Evangelici Verona

Evangelici Verona Chiesa evangelica riformata battista

Sabato 25 aprile, tutta la comunità di Verona sarà presente all’agape fraterna a Bologna per festeggiare i 20 anni dalla...
16/04/2026

Sabato 25 aprile, tutta la comunità di Verona sarà presente all’agape fraterna a Bologna per festeggiare i 20 anni dalla costruzione delle chiese CERBI.
Sarà una bella occasione per tutti noi per ragionare su: “Da dove veniamo (le nostre origini), dove siamo (il nostro vissuto oggi), dove stiamo andando (qual è la nostra visione per il futuro, quali prospettive e progetti).

Fede e scienza, due mondi conflittuali o complementari?La serata prenderà in esame alcuni modelli che hanno segnato il r...
15/04/2026

Fede e scienza, due mondi conflittuali o complementari?

La serata prenderà in esame alcuni modelli che hanno segnato il rapporto tra fede e scienza, e indicherà i principali argomenti sostenuti da un teismo scientificamente responsabile.
Il relatore sarà il prof. Paolo Colombo, professore ordinario di Scienza e Tecnologia dei Materiali presso la Scuola di Ingegneria dell’Università di Padova.

Nove punti per un discernimento evangelico.
10/03/2026

Nove punti per un discernimento evangelico.

𝐆𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐞 𝐩𝐚𝐜𝐞 𝐬𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐛𝐚𝐜𝐢𝐚𝐭𝐞: 𝐧𝐨𝐯𝐞 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐮𝐧 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐞𝐫𝐧𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞𝐯𝐚𝐧𝐠𝐞𝐥𝐢𝐜𝐨
“𝐿𝑎 𝑏𝑜𝑛𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑙𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑖𝑡𝑎̀ 𝑠𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑛𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑡𝑒, 𝑙𝑎 𝑔𝑖𝑢𝑠𝑡𝑖𝑧𝑖𝑎 𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑐𝑒 𝑠𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑏𝑎𝑐𝑖𝑎𝑡𝑒” (𝑆𝑎𝑙𝑚𝑜 85:10)

L’Alleanza Evangelica Italiana si rivolge alle chiese, alle istituzioni e alla società civile con la consapevolezza di chi è chiamato a un duplice ascolto: ascolto della Parola di Dio, che rimane ferma nei cieli (Salmo 119:89), e ascolto del grido che sale da una terra lacerata. La complessità della situazione internazionale, l’ampliarsi del numero e dell’intensità dei conflitti, esige dai credenti non il silenzio dell’indifferenza né il clamore della faziosità, ma una parola chiara, frutto di una coscienza formata dalla Scrittura.

La Scrittura ci insegna anche a guardare con lucidità la natura del peccato: esso è radicale (tocca il cuore), diffusivo (contagia persone e popoli), esteso (attraversa ogni ambito della vita) e multidimensionale (spirituale, morale, sociale, culturale e istituzionale). Esso ferisce anche la creazione, che geme sotto il peso della corruzione e della violenza dell’uomo (Romani 8:19–22). Per questo nessuna analisi puramente politica è sufficiente e nessuna soluzione puramente tecnica può bastare. E tuttavia,

proprio perché il peccato è così pervasivo, la redenzione in Cristo non riguarda soltanto l’interiorità, ma genera verità, giustizia, misericordia e riconciliazione anche nella vita comune.

Confessiamo che il Dio vivente è Signore della storia e giudice delle nazioni (Salmo 2; Daniele 4:34–35). Da questa confessione, e non da un’agenda politica, scaturisce il nostro dovere di parola pubblica, che desideriamo sobria nella forma, radicata nell’evangelo e orientata al bene di quanti sono coinvolti. Con questa prospettiva proponiamo i seguenti punti di discernimento.

𝟭- 𝗗𝗶𝗴𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗶𝗻𝘃𝗶𝗼𝗹𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗲 𝗿𝗶𝗳𝗶𝘂𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗲𝗻𝘇𝗼𝗴𝗻𝗮
Il fondamento di ogni etica è teologico prima che giuridico: ogni essere umano è creato a immagine di Dio (Genesi 1:26–27). Per questo la dignità della persona non è un privilegio concesso da qualche autorità politica, ma un dato della creazione che nessuna ragion di Stato, nessuna emergenza securitaria e nessuna rivendicazione territoriale possono annullare.

Da qui discende anche un dovere di verità. “Piangiamo con chi piange” (Romani 12:15), ci opponiamo a ogni retorica che riduca l’avversario a un essere sub-umano e denunciamo la propaganda, da qualunque parte provenga, come forma primaria di violenza morale. “Bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo” (Efesini 4:25). Senza verità non vi è giustizia; senza giustizia non vi è pace. E quest’ordine non è invertibile.

𝟮 - 𝗖𝗼𝗻𝗱𝗮𝗻𝗻𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗼𝗿𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗲 𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗶 𝗺𝗼𝗿𝗮𝗹𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮
È necessario distinguere con precisione ciò che il nostro tempo tende spesso a confondere. Condanniamo senza riserve ogni attacco deliberato contro civili inermi e ogni forma di terrorismo: colpire l’innocente è un male intrinseco che nessuna causa, per quanto percepita come giusta, può legittimare (Esodo 20:13; Proverbi 6:16–17). Il terrorismo non è resistenza, ma violenza sistematica mascherata da politica.

Proprio perché difendiamo la dignità umana, affermiamo anche che la risposta militare dell’autorità civile, alla quale la Scrittura riconosce il compito di arginare il male e proteggere il debole (Romani 13:1–4), non può trasformarsi in un potere senza vincoli esercitato senza limiti. Essa rimane sottoposta a criteri morali rigorosi e verificabili.

Il cristiano “non rende male per male” (Romani 12:17–21); e l’autorità politica, a sua volta, non può assumere la vendetta, che appartiene a Dio solo (Romani 12:19), come principio operativo. Chi risponde al terrore col terrore non sconfigge il male: lo moltiplica.

𝟯 - 𝗖𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗼𝗰𝗿𝗮𝘇𝗶𝗮 𝗲 𝗹𝗮 𝘁𝗶𝗿𝗮𝗻𝗻𝗶𝗮
A questo punto si impone un chiarimento ulteriore, perché il modo in cui si concepisce il potere incide direttamente sulla possibilità della pace. Una delle radici più profonde e meno nominate di molti conflitti è la fusione tra potere politico e autorità religiosa. L’Alleanza Evangelica Italiana esprime grave preoccupazione e aperta condanna nei confronti di ogni regime teocratico e di ogni dittatura, qualunque sia la confessione religiosa o l’ideologia che pretenda di legittimarli.

Quando il nome di Dio è invocato per sigillare il dominio assoluto di un uomo, di un partito o di un clero, la religione non governa lo Stato: è lo Stato che sequestra la religione. Ciò vale per le teocrazie che negano libertà fondamentali in nome della legge divina e vale ugualmente per i regimi autoritari che strumentalizzano il sacro a fini di consenso e repressione.

La Scrittura conosce bene questa tentazione: fu il peccato di Israele quando chiese “un re come tutte le nazioni” (1 Samuele 8:5), e fu la risposta di Gesù nel rifiuto di ogni trono terreno fondato sulla coercizione (Giovanni 18:36). Il regno di Dio non si impone con la spada dello Stato e lo Stato non si santifica appropriandosi del linguaggio del regno.

Affermiamo quindi la distinzione funzionale tra autorità civile e comunità di fede, non come separazione ostile, ma come autonomia reciproca e responsabilità complementari. Per i credenti, entrambe sono chiamate a rendere conto davanti a Dio, sotto la sua sovranità, senza confondersi né assorbirsi a vicenda: la comunità cristiana adempie la propria vocazione con gli strumenti che Cristo le ha affidato — predicazione, discepolato, disciplina, diaconia, missione e testimonianza pubblica — mentre lo Stato adempie la sua chiamata a promuovere la giustizia e a tutelare l’ordine pubblico. Entrambi restano sotto la signoria di Cristo e rispondono a Dio, ciascuna secondo il proprio mandato, senza confondersi né assorbirsi. Dove questa distinzione viene abolita, finanche da parte di persone che si professano cristiane, la coscienza è violata e l’evangelo è tradito.

𝟰 - 𝗖𝗼𝗻𝗱𝗮𝗻𝗻𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶𝘀𝗺𝗶 𝗶𝗱𝗼𝗹𝗮𝘁𝗿𝗶𝗰𝗶
Quando trono e altare si confondono, spesso anche la nazione pretende una forma di consacrazione. Denunciamo con fermezza ogni forma di nazionalismo che sacralizza lo Stato, l’etnia o il territorio, erigendoli ad assoluto. Quando la nazione diventa idolo, la politica diventa liturgia e la guerra diventa sacramento: è la logica che ha prodotto alcune delle peggiori tragedie del Novecento e che oggi riemerge con inquietante familiarità.

“Del SIGNORE è la terra e tutto quel che è in essa” (Salmo 24:1): nessun popolo può rivendicare un possesso incondizionato su ciò che appartiene al Creatore. Le polarizzazioni che attraversano il dibattito internazionale, la riduzione di realtà complesse a slogan, la tribalizzazione delle coscienze e la demonizzazione dell’altro avvelenano alla radice la possibilità stessa del discernimento.

Richiamiamo le chiese evangeliche, con particolare urgenza, a non lasciarsi catturare da alcuna ideologia nazionalista né da alcuna visione di parte, ricordando che la nostra cittadinanza ultima è nei cieli (Filippesi 3:20) e che in Cristo la distinzione tra i popoli è attraversata, non abolita, dalla grazia (Galati 3:28; Apocalisse 7:9).

𝟱 - 𝗜𝗹 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲
Se il nazionalismo idolatrico corrode il discernimento, la conseguenza concreta è spesso il disprezzo delle regole comuni. Osserviamo con allarme crescente come il diritto internazionale umanitario, espressione di un consenso etico faticosamente maturato dopo le catastrofi del XX secolo, venga trattato come vincolo opzionale, applicabile ai deboli e sospendibile dai forti. Questa erosione è gravissima.

Diciamo questo senza assolutizzare il diritto internazionale né sacralizzarlo come se fosse, di per sé, garanzia automatica di giustizia. Anche le norme possono essere applicate in modo selettivo, anche le istituzioni possono essere strumentalizzate, anche i tribunali possono essere esposte a pressioni. Proprio per questo, però, il loro indebolimento non libera i popoli: li consegna più facilmente all’arbitrio, alla propaganda e alla legge del più forte.

Quando le nazioni ignorano le convenzioni, eludono i pronunciamenti delle corti internazionali e svuotano di significato le risoluzioni degli organismi multilaterali, viene meno l’unico quadro comune che ancora frena la legge del più forte. Le Scritture non conoscono il moderno diritto internazionale, ma conoscono il principio che lo fonda: il rifiuto dell’arbitrio e la sottomissione del potere alla giustizia. “Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate secondo giustizia” (Giovanni 7:24).

Chiediamo a tutti gli attori coinvolti un rispetto pieno, verificabile e non selettivo del diritto internazionale umanitario; e alla comunità delle nazioni la volontà politica di farlo valere con coerenza, senza l’ipocrisia dei doppi standard, che ne rappresenta la negazione più insidiosa.

𝟲 - 𝗜𝗹 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗻𝘂𝗰𝗹𝗲𝗮𝗿𝗲
In questo contesto, l’abbassamento delle soglie morali rende ancora più inquietante il tema delle armi di distruzione di massa. Non possiamo tacere, sarebbe irresponsabile, sul rischio atomico che incombe sulla regione e, con essa, sul mondo intero. La proliferazione nucleare e la retorica dell’annientamento totale costituiscono una minaccia che trascende ogni calcolo geopolitico e investe la sopravvivenza stessa della famiglia umana.

L’impiego, anche solo la minaccia credibile dell’impiego, di armi nucleari rappresenterebbe il culmine della tracotanza: la pretesa della creatura di disporre della creazione. “Tu distruggerai quelli che distruggono la terra” (Apocalisse 11:18).

Chiediamo con urgenza che ogni programma nucleare a fini bellici sia sottoposto a controllo internazionale reale, trasparente e non selettivo, e che la comunità delle nazioni persegua il disarmo e la non proliferazione come imperativo non soltanto strategico, ma chiaramente morale.

𝟳 - 𝗚𝗶𝘂𝘀𝘁𝗶𝘇𝗶𝗮 𝗲 𝗽𝗮𝗰𝗲
Dalla dignità della persona, dalla verità, dai limiti della forza e dalla sottomissione del potere alla giustizia discende il punto decisivo. Il Salmo 85 non accosta giustizia e pace come beni separati da bilanciare con accortezza diplomatica: li unisce in un bacio. Questa immagine profetica è la nostra bussola.

Essa esclude una pace costruita sulla rimozione del torto, sull’oblio forzato, sull’accettazione di uno status quo ingiusto; ed esclude una giustizia degenerata in vendetta perpetua, priva di un orizzonte riconciliativo. “L’opera della giustizia sarà la pace, e il frutto della giustizia, tranquillità e sicurezza per sempre” (Isaia 32:17).

Riconosciamo con realismo che la riconciliazione richiede tempo, ma il rifiuto di intraprenderla è già una condanna. “Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini” (Romani 12:18).

𝟴 - 𝗧𝘂𝘁𝗲𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗺𝗶𝗻𝗼𝗿𝗮𝗻𝘇𝗲 𝗲 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗿𝗲𝗹𝗶𝗴𝗶𝗼𝘀𝗮
La ricerca di una pace giusta si misura anche nella protezione dei più esposti. Nella spirale dei conflitti, le minoranze, e spesso tra esse le comunità cristiane, subiscono persecuzione, intimidazione e una cancellazione silenziosa che raramente raggiunge i titoli della stampa internazionale.

“Chiediamo che la libertà di coscienza, di culto e di testimonianza sia riconosciuta e protetta come dimensione inalienabile della dignità umana, non come concessione revocabile del potere” (Patto di Losanna, 13). “Ci impegniamo a difendere la libertà religiosa per tutti—per cristiani e per persone di altre fedi—senza confondere questo impegno civile con l’approvazione teologica di ogni credenza“ (Impegno di Città del Capo, 2010, Parte II, 2.C). Chiediamo inoltre attenzione specifica e tutela effettiva per i detenuti e per quanti subiscono vessazioni a causa della loro fede, nonché un impegno concreto e verificabile per la loro liberazione, senza lasciarci intimidire.

Non dimentichiamo gli avvertimenti del Signore Gesù, secondo i quali la persecuzione è inevitabile (Matteo 5:10–12; Giovanni 15:18–21). Proprio per questo riaffermiamo che l’obbedienza a Dio viene prima di ogni imposizione umana: “Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini” (Atti 5:29).

𝟵 - 𝗣𝗿𝗲𝗴𝗵𝗶𝗲𝗿𝗮
Alla responsabilità pubblica si accompagna una responsabilità spirituale, che non è evasione ma intercessione. Incoraggiamo a fare propria l’esortazione biblica: “Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità” (1 Timoteo 2:1–2).

Alla luce di quanto ricordato anche dal Patto di Losanna circa la libertà e la persecuzione, invitiamo le chiese a pregare per i civili colpiti, per i feriti e gli sfollati, per i prigionieri e gli ostaggi, per chi è ingiustamente detenuto a motivo della fede, per i governanti e i negoziatori, per chi soccorre e per chi cura, per la cessazione delle ostilità e l’abbandono delle armi, e perché l’odio ceda al ravvedimento.

Ma la preghiera che non genera opere è priva di fede (Giacomo 2:17). Ci impegniamo dunque ad accompagnare l’intercessione con l’azione: aiuto concreto e verificabile, accoglienza, cura, sostegno a comunità e organizzazioni locali affidabili, e attenzione specifica a chi è perseguitato o privato della libertà per la propria testimonianza.

Con la fermezza che nasce non dalla presunzione ma dalla speranza, attendiamo il compimento della promessa: “La verità germoglierà dalla terra e la giustizia guarderà dal cielo” (Salmo 85:11). Fino a quel giorno, con umiltà e determinazione, operiamo perché giustizia e pace tornino a baciarsi, anche nel nostro tempo.

“𝐵𝑒𝑎𝑡𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑎𝑑𝑜𝑝𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑐𝑒, 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑠𝑎𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑚𝑎𝑡𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑑𝑖 𝐷𝑖𝑜” (𝑀𝑎𝑡𝑡𝑒𝑜 5:9).

Roma (AEI), 9 marzo 2026

https://www.alleanzaevangelica.org/index.php/news/9-attualita-italia/1548-giustizia-e-pace-si-sono-baciate-nove-punti-per-un-discernimento-evangelico

[Foto di Yume Photography su Unsplash]

Giovedì 5 marzo, al posto dello studio biblico, avremo una serata informativa sul referendum della giustizia. Ti aspetti...
02/03/2026

Giovedì 5 marzo, al posto dello studio biblico, avremo una serata informativa sul referendum della giustizia. Ti aspettiamo alle 20.30.

Il vero significato del Natale…[E noi sapevamo che stavamo riconoscendo la dignità regale di quel bambino, la sua grande...
29/12/2025

Il vero significato del Natale

…[E noi sapevamo che stavamo riconoscendo la dignità regale di quel bambino, la sua grandezza, la sua missione redentrice.]…
[Un Re che nacque nella semplicità, ma che il cielo intero volle annunciare facendoci riconoscere, attraverso il segno della fede, la sua signoria su tutte le cose.]

https://www.locicommunes.it/articoli/testimoni-oculari-del-natale-iii

Giornata Internazionale di Preghiera per la Chiesa Perseguitata.Domenica 16 Novembre 2025Ore 16:30Via della Spinea n. 10...
16/11/2025

Giornata Internazionale di Preghiera per la Chiesa Perseguitata.

Domenica 16 Novembre 2025
Ore 16:30
Via della Spinea n. 10, Verona

Domenica 26 ottobre, anche noi ricorderemo la domenica della memoria (in molti Paesi chiamata “domenica della Riforma”),...
20/10/2025

Domenica 26 ottobre, anche noi ricorderemo la domenica della memoria (in molti Paesi chiamata “domenica della Riforma”), un’occasione per ricordare la riscoperta dell’evangelo imperniata sul riconoscimento dell’autorità della Scrittura, la centralità di Gesù Cristo, la gratuità della salvezza, l’esigenza che tutta la vita sia vissuta per la gloria di Dio.

𝐒𝐏𝐄𝐂𝐈𝐀𝐋𝐄 𝐃𝐎𝐌𝐄𝐍𝐈𝐂𝐀 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐌𝐄𝐌𝐎𝐑𝐈𝐀
𝟐𝟔 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞 𝟐𝟎𝟐𝟓

Il 31 ottobre 1517 Lutero affisse le 95 tesi a Wittenberg. Questa data ha un forte valore simbolico in quanto viene ritenuta, se non proprio l’inizio della Riforma protestante, almeno un suo passaggio fondamentale. Sta di fatto che dopo l’affissione delle 95 tesi, la Riforma assunse un profilo pubblico e di popolo. La Domenica della memoria (in molti Paesi chiamata “domenica della Riforma”) è allora un’occasione per ricordare la riscoperta dell’evangelo imperniata sul riconoscimento dell’autorità della Scrittura, la centralità di Gesù Cristo, la gratuità della salvezza, l’esigenza che tutta la vita sia vissuta per la gloria di Dio. Oltre a sentirsi eredi spirituali della Riforma protestante, l’Alleanza Evangelica è consapevole del fatto che l’identità evangelica possa e debba collegarsi a tutte le epoche della storia del popolo di Dio che hanno contribuito alla testimonianza fedele all’evangelo, partendo dall’età dei padri della chiesa sino ai risvegli dell’età moderna e contemporanea.

Quest’anno la Domenica della memoria sarà incentrata su tre fuochi, tutti collegati su ricorrenze dell’anno ma che indicano varie direttrici delle responsabilità della memoria nel nutrire la testimonianza evangelica.


𝐍𝐢𝐜𝐞𝐚 (𝟑𝟐𝟓) 𝐞 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐆𝐞𝐬𝐮̀ 𝐞̀ 𝐩𝐢𝐞𝐧𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐮𝐨𝐦𝐨 𝐞 𝐩𝐢𝐞𝐧𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐃𝐢𝐨

Nel 2025 ricorre il 1700° anniversario del Concilio di Nicea. Lì si riunì un'assemblea di conduttori cristiani per discutere una serie di problemi che stavano influenzando la chiesa, specialmente legati ad alcuni falsi insegnamenti riguardanti la persona e l'opera di Gesù Cristo. Fu il secondo concilio della chiesa cristiana, dopo quello di Gerusalemme di cui si parla in Atti 15. Quello che è uscito da Nicea è stata una breve ma potente dichiarazione di fede (cioè il Credo di Nicea): essa ha evidenziato ciò che la Bibbia insegna sulla persona di Gesù Cristo come avente la stessa natura di Dio Padre e ha elaborato un riassunto della fede cristiana che continua ad essere un punto di riferimento per la chiesa. Come evangelici la cui fede è biblica e storica, ci sono buone ragioni per celebrare l’anniversario di Nicea.

A differenza di altre comprensioni di Dio del IV secolo, che descrivevano Dio come Uno e il Figlio come "simile" ma non uguale al Padre nella sua divinità (ad esempio, l'eresia ariana), il Credo di Nicea intende la rivelazione biblica come la presentazione di Gesù come Dio incarnato e di Dio come Uno e Trino.

In continuità con Nicea, la fede evangelica afferma che Gesù Cristo confessato come Dio-uomo è una verità fondamentale del Vangelo. Non c'è vangelo (buona novella) se Gesù non è pienamente Dio e pienamente uomo: nessuna salvezza è possibile, nessuna certezza è raggiungibile. In questo senso, il cristianesimo evangelico è un'estensione del cristianesimo niceno.

Nonostante tutto l'apprezzamento che dobbiamo avere per Nicea, allo stesso tempo non si possono trascurare i condizionamenti storici e i suoi limiti teologici. La celebrazione evangelica non può essere ingenua. In primo luogo, a Nicea si accettò che una questione teologica ed ecclesiastica dovesse essere discussa sotto la guida dell'imperatore romano (Costantino) e che le decisioni dell'assemblea dovessero essere attuate dallo Stato con la forza della coercizione.

In secondo luogo, mentre il Credo di Nicea si concentrò sulla persona di Gesù Cristo come Dio-uomo, ha soltanto sfiorato l'opera di Gesù Cristo nella salvezza e come il vangelo può essere ricevuto dai peccatori. I successivi deragliamenti nella storia della chiesa, ad esempio il marianesimo, il papato, il sacramentalismo, mostrano che Nicea non ha fornito sufficienti argini teologici perché la chiesa non cadesse in errore. Nicea è stata un trampolino di lancio, non la piena realizzazione della teologia cristiana.
Risorse:
AaVv. “Nicea (325) allora e ora”, Studi di teologia N. 73 (2025).


𝐉𝐨𝐡𝐧 𝐍𝐞𝐰𝐭𝐨𝐧 (𝟏𝟕𝟐𝟓-𝟏𝟖𝟎𝟕) 𝐞 “𝐒𝐭𝐮𝐩𝐞𝐧𝐝𝐚 𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚”, 𝐢𝐥 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐞𝐯𝐚𝐧𝐠𝐞𝐥𝐢𝐜𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐟𝐚𝐦𝐨𝐬𝐨

Amazing Grace, “Stupenda grazia”, è senza dubbio uno dei più grandi inni cristiani. Scritto dal pastore inglese John Newton (1725-1807), ha alle spalle una storia molto interessante.

John Newton lo compose 25 anni dopo la sua conversione. Nacque a Londra il 24 Luglio 1725. Suo padre, capitano di una nave mercantile, lo avviò ben presto alla carriera marinara. All’età di 11 anni, fece il primo di cinque viaggi con la compagnia di suo padre, durante il quale apprese velocemente a dire parolacce e insulti come il migliore dei marinai. A 19 anni, Newton fu obbligato ad arruolarsi nella marina britannica. In seguito disertò, fu catturato, incarcerato, frustato a bordo della nave, e degradato. La sua situazione cambiò quando il capitano della sua nave lo scambiò con alcuni marinai di una nave che stava per salpare per l’Africa Occidentale in cerca di schiavi.

Verso la metà del 1700, il traffico di schiavi era un commercio lucrativo. Più di 100mila schiavi furono trasportati verso il Nuovo Mondo su navi inglesi. Newton si impegnò in questo commercio con alterne fortune. Nella notte del 21 marzo 1748, una violenta tempesta si abbatté sulla nave, che per poco non affondò. Uomini, animali e provvigioni furono trascinati in mare dalla forza delle onde. Newton pregò Dio per la prima volta dopo anni. Temeva di essere sull’orlo della morte. Ripensò a tutto quello che aveva fatto in quegli ultimi anni, incluso il suo atteggiamento di scherno nei confronti dei fatti storici narrati nel Vangelo, e ne rimase sconvolto.

Nonostante ciò, nel 1749 Newton salpò come primo pilota di una nave di schiavi. A quel punto, si era già dimenticato l’impegno che aveva preso, e ricadde nelle sue antiche pratiche peccaminose. Cercando schiavi lungo la costa occidentale dell’Africa, John Newton si ammalò nuovamente di malaria, il che lo portò nuovamente a riflettere sulla sua vita fino a diventare un vero credente. Il cambiamento più evidente nella vita di Newton riguardò il traffico di schiavi. Newton prese coscienza del fatto che il traffico di schiavi e la sua partecipazione ad esso erano qualcosa di moralmente oltraggioso e repulsivo. A partire dal momento in cui lo Spirito Santo convinse John Newton dei mali e dei peccati insiti nel traffico di schiavi, egli passò a lavorare instancabilmente per porvi fine. Divenne consigliere di un credente in Cristo più giovane di lui, William Wilberforce, che divenne il più famoso ed efficace abolizionista della storia dell’Inghilterra. Alcuni mesi prima della morte di Newton, avvenuta il 21 dicembre 1807, il Parlamento britannico approvò il Decreto dell’Abolizione della Tratta di Schiavi, il che rallegrò molto Newton.

Più tardi, divenne pastore ed esercitò il ministero pastorale per 23 anni, sottolineando sempre, nei suoi sermoni, il tema della grazia di Dio. Compose e pubblicò centinaia di inni, tra cui quello intitolato How Sweet the Name of Jesus Sounds (“Quanto è dolce il nome di Gesù”), in chiaro contrasto con il precedente periodo pieno di blasfemia. Il suo capolavoro rimane “Stupenda grazia”:

𝑆𝑡𝑢𝑝𝑒𝑛𝑑𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑧𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟,
𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑜𝑙𝑐𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑑𝑜𝑛!
𝑈𝑛 𝑐𝑖𝑒𝑐𝑜 𝑒𝑟𝑜 𝑖𝑜, 𝑚𝑎 𝐶𝑟𝑖𝑠𝑡𝑜 𝑚𝑖 𝑠𝑎𝑛𝑜̀;
𝑃𝑒𝑟𝑑𝑢𝑡𝑜, 𝑜𝑟 𝑠𝑎𝑙𝑣𝑜 𝑠𝑜𝑛.
𝐿𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑧𝑖𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑚’𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑜̀
𝐷𝑖 𝐿𝑢𝑖 𝑎𝑑 𝑎𝑣𝑒𝑟 𝑡𝑖𝑚𝑜𝑟
𝐸 𝑑’𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑝𝑎𝑢𝑟𝑎 𝑚𝑖 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑜̀,
𝐸𝑑 ℎ𝑜 𝑓𝑖𝑑𝑢𝑐𝑖𝑎 𝑜𝑔𝑛𝑜𝑟.
𝐹𝑎𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑒 𝑔𝑢𝑎𝑖 𝑛𝑒𝑙 𝑚𝑖𝑜 𝑐𝑎𝑚𝑚𝑖𝑛
𝑀𝑎 𝐷𝑖𝑜 𝑚𝑖 𝑠𝑜𝑠𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎̀
𝐿𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑧𝑖𝑎 𝑚𝑖 𝑔𝑢𝑖𝑑𝑎 𝑒 𝑚𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑢𝑟𝑟𝑎̀
𝐴 𝐶𝑎𝑠𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑚𝑖𝑜 𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟.
𝐿𝑒 𝑙𝑜𝑑𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑧𝑖𝑎 𝑠𝑢𝑎
𝑃𝑒𝑟 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒𝑟𝑒𝑚;
𝑈𝑛 𝑐𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑒𝑡𝑒𝑟𝑛𝑜 𝑒 𝑏𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑎𝑙 𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟,
𝑐ℎ𝑒 𝑚𝑎𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑓𝑖𝑛𝑖𝑟𝑒𝑚.

Risorse:
John Piper, Le radici della perseveranza. L’indomabile costanza nella vita di J. Newton, C. Simeon e W. Wilberforce, Caltanissetta, Alfa & Omega 2011.


𝐓𝐞𝐨𝐝𝐨𝐫𝐢𝐜𝐨 𝐏𝐢𝐞𝐭𝐫𝐨𝐜𝐨𝐥𝐚 𝐑𝐨𝐬𝐬𝐞𝐭𝐭𝐢 (𝟏𝟖𝟐𝟓-𝟏𝟖𝟖𝟑) 𝐞 𝐋𝐮𝐜𝐢𝐚 𝐌𝐞𝐧𝐧𝐚 (𝟏𝟖𝟕𝟓-𝟏𝟗𝟔𝟏), 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐯𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐢

Nato a Vasto, in Abruzzo, da famiglia di tradizioni liberali, Teodorico Pietrocola Rossetti compì studi giuridici a Napoli dove partecipò ai moti del 1848. Dopo la svolta politica del 1851, passò in Inghilterra dove trovò asilo presso parte della sua famiglia, già trasferitasi a Londra dopo i fatti del 1821. Inserito in un contesto di artisti e letterati, assunse dunque il cognome del cugino Gabriele Rossetti.

Mantenendosi attraverso le lezioni di italiano, entrò in contatto con la comunità degli esuli, dove alle amicizie mazziniane affiancò la frequentazione con gli ambienti del Risveglio evangelico, e in particolar modo con il periodico «L'Eco di Savonarola». La svolta giunse a partire dall'incontro con il conte Piero Guicciardini, la cui testimonianza di fede lo portò alla conversione all'Evangelo. Cominciò dunque la partecipazione agli incontri della Chiesa di Orchard Street a Londra, legata alle Chiese dei Fratelli inglesi. L'adesione alle chiese libere gli donò una forte spinta all'evangelizzazione, in cui le istanze di rinnovamento politico dell'Italia si saldavano alla predicazione verso gli ultimi. Il nobile fiorentino interessò dunque personalmente il conte di Cavour affinché fosse concesso un passaporto a Rossetti, con l'esplicito fine della predicazione: Pietrocola riuscì dunque a trasferirsi ad Alessandria nel 1857.

Assunte le redini della neonata comunità, indirizzò il suo ministero nei confronti degli agricoltori e in particolare dei giovani. Fondata una scuola per la preparazione dei primi “operai” delle Chiese libere, contribuì alla loro formazione non solo tramite l'alfabetizzazione ma anche con nozioni di cultura generale e con l'istruzione biblica. Stabilitosi a Spinetta Marengo (AL), diede vita a un'agape annuale di incontro fra gli “operai” a servizio nelle Chiese e al periodico «La vedetta cristiana» (1870-1881) che avrebbe in quegli anni rappresentato il foglio di quelle comunità. La sua opera maggiore, anche per la sua longevità all'interno del protestantesimo italiano, fu quella di innografo e traduttore di inni, patrimonio di tutte le chiese evangeliche: proprio uno dei suoi cantici più noti, Innalzate il vessil della croce, è divenuto il manifesto dell'impegno evangelico nel Risorgimento.

Coniugatosi in età matura, non ebbe figli. Morì a Firenze, dove si era trasferito, durante il culto nel 1883, colto da infarto al termine di un sermone.

Risorse:
Daisy Ronco, Crocifisso con Cristo. Biografia di Teodorico Pietrocola Rossetti, Fondi (LT), UCEB 1991.


Lucia De Francesco Menna (1875-1961) è nata in una famiglia di contadini a Casalanguida, in provincia di Chieti. Nel 1890 sposò Giovanni Menna, la cui famiglia, anch'essa originaria di Chieti, era emigrata in Argentina. Nel 1892 emigrò negli Stati Uniti e nel 1896 Lucia lo raggiunse. La coppia si stabilì a Chicago. Non ebbero figli.

Nel 1907 fu convertita e miracolosamente guarita. Alla fine del 1909 partì con Luigi Francescon e Giacomo Lombardi per l'Argentina. Evangelizzarono i loro parenti a Tres Arroyos e San Cayetano, nel sud della provincia di Buenos Aires.

L'anno successivo, a settembre, Lucia Menna partì per l'Italia, dove evangelizzò a Gissi, una cittadina vicino alla sua zona natale. Dopo un anno, Menna tornò a Chicago. Alla fine degli anni '20 fu in missione in Argentina e in Brasile. Sarebbe tornata in Argentina nel 1933 e in Italia nel 1937. Fu una delle poche persone del ministero della Chiesa Cristiana Italiana d'America del Nord a visitare l'opera durante il periodo di persecuzione contro i credenti in Italia. Pur lontana, continuò ad avere legami con la comunità di Gissi e nel 1925 incoraggiò l’acquisto di un locale di culto. Tornò in Italia nel 1937, in pieno periodo della persecuzione, per incoraggiare i credenti a rimanere saldi nella fede. Nel secondo dopoguerra, nel 1946, ormai settantenne, visitò nuovamente la comunità di Gissi che era stata decimata dall’emigrazione. Rimase a Gissi un anno e per la sua opera di evangelizzazione personale, la comunità riprese vigore con la conversione di molti nuovi credenti. Morì a Chicago, dove esercitò il suo ministero sia nell'Assemblea Cristiana che nella Congregazione Cristiana.

Risorse:
Francesco Toppi, Madri in Israele, Roma, ADI-Media 2003.

Il Signore continui a guidarti e a benedirti Lucia. Grati a Dio per avere un’italiana che ci rappresenti nell’Alleanza E...
15/10/2025

Il Signore continui a guidarti e a benedirti Lucia. Grati a Dio per avere un’italiana che ci rappresenti nell’Alleanza Evangelica Europea 🤗.

“𝐅𝐞𝐝𝐞, 𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚̀, 𝐬𝐨𝐛𝐫𝐢𝐞𝐭𝐚̀”. 𝐈𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐚 𝐋𝐮𝐜𝐢𝐚 𝐒𝐭𝐞𝐥𝐥𝐮𝐭𝐢
𝐼𝑙 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑜 𝑚𝑒𝑚𝑏𝑟𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑜𝑚𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝐴𝑙𝑙𝑒𝑎𝑛𝑧𝑎 𝐸𝑣𝑎𝑛𝑔𝑒𝑙𝑖𝑐𝑎 𝐸𝑢𝑟𝑜𝑝𝑒𝑎

Roma (AEI), 13 ottobre 2025 – Subito dopo l’elezione a membro del comitato dell’Alleanza Evangelica Europea, Lucia Stelluti è stata intervistata da Matthias Boehning, dell’ufficio AEE di Bonn per la newsletter dell’Alleanza. Di seguito riportiamo una traduzione dell’intervista.

Quali tre parole sceglierebbero i tuoi amici e colleghi per descrivere Lucia?

Devo confessare che ho chiesto aiuto ad alcune persone per rispondere. Ecco i risultati: dedita, discreta, risoluta. Gloria a Dio!

Quale persona ti ha influenzato maggiormente nel tuo percorso di fede e perché?

Poiché credo in un Dio trino, non posso pensare a una sola persona. Perdonatemi!
Sicuramente una persona è stata il mio bisnonno, Donato Leccese, anche se non l'ho mai conosciuto personalmente. È stato il primo credente in Cristo proveniente da una famiglia di ferventi cattolici nella storia della mia famiglia; un uomo coraggioso che, guidato dallo Spirito Santo, non ha smesso di cercare la verità davanti alle parole degli uomini, ma solo davanti alla Bibbia, la Parola di Dio. Le storie sulla sua vita hanno avuto un'influenza notevole sulla mia quando ero molto giovane, incoraggiandomi a cercare Cristo personalmente.

A livello di discepolato, Silvia N., una cara sorella devota, mi ha mostrato come servire la chiesa come giovane donna non per il riconoscimento umano, ma per amore di Dio e del Suo popolo. Ma, in realtà, questo vale anche per mia madre, che vive ogni giorno per servire gli altri, così come per molte altre donne devote con cui sono cresciuta nelle chiese locali in diversi momenti e fasi della mia vita.

Dal punto di vista teologico e intellettuale, sceglierei Francis Schaeffer, che mi ha influenzato maggiormente nei miei primi anni da credente. Ricordo che stavo in piedi davanti alla biblioteca di mio padre leggendo i suoi libri illuminanti. La sua voce profetica nella chiesa, il suo impegno culturale e il suo amore per i non credenti sono ancora attuali e la sua eredità è visibile in molti fratelli e sorelle degni di nota.

Non posso non menzionare le Chiese Riformate Battiste in Italia, e in particolare la mia chiesa locale Breccia di Roma San Paolo e le chiese sorelle a Roma. Negli ultimi 15 anni abbiamo imparato insieme come vivere la pienezza del Vangelo in una città molto complessa come Roma.

Qual è la lezione fondamentale che hai imparato durante il tuo ministero finora e che vorresti condividere con i tuoi collaboratori nel Regno di Dio in Europa?

Dio non cambia mai. Ma può sostituire il tuo piano con il Suo piano perfetto. Abbi un cuore umile, pronto a obbedire allo Spirito e a essere trasformato nella mente di Cristo in ogni ambito della tua vita personale e nelle tue comunità. Siamo qui perché ci sono persone da amare, culture da raggiungere e vita da condividere.

Secondo te, perché abbiamo bisogno di un'Alleanza Evangelica Europea?

Come popolo di Dio, siamo pronti a scambiare ciò che è fondamentale con ciò che è secondario. L'AEE, come qualsiasi alleanza nazionale, credo, dovrebbe essere un richiamo e un monito alla preghiera di Gesù in Giovanni 17,11: “Padre santo, conservali nel tuo nome, quelli che tu mi hai dato, affinché siano uno, come noi siamo uno”.

Fin dall'inizio, l'Alleanza Evangelica è stata un luogo di comunione, preghiera, discussione e sostegno materiale. Come a Gerusalemme dopo l'ascensione di Gesù, anche adesso, come discepoli di Dio in missione, abbiamo bisogno di spazi per interagire, per renderci conto gli uni agli altri, per cercare la saggezza di Dio attraverso le Scritture per le sfide del nostro tempo e per incoraggiarci a vicenda a rimanere fedeli al Vangelo. L'AEE dovrebbe essere uno di questi luoghi a livello europeo.

Infine, penso che dobbiamo essere tutti insieme una voce pubblica che difenda la verità di Dio in questioni come la giustizia sociale, la libertà religiosa, la dignità umana, la pace e l'integrazione, per promuovere una nuova visione per il futuro dell'Europa, al di là delle bandiere ideologiche o politiche, e penso che l'EEA dovrebbe essere questa voce in Europa e oltre.

Quale consiglio avresti voluto ricevere da adolescente, che ti avrebbe risparmiato qualche problema nella vita?

Due parole: dignità e grazia. Nella mia prima adolescenza avrei voluto che mi fosse detto più spesso che il mio valore non stava in ciò che facevo, né in ciò che possedevo, né in quante persone mi lodavano, ma in chi ero come creatura dell'Onnipotente Dio e come nuova creatura in Cristo. In quel periodo i miei genitori avevano appena iniziato a scoprire la Riforma e le sue implicazioni per la loro fede e la loro responsabilità genitoriale. Posso solo immaginare che fosse un momento molto difficile per loro.

Quindi, in alcune occasioni, avrei avuto bisogno più di grazia che di moralismo. Nella Sua grazia, Dio prende molto sul serio i nostri peccati e per questo non suggerisce mai la “soluzione rapida” del legalismo, come facciamo noi a volte, che ci lascia in uno stato di aridità e stanchezza. Quando pecchi, nella grazia di Gesù c'è sempre spazio per fermarsi, pentirsi, lasciar andare tutto ciò che è inutile o sbagliato e ricominciare da capo. La Sua grazia riformula sempre tutto da zero.

A volte vorrei non aver mai vissuto alcune difficoltà, ma sono molto grato a Dio perché, laddove noi abbiamo fallito nel discepolato reciproco o nell'obbedienza a Lui, Lui non ha mai fallito, e ha permesso quelle difficoltà per il nostro bene, al fine di discepolarci.

In tutto il continente si registrano molte tendenze e sviluppi preoccupanti. Contro ogni previsione, qual è la tua speranza in questo momento di difficoltà?

Nel mio Paese, l'Italia, e in particolare nella mia città, Roma, durante questo Anno giubilare cattolico si sta abusando di questa bella parola. La speranza viene usata come termine religioso e umanistico senza il suo vero significato biblico ed è collegata a migliaia di riti e opere da compiere, il che di fatto lascia le persone alla ricerca autentica di Dio altrettanto disperate come prima del 2025. Come evangelici dobbiamo difendere un tipo di speranza completamente diverso.

Per i credenti, le pressioni, le sfide e le persecuzioni potrebbero aumentare, come disse Gesù, e certamente non avremo alcuna speranza se riponiamo la nostra fiducia in un'umanità pacifica o anche nelle nostre partnership strategiche “per il Regno”, invece di affidarci principalmente ed esclusivamente all'opera di Cristo e alla potenza dello Spirito Santo per la trasformazione e la perseveranza. Solo se guardiamo a Cristo abbiamo la speranza di continuare a vivere con integrità, amore e mitezza nel nostro tempo. Gesù, la speranza di Israele, è il Salvatore e il Signore nel nostro tempo travagliato, Colui che ha iniziato un'opera buona in noi e che la porterà a compimento. Le sue parole sono la mia speranza sotto pressione: “Edificherò la mia chiesa [non i nostri sforzi!!], e le porte dell'inferno non prevarranno contro di essa” (Matteo 16,18); “Io sono l'Alfa e l'Omega”, dice il Signore Dio, “colui che è, che era e che viene, l'Onnipotente” (Ap 1,8).

Se dovessi scegliere una sola parola come tema per il 2025, quale sarebbe?

Sobrietà. Questa è la parola che sceglierei, che il Signore mi ha suggerito molte volte negli ultimi anni. È interessante notare che sono appena tornata dalle Giornate Teologiche presso l'IFED di Padova, dove abbiamo discusso della “La politica del vangelo” e uno dei temi principali era proprio la “sobrietà”. Penso che ognuno di noi abbia sperimentato un clima crescente di arroganza, polarizzazione, screditamento e biasimo. Questi sono tratti della nostra cultura occidentale che sembrano influenzare sempre più anche l'atteggiamento della chiesa, a livello personale e comunitario. La Scrittura ci comanda di essere sobri nel nostro cuore e nella nostra mente, nel nostro atteggiamento e nel nostro servizio, nei nostri pensieri e nelle nostre parole, nella nostra vocazione personale e nella nostra vita insieme, nella chiesa e nella società. Possa l'evangelicalismo europeo essere riconosciuto come una presenza sobria, che fiorisce nella verità e fa fiorire veramente gli altri, in questo tempo di eccessi e confusione.

https://www.alleanzaevangelica.org/index.php/news/9-attualita-italia/1527-fede-unita-sobrieta-intervista-a-lucia-stelluti

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