Protestant Cemetery of Venice

Protestant Cemetery of Venice Protestant part of San Michele Cemetery which includes the Waldesian and Methodists, Lutherans and

Reparto Evangelico is the Protestant part of San Michele cemetery. Today it is a unique historical witness to a vital international presence in Venice. The Monuments from the 19th and early 20th centuries tell the story of this variegated community comprising tradesmen and diplomats, artists and aristocrats, sailors and surgeons, etc. The monuments also show the Victorian way of mourning and their

artistic taste – national preferences and symbols and how these are interpreted into a Venetian setting. Separated physically, as well as culturally, from the Roman Catholic section of San Michele. The history is always being renewed since the cemetery is still being used. The continued use and the lack of conservation are a threat to this unique History, some of which are lost forever, but others still have the possibility of being saved

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On the way to visit our Cemetery with a friend
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On the way to visit our Cemetery with a friend

Un racconto, un ricordo.
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Un racconto, un ricordo.

I MORTI E LE FAVETTE
Il giro al cimitero a trovare parenti, amici e conoscenti era un "must", come si dice oggi, per la nostra famiglia, un rito irrinunciabile e un’occasione di ritrovo che rinsaldava i rapporti umani fra i vivi, messi umilmente a confronto con i morti ai quali si può parlare solo attraverso la preghiera, la rimembranza ed un mazzolino di fiori.
Una gita che piaceva tanto a noi bambine e che facevamo con la mamma soltanto, perché papà preferiva evitare, così diceva, una "ingrumada de fredo", sostenendo con una risatina sarcastica, che avrebbe avuto tanto tempo, in futuro, per stare in cimitero a far compagnia agli altri. Mamma rideva e commentava: “Ti ga razon, caro, sta in leto al caldo che te li saludemo nialtre.”
Prendevamo il pullmann dal viale San Marco a Mestre, dove la famiglia si era trasferita nel 1962. Mamma mostrava al bigliettaio, seduto sul trespolo, il suo abbonamento A.C.N.I.L contenuto in una cornicetta di alluminio e prendeva i due biglietti ridotti per noi. Ci sedevamo nei posti più avanti possibile, vicino all’autista, evitando quelli sopra le ruote che erano più alti degli altri e considerati pericolosi in caso di frenata.

Il mio tram arriva adesso sul Ponte della Libertà e la Laguna è inquadrata su ambo i lati dalle ampie vetrate brunite. C'è il sole e fa quasi caldo.

Allungavamo il collo, a quel tempo, per guardare fuori dai piccoli finestrini dell’MV, il doppio autobus blu, con la fisarmonica centrale, che collegava il centro di Mestre con Venezia.
Quando arrivavamo sul Ponte della Libertà,mamma Giovanna cominciava anche lei ad allungare il collo mentre si accendeva un sorriso sul suo volto: "Ecco Venezia!!" esclamava con entusiasmo come se non la vedesse da tanto tempo, lei che ci andava per lavoro anche due volte al giorno. E aggiungeva: “La mia Venessia! Quanto bea, quanto ben!” Poi i suoi occhi si inumidivano e cacciava giù un singulto. Mia sorella non se ne accorgeva, seduta davanti a noi, occupata a contare i sandoletti e le gondole che solcavano la laguna gelata. Io chinavo la testa nel suo grembo e le abbracciavo le gambe. Mamma si passava un fazzolettino sugli occhi e poi mi sorrideva intonando sottovoce una canzoncina che ci piaceva: “Venezia rassomiglia ad una sposa, vestita di merletti di Burano, sorride fra le gondole festosa, dal Lido alla Laguna, sposi ed amanti buona fortuna” Noi ci univamo al suo canto, ma anziché “amanti”, parola sconosciuta al nostro vocabolario, cantavamo “diamanti”. Non ci correggeva. Seguiva il bel ritornello che cantavamo tenendoci per mano, una volta scese a Piazzale Roma, mentre ci incamminavamo: “Voga e va, voga voga e va, Gondolier, vecio gondolier, canta ancor, non posso andar più via, perchè Venessia mia, mi hai fatto innamorar!”

Capitava di incontrare parenti e c’era sempre un pranzo organizzato per le festività, ma la visita al cimitero era faccenda intima e ogni famiglia vi si recava per conto proprio.
Arrivavamo a piedi alle Fondamente Nuove, gelate, fermandoci al Ponte delle Paste per comprare un sacchettino di favette dei morti, dei dolcetti rosa, beige e marroni che mamma infilava nella sua borsetta e che sarebbero stati una specie di premio per noi, al rientro dal cimitero. Prendevamo il motoscafo gremito di persone e di fiori: chi piangeva, chi rideva, un brusio coperto dal rumore del motore e dello scafo che solcava l’acqua densa della laguna fino all’approdo a San Michele. Non c'era più il ponte di barche. allestito in passato per l'occasione a collegare Fondamente Nuove all'isola e qualcuno ancora lo ricordava lamentandosi del Comune che "se frega i schei" e non mette a disposizione i servizi per i cittadini.

Si scendeva in silenzio nell’Isola dei Morti, dove l’atmosfera rarefatta aveva l’odore nauseabondo di fiori già marciti.
Il percorso in cimitero era un vero e proprio tour guidato fra i sepolcri. Mamma puntava le fotografie dei morti e li faceva rivivere nei suoi succulenti racconti, fatti a voce bassa, per rispettare la sacralità del luogo. Noi tendevamo le orecchie ai suoi sussurri che avevano il sapore di segreti rivelati.
“Quel sior lo conossevo, el abitava in Campo de la Lana, el fazeva el ganser, quanta miseria poareto, ma el gera tanto un bon omo!...la siora Gilda, cara, vàrdela qua, benedetta! Dele volte, in tempo de guera, la ne slongàva qualche tòco de carbon in più par scaldarse...Quel puteo el xè un angelo, compagno de l’angelo de marmo che i gà messo su la so tomba piccenina. Quanti pianti so mama e so papà coi lo ga perso! Robe da 'ndar via de zàgola e finir coi màti a San Servolo dal dispiassér!"
Noi ascoltavamo tutte le storie, chiedendo, a volte, maggiori dettagli. Scoprivamo che i morti non erano stati proprio tutti brave persone, ma adesso erano tutti uguali. Mamma citava Totò e “La Livella” e azzardava qualche commento in uno stentato napoletano. Davanti alle tombe e ai loculi dei parenti, le storie si infittivano. Lì rimanevamo più a lungo, recitando i "L'Eterno Riposo" mentre lei sistemava i fiori.
Immancabile, era la visita alla ricca tomba della Siora Fontana, la sua “paròna” per i dieci anni in cui aveva lavorato alla tabaccheria della Stazione di Santa Lucia. Quella donna ebrea le aveva insegnato il mestiere e quindi meritava un grande rispetto e un affettuoso ricordo, poco importa che l’avesse licenziata dopo sposata, all’annunciarsi dei primi problemi causati da sfortunate gravidanze. Le doveva tanto!

Ogni volta che andavamo al cimitero, si poteva star sicure che ci sarebbe stata una storia nuova e con l’andar degli anni ci venivano rivelate storie di vite inenarrabili, prima, a due bambine, ma adatte, poi, a due adolescenti.
Era, allora, la volta di un distinto signore, immortalato con elegante foulard al collo: “El gera un nobile venessian, ti lo vedevi a la finestra del so palasso, in Campo de la Bragora, co la so vestàgia da camara, impomatà de brillantina sui cavéi grizi. ‘Na bea matina, un vigile lo ga visto sentà fora da ‘na casa de Casteo, col capeo storto sul muso. Lo gà ciamà ma lu no gà parlà. El gèra morto. Pararìa chel fusse morto dentro la casa de ‘na signorina de quee, fatostà che la fantesca lo gà ciapà, lo gà vestìo e lo gà sentà fora dea porta col capeo fracà in testa...”

Prima di tornare all’imbarcadero, attraversavamo la parte più antica del cimitero, quella in cui erano sepolti, mappati per confessione religiosa, personaggi importanti di cui parlava con confidenza: “La Giustina, la nevoda del doge che la gà manda via da casa sò marìo parch’el gera cativo! E la ga fato ben, ostrega!... Leopoldo, un pitor francese chel se gà tagià la gola col corteo parch’el gera scontento. Noooo! Noo savé, putee mie! Qualsiasi dispiassér nea vita, vardè sempre ‘vanti!...Ara qua Giacinto Gallina, la me scuola elementar se ciamava cussì! El stava a Rialto, el scriveva comedie in venessian, da rider e da pianzer!... Vardè, là, dentro quea cassettina co’ quel nome longo, ghe xè un foresto, ingrese, me par. El gera tanto un bel toso, la vecia siora Ida se lo ricordava ben, chel ‘ndava in giro par Venessia. Ma el gera uomosessuàl, poaréto! "
"No mamma, si dice omosessuale" facevamo noi, signorinette saccenti.
"Va ben, queo che xé, ma mi digo che se'l Signor lo ga fato cussì na razòn ghe sarà! E pararìa chel gàbia tanto soferto parchè el voleva farse prete ma i preti no i lo voèva parchél gèra strambo. In mosca anca i preti! I lo ciamàva Baron Corvo....e Dal Zotto gà fato el monumento de Goldoni in Campo San Bortolomio, ... e Igor el gèra un musicista russo, ...e la Emma Ciardi la gèra sorea de Bepi e i piturava insieme, la siora Gorleri gaveva un so quadreto ...e qua ghe xè Cesco Baseggio, caro, quante ridae, el xè morto che no xè tanto, e Ezra Pound anca se el nome finisse co ‘na “a”, el gera un omo, un scritor, chel stava vissin ae Sàttere.
Tutte persone che avevano avuto Venezia nel cuore. Mamma pronunciava i loro nomi con tono declamatorio ma ad una indagine più approfondita, si capiva che di loro sapeva ben poco. Li riteneva, comunque, degni di ammirazione per il solo fatto di aver amato la “sua” Venezia. Quei nomi rimanevano impressi e le indagini sul loro conto, mi capitò di condurle da sola, in biblioteca, quando ne ebbi occasione. Dopotutto, erano persone che un po' già conoscevo!

Dal silenzio solitario del cimitero, si tornava a bordo del motoscafo del rientro, pressato di gente con nasi rossi e narici fumanti. Cominciavano a sciogliersi le articolazioni bloccate dal freddo, ci toglievamo i guanti e il berretto. Anche le lingue si scioglievano e cominciava un leggero brusio di voci sommesse. Si incontrava sempre qualcuno che si conosceva e spesso si formavano gruppetti che, appena scesi alle Fondamente Nuove, si infilavano direttamente nel Bar in una calca ancora più pressata che lottava per avvicinarsi al banco urlando da lontano: “un caffè corretto graspa che me slargo el stomego giassà; un’ombra de bianco; un’ombra de rosso; ‘na marsaletta; un vermout; un punch al mandarin; un petrus per l’uomo forte.” Ci si sedeva intorno ai tavolini e gli adulti ciacolavano mentre i bambini sgranocchiavano, finalmente, le loro favette dei morti. Si sentivano storie di morti recenti e di malattie paurose e allora c’era sempre qualcuno che commentava:”Magna e bevi che la vita xè un lampo!” Arrivavano panini e cicchetti per tutti i gusti e la vita riprendeva.

L’ultima volta che andai al cimitero con la mamma, nel 2002, arrivate in Piazzale Roma, mi mandò a fare i biglietti: “Anna, domandighe al biglietter se se pol far andata e ritorno pal cimitero!”
Anche se abbiamo quarant’anni, alla mamma si ubbidisce sempre ciecamente! Me ne resi conto quando mi arrivò la prevedibile, tipica veneziana, ironica risposta da parte del bigliettaio dell'ACTV:
“Ciò! Dipende! Ghe xè chi che fa solo che andata!”
E allora giù a ridere tutte e due, mentre lei commentava:
“E me racomando, co morirò mi no ste’ pianzer, ve prego! Va ben cussì! Chi more el mondo lassa e chi vive se la spassa, va ben cussì!”

(nella foto il ponte di barche verso il Cimitero in una foto di fine Ottocento-inizi Novecento)

29/08/2019

HomeVENEZIAVenezia, torna il ponte per San Michele in Isola. Sarà aperto dal 31 ottobre al 10 novembre GVFOCUS Venezia, torna il ponte per San Michele in Isola. Sarà aperto dal 31 ottobre al 10 novembre genteveneta 28 Agosto 2019 0 Venezia, torna il ponte per San Michele in Isola. Dal 31 ottobre a...

Indirizzo

Isola Di San Michele
Venice
30120

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