Compagnia Povera Milizia di Cristo e di S.L:

Compagnia Povera Milizia di Cristo e di S.L: la compagnia cerca volontari per allargare la sorveglianza e protezione di luoghi sacri.

02/03/2022

Ciao il mio nome è Marino, collaboro con l'associazione Compagnia di Crist… MARINO SACCHETTI needs your support for STIAMO SISTEMANDO ALLOGGI PER ACCOGLIENZA

05/12/2021

Voi udrete parlare di guerre e di rumori di guerre; guardate di non turbarvi, infatti bisogna che questo avvenga, ma non sarà ancora la fine. Perché insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; ci saranno carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo non sarà che principio di dolori

28/04/2020

NELLE ASSOCIAZIONI DEMOCRATICHE NON VI SONO DISCRIMINAZIONI. OGNUNO PUO' PARTECIPARVI, ISCRIVERSI ED IMPEGNARSI.

26/04/2020

PERSONALMENTE NON CREDO CHE NON SI DEBBA FESTEGGIARE LA FINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE. IL PROBLEMA E' CHE NE HANNO FATTO UNA BANDIERA PER ALCUNE POSIZIONI IDEOLOGICHE POLITICHE E SENZA CHE SI SIA FATTA UNA VERA PACE NAZIONALE. E CHE UN PERIODO DI VENDETTE NON ABBIA SANCITO LA PACE COME AVREBBE DOVUTO ESSERE.

25/04/2020

Strada Don Aldo Caprile e la chiesetta di San Bernardo
Posted on ottobre 4, 2012
Pronti topini? Si parte. Oggi andiamo verso il paese di Badalucco ma svoltiamo un attimo prima, a sinistra, e saliamo per la strada che va’ ai Vignai.

Dopo circa un quarto d’ora di cammino, anche se siamo comodamente seduti in auto, ci avviciniamo al paese di Ciabaudo e, sulla nostra destra inizia una strada nuova. Una strada che si arrampica in salita, in mezzo ai brughi, al timo, al ruscus.

Questa è la strada dedicata a Don Aldo Caprile. E noi la percorriamo.

Nativo del paese di Corte, Don Aldo Caprile, è stato Parroco nel paese di Badalucco per 42 anni, dal 1947 al 1989. La sua accoglienza e il suo buon carattere hanno lasciato il ricordo di un uomo umile e pieno di voglia di fare. La gente, gli ha voluto un gran bene e non vuole dimenticarlo al punto di dedicargli una delle strade più belle della mia valle.

E’ la strada che porta al Santuario della Madonna della Neve, sul Monte Carmo, e oltre, la stessa strada, porta ad una bellissima statua.

Questa via ci permette di godere di un panorama mozzafiato. I monti, gli alberi, il terreno più arido, scosceso, più roccioso. Da una delle sue curve, giù in fondo, si può notare il paese di Montalto, il villaggio romantico, la “sentinella” della Valle Argentina.

Sopra di lui i pascoli e, da qui, si possono ammirare tutti.

La strada di Colle d’Oggia e Prati Piani. Ma non finisce qua. A stupirci ci pensa anche il Monte Faudo, 1.149 metri d’altezza. Un ambiente prettamente prealpino che svetta con le sue antenne, unico, riconoscibile tra mille. Il monte dei cavalli selvatici rimane dietro la cresta dei pini. E oltre, ancora più in là, non ci crederete ma si vede anche il mare.

Il mio mare, come sempre, circondato dal verde. Un verde scuro, intenso. Un mare che non mi abbandona mai. E vedere quello spicchio d’azzurro che si confonde con il cielo fa sorridere gli occhi. Una visione incantevole.

I dolci tornanti di questa stradina, si snodato uno dopo l’altro, senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

Non siamo più in auto, siamo a piedi, vogliamo guardare bene ciò che ci circonda. Non solo il panorama distante ma anche quello che ci sta vicino.

Sentiamo gli odori e i rumori del bosco. Gli aghi di pino scricchiolano sotto i nostri piedi e ci ritroviamo a camminare anche sopra schegge di ardesia che provocano come delle piccolissime valanghe. Bisogna fare attenzione e scavalcarle, si sdrucciola e sono taglienti. Ma rendono il terreno particolare alla vista. Pezzettini di lavagna. Si possono prendere e usare come gessi. Come matite per scrivere sull’asfalto il nostro nome o “Noi siamo stati qui”.

Contornati da piante di corbezzolo e piselli selvatici siamo immersi da colori vivi, accesi. E’ finita la stagione dei corbezzoli in frutto ma i loro piccoli alberi son più vivaci che mai e, alcuni, così alti da riuscire a farci ombra.

I piselli selvatici, invece, con quel loro romantico fucsia, tinteggiano di brio la vallata. Non profumano ma sono dolci come lo zucchero. Sono sparsi per la via ma, tanti, li troviamo ai suoi lati. A bordo strada.

Una splendida Chiesetta, tutta in pietra, una Chiesetta antica. Si parla di lei già in trattati del 1443 e, nel 1600, ha anche goduto di qualche ristrutturazione.

E’ il Santuario di San Bernardo e domina da qui, su questo monte, una grande parte della Valle Argentina e della sottovalle Oxentina. E’ lei la piccola Chiesa montana che collega il sentiero che porta fino al paese di Ciabaudo con le prime case del villaggio.

Questa Chiesa è solitaria e, come dicevo prima, completamente in pietra. Pietre cubiche, alcune più spesse, altre meno, posizionate una sull’altra con incredibile maestria. A vederla dal davanti, sembra piccolina ma, in realtà, è parecchio lunga e la terra battuta la circonda.

Entrando sotto il suo arco sembra di entrare in un antro e da qui possiamo vedere cosa si nasconde al suo interno. A colpirci, un dipinto, lo Spirito Santo e i Santi.

Delle panche di legno, dei candelabri, una croce, anch’essa in legno, ma soprattutto un bellissimo pavimento a scacchiera, in lavagna. Sono state anche portate delle statue, in legno pure loro, di Sant’Antonio Abate e della Madonna della Neve, provenienti, come si può leggere nel sito del Consorzio della Valle Argentina, dallo stabilimento di Sturfless, nel Tirolo.

Anche il soffitto è in legno con travi e perlinato dal color mogano. Il legno e la pietra sono naturalmente i materiali più utilizzati da sempre. Siamo qui, sotto a questo portico, davanti alla porta d’entrata e, sulle nostre teste, è affrescata una crocifissione risalente al ‘600 che le intemperie hanno ormai cancellato parecchio. Andrebbe restaurata. Non sarebbe male farla rivivere.

E’ un disegno molto particolare, che i pellegrini apprezzerebbero, perchè sembra di vedere come dei riflessi di altri dipinti sotto di esso.

La volta in pietra dell’edificio non riesce a proteggere del tutto quello che rimane del dipinto e, una gran parte dell’opera, si sfoglia.

Sotto di lui, a lato dell’entrata, una lastra di ardesia ricorda, con tanto di foto, il Partigiano Marco Bianchi “Beretta” morto il 12 gennaio del 1945 e lo ricorda così: “Nell’apice della lotta per la liberazione d’Italia 1940-1945 qui cadde sotto il piombo fascista…”. Due girasoli e un rametto d’edera, colorano quell’immagine in bianco e nero e, in primo piano, il grigio della lavagna scolpita.

Ma le bellezze di questo Santuario non sono solo al suo interno. Se ci giriamo intorno infatti non ci vuole nulla a capire che è un luogo di raccolta e di gioia.

La prima cosa che testimonia ciò è un grande e lungo tavolo di legno pronto ad ospitare tanta gente che immagino mangiare e bere tutta insieme in allegria. Tra le feste patronali più caratteristiche, infatti, quella di San Giorgio è quella che raduna più gente. Ma quel tavolo torna utile anche a chi semplicemente si è voluto fare una passeggiata e si sofferma in questo luogo pacifico a mangiarsi un panino. Con la fontanella vicino, possiamo dire che abbiamo tutto, anche l’acqua, e attorno alle fronde degli alberi, tante lucette, ora spente. Se venissero accese, durante la notte, regalerebbero un’aria di gran festa.

Da qui si può vedere bene il campanile del caseggiato. E’ un campanile piccolino e basso con una bella campana di bronzo e una piccola crocetta in ferro sulla sua punta.

Tutt’intorno a lui le ciappe, la ormai famose ciappe del tetto.

Penso sia uno dei campanili più minuscoli ch’io abbia mai visto seppur molto carino.

E’ una Chiesetta davvero particolare ed è posizionata in un luogo stupendo, utile per venirci con gli amici. Ricordo le volte che ci son salita con Niky e i nostri amici a quattro zampe.

E’ ricca di particolari. Guardate ad esempio cosa c’è su un suo davanzale appoggiato a delle sbarre. Un piccolo crocifisso azzurro con un Gesù fatto di cera; è la cera delle candele. Immagino sia un dono che nessuno ha voluto togliere.

Le sbarre non sono soltanto alle finestre. Ne troviamo anche davanti ad una porta, dietro la Chiesa. Una stanza buia e vuota, con dentro solo un tavolino, è protetta da una griglia. Da qui, al suo interno, s’intravede un’altra apertura, sulla destra, che probabilmente permette un’altra entrata nella Chiesa.

Vi è piaciuto vero topi questo posto? Lo so, è una Chiesetta originale in un angolo della mia Valle altrettanto particolare. Ma non è finita qui. Il bello deve ancora arrivare.

Riprendiamo la macchina e andiamo oltre al Santuario. Torniamo a vedere il mare, Montalto e il Monte Faudo, sentiamo l’odore del bosco, facciamo qualche curva e poi, al primo bivio, giriamo a destra. Continuiamo a salire.

La sorpresa stà per giungere e, infatti, dopo ancora qualche centinaia di metri, eccola, in tutto il suo splendore, la statua bianca, come le nuvole, della Madonna della Neve.

Da qui, preannunciando l’omonimo Santuario che un domani vi porterò a conoscere, domina tutto il lato Ovest della Valle.

E’ molto bella. Candida. Come fa ad essere così candida non lo so. Da qui vive tutte le stagioni e subisce pioggia, sole e neve. Con il suo nome inciso su un pezzo di gesso e protetta da una ringhiera nera, spicca davanti al monte. Qualche ciclamino intorno, più in basso, le dona un pò di colore. Giovane, come una fanciulla, tiene in braccio il suo bambino dall’alto di una mozza piramide di pietra. Il mantello e la corona in testa.

E’ la Madonna della Neve, qui nella strada di Don Aldo Caprile, sopra alla Chiesa di San Bernardo.

M.

SHARE THIS:

25/04/2020

"Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la Parola di Dio" (Eb 13, 7)

La comunità di Badalucco assieme a quelle di Corte e Castelvittorio ricorda in questo anno sacerdotale don Aldo Caprile, parroco di Badalucco dal 1947 fino al 1989, che ha lasciato traccia dell’amore verso Dio e Maria sua Santissima Madre. Sono passati 20 anni ma nel cuore e nella memoria della gente è rimasto vivo il ricordo. Per questo si pregherà il Signore di mandare nuove vocazioni locali alla vita sacerdotale, religiosa e missionaria.
Nel 1947 don Caprile si recò, con nomina pontificia, nella parrochia di N.S. Assunta e S.Giorgio in Badalucco e vi rimase fino alla morte il 4 ottobre 1989. Qui venne nominato Vicario Foraneo della Valle Argentina e canonico Onorario della Cattedrale di Ventimiglia. Nel 1975 diventò Cavaliere al Merito della Republica Italiana.

PUBBLICITÀ

Sabato 3 ottobre alle 15 presso la Parrocchiale di Corte vi sarà una celebrazione eucaristica preceduta da una breve presentazione della figura di don Aldo, da parte del Prof. Antonio Panizzi e vi sarà anche la benedizione di un quadro che raffigura il sacerdote. Alle 15.30 Mons. Umberto Toffani, Vicario Generale della Diocesi, presiederà la Santa Messa. Alle 16.30 il saluto del Sindaco di Molini di Triora, Marcello Moraldo, quindi l’intitolazione di una strada a don Caprile. Seguirà un rinfresco in Piazza.
Anche il comune di Badalucco col Gonfalone, Sindaco e popolazione parteciperà a Corte a questo gemellaggio spirituale col paese natale del sacerdote.

Domenica 4 ottobre alle 11 sarà celebrata una Santa Messa solenne presieduta da Mons. Giacomo Barabino, Vescovo emerito della Diocesi. Dopo un breve saluto del Sindaco di Badalucco Valter Bestagno, ci sara la benedizione di un quadro in memoria di don Caprile. Alle 12 si terrà un breve concerto in Piazza Duomo seguito da un rinfresco. Parteciperanno anche i sindaci di Molini di Triora, Castelvittorio e Badalucco con i rispettivi Gonfaloni.
A Castelvittorio Don Caprile fu parroco dal 1944 al 1947 e fu insignito della Cittadinanza Onoraria e Medaglia d’Oro al Valor Civile.
Alle 18.30 nella Chiesa si terrà una breve proiezione di video e filmati sul sacerdote. Alle 19.30 verrà celebrata la Santa Messa nell’Oratorio di San Francesco nel giorno della Festa del Santo Patrono d’Italia.

"Invito le comunità ad unirsi con la preghiera incessante particolarmente in questo Anno Sacerdotale nel chiedere al Padrone della messe di mandare operai nella sua messe" dice don Antonio Robu, Vicario Foraneo della Valle Argentina e parroco di Badalucco.

25/04/2020

UN TEMPO SI USAVA L'AMIANTO. POI ESSO VENNE PROIBITO, E INIZIARONO A NASCERE I TECNICI PER LO SMALTIMENTO DI AMIANTO.
I PIU' PROFESSIONALI SMALTITORI DI AMIANTO SONO COLORO CHE LO PRODUCEVANO E LO TRATTAVANO E LO INSTALLAVANO.
QUESTO SIGNIFICA CHE PRIMA SI SONO ARRICCHITI CON L'AMIANTO PER COMMERCIALIZZARLO, E INSTALLARLO. OGGI SI ARRICCHISCONO PER SMALTIRLO ED ELIMINARLO.
E GUARDA CASO SU OGNI SETTORE TROVERETE CHE CHI PRIMA LAVORAVA CON UNA COSA POI VIENE A PROPORVI DI ELIMINARLA IN QUANTO DIVENUTA PERICOLOSA.
QUESTO MI FA RIFLETTERE MOLTO, E A VOI ?????

25/04/2020

L'IMPERO ROMANO E' STATO L'UNICO A CREARE UNA REALTA' UNITARIA CHE ANDAVA OLTRE L'EUROPA. POI VENNERO I BARBARI E CON LA CADUTA DELL'IMPERO C'E' STATA QUESTA LOTTA CONTINUA CON I POPOLI GERMANICI UN ANTAGONISMO CHE DURA ANCORA OGGI. INFATTI LA GERMANIA E' ANCORA LA NOSTRA BESTIA NERA. E VUOLE UN ITALIA IN GINOCCHIO.

25/04/2020

Sandro Dordi, il beato della polvere e dei poveri
Giorgio Licini
Da Gromo San Marino (Bg) alle Ande: la storia e la memoria del primo fidei donum italiano che oggi a Chimbote viene proclamato beato. Fu ucciso il 26 agosto 1991 in Perù dai maoisti di Sendero «Luminoso»



Sugli altari laterali delle chiese di campagna fanno sempre bella mostra dipinti e statue di santi dagli abiti colorati e dall’espressione un po’ ingenua. Madonne e sacri cuori poi fanno da contorno e quasi da custodi. Una santità poco umana e sfaticata, molto celestiale e astratta; forse per indicare a generazioni d’altri tempi che bisogna sempre guardare ed aspirare lassù.

Le cose torneranno invece presto a dimensione reale e quotidiana nella piccola chiesetta di Gromo San Marino, alta Val Seriana, provincia di Bergamo. L’altare laterale sinistro ospiterà dal 5 dicembre una modesta raffigurazione di un prete di media statura in sandali e sombrero, battezzato nel 1931 nella stessa chiesa e morto nel 1991 sulle montagne di Chimbote in Perù. Morto ammazzato dai militanti di Sendero Luminoso come un paio di settimane prima nella stessa zona due giovani francescani polacchi. La condivisione della Parola di Dio nelle comunità, le attività di promozione umana, gli aiuti della Caritas a dire dei maoisti “addormentavano” le coscienze ed impedivano la rivoluzione armata contro il regime locale e l’imperialismo yankee: lo avrebbe confessato una decina d’anni dopo in carcere al vescovo Luis Armando Bambarén il fondatore del movimento Abimael Guzmàn. La Chiesa non ha avuto particolari difficoltà a riconoscere nei tre sacerdoti dei martiri “in odio alla fede”.

Il dinamico parroco di Gromo San Marino, don Ruben Capovilla, che in una di queste giornate assolate scambio in un primo tempo per uno dei giovani della parrocchia, mi indica a distanza, nella contrada Grabiasca, la casa natale di don Sandro Dordi, il beato martire in questione. Sono ancora viventi ben sette tra i fratelli e le sorelle che raggiunsero l’età adulta. Se ne sono andati solo don Sandro (ma fu portato via), che era il secondo, nel 1991 ed il primogenito Gianmaria una decina d’anni fa. Amabile Dordi, tradizionalmente il più vicino al fratello missionario, rappresenterà la famiglia alla cerimonia di beatificazione a Chimbote.

Nel piccolo cimitero di Gromo San Marino, dietro la chiesa, don Sandro riposa nel loculo al livello del pavimento sul lato sinistro della ca****la di famiglia. Fu portato qui una settimana dopo l’agguato mortale. Resterà qui perché non c’è consenso unanime nella famiglia circa il trasferimento delle sue spoglie in Perù in connessione con la cerimonia di beatificazione.

Forse è meglio così. Il paese, la valle, la diocesi di Bergamo almeno non perderanno la memoria di lui in un tempo in cui di santi si sente fame e sete. “Don Sandro è una persona da riscoprire – dice don Ruben -; non è molto conosciuto nemmeno al suo paese”. Vorrei vedere! Se n’è andato a dieci anni in seminario, prima a Clusone, non troppo lontano, ma ben confinato alla disciplina e agli studi, poi a Bergamo. E’ tornato per la Prima Messa nel 1954 ed è rimasto a casa meno di un mese. Da seminarista aveva già deciso che per lui i confini della diocesi di Bergamo erano troppo stretti e la pastorale nei paesini allora troppo ordinaria e scontata. Sapeva anche che il suo animo era quello del prete, ma anche del laico; dell’uomo di chiesa, ma anche del lavoratore manuale; del pastore dedicato al suo gregge, ma interessato di più alle pecore fuori che a quelle che dentro.

Diventare prete, entrare nella Comunità del Paradiso (missionari diocesani) e partire per il Polesine comunista ed infangato dalla recente alluvione fu quindi per lui una cosa sola nel 1954. Né sarebbe tornato a Bergamo alla fine dell’esperienza veneta nel 1969. Accetterà infatti per un decennio la Svizzera dei migranti italiani e delle fabbriche di orologi. Nel senso che si fa presto assumere da una ditta di Le Locle, presso Friburgo, e diventa prete operaio. Sperimenta la vita di lavoro dei suoi fedeli. Riempie il tempo libero dalle attività pastorali, quando tutti in settimana sono comunque in fabbrica. Si ritrova uno stipendio da reinvestire in attività sociali e casi di bisogno.

Al termine dell’esperienza svizzera nel 1979 la cinquantesima primavera non è più molto lontana. Venticinque anni di sacerdozio sono passati. Tornare ora in diocesi o mai più. Rientrare nei ranghi ed organizzarsi per una terza ed ultima fase di ministero ancora fecondo, ma anche garantito, o spingere l’acceleratore sulla missione. Una decisione non facile. C’è qualcosa di psicologico e di razionale insieme nell’animo bergamasco, soprattutto delle valli, che percepisce nelle mezze misure qualcosa di detestabile e quasi ne prova vergogna.

Don Sandro fa i suoi conti con realismo, parla con delle persone, pensa e fa dei viaggi di ricognizione. Ma dentro la decisione è presa. Il vescovo Mons. Giulio Oggioni cerca di riorganizzare le missioni diocesane e le partenze, un po’ libere e all’arrembaggio nella prima fase dopo il Concilio Vaticano II, ma per don Sandro dovrà ancora accettare un compromesso. Il sacerdote avrà la benedizione del vescovo, ma andrà a Chimbote in Perù. Non ci sono preti bergamaschi, ma il vescovo Bambarén lo ha richiesto insistentemente dopo una breve visita. Si occuperà di contadini sfiduciati, di donne sfruttate e di giovani senza futuro. In un clima secco e su strade polverose. Senza orari e senza orologi come in Svizzera. Resistendo a tutto fuorché all’ideologia che classifica e uccide. Sarà un prete fidei donum, dal nome dell’enciclica con cui il Papa Pio XII spronava i preti diocesani a partire per le missioni e pubblicata proprio nell’anno di ordinazione di don Sandro nel 1954.

Quella partenza e quella scelta di posto, insieme alla decisione di non mollare nei giorni finali (“non posso lasciare ora la mia gente”) quando la minaccia di Sendero era ormai fin troppo chiacchierata, fanno ora di Don Sandro Dordi il primo sacerdote fidei donum ed il primo sacerdote bergamasco, in una storia bimillenaria, ad essere riconosciuto come martire e salire, come si dice, agli onori degli altari; ucciso lui, don Alessandro, il 25 agosto 1991, vigilia dell’annuale Festa di Sant’Alessandro, patrono della città e della diocesi.

Un altarino molto piccolo, come si diceva, quello della sua chiesa a Gromo San Marino. Oggi non si invocano più tanto i santi come intercessori e procuratori di prodigiose guarigioni fisiche. Nel caso di don Sandro e quelli come lui va forse chiesta la grazia di conservare e sviluppare nei giovani della sua valle e dell’Italia intera la passione per la missione, il servizio, il dono di sé, l’accoglienza, il non dire mai che la vita è finita, ma che c’è sempre la possibilità di una nuova tappa e lo spazio per una nuova sfida. Non c’era tanto bisogno di conoscere don Sandro da vivo. C’è bisogno di conoscerlo da morto. O meglio da martire. Al suo paese e altrove.

22/04/2020

STORIA
Quando la Sindone fu trasferita a Torino
1578 – Torino deve essere riconoscente a San Carlo Borromeo: grazie al suo voto contro la peste la Sindone è trasferita nella capitale dei Savoia. In questa tempesta del coronavirus merita ricordarlo alla vigilia della venerazione straordinaria della Sindone l’11 aprile 2020 (Sabato Santo) nella Cattedrale di Torino

Di Pier Giuseppe Accornero -6 Aprile 2020486

Foto Renzo Bussio - La Voce e il Tempo e sindone.org - Tutti i diritti riservati
Torino deve essere riconoscente a San Carlo Borromeo: grazie al suo voto contro la peste del 1576, la Sindone è trasferita nella capitale dei Savoia. In questa tempesta del coronavirus merita ricordarlo alla vigilia della venerazione straordinaria della Sindone l’11 aprile 2020 (Sabato Santo) nella Cattedrale di Torino.

Emanuele Filiberto (1528-1580), «testa di ferro», comprende che l’Italia è il campo aperto alle fortune della dinastia e sposta il baricentro sul Piemonte che è coinvolto in tante guerre tra Francia e Spagna. Il duca, rientrato in possesso delle terre nel 1559 con la pace di Cateu-Cambresis, avvia una radicale riorganizzazione dello Stato. Torino, solo 30 mila abitanti, è ingrandita e munita di difese con la Cittadella e nel 1563 è proclamata capitale. Il 25 gennaio 1563 sette cittadini fondano la «Compagnia della fede cattolica sotto la protezione di San Paolo» per soccorrere la popolazione ridotta in miseria dalla dominazione straniera, e per arginare l’espansione della riforma protestante. Dal 1579 il Monte di pietà presta denaro a bassissimi interessi per sottrarre i bisognosi dal cappio dell’usura. Sono le fondamenta della banca oggi IntesaSanPaolo. Nel maggio 1515 Torino era stata promossa arcidiocesi metropolitana, sottraendosi alla giurisdizione di Milano, grazie al matrimonio tra Filiberta di Savoia e Giuliano de Medici, fratello di Papa Leone X.

L’occasione propizia per trasferire la Sindone si presenta quando il santo arcivescovo di Milano Carlo Borromeo vuole recarsi a Chambéry per venerarla e sciogliere il voto formulato durante la peste del 1576, detta «di San Carlo», che aveva imperversato in Lombardia dal luglio 1576 alla Quaresima 1577 mietendo 18 mila morti, un decimo della popolazione. La pestilenza è rievocata da Alessandro Manzoni nel capitolo ###I de «I promessi sposi», quando inizia la descrizione di quella del 1629, detta anche «la peste del cardinale Federigo». La fama di santità di Carlo è tale che Emanuele Filiberto fa trasportare la Sindone a Torino per abbreviarne il viaggio e per evitargli un faticoso attraversamento delle Alpi. Il motivo addotto è tecnico e devozionale ma quello reale è politico: rafforzare la dinastia e dare prestigio alla nuova capitale. Per non ferire troppo i savoiardi e per non provocare ribellioni e disordini il trasferimento, attraverso il Piccolo San Bernardo e la Valle d’Aosta, avviene nella maniera più segreta possibile, anche per il timore che cada in mano agli ugonotti e ai calvinisti. Dopo quasi mezzo millennio Torino compie un gesto di riparazione verso Chambéry: il 31 marzo 2014 gli arcivescovi Cesare Nosiglia e Philippe Ballot sanciscono, in nome della Sindone, una sorta di gemellaggio.

Il 9 settembre 1578 la Tela è accolta a Torino dall’arcivescovo Gerolamo della Rovere e dal duca Emanuele Filiberto ed è trasferita in piazza Castello nell’antica ca****la ducale di San Lorenzo. Il 7 ottobre Carlo Borromeo inizia il pellegrinaggio Milano-Torino a piedi, sotto la pioggia e fra austere penitenze. Il 10 sera alle Porte Palatine è accolto da Emanuele Filiberto, dai vescovi e dai grandi dello Stato. La Sindone è trasferita in Cattedrale ed è mostrata alla folla in piazza Castello dai cardinali Borromeo, Guido Ferrero di Casalvallone e dai vescovi di Aosta, Asti, Montiers, Pavia, Saluzzo, Savona, Vance, Vercelli. Il sacerdote scienziato Alfonso Paleotto raccoglie il materiale per una completa descrizione che pubblica a Bologna vent’anni dopo, primo trattato in italiano sulla Sindone. Tra i visitatori Torquato Tasso compone e invia un sonetto al Borromeo, il quale in una lettera sottolinea l’utilità di una struttura fissa che eviti di «piegare e dispiegare» la Tela. Per alcuni anni trova sistemazioni diverse: ca****la del Palazzo Ducale, San Lorenzo, Cattedrale, che era stata completata nel 1498 sulle fondamenta di tre chiese preesistenti, unico esempio rinascimentale a Torino, opera del progettista fiorentino Amedeo de Francisco da Settignano, detto Meo del Caprino (o Caprina).

Sono tempi di straordinario fervore. I Savoia ingaggiano i migliori architetti e artisti. Ascanio Vitozzi, Amedeo e Carlo di Castellamonte, Guarino Guarini, Filippo Juvarra, Benedetto Alfieri, Pelagio Pelagi trasformano la città nella capitale del barocco piemontese che ingentilisce numerosi paesi e città della regione. Per la Sindone i Savoia vogliono una degna costruzione tra l’abside del Duomo e il Palazzo Reale. Vi si cimenta, con un progetto ardito e leggiadro, l’abate-architetto Guarino Guarini, preposito generale dei Teatini: la sua Ca****la è geniale e affascinante, l’altare in marmo a due fronti è dell’architetto militare Antonio Bertola.

«Migliaia e migliaia di messaggi mi pervengono dalla gente – anziani, adulti e giovani, sani e malati – per chiedermi che, nel momento di grave difficoltà che stiamo attraversando, si possa pregare nella Settimana Santa davanti alla Sindone per impetrare da Cristo morto e risorto la grazia di vincere il male, confidando nella bontà e misericordia di Dio». Così l’arcivescovo Cesare Nosiglia spiega l’ostensione virtuale: «Ho accolto volentieri questa richiesta che realizzeremo Sabato Santo (11 aprile). Alle 17 presiederà la preghiera di venerazione davanti alla Sindone: «Grazie alla televisione e ai social sarà disponibile a tutti, nel mondo intero, l’immagine del Telo, che ci ricorda la passione e morte del Signore, e apre anche il nostro cuore alla risurrezione. Più forte è l’amore: questo è l’annuncio pasquale che la Sindone ci porta. L’amore di Gesù che celebriamo nella Settimana Santa è più forte di ogni sofferenza, di ogni malattia, di ogni contagio, di ogni prova e scoraggiamento. Niente e nessuno potrà mai separarci da questo amore».

TAGSCoronavirusSindone

22/04/2020
16/04/2020

LETTURA DEL GIORNO
Dagli Atti degli Apostoli
At 3,11-26

In quei giorni, mentre lo storpio guarito tratteneva Pietro e Giovanni, tutto il popolo, fuori di sé per lo stupore, accorse verso di loro al portico detto di Salomone.

Vedendo ciò, Pietro disse al popolo: «Uomini d'Israele, perché vi meravigliate di questo e perchè continuate a fissarci come se per nostro potere o per la nostra religiosità avessimo fatto camminare quest'uomo? Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l'autore della vita, ma Dio l'ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni. E per la fede riposta in lui, il nome di Gesù ha dato vigore a quest'uomo che voi vedete e conoscete; la fede che viene da lui ha dato a quest'uomo la perfetta guarigione alla presenza di tutti voi.

Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi colui che vi aveva destinato come Cristo, cioè Gesù. Bisogna che il cielo lo accolga fino ai tempi della ricostituzione di tutte le cose, delle quali Dio ha parlato per bocca dei suoi santi profeti fin dall'antichità. Mosè infatti disse: "Il Signore vostro Dio farà sorgere per voi, dai vostri fratelli, un profeta come me; voi lo ascolterete in tutto quello che egli vi dirà. E avverrà: chiunque non ascolterà quel profeta, sarà estirpato di mezzo al popolo". E tutti i profeti, a cominciare da Samuèle e da quanti parlarono in seguito, annunciarono anch'essi questi giorni.

Voi siete i figli dei profeti e dell'alleanza che Dio stabilì con i vostri padri, quando disse ad Abramo: "Nella tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra". Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l'ha mandato prima di tutto a voi per portarvi la benedizione, perché ciascuno di voi si allontani dalle sue iniquità».

VANGELO DEL GIORNO
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 24,35-48

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.

Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

PAROLE DEL SANTO PADRE
L’incontro di Gesù con quei due discepoli sembra essere del tutto fortuito: assomiglia a uno dei tanti incroci che capitano nella vita.Ciò che succede su questa strada è una terapia della speranza. Chi la fa? Gesù. Anzitutto domanda e ascolta: il nostro Dio non è un Dio invadente. Anche se conosce già il motivo della delusione di quei due, lascia a loro il tempo per poter scandagliare in profondità l’amarezza che li ha avvinti. Quante tristezze, quante sconfitte, quanti fallimenti ci sono nella vita di ogni persona! Quante volte nella vita abbiamo sperato, quante volte ci siamo sentiti a un passo dalla felicità, e poi ci siamo ritrovati a terra delusi. Ma Gesù cammina con tutte le persone sfiduciate che procedono a testa bassa. E camminando con loro, in maniera discreta, riesce a ridare speranza. (UDIENZA GENERALE - mercoledì, 24 maggio 2017)

Indirizzo

Torino
Turin
10144

Orario di apertura

Martedì 09:00 - 11:00
Giovedì 09:00 - 11:00

Telefono

+393286984377

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Compagnia Povera Milizia di Cristo e di S.L: pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Il Luogo Di Culto

Invia un messaggio a Compagnia Povera Milizia di Cristo e di S.L::

Condividi