Centro Ecumenico e Interreligioso di Agliati

Centro Ecumenico e Interreligioso di Agliati È un Centro Ecumenico e Interreligioso che unisce persone di varie confessioni e culture religiose. Ricusiamo ogni forma di strumentalizzazione e/o polemica.

Presso l’eremo di San Martino di Agliati, un sano e ridente luogo di collina nel comune di Palaia (provincia di Pisa), si è costituito nel 1996 un Centro Interreligioso che unisce persone di varie confessioni e culture religiose interessate, in un clima di serena amicizia e di comunione spirituale, alla reciproca conoscenza e a temi ed iniziative di Pace e di Umana Solidarietà. In questo eremo viv

e dal 1968 Daniele Chiletti, monaco trappista del Monastero delle Tre Fontane di Roma. Partecipano Induisti (Vaishnava), Ebrei, Buddhisti, Musulmani, Bahà’ì e Cristiani
Il Centro è aperto anche a persone che non si identificano in specifiche confessioni religiose ma che nutrono interessi o sensibilità religiosa o etica. I più impegnati nello spirito e nell’attività del Centro vi aderiscono con iscrizione, in modo da contarsi ed avere un organico rapporto, ma lo si può anche frequentare liberamente di volta in volta. Lo spirito del Centro garantisce il rispetto di ciascuno e si autofinanzia con i contributi volontari degli aderenti e frequentanti. Elemento caratterizzante è l'autonomia e l'indipendenza degli amici che si riconoscono nelle varie tradizioni Religiose e/o Chiese presenti nel Centro dalle rispettive strutture istituzionali, non ricoprendo talvolta un ruolo di rappresentante ufficiale, ma offrendo l'esperienza personale compresa e vissuta all'interno della propria tradizione religiosa. Lo Spirito di Agliati vive nel rispetto della diversità e ognuno è consapevole che le riflessioni, espresse negli incontri possono non essere condivise persino tra i membri di una stessa tradizione, ma il confronto, quando corre sui binari della correttezza e del reciproco rispetto, ne è la peculiarità, con la possibilità a chiunque partecipi di esprimere liberamente il proprio pensiero, contribuendo all'arricchimento degli incontri.
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AVVISO:
Questa pagina è riservata esclusivamente a notizie, pensieri, opinioni, riguardanti IL CENTRO ECUMENICO E INTERRELIGIOSO DI AGLIATI e il suo operato di rispetto e dialogo tra le varie realtà ecumeniche cristiane e tradizioni teologiche. Pertanto eventuali "post" che esprimono attrito, diverbio e/o contrarietà nei confronti del Centro e/o delle tradizioni di fede, verranno vagliati e se necessario cancellati. Per informazioni:
Francesco e Gabriella Bagatti - tel. 0587 616397
Luciana Luciani - tel. 0584 975737
Paolo Leone - tel. 348 6769725
Massimo Capocchi - tel. 3666111928
Salah Chfouka - tel. 347 4446859
Raffaello Longo.- tel: 336 701489

Buongiorno Luciana, Massimo, Paolo e amiche ed amici del Centro ecumenico di Agliati, vi allego la lettera di invito e l...
13/08/2026

Buongiorno Luciana, Massimo, Paolo e amiche ed amici del Centro ecumenico di Agliati,
vi allego la lettera di invito e la locandina, nella speranza e nell'attesa di poterci vedere il prossimo 8 settembre prossimo, cari saluti.
Claudio e amiche e amici del Circolo

Da parte dell'amica Luciana:
30/07/2026

Da parte dell'amica Luciana:

Cari tutti, ho recentemente ricevuto questo appello .....non conoscevo questo gruppo ma visto che trae ispirazione dagli...
29/07/2026

Cari tutti, ho recentemente ricevuto questo appello .....non conoscevo questo gruppo ma visto che trae ispirazione dagli scritti di padre Turoldo, lo condivido !

27/07/2026

Condividiamo l'invito che l'amico Claudio Guidi ci ha inviato!

Ciao Luciana, Massimo, amiche e amici di Agliati
come anticipato telefonicamente qualche giorno fa, vi ricordo l'invito il giorno 8 settembre (appuntamento per ritrovarci, ore 17,45) con inizio alle 18,30 per un'incontro di Preghiera ecumenico ed interreligioso guidato da Mons. Roberto Filippini (vescovo emerito di Pescia).
L'incontro, che avviene durante il Tempo del Creato, si terrà presso l'Oasi Mariana (via del Tiglio, 55 - Calcinaia).
Vi prego di prendere nota di questo appuntamento e diffondere l'invito attraverso il Centro di Agliati a persone o gruppi appartenenti a religioni diverse.
Resto a vostra disposizione per eventuali informazioni e/o chiarimenti.
Quanto prima vi trasmetterò la locandina.
Cordiali saluti, a presto,
Claudio Guidi
Referente del Circolo Laudato si' Pontedera Valdera

Cari amici, vi inoltro nel seguito il testo redatto e letto in occasione della cerimonia di addio recentemente tenutasi ...
26/07/2026

Cari amici, vi inoltro nel seguito il testo redatto e letto in occasione della cerimonia di addio recentemente tenutasi in quel di Verona.

Lo segnalo per il toccante contenuto e per condividere la visione baha’i sul trapasso........

Cari familiari, cari amici,
siamo qui riuniti per accompagnare ............. nel suo passaggio da questo mondo e, nello stesso tempo, per accompagnarci gli uni gli altri nel dolore della separazione.
Quando muore una persona che abbiamo conosciuto e amato, le parole sembrano insufficienti. Il dolore, l’affetto, la gratitudine e il ricordo appartengono a una regione dell’anima più profonda delle parole.
E tuttavia le parole possono aiutarci. Non possono eliminare la sofferenza, ma possono illuminarla. Possono ricordarci che la morte non è necessariamente ciò che appare ai nostri occhi: una fine, una scomparsa, una caduta nel nulla. È una nascita, un passaggio, l’ingresso dell’anima in una dimensione più vasta della vita.
La concezione bahá’í dell’essere umano parte da una distinzione fondamentale: noi possediamo un corpo, ma non siamo soltanto il nostro corpo. Il corpo è lo strumento attraverso il quale l’anima opera durante la vita terrena; ma la realtà più profonda dell’essere umano non coincide con i suoi strumenti materiali.
Negli Scritti bahá’í leggiamo:
«Il mondo di là differisce da questo mondo come questo differisce da quello in cui vive l’embrione nel grembo materno».
Il bambino, nel grembo della madre, vive in un mondo che per lui è completo. Non può immaginare il cielo, la luce del sole, gli alberi, i volti, le distanze e i colori. Eppure quel mondo esiste ed è immensamente più vasto del piccolo spazio che egli conosce.
Così è il rapporto fra questa vita e quella futura. Noi vediamo soltanto una piccola parte della realtà e pensiamo attraverso le categorie dello spazio e del tempo, dell’inizio e della fine, della presenza e dell’assenza. Ma la vita dell’anima non è limitata da queste categorie. La morte è dunque paragonabile a una nascita.
Il neonato, al momento della nascita, piange, quasi fosse riluttante a lasciare la propria dimora. Non sa che sta passando da un ambiente oscuro e ristretto a un mondo di luce, di spazio e di possibilità. Allo stesso modo, quando l’anima entra nella nuova condizione, comprende di essere stata liberata dai limiti della vita materiale. Ciò che a noi appare come una perdita è, per chi parte, l’apertura di un orizzonte più vasto.
Questo non significa che non dobbiamo soffrire. La fede non ci chiede di negare la tristezza o di nascondere le lacrime. La separazione è reale per noi che rimaniamo, e il dolore nasce dall’amore. Ma la fede può impedire che il dolore si trasformi in disperazione. L’assenza visibile non è annientamento e la separazione fisica non è necessariamente una separazione dell’anima. Negli Scritti bahá’í leggiamo che, fra coloro che vivono ancora sulla terra e coloro che sono trapassati, «non c’è vera separazione».
Non possiamo sapere esattamente come si mantengano i rapporti fra le anime. La mente umana, nella sua condizione presente, non può comprendere pienamente la natura dell’anima dopo la morte. Ma gli Scritti ci assicurano che la sua individualità permane. Ciò che in essa vi era di più autentico — la capacità di conoscere, di amare e di rivolgersi verso Dio — non viene cancellato. Possiamo quindi confidare che l’amore non vada perduto.
Quando pensiamo a............, pensiamo ai suoi atti, alle sue parole, alle sue fatiche, alle sue scelte, ai suoi affetti e ai suoi gesti di bontà, molti dei quali forse sono conosciuti soltanto da Dio.
Pensiamo anche al suo nome e ai suoi significati:
«fenice celeste della felicità», e dunque alla sua anima che, libera dal corpo, spicca il volo verso i mondi spirituali;
«colei che porta un felice auspicio», e dunque alla gioia che ci ha donato;
«simbolo di grazia, libertà e buona fortuna», e così la ritroviamo come l’abbiamo conosciuta.
Ogni persona lascia qualcosa di sé: un modo di essere, una parola, un gesto di pazienza. La presenza fisica termina, ma le conseguenze di una vita continuano nel bene messo in movimento. Onorare una persona significa accogliere ciò che di buono ci ha trasmesso e permettere che produca nuovi frutti.
Un’altra immagine degli Scritti bahá’í paragona la morte al gesto di un giardiniere che trapianta un giovane arbusto da un luogo ristretto a uno spazio più vasto e aperto. La morte, in questa immagine, non è il gesto di una forza ostile. È un trapianto compiuto secondo una sapienza che, nella nostra condizione presente, non possiamo comprendere pienamente.
Il mondo spirituale non è presentato come una condizione immobile. L’anima continua a vivere e a progredire. Il suo cammino verso Dio non termina con la morte, ma prosegue grazie alla misericordia divina, alle munificenze di Dio, alle preghiere e all’intercessione delle altre anime.
Questa idea è particolarmente consolante: nessuna vita è definitivamente chiusa nelle proprie imperfezioni. La morte non immobilizza per sempre la persona nel punto esatto in cui si trovava. La misericordia divina continua a operare e noi possiamo contribuire al progresso dell’anima attraverso le nostre preghiere, le opere buone e gli atti di ca**tà compiuti in sua memoria.
Pregare per i defunti non significa pensare che Dio debba essere persuaso ad amarli. Significa unirci spiritualmente a loro, affidarli alla misericordia divina ed esprimere il nostro amore in una forma che non dipende più dalla vicinanza fisica. Gli Scritti ci invitano a pregare per coloro che sono trapassati e aggiungono:
«Pregate per loro come essi pregano per voi».
La relazione non è dunque semplicemente spezzata. È trasformata.
Noi preghiamo per .......... e possiamo pensare che la sua anima, libera dalle limitazioni del corpo, continui il proprio viaggio nei mondi di Dio. Possiamo domandare che sia circondata dalla misericordia, dalla luce, dalla pace e dalla gioia; che ciò che era ancora incompiuto venga condotto verso una maggiore pienezza; che ogni sofferenza sia trasfigurata e che il bene seminato durante la vita continui a moltiplicarsi.
Anche i semplici riti funebri bahá’í esprimono questa concezione dell’essere umano. Il corpo viene trattato con rispetto perché è stato lo strumento dell’anima. Non viene cremato ma consegnato intatto alla terra. Prima della sepoltura viene recitata la Preghiera per i Defunti: una persona la pronuncia mentre gli altri ascoltano in piedi e in silenzio.
Non vi è un sacerdote, perché nella Fede bahá’í non esiste clero: tutti sono ugualmente presenti davanti al mistero della morte e davanti a Dio. Nella preghiera sentirete ripetere diciannove volte alcune semplici affermazioni:
«In verità, noi tutti adoriamo Iddio.
In verità, noi tutti c’inchiniamo innanzi a Dio.
In verità, noi tutti siamo devoti a Dio.
In verità, noi tutti innalziamo lode a Dio.
In verità, noi tutti rendiamo grazie a Dio.
In verità, noi tutti siamo pazienti in Dio».
Queste parole non riguardano soltanto la persona defunta. Riguardano noi tutti. Ci ricordano la nostra comune origine, la nostra comune fragilità e la comune destinazione dell’anima.
Di fronte alla morte cadono molte delle differenze alle quali attribuiamo tanta importanza. Rimane la realtà essenziale dell’essere umano: un’anima venuta da Dio e destinata a ritornare a Lui.
Gli Scritti bahá’í esprimono questa verità in parole che possono apparire sorprendenti:
«O Figlio dell’Essere Supremo! Ho fatto della morte un messaggero di gioia per te. Perché ti duoli? Creai la luce perché diffondesse su te il suo splendore. Perché te ne schermisci?».
La morte come messaggero di gioia non significa che il lutto debba essere gioioso nel senso ordinario della parola. Noi sentiamo la mancanza di chi è partito, e questa mancanza è dolorosa. La gioia annunciata da queste parole è la gioia dell’anima liberata, la gioia di una realtà che noi ancora non vediamo. È la promessa che la vita ha un significato più grande di quello che possiamo racchiudere fra la nascita e la morte del corpo.
Oggi accompagniamo ......... sino alla soglia che tutti, un giorno, attraverseremo. Non possiamo seguirla con gli occhi del corpo. Possiamo però accompagnarla con la memoria, con l’amore e con la preghiera.
Possiamo ringraziare Dio per ciò che la sua vita ci ha donato. Possiamo chiedere perdono per le parole non dette, per le incomprensioni e per tutto ciò che, come accade in ogni relazione umana, è rimasto imperfetto.
Possiamo affidarci alla misericordia divina, che è più grande delle nostre debolezze e più profonda del nostro dolore. E possiamo conservare nel cuore la certezza che la morte non ha l’ultima parola.
L’ultima parola non è la separazione, ma il cammino.
Non è l’oscurità, ma una luce che ancora non siamo capaci di contemplare.
Non è l’annientamento, ma l’ingresso dell’anima in un mondo più vasto.
Non è la fine dell’amore, ma la sua trasformazione.

Julio Savi 25 luglio 2026

L'unità Divina passa attraverso L'unità delle Manifestazioni di Dio.-----------------------------------------Ogni lode e...
10/07/2026

L'unità Divina passa attraverso L'unità delle Manifestazioni di Dio.
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Ogni lode e gloria a Dio, Che per la forza della Sua potenza ha affrancato la Sua creazione dalla nudità dell’inesistenza, rivestendola col manto della vita. Fra le cose create Egli ha scelto come oggetto del Suo favore speciale la pura, preziosa gemma della realtà dell’uomo e l’ha rivestita della capacità esclusiva di riconoscerLo e rispecchiare la grandezza della Sua gloria. Questa duplice distinzione conferitagli ha tolto dal suo cuore la ruggine di ogni vano desiderio, rendendolo degno della veste con la quale il suo Creatore aveva voluto rivestirlo. È servita ad affrancare la sua anima dalla miseria dell’ignoranza..................

I canti che l’uccello del tuo cuore aveva modulato nel suo grande amore per gli amici sono giunti alle Mie orecchie e Mi hanno spinto a rispondere alle tue domande e a rivelarti quei segreti che Mi è permesso svelare. Nella tua stimata lettera Mi chiedi quale dei profeti di Dio si debba considerare superiore agli altri.
Sappi per certo che l’essenza di tutti i Profeti di Dio è una e la stessa. La loro unità è assoluta. Dio, il Creatore, dice: Non v’è differenza alcuna fra i Latori del Mio Messaggio. Hanno tutti un solo scopo; il loro segreto è lo stesso segreto. Non dev’essere in alcun modo permesso di onorarne uno a preferenza di un
altro, di esaltarne certuni più degli altri. Ogni vero Profeta ha considerato il Proprio Messaggio fondamentalmente uguale alla Rivelazione di tutti gli altri Profeti che Lo precedettero. Pertanto, se qualcuno, non riuscendo a comprendere questa verità, indulgesse a discorsi vani e sconvenienti, nessuno che veda chiaro e abbia la mente illuminata si lascerebbe scuotere nella propria fede da simili chiacchiere................

E ora, a proposito della tua domanda riguardo la natura della religione. Sappi che coloro che sono veramente saggi hanno paragonato il mondo al tempio umano. Come il corpo dell’uomo ha bisogno di un abito per vestirsi, così il corpo dell’umanità ha bisogno di essere adornato con il manto della giustizia e della saggezza. Il suo abito è la Rivelazione concessagli da Dio. Ogni qual volta questo abito avrà servito allo scopo, l’Onnipotente lo rinnoverà certamente. Poiché ogni epoca richiede una nuova misura della luce di Dio. Ogni Rivelazione divina è stata inviata in modo confacente alle condizioni dell’epoca in cui è apparsa.

Spigolature dagli scritti di Baha'u'llah ###IV -

17 RAHMAT10 luglio🌻Questo è il Giorno in cui il Misericordiosissimo èdisceso in nubi di sapienza, ammantato di sovranità...
10/07/2026

17 RAHMAT
10 luglio🌻

Questo è il Giorno in cui il Misericordiosissimo è
disceso in nubi di sapienza, ammantato di sovranità manifesta. Egli conosce bene le azioni degli uomini
Egli è Colui la Cui gloria nessuno può misconoscere, se solo lo capiste! Il cielo di ogni religione s'è squarciato la terra dell'umana comprensione s'è spaccata e si vedono scendere gli angeli di Dio. Dì: ecco il Giorno del reciproco inganno, dove fuggite? Le montagne sono scomparse, i cieli sono stati ripiegati e la terra intera è nella stretta del Suo pugno, se solo lo capiste! Chi potrà
proteggervi? Nessuno, in nome di Colui Che è il Misericordiosissimo!
Nessuno, tranne Dio,
l'Onnipotente, il Gloriosissimo, il Benefico.

Bahá'u'lláh (SPG, XVIII)

I Bahá'í del mondo commemorano il martirio del BabPerché l'umanità perseguita i suoi profeti e messaggeri spirituali? Co...
09/07/2026

I Bahá'í del mondo commemorano il martirio del Bab

Perché l'umanità perseguita i suoi profeti e messaggeri spirituali? Cosa spinge i leader dell'umanità, sia religiosi che politici, a reagire così male ai fondatori delle grandi fedi del mondo?

Nel corso della storia, le autorità e i leader della società hanno esiliato, imprigionato, torturato e ucciso le anime gentili che ci hanno portato le nostre religioni più diffuse. Perché?

Sia i re che il clero hanno trattato ciascuno dei fondatori originari di quelle religioni e i loro primi seguaci in modo molto, molto crudele. Abramo e Mosè affrontarono la prigione, l'esilio, il ridicolo e la persecuzione. Krishna e Buddha subirono derisione e censura ufficiale. I leader della società crocifissero Cristo, fecero guerra a Maometto e giustiziarono il Bab.

Forse non hai ancora sentito parlare del Bab, ma in caso contrario, dovresti sapere cosa è successo a questo giovane profeta, che ha fondato una nuova religione progressista nel mezzo di una delle società più corrotte e arretrate del mondo, e ne ha sofferto enormemente.

Il Bab, che in arabo significa Porta e si pronuncia bŏb, diede inizio alla sua nuova fede nel 1844. Nacque dal misticismo profetico sufi prevalente nella Persia del XIX secolo. L'emozionante messaggio del Bab – che era venuto per annunciare la futura apparizione di una grande rivelazione mondiale, proprio come Giovanni Battista aveva annunciato l'avvento di Cristo — prese rapidamente fuoco in quella cultura molto legata alla tradizione. Il suo messaggio di amore e unità ha ovviamente toccato il cuore di coloro che lo hanno ascoltato, perché centinaia di migliaia di persone sono diventate seguaci del Bab ed erano conosciute come Babis. Il Bab consigliò ai suoi seguaci di:

Diventate come veri fratelli nell'unica e indivisibile religione di Dio, liberi da distinzioni, perché in verità Dio desidera che i vostri cuori diventino specchi per i vostri fratelli nella Fede, affinché vi troviate riflessi in loro, ed essi in voi. Questa è la vera Via di Dio, l'Onnipotente, ed Egli è davvero vigile sulle vostre azioni.

Coloro che divennero Babi si staccarono consapevolmente dalle tradizioni e dalle pratiche islamiche della loro società, che sfidavano l'autorità dei suoi leader, sia civici che religiosi. Per usare un eufemismo, quei governanti non reagirono gentilmente a questo nuovo sviluppo spirituale.

Appena sei anni dopo l'annuncio della sua nuova fede da parte del Bab nel 1844, il governo Qajar ordinò l'esecuzione di questo giovane messaggero intensamente carismatico.

Avevano già torturato e ucciso in modo raccapricciante più di 20.000 ardenti seguaci del Bab durante la breve e intensa durata del movimento Babi. Poiché il Bab invocava cambiamenti rivoluzionari nel sistema prevalente di credo religioso e di governo, e poiché insegnava l'unità di tutte le religioni, le autorità temevano che questa sfida dinamica e il suo crescente sostegno le avrebbero presto spazzate via dal potere.

Alla fine, quando la loro campagna su vasta scala di genocidio contro i Babi non funzionò, il re persiano e i mullah islamici cercarono di porre fine al movimento Babi giustiziandone pubblicamente il leader.

Quando lo accusarono di apostasia, la stessa identica accusa che i farisei rivolgevano a Gesù, il Bab si rifiutò di pentirsi o confutare i suoi insegnamenti, accettandone con calma le conseguenze.

Di conseguenza, il 9 luglio 1850, i carcerieri di Bab ordinarono la sua fucilazione nella piazza cittadina di Tabriz, in Persia. Uno dei suoi giovani seguaci, di nome Anis, insistette per accompagnarlo e le autorità acconsentirono volentieri. Una folla brulicante di diecimila persone osservava dai tetti delle caserme e dalle case vicine che circondavano la piazza.

La mattina dell'esecuzione programmata del Bab, Sam Khan, comandante del reggimento di soldati a cui era stato ordinato di fungere da imponente plotone di esecuzione, implorò perdono dalla sua potenziale vittima. “Professo la fede cristiana,” disse l'ufficiale russo al Bab nella sua cella, “e non nutro alcun rancore nei tuoi confronti. Se la tua Causa è la Causa della Verità, permettimi di liberarmi dall'obbligo di versare il tuo sangue.”

“Segui le tue istruzioni,” disse gentilmente il Bab al comandante. “E se la tua intenzione è sincera, l'Onnipotente è sicuramente in grado di liberarti dalla tua perplessità.”

Quando Sam Khan diede l'ordine di sparare, i moschetti ruggirono. Un giornalista occidentale che ne fu testimone riferì che “Il fumo degli spari dei settecentocinquanta fucili era tale da trasformare la luce del sole di mezzogiorno in oscurità.”

Ma quando il fumo si diradò, il Bab era scomparso. Migliaia di persone rimasero senza fiato, convinte di aver assistito a qualcosa di miracoloso. Il devoto seguace del Bab, Anis, rimase completamente illeso alla base del muro e le corde che li avevano sospesi lì pendevano a brandelli.
Immediatamente, Sam Khan ordinò ai suoi 750 fucilieri di marciare fuori dalla piazza della città, convinto di aver adempiuto al suo dovere. Giurò che non avrebbe mai più obbedito a un simile ordine, anche se gli fosse costato la vita. Quando le truppe di Khan se ne andarono, il colonnello della guardia del corpo ufficiale di Tabriz si offrì volontario per eseguire l'esecuzione. Dopo che le guardie trovarono il Bab nella sua cella che stava concludendo pacificamente una conversazione con un seguace, impiccarono di nuovo lui e il suo seguace. Il secondo plotone di esecuzione prese la mira e sparò.

L'esecuzione ebbe successo la seconda volta.

Oggi i corpi fusi e crivellati di proiettili del Bab e del suo fedele seguace riposano sotto una cupola dorata conosciuta come il Santuario del Bab sul Monte. Carmel a Haifa, Israele. Milioni di persone da tutto il mondo visitano quel luogo sacro e ogni giorno quel Santuario proclama al mondo il messaggio Bahá'í di unità, pace, amore e altruismo.

I Bahá'í del mondo credono che il Bab, precursore e araldo del Bahá'u'lláh, abbia avviato un nuovo ciclo di rivelazione progressiva all'umanità. I suoi insegnamenti rivoluzionari aprirono la strada al nuovo messaggio della fede Bahá'í e il suo sacrificio supremo offrì a tutti noi una nuova visione di un mondo unificato. In tutto il mondo, i Bahá'í commemorano oggi il martirio del Bab e si adoperano per quel giorno futuro in cui il mondo sarà uno.

https://bahaiteachings.org/the-worlds-bahais-commemorate-the-martyrdom-of-the-bab/

Da parte dell'amica Luciana.....
09/07/2026

Da parte dell'amica Luciana.....

da parte dell'amica Luciana:
09/07/2026

da parte dell'amica Luciana:

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