26/07/2026
Cari amici, vi inoltro nel seguito il testo redatto e letto in occasione della cerimonia di addio recentemente tenutasi in quel di Verona.
Lo segnalo per il toccante contenuto e per condividere la visione baha’i sul trapasso........
Cari familiari, cari amici,
siamo qui riuniti per accompagnare ............. nel suo passaggio da questo mondo e, nello stesso tempo, per accompagnarci gli uni gli altri nel dolore della separazione.
Quando muore una persona che abbiamo conosciuto e amato, le parole sembrano insufficienti. Il dolore, l’affetto, la gratitudine e il ricordo appartengono a una regione dell’anima più profonda delle parole.
E tuttavia le parole possono aiutarci. Non possono eliminare la sofferenza, ma possono illuminarla. Possono ricordarci che la morte non è necessariamente ciò che appare ai nostri occhi: una fine, una scomparsa, una caduta nel nulla. È una nascita, un passaggio, l’ingresso dell’anima in una dimensione più vasta della vita.
La concezione bahá’í dell’essere umano parte da una distinzione fondamentale: noi possediamo un corpo, ma non siamo soltanto il nostro corpo. Il corpo è lo strumento attraverso il quale l’anima opera durante la vita terrena; ma la realtà più profonda dell’essere umano non coincide con i suoi strumenti materiali.
Negli Scritti bahá’í leggiamo:
«Il mondo di là differisce da questo mondo come questo differisce da quello in cui vive l’embrione nel grembo materno».
Il bambino, nel grembo della madre, vive in un mondo che per lui è completo. Non può immaginare il cielo, la luce del sole, gli alberi, i volti, le distanze e i colori. Eppure quel mondo esiste ed è immensamente più vasto del piccolo spazio che egli conosce.
Così è il rapporto fra questa vita e quella futura. Noi vediamo soltanto una piccola parte della realtà e pensiamo attraverso le categorie dello spazio e del tempo, dell’inizio e della fine, della presenza e dell’assenza. Ma la vita dell’anima non è limitata da queste categorie. La morte è dunque paragonabile a una nascita.
Il neonato, al momento della nascita, piange, quasi fosse riluttante a lasciare la propria dimora. Non sa che sta passando da un ambiente oscuro e ristretto a un mondo di luce, di spazio e di possibilità. Allo stesso modo, quando l’anima entra nella nuova condizione, comprende di essere stata liberata dai limiti della vita materiale. Ciò che a noi appare come una perdita è, per chi parte, l’apertura di un orizzonte più vasto.
Questo non significa che non dobbiamo soffrire. La fede non ci chiede di negare la tristezza o di nascondere le lacrime. La separazione è reale per noi che rimaniamo, e il dolore nasce dall’amore. Ma la fede può impedire che il dolore si trasformi in disperazione. L’assenza visibile non è annientamento e la separazione fisica non è necessariamente una separazione dell’anima. Negli Scritti bahá’í leggiamo che, fra coloro che vivono ancora sulla terra e coloro che sono trapassati, «non c’è vera separazione».
Non possiamo sapere esattamente come si mantengano i rapporti fra le anime. La mente umana, nella sua condizione presente, non può comprendere pienamente la natura dell’anima dopo la morte. Ma gli Scritti ci assicurano che la sua individualità permane. Ciò che in essa vi era di più autentico — la capacità di conoscere, di amare e di rivolgersi verso Dio — non viene cancellato. Possiamo quindi confidare che l’amore non vada perduto.
Quando pensiamo a............, pensiamo ai suoi atti, alle sue parole, alle sue fatiche, alle sue scelte, ai suoi affetti e ai suoi gesti di bontà, molti dei quali forse sono conosciuti soltanto da Dio.
Pensiamo anche al suo nome e ai suoi significati:
«fenice celeste della felicità», e dunque alla sua anima che, libera dal corpo, spicca il volo verso i mondi spirituali;
«colei che porta un felice auspicio», e dunque alla gioia che ci ha donato;
«simbolo di grazia, libertà e buona fortuna», e così la ritroviamo come l’abbiamo conosciuta.
Ogni persona lascia qualcosa di sé: un modo di essere, una parola, un gesto di pazienza. La presenza fisica termina, ma le conseguenze di una vita continuano nel bene messo in movimento. Onorare una persona significa accogliere ciò che di buono ci ha trasmesso e permettere che produca nuovi frutti.
Un’altra immagine degli Scritti bahá’í paragona la morte al gesto di un giardiniere che trapianta un giovane arbusto da un luogo ristretto a uno spazio più vasto e aperto. La morte, in questa immagine, non è il gesto di una forza ostile. È un trapianto compiuto secondo una sapienza che, nella nostra condizione presente, non possiamo comprendere pienamente.
Il mondo spirituale non è presentato come una condizione immobile. L’anima continua a vivere e a progredire. Il suo cammino verso Dio non termina con la morte, ma prosegue grazie alla misericordia divina, alle munificenze di Dio, alle preghiere e all’intercessione delle altre anime.
Questa idea è particolarmente consolante: nessuna vita è definitivamente chiusa nelle proprie imperfezioni. La morte non immobilizza per sempre la persona nel punto esatto in cui si trovava. La misericordia divina continua a operare e noi possiamo contribuire al progresso dell’anima attraverso le nostre preghiere, le opere buone e gli atti di ca**tà compiuti in sua memoria.
Pregare per i defunti non significa pensare che Dio debba essere persuaso ad amarli. Significa unirci spiritualmente a loro, affidarli alla misericordia divina ed esprimere il nostro amore in una forma che non dipende più dalla vicinanza fisica. Gli Scritti ci invitano a pregare per coloro che sono trapassati e aggiungono:
«Pregate per loro come essi pregano per voi».
La relazione non è dunque semplicemente spezzata. È trasformata.
Noi preghiamo per .......... e possiamo pensare che la sua anima, libera dalle limitazioni del corpo, continui il proprio viaggio nei mondi di Dio. Possiamo domandare che sia circondata dalla misericordia, dalla luce, dalla pace e dalla gioia; che ciò che era ancora incompiuto venga condotto verso una maggiore pienezza; che ogni sofferenza sia trasfigurata e che il bene seminato durante la vita continui a moltiplicarsi.
Anche i semplici riti funebri bahá’í esprimono questa concezione dell’essere umano. Il corpo viene trattato con rispetto perché è stato lo strumento dell’anima. Non viene cremato ma consegnato intatto alla terra. Prima della sepoltura viene recitata la Preghiera per i Defunti: una persona la pronuncia mentre gli altri ascoltano in piedi e in silenzio.
Non vi è un sacerdote, perché nella Fede bahá’í non esiste clero: tutti sono ugualmente presenti davanti al mistero della morte e davanti a Dio. Nella preghiera sentirete ripetere diciannove volte alcune semplici affermazioni:
«In verità, noi tutti adoriamo Iddio.
In verità, noi tutti c’inchiniamo innanzi a Dio.
In verità, noi tutti siamo devoti a Dio.
In verità, noi tutti innalziamo lode a Dio.
In verità, noi tutti rendiamo grazie a Dio.
In verità, noi tutti siamo pazienti in Dio».
Queste parole non riguardano soltanto la persona defunta. Riguardano noi tutti. Ci ricordano la nostra comune origine, la nostra comune fragilità e la comune destinazione dell’anima.
Di fronte alla morte cadono molte delle differenze alle quali attribuiamo tanta importanza. Rimane la realtà essenziale dell’essere umano: un’anima venuta da Dio e destinata a ritornare a Lui.
Gli Scritti bahá’í esprimono questa verità in parole che possono apparire sorprendenti:
«O Figlio dell’Essere Supremo! Ho fatto della morte un messaggero di gioia per te. Perché ti duoli? Creai la luce perché diffondesse su te il suo splendore. Perché te ne schermisci?».
La morte come messaggero di gioia non significa che il lutto debba essere gioioso nel senso ordinario della parola. Noi sentiamo la mancanza di chi è partito, e questa mancanza è dolorosa. La gioia annunciata da queste parole è la gioia dell’anima liberata, la gioia di una realtà che noi ancora non vediamo. È la promessa che la vita ha un significato più grande di quello che possiamo racchiudere fra la nascita e la morte del corpo.
Oggi accompagniamo ......... sino alla soglia che tutti, un giorno, attraverseremo. Non possiamo seguirla con gli occhi del corpo. Possiamo però accompagnarla con la memoria, con l’amore e con la preghiera.
Possiamo ringraziare Dio per ciò che la sua vita ci ha donato. Possiamo chiedere perdono per le parole non dette, per le incomprensioni e per tutto ciò che, come accade in ogni relazione umana, è rimasto imperfetto.
Possiamo affidarci alla misericordia divina, che è più grande delle nostre debolezze e più profonda del nostro dolore. E possiamo conservare nel cuore la certezza che la morte non ha l’ultima parola.
L’ultima parola non è la separazione, ma il cammino.
Non è l’oscurità, ma una luce che ancora non siamo capaci di contemplare.
Non è l’annientamento, ma l’ingresso dell’anima in un mondo più vasto.
Non è la fine dell’amore, ma la sua trasformazione.
Julio Savi 25 luglio 2026