipendenti. In pratica: 8 ore di lavoro dal lunedì al giovedì, senza alcuna penalizzazione dello stipendio rispetto alla situazione precedente. Un regime che verrà testato per un anno dalla multinazionale dei prodotti alimentari e potrebbe essere esteso ai 155mila dipendenti del gruppo.

LA NUOVA ZELANDA si sta in effetti caratterizzando come la frontiera all’altro capo del mondo in cui sta maturando una concezione diversa del lavoro moderno rispetto a quella che ha caratterizzato tradizionalmente le società occidentali. Il tema della riduzione dell’orario di lavoro, infatti, è stato anche al centro del dibattito politico nel Paese australe per iniziativa della premier JACINDA ARDERN, che ha auspicato un DIVERSO BILANCIAMENTO TRA VITA PROFESSIONALE E CURA FAMILIARE, sottolineando come i benefici dell’operazione, in termini di maggiore produttività e soddisfazione da parte dei lavoratori, compenserebbero l’incremento dei costi orari. Concetti che Andrew Barnes e Charlotte Lockhart proprietari del gruppo finanziario, sempre neozelandese, Perpetual Guardian hanno sperimentato e “toccato con mano” già a partire dal 2018. Tanto da decidere non solo di applicare la settimana di lavoro di soli 4 giorni per tutti i propri 240 dipendenti, ma, come “FOLGORATI SULLA VIA DI DAMASCO”, diventare i primi e più convinti profeti della SETTIMANA CORTISSIMA. Barnes & Lockhart hanno così dato vita a una fondazione non profit, la “4 day week”, che ha iniziato a influenzare le scelte di altre aziende, fino a determinare la decisione di Nick Bangs, direttore generale della sede di Auckland della Unilever, appunto.

In precedenza, era stata la premier finlandese, Sanna Marin, a gettare il cuore oltre l’ostacolo parlando, già un anno fa e poi ancora la scorsa estate, della possibilità di ridurre l’orario di lavoro a 6 ore giornaliere pagate come 8, facendo leva sugli incrementi di produttività da redistribuire anche a salario e sui benefici delle minori assenze per malattia e impegni di cura. È interessante notare qui come questo tema del migliore bilanciamento tra tempo di lavoro e tempo libero per sé stessi e per la cura accomuni due figure emergenti della politica al femminile – Arden e Marin – e abbia fatto da sfondo pure ad alcuni accordi sindacali stretti dalla potente IG Metall in Germania all’inizio del 2018. Lo stesso sindacato che oggi chiede di spingere ulteriormente sulla riduzione d’orario per rispondere alla grande trasformazione che l’industria, in particolare quella dell’auto, sta subendo. Ancora, a livello governativo ne ha parlato il premier spagnolo Pedro Sanchez, mentre in Gran Bretagna alcuni centri di ricerca hanno suggerito di far calare a 32 ore la settimana di lavoro nel settore pubblico.

Proprio questa rapidissima rassegna, però, pone in risalto la novità rappresentata dalla scelta di Unilever ora e di Perpetual Guardian prima, quella di una riduzione d’orario progettata e promossa dalle stesse aziende. Tradizionalmente, infatti, il tema della riduzione d’orario si è sviluppato su impulso del movimento sindacale per migliorare la condizione dei lavoratori. Nella seconda metà del Novecento, poi, si fa strada il filone di pensiero che individua nell’organizzazione degli orari lo strumento per incrementare l’occupazione tramite la ripartizione del lavoro tra più soggetti. È l’ideale sintetizzato nello slogan “Lavorare meno, lavorare tutti” che ha dimostrato di funzionare in maniera assai efficace in chiave difensiva, per tutelare i posti di lavoro in momenti di crisi, con “armi” come la cassa integrazione o i contratti di solidarietà. Ma che finora, quando si è tentato di trasformarla in una politica generale di strategia espansiva, si è rivelata più che altro un’utopia, se misurata sull’incremento netto di occupazione. Come ha dimostrato il caso delle assai contestate 35 ore, introdotte in Francia a fine anni ‘90, che non hanno prodotto i risultati sperati e su cui Oltralpe si è poi proceduto a parziali marce indietro.

La ricetta della riduzione d’orario, insomma, non sembra determinare le conseguenze sperate quando viene calata dall’alto per legge, mentre si rivela feconda quando nasce dalla volontà di impostare una diversa organizzazione aziendale o se viene stimolata dal basso attraverso la contrattazione decentrata. Un esempio recente, in questo senso, è quello dell’ultima intesa aziendale firmata alla Luxottica nel giugno del 2019. Il gruppo dell’occhialeria, infatti, è riuscito tramite una riduzione e diversa modulazione degli orari di lavoro a cogliere insieme tre obiettivi fondamentali: migliorare la produttività, aumentare la paga oraria e soprattutto stabilizzare 1.150 lavoratori a termine. Più piccola nelle dimensioni, ma altrettanto interessante per l’approccio al tema, è il caso dell’azienda trentina di servizi informatici Zupit, che ha scelto di dare importanza al tempo delle persone non solo nella sfera lavorativa e dunque limitare per tutti l’orario di lavoro a 30 ore settimanali, senza straordinari.

Assieme alla leva economica della produttività (per inciso, il vero punto debole dell’Italia, che nell’ultimo decennio l’ha vista crescere solo dello 0,3% medio e addirittura calare di altrettanto nel 2018) la questione chiave è rappresentata infatti proprio dal tempo delle persone. Una risorsa finita che non si può impiegare solo in una direzione, quella lavorativa. Gli esseri umani non sono unidimensionali, anzi. Sono il centro e insieme il prodotto di un tessuto di relazioni che, se reciso o limitato, determina un impoverimento delle capacità stesse della persona, in termini di creatività, motivazione, intelligenza, fino a rendere “non conveniente” in termini economici il suo apporto lavorativo. Tanto da far emergere questo nuovo trade-off, tra taglio dell’orario di lavoro e incremento della produttività, un equilibrio diverso oggi favorito anche dal progresso tecnologico, che può essere alla base di un diverso approccio delle aziende al tema.

La riduzione del tempo di lavoro e la sua “liberazione” per le persone sono da decenni al centro della riflessione anche nel mondo cattolico. Per restare agli ultimi esempi, se ne è discusso ampiamente nella 48esima Settimana sociale dei cattolici nel 2017 a Cagliari quale cambiamento necessario. E, appena il mese scorso, la questione è stata affrontata anche nell’iniziativa “Economy of Francesco”, attraverso contributi come quello della filosofa canadese Jennifer Nedelsky che propone il «part-time per tutti, perché tutti possano anche svolgere lavoro di cura» per i propri cari o per la comunità. Un approccio, questo, condiviso dallo stesso Papa che, nel suo libro appena edito da Piemme “Ritorniamo a sognare”, scrive: «Con lo stesso obiettivo (combinare le attività remunerative con il tempo riservato alla comunità), è forse giunto il momento di considerare una riduzione dell’orario di lavoro, con adeguamento dei salari, che paradossalmente potrebbe accrescere la produttività. Quello che porta a lavorare di meno per consentire a più persone di accedere al mercato del lavoro è un aspetto che dobbiamo esplorare; farlo è piuttosto urgente». Francesco considera in questo scritto anche l’opportunità di «esplorare concetti come la Retribuzione universale di base (...), una retribuzione fissa e incondizionata a tutti i cittadini», per liberare il tempo di lavoro. Ciò che conta di questo pensiero, però, non sono tanto i mezzi ipotizzati quanto il fine della rivoluzione prospettata.

Più che il come si fa la riduzione d’orario, su cui va esercitata la fantasia imprenditoriale e spesa la capacità contrattuale del sindacato, infatti, conta il perché si sceglie tale strada. E più ancora del per che cosa la si progetta – obiettivi di politica economica dagli esiti spesso non pianificabili a tavolino – è fondamentale il per chi la si decide: la persona nella sua concretezza e verità. Se si parte da qui, da questo bisogno reale dell’uomo di non essere solo un lavoratore, di poter intessere relazioni, di avere cura degli altri – e così arricchirsi e crescere – la strada del cambiamento, la sua convenienza per le stesse aziende, è più facile da individuare.
UNA PROPOSTA SU CUI VALE LA PENA DI RIFLETTERE! CREDO CHE SAREBBE PER IL BENE DI TUTTI! Don Roberto Agostini

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!IL LAVORO CHE C'E' MA NON SI ARRIVA A TROVARLOLavoro: 2,5 milioni di disoccupati, ma le aziende ...
07/12/2020

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!
IL LAVORO CHE C'E' MA NON SI ARRIVA A TROVARLO
Lavoro: 2,5 milioni di disoccupati, ma le aziende non trovano personale. Cosa non funziona?
di Milena Gabanelli e Rita Querzè
Dall’inizio della crisi l’Italia ha perso 420 mila posti di lavoro. Ma il difficile verrà a marzo, quando sarà tolto il blocco dei licenziamenti: si stima fra i 250/300 mila nuovi disoccupati che si aggiungeranno ai poco meno di 2,5 milioni di oggi. Tutto questo non farà che aumentare le persone che hanno diritto a sussidi. A giugno incassavano la disoccupazione (Naspi) 1,3 milioni di persone, altrettanti sono quelli in grado di lavorare che prendono il reddito di cittadinanza. A pagare sono i 23 milioni di occupati. Una platea troppo ristretta, pari soltanto al 58,2% della popolazione attiva. E questo perché oltre ai disoccupati ci sono anche 13,5 milioni di inattivi e scoraggiati, soprattutto giovani che non cercano un posto convinti di non trovarlo.

Un quadro che rende l’Italia particolarmente vulnerabile poiché già prima della crisi la disoccupazione sfiorava il 10%. Nell’attesa che si intervenga a monte, con investimenti che creano nuovi posti, bisogna potenziare le politiche per il lavoro: l’Italia spende l’1,53% del Pil contro il 2,15 della Spagna e il 2,66 della Francia.

OCCORE FARE INCONTRARE CHI E' DISOCCUPATO CON IL LAVORO CHE C'E' Troppo spesso non succede. La Euroedile srl di Treviso vorrebbe assumere operai specializzati nella costruzione di ponteggi, da due anni ne cerca una ventina ma non li trova. Aerea, vicino a Como, anche adesso in piena pandemia sta cercando giovani ingegneri ma senza successo. Nella provincia di Reggio Emilia in questo momento mancano all’appello 166 operai richiesti dalle aziende meccaniche, ma anche 84 autisti, 62 muratori, 18 ingegneri. Unioncamere ha appena reso note le richieste di impiego dei prossimi tre mesi a partire da dicembre 2020: 729.000 unità (di cui 191 mila solo a dicembre), dai dirigenti ai tecnici, dagli impiegati fino agli addetti alle pulizie.
EBBENE , il 33% (240 mila persone) NON SI TROVA.
Come funziona un portale efficiente
Il portale che doveva incrociare la domanda di lavoro con l’offerta doveva crearlo il presidente dell’Anpal Domenico Parisi, portando in italia il miracoloso software del Mississipi, lo Stato Usa dove insegnava. Non è stato fatto nulla. Sullo stesso terreno sono falliti a partire dagli anni ’90 diversi progetti, dal Sil, il sistema informativo lavoro, alla Borsa lavoro. Non è un’ambizione velleitaria, altri Stati ce l’hanno. Se andiamo sul portale nazionale cliclavoro non ci sono offerte da consultare. Su quello francese (pole-emploi.fr) invece ieri ce n’erano 619.605. Basta mettere la propria qualifica (venditore, badante…), la provincia in cui si cerca un impiego. Per fare qualcosa di simile a casa nostra, oltre a riunire su un unico portale le offerte dei principali motori di ricerca privati, le Regioni dovrebbero smettere di tenere per sé le banche dati, ma condividerle, e poi collaborare seriamente con l’Agenzia nazionale per le politiche attive (Anpal).

La politica dei sussidi e incentivi
Fino a oggi le politiche del lavoro si sono fatte semplicemente dando soldi. Soldi ai disoccupati per arrivare a fine mese (si chiamano «politiche passive» e da sole fanno il 75% di tutta la spesa), oppure soldi alle imprese sotto forma di incentivi per assumere. Una strada che non risolve niente, perché non puoi erogarli per sempre, e togliere gli incentivi è come sospendere la tachipirina a chi ha l’influenza: poi la febbre ritorna. Per gli incentivi all’impiego in Italia sono Stati mobilitati 4,3 miliardi nel 2018 in Italia contro 0,8 in Germania, 0,7 in Francia e 1 in Spagna. In compenso spendiamo pochissimo in servizi per aiutare i disoccupati a trovare un altro posto di lavoro. Un passo avanti è stato fatto nel 2015 con l’introduzione del cosiddetto «assegno di ricollocazione»: una dote ai centri per l’impiego da 500 fino a 5000 euro per ogni disoccupato, a seconda della difficoltà di ciascuno a farsi assumere. Collocare chi perde il lavoro a 50 anni, per esempio, richiede più ricerca e impegno. Peccato che poi il governo Renzi non lo abbia finanziato. Ci ha pensato il governo gialloverde con 350 milioni di euro, ma ha circoscritto l’assegno ai soli percettori del reddito di cittadinanza in grado di lavorare: 1.369.779 persone. Questo sulla carta. Perché nella pratica il servizio è stato fornito solo a 429 persone. Uno dei motivi? I centri per l’impiego non sono dotati di personale sufficiente e adeguatamente formato.

Come si aiuta chi cerca lavoro
Per fare funzionare l’assegno di ricollocazione è necessario quindi riqualificarli: oggi nei centri per l’impiego pubblici si registrano solo le pratiche. Ad aiutare chi cerca lavoro a compilare un curriculum o a metterlo in contatto con le aziende non basta la scorciatoia dei navigator, assunti a termine da Anpal servizi, e che a fine aprile 2021 saranno essi stessi senza lavoro. Servono i concorsi delle Regioni, visto che la competenza è loro. Nel lavoro di assistenza ai disoccupati è necessario coinvolgere anche le agenzie private, studiando un sistema di compensazione proporzionato al reale lavoro svolto e favorendo il loro insediamento al Sud. Anpal dovrà coordinare la misura con le Regioni che già la hanno introdotta: Lombardia e Veneto. E applicare la legge dove dice che se le Regioni non garantiscono i servizi di ricollocazione ai cittadini subentra lo Stato, commissariando i centri per l’impiego inadempienti. Infine lo strumento della ricollocazione deve tornare ad includere la grande platea dei disoccupati, e sarebbe ragionevole garantire questi servizi su base volontaria anche a chi è in cassa integrazione straordinaria e alle donne che vogliono tornare al lavoro dopo avere curato i figli.
SMETTERE DI FABBRICARE I DISOCCUPATI DI DOMANI
Quando a un disoccupato mancano le competenze che il mercato richiede, la formazione fa la differenza. Oggi in Italia per tutta la formazione professionale
(giovani, senior, disoccupati e lavoratori) nel 2018 abbiamo speso, grazie anche ai fondi Ue, 1,9 miliardi, contro i 5,9 sia di Francia e Germania. Se consideriamo soltanto la formazione per i disoccupati, in Italia ne facciamo poca: sul piatto circa 300 milioni di euro. La competenza è delle Regioni che decidono quali corsi bandire e quali organizzazioni accreditare. La programmazione dei corsi non è legata ai reali bisogni delle imprese, ma nella maggior parte dei casi si tratta di generiche lezioni di informatica o di inglese, dalle quali si esce con un attestato di frequenza che non serve a niente. Per cambiare verso bisogna preparare ciò che il territorio chiede: addetti delle rsa, alla produzione di beni e servizi, o autisti. Personale specializzato, insomma. Con tanto di esame e certificazione delle competenze alla fine del corso.

La programmazione sull’offerta formativa professionale è fatta dal Ministero dell’Università e dell’Istruzione insieme con le Regioni. Ma non viene costruita in considerazione della domanda di lavoro. E così molti ragazzi si diplomano in settori che «non tirano» o con conoscenze già superate. Sono i disoccupati di domani. Questo accade perché contano solo le specializzazioni che scuole e università sono in grado di offrire in questa o quella Regione. L’altra faccia della medaglia: gli Istituti tecnici superiori (Its) sfornano ogni anno meno di 4000 diplomati, mentre le imprese ne assorbirebbero almeno 20.000. Nei prossimi anni usciranno dalla scuola 85.300 giovani con qualifiche professionali contro i 155.700 richiesti. Chi si occupa di «demografia professionale» dieci anni fa sapeva che oggi non avremmo avuto medici e infermieri a sufficienza, ma non è stato ascoltato. E ora raccogliamo i risultati.

Per investire nelle politiche per il lavoro oggi i soldi ci sono. Il governo nella legge di Bilancio ha stanziato 500 milioni di euro per le cosiddette politiche attive. Nelle intenzioni dell’esecutivo almeno altri tre miliardi in tre anni arriveranno dal Recovery Fund. Non si è ancora capito, però, come tutti questi soldi saranno spesi. Per cambiare direzione va messa in piedi una riforma dove lo Stato programma, e il territorio eroga i sussidi, sulla base di piani nazionali e regionali coordinati e mirati a trovare lavoro. Non si improvvisa, richiede due-tre anni per farla funzionare, significa avere una visione di Paese che non si fermi alla scadenza delle prossime elezioni.
BISOGNA RIFORMARE PROFONDAMENTE UN PAESE COMPLESSO E APPESANTITO DA VECCHIE BUROCRAZIE Don Roberto Agostini

E' TEMPO: VIVA LA GENTE! CON IL SORRISO DEI FIGLI DI DIORicordato il cardinale Eduardo Francisco Pironio nel centenario ...
07/12/2020

E' TEMPO: VIVA LA GENTE!
CON IL SORRISO DEI FIGLI DI DIO
Ricordato il cardinale Eduardo Francisco Pironio nel centenario della nascita
Era «un monumento di sapienza che scaturisce dall’umile ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO», dalla sua «assimilazione e dalla sua incarnazione nella vita», perché posseduto «dall’amore di Dio nostro Padre, nella speranza non effimera che ci apre all’infinito e nell’effusione di un cuore amico che si apre sollecito al fratello». Con queste parole il cardinale Leonardo Sandri ha sintetizzato la testimonianza di vita del servo di Dio Eduardo Francisco Pironio, durante la messa presieduta giovedì pomeriggio, 3 dicembre, nella chiesa nazionale argentina in Roma.
L’occasione della celebrazione è stata il centenario della nascita dell’INDIMENTICATO PORPORATO ARGENTINO, avvenuta a Nueve de Julio, in provincia di Buenos Aires, il 3 dicembre 1920. Con il prefetto della Congregazione per le Chiese orientali hanno concelebrato i vescovi Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere delle Pontificie Accademie delle scienze e delle scienze sociali, e Fernando Vérgez Alzaga, segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e già segretario personale del servo di Dio. Erano presenti, oltre all’ambasciatore di Argentina presso la Santa Sede, quattordici diplomatici di Paesi latinoamericani.
Pironio, ha sottolineato il cardinale Sandri, è apparso come un dono di Dio per i suoi genitori — PROVENIVA DA UNA NUMEROSA FAMIGLIA DI EMIGRATI FRIULANI — ma anche per il suo Paese e per la Chiesa intera. Quanti hanno studiato la sua vita, «i suoi scritti e gli interventi, hanno riassunto che tutto Pironio è edificato sull’amore del Padre e della Trinità, sulla Croce e la Pasqua di Gesù e sulla Vergine Maria Madre nostra». In sostanza, «il discernimento e l’obbedienza alla volontà del Padre è la chiave per comprendere l’eredità che il nostro cardinale ha lasciato alla Chiesa e al mondo».

Si tratta di quella sapienza dello Spirito, ha aggiunto il porporato, che in Maria «fece grandi cose e che da discepola la trasformò in Madre del Figlio di Dio». Solo così è possibile comprendere «l’intensità di donazione della vita di un uomo, fondata nella fedeltà di Dio e fecondata dalla gioiosa speranza della venuta del Signore».

Il suo testamento, quel Magnificat «ripetuto come un inno esistenziale — ha fatto notare il prefetto — ci attesta la sua indefettibile fede nella promessa di Gesù». E «ci mostra che lo straordinario itinerario della sua vita fu un andare al Padre, per Gesù, nello Spirito e alla mano di Maria». È certo, ha aggiunto, che il cardinale possedeva «un profondo sapere teologico, che gli dava il gusto di conoscere e godere di ogni parola del Vangelo», con quella convinzione «gioiosa che vivere per il Padre, in Gesù e nello Spirito, è la vera gloria dell’essere umano». Come battezzato, come sacerdote, come vescovo e come cardinale, «il nostro fratello testimoniò la sua fede con gioia, con dolcezza e pazienza, preludi obbligatori per saper ascoltare, per incontrare e accogliere i fratelli».

Nonostante il peso della croce che «segnò la sua vita», ha ricordato ancora, «in lui mai si spense il sorriso della sua profonda convinzione di essere figlio di Dio e testimone della sua grazia». Ovunque egli si trovasse — nei luoghi dove ha svolto il suo ministero sacerdotale e poi episcopale, e soprattutto nella Curia romana — ha vissuto e operato «come appassionato servitore della vita consacrata e, dopo, di quella parte maggioritaria del POPOLO DI DIO, i laici e laiche della nostra Chiesa». La sua morte nel febbraio 1998, ha concluso il cardinale Sandri, fu l’entrare «nella gioia del suo Signore».
PATRIMONIO STORICO DELLA CHIESA Don Roberto Agostini

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