Amici di Carlo Acutis - Diocesi di Cassano all'Jonio

Amici di Carlo Acutis - Diocesi di Cassano all'Jonio La Parrocchia di riferimento è SAN VINCENZO FERRER in Trebisacce.

Pagina dell’Associazione AMICI DI CARLO ACUTIS della Diocesi di Cassano all’Jonio (CS), attraverso la quale vengono promosse iniziative in onore del neo beato e se ne divulga il culto.

🌟 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐑𝐢𝐧𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐂𝐚𝐧𝐨𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐀𝐜𝐮𝐭𝐢𝐬  🌟Con immensa gioia, la Parrocchia San Vincenzo Ferr...
28/08/2025

🌟 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐑𝐢𝐧𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐂𝐚𝐧𝐨𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐀𝐜𝐮𝐭𝐢𝐬 🌟

Con immensa gioia, la Parrocchia San Vincenzo Ferrer in Trebisacce invita tutta la comunità a partecipare alla Santa Messa di ringraziamento per la canonizzazione di Carlo Acutis, giovane testimone del Vangelo, innamorato dell’Eucaristia e ispirazione per i nostri tempi.

📅 𝐃𝐨𝐦𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚 𝟕 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝟐𝟎𝟐𝟓
🕖 𝐎𝐫𝐞 𝟏𝟗:𝟎𝟎
📍 𝐏𝐚𝐫𝐫𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢𝐚 𝐒𝐚𝐧 𝐕𝐢𝐧𝐜𝐞𝐧𝐳𝐨 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐞𝐫 – 𝐓𝐫𝐞𝐛𝐢𝐬𝐚𝐜𝐜𝐞

Sarà un momento di festa e preghiera per lodare il Signore e chiedere l’intercessione di San Carlo Acutis per i nostri giovani, le famiglie e l’intera comunità parrocchiale.

👉 Al termine della celebrazione sarà possibile venerare la reliquia di San Carlo Acutis.

"𝔏’𝔈𝔲𝔠𝔞𝔯𝔦𝔰𝔱𝔦𝔞 è 𝔩𝔞 𝔪𝔦𝔞 𝔞𝔲𝔱𝔬𝔰𝔱𝔯𝔞𝔡𝔞 𝔭𝔢𝔯 𝔦𝔩 ℭ𝔦𝔢𝔩𝔬."
— 𝔖𝔞𝔫 ℭ𝔞𝔯𝔩𝔬 𝔄𝔠𝔲𝔱𝔦𝔰

Vi aspettiamo con cuore grato e gioioso! 🙏✨

28/01/2024

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – B
“La potenza terapeutica del silenzio/ascolto”
28 gennaio 2024

Mentre si avvicina il così pubblicizzato festival di Sanremo, alcune canzoni, che ne hanno fatto la storia, possono aiutare a entrare nel cuore della Pagina evangelica proposta per la IV domenica del tempo ordinario del ciclo liturgico B.
La grande Mina – citata più volte da Papa Francesco – nel 1972 cantava “Parole, parole” (“parole … parole soltanto parole” …); nel 1997 i Jalisse vinsero con la canzone “Fiumi di parole”; nel 2012 Noemi si è classificata terza con la canzone “Sono solo parole”.
Si tratta di parole – davvero troppe! – che spesso fanno solo “rumore”, per alludere al brano di Diodato, che ha vinto l’edizione del 2020!
Davanti alla logorroicità cronica in cui si vive, bisognerebbe recuperare la potenza terapeutica del silenzio, a stare “Zitti e buoni”, ma non nell’accezione a cui alludevano i Maneskin con il brano che ha vinto l’edizione del 2021!

La logorroicità cronica, spesso, emerge anche nella Chiesa – quante “parole” si fanno e quanto male fanno queste tante “parole”, che generano continuamente confusione e divisione! – così come certamente avveniva nelle sinagoghe e, in particolare, in quella sinagoga di Cafarnao, nella quale entra Gesù in quel sabato.

Scribi e farisei, immuni alla Parola di Dio, erano diventati talmente “esperti di parole” da arrivare ad annullare, per loro e per gli altri, la stessa Parola di Dio (si veda a proposito quanto lo stesso evangelista Marco narra al capitolo 7)!
Tant’è che in quella sinagoga, chissà da quanto tempo, vi si recava abitualmente un uomo posseduto da uno spirito impuro, ma né lui né gli scribi se ne erano accorti!

Che dramma! Si potrebbe andare in chiesa tutti i giorni, far parte di gruppi e associazioni, e restare posseduti dallo spirito impuro, la cui caratteristica è conoscere Dio, ma non amarlo e, perciò, non ascoltarlo! Si potrebbero ascoltare tante belle catechesi, tante belle prediche o, addirittura, ci si potrebbe dilettare nel fare una catechesi, nello spiegare la Parola, ma vivere in modo diabolico: indifferenti ai fratelli, ripiegati su se stessi, preoccupati dei propri interessi e del proprio personale tornaconto, essere elitari, giudicare e condannare i fratelli, criticare, sparlare, essere divisivi … che dramma!

«Che vuoi da noi … Sei venuto a rovinarci?».
Davanti alla potenza della Parola che è Gesù, la cui autorità consiste nella perfetta coincidenza tra ciò che afferma e ciò che vive, lo spirito impuro si ribella: «Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”».

Il demonio conosce il “credo” meglio di chiunque altro! Ma vive “diabolicamente”, cioè in modo diviso, poiché non mette in pratica quello che afferma di Gesù!
Questo spirito impuro potrebbe prendere possesso anche del cuore dei discepoli di Gesù, portandoli a cedere alla mondanità spirituale, che consiste “nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale” (EG, 93).
Coloro che cedono alla mondanità spirituale possono fare certamente belle parole, ben rivestite di spiritualità, ma fermarsi lì, ricercando solo il consenso e l’apprezzamento personale e rifiutando il Vangelo della Croce.
Anche certi incontri di gruppi o movimenti potrebbero drammaticamente rivelarsi solo eventi di mondanità spirituale, a cui non fa seguito un’autentica esperienza di conversione, una vera crescita nell’amore di Dio e nel servizio agli altri.
Gesù stesso denuncia quest’atteggiamento nel Vangelo secondo Giovanni, quando rivolto a scribi e farisei afferma: «Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo?» (Gv 5, 44).

Come guarisce Gesù? Con un comando, con la sua Parola di salvezza: «Taci!».
In un contesto segnato dalla logorroicità cronica è essenziale recuperare la potenza terapeutica del silenzio, spazio per ascoltare seriamente la Parola di Dio e lasciarsi toccare!
Il Signore è venuto a liberare l’uomo proprio da questo “spirito impuro”, da questo modo “sporco” – “mondano” direbbe Papa Francesco – di vivere la fede!
La guarigione avviene solo lasciandosi “colpire”, ferire dalla Parola!
Quanto sarebbe bello piangere lacrime di conversione ogni volta che si ascolta il Vangelo.
Come sarebbe bello se ogni volta che si ascolta il Vangelo si sperimentasse una “trafittura” del cuore!
La Parola, per essere efficace, deve far sentire dolore: il dolore di quando ci si sente colpiti. Più la Parola “fa male” più rischia di essere efficace!
E la parola “colpisce” quando tocca il cuore!
Il Signore cerca sempre il modo di “colpire”, di ferire d’amore! E solo quando ci si lascia ferire inizia la liberazione dallo spirito impuro, la nostra vita ritrova unità.

Ma questo non è possibile se prima non si fa l’esperienza del silenzio – «Taci!» – che permette un ascolto fecondo, fruttuoso!
Solo allora, la Parola “colpisce” e, colpendo, “ferisce” e, ferendo, “risana” e, risanando, “salva”!

Dio Padre ha inviato per noi, in mezzo a noi, tra i nostri fratelli, il Signore Gesù: A Lui daremo ascolto!
Facendo silenzio, ascoltiamo, oggi e sempre, la voce del Signore e lasciamoci ferire dalla Sua Parola di Vita! Amen.

Buona domenica di liberazione a tutti!!! Di

20/01/2024

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – B
“Credere al Vangelo, ovvero iniziare finalmente a vivere davvero”
21 gennaio 2024

Le prime parole pronunciate da Gesù, all’inizio del suo ministero pubblico, sono programmatiche e sintetizzano il senso di tutta la sua vita, di tutto il suo mistero di incarnazione, passione, morte e risurrezione: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo».
In Gesù, infatti, il tempo si è compiuto perché il tempo che l’ha preceduto e che segue acquista in Lui senso e pienezza: Egli è il centro della storia, è l’atteso e ne è l’eschaton, la realtà ultima.
In Gesù, che è il Regno, Dio si è fatto vicinissimo all’umanità – “più intimo o me di me stesso” scrive sant’Agostino.
Perciò, la risposta richiesta agli uomini e alle donne è di aderire sempre più pienamente a Lui, che è il Vangelo e, cioè, una continua e sempre più piena conversione.

Queste parole straordinarie non sono astratte, ma concretissime.
Lo dimostra la chiamata dei primi quattro discepoli, che è come la “spiegazione” delle parole programmatiche di Gesù.
Infatti, i quattro discepoli sono “fotografati” in due scene di “tempo perso” tra inutili, drammatici, affanni e ferite paralizzanti, che li rendono come “relitti”, arenati sulla riva dopo una mareggiata, non riuscendo ad affrontare e a sopportare il peso e le fatiche della vita, nell’angoscia della morte sempre in agguato.

I primi due, Simone e Andrea, perdono tempo nell’inutile fatica di gettare le reti in mare, mentre la barca sembra essere ormeggiata, ben lontana dal largo.
Cosa potrebbero mai pescare? Hanno paura di osare, perché temono la minaccia della morte, rappresentata dal mare.
In tal modo, però, non vivono, anzi “vivono come fossero già morti”. Infatti, non possono sfamarsi né sfamare. Sono condannati a morte certa e non possono che offrire anche agli altri solo morte.
Gesù entra nella loro esperienza di morte, si fa loro prossimo – «Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori» – e offre senso nuovo alla loro storia e al loro tempo: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini».
Così, i primi due discepoli, facendo esperienza di Gesù – «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo» – vi aderiscono personalmente: «E subito lasciarono le reti e lo seguirono».
Simone e Andrea entrano nel “tempo compiuto”, sperimentano la “vicinanza del Regno” e “credono nel Vangelo”.

Quest’esperienza iniziale è “paradigmatica” e dovrà rinnovarsi continuamente per loro.
Proprio per questo motivo, anche la chiamata degli altri due è presentata secondo lo stesso schema narrativo.

Giacomo e Giovanni si trovano in una situazione analoga a quella di Simone e Andrea: «Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti».
Anzi, questi due neppure gettano le reti in mare, ma tentano di “aggiustarle”, mentre sono sulla barca ormeggiata, insieme al loro padre.
L’immagine evoca le ferite della vita, magari risalenti all’infanzia e alle figure genitoriali possessive o assenti, che portano a ripiegarsi su se stessi e a piangersi continuamente addosso.
Si tratta di “vita sepolta” nelle proprie ferite, di “tempo perso”, mentre il mare della morte incombe e la paura di vivere angoscia disperatamente.
Nella depressione esistenziale di questi due scarti di umanità irrompe finalmente la Vita: «Vide … E subito li chiamò».
Anche loro fanno esperienza di Gesù: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino». E anche loro si “convertono e credono”: «Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui».

L’esperienza paradigmatica delle due coppie di fratelli deve continuare nell’esperienza di vita di tutti gli ascoltatori/lettori del Vangelo, che devono lasciarsi coinvolgere da Gesù.
Attraverso la Parola e i Sacramenti, Egli continua a farsi prossimo di ciascuno, offrendo una pienezza di senso al “tempo perso” degli uomini.
Si tratta di un’esperienza non puntuale, ma dinamica, che sempre deve rinnovarsi anche per coloro che presumono di essere già discepoli di Gesù.
Discepoli, infatti, si diventa giorno per giorno … l’esperienza inizia in un momento puntuale, ma quel momento è solo l’inizio di un cammino …
Un cammino che è necessariamente anche “comunitario”: proprio per questo Gesù chiama due coppie di fratelli.

Quali sono le paure o le ferite che arenano la nostra vita e che non permettono di sfidare il mare della morte, condannando a vivere già come se si fosse esistenzialmente dei morti?
Qual è la qualità del tempo e delle nostre giornate?
È necessaria una verifica continua!

D’altra parte, se non impariamo a “sprecarci” con Gesù, non riusciremo mai ad annunciarlo credibilmente agli altri e la nostra vita cristiana rischia davvero di essere una vera e propria gran “perdita di tempo”!
Spesso, infatti, corriamo il rischio di vivere il tempo con Gesù (Messa, preghiera personale, catechesi, ecc.) come una sorta di “dovere”, un dover “togliersi l’impiccio” per poi, finalmente, potersi dedicare ad altro (a se stessi?) … si sta sempre a tener d’occhio l’orologio o il telefonino … ma questo non è amore vero, si è ancora arenati e bloccati dalle proprie paure o dalle ferite e si cerca affannosamente l’alienazione, ripiegandosi affannosamente su se stessi!
Quando si fa esperienza di amore, invece, ovvero quando ogni giorno ci si lascia intercettare da Gesù che passa, si avvicina, vede e parla al cuore, allora il tempo diventa relativo, perché è Lui che lo rende “compiuto”!
Chi, se davvero innamorato, guarderebbe continuamente l’orologio o starebbe continuamente a pensare a cosa deve fare dopo mentre “fa l’amore”? L’altro/a come potrebbe sentirsi? Un semplice “oggetto” che procura un “piacere fugace” … e nulla più! E se proiettassimo questo modo di fare – e purtroppo è la tristissima realtà – sul nostro rapporto con Gesù?
Che Vangelo potremmo mai annunciare agli altri (“pescatori di uomini”!) se noi per primi non ci lasciamo amare seriamente, in modo totalizzante, senza badare allo scorrere cronologico del tempo?

Con Gesù il “tempo è compiuto” davvero!
Senza di Lui, invece, il tempo è sprecato, fugge inesorabilmente … e, in un batter d’occhio, arriva la sera della vita …
Convertirsi significa invertire la marcia, iniziando ad aderire seriamente a Lui, per amare seriamente anche gli altri.
Convertirsi significa, finalmente, dimenticarsi di se stessi (“rinnegare se stessi”)!
Senza conversione radicale, continueremo solo a perdere tempo e a sprecare la nostra vita, in una recita (“ipocrisia”) continua!
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete nel Vangelo». Amen.
Di .

Buona domenica a tutti!!!

14/01/2024

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – B
“Passare dalla conoscenza di un contenuto alla relazione con una Persona”
14 gennaio 2024

Dopo la festa del Battesimo del Signore, la liturgia della seconda domenica del tempo ordinario riporta ancora al fiume Giordano, lì dove Giovanni cede il testimone a Colui di cui aveva detto «viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me» (Gv 1, 15) e lo fa «fissando lo sguardo su Gesù» e affermando: «Ecco l’agnello di Dio!».
In quel momento Giovanni era in compagnia di due dei suoi discepoli i quali, «sentendolo parlare così, seguirono Gesù».

Giovanni “fissa lo sguardo su Gesù” e parla di Lui. E ciò mette in moto il cammino di sequela dei primi due discepoli.
Ciascuno, nella propria esperienza di fede, ha bisogno di un “Giovanni Battista”, che accompagna all’incontro e guida alla sequela di Gesù perché è capace di “fissare lo sguardo” su di Lui e di “parlare” di Lui, mettendo in moto prima il “cuore” e poi i “piedi” di quanti gli sono affidati perché seguano Gesù.
“Giovanni Battista” dovrebbero essere i genitori, i padrini (che, soprattutto al Sud, sono popolarmente e significativamente definiti “sangiovanni”), i catechisti, i presbiteri, i diaconi e tutti coloro a cui la Comunità cristiana affida un ministero educativo: uomini e donne che “fissano lo sguardo” su Gesù e “parlano di Lui” in modo convinto, autorevole e credibile!

I due discepoli, quindi, iniziano a seguire Gesù, che si volta verso di loro e gli rivolge una domanda di “senso”: «Che cosa cercate?».
Si tratta, infatti, di una domanda particolarmente importante che Gesù rivolge complessivamente per tre volte nel Vangelo secondo Giovanni: ai primi due discepoli, prima dell’arresto e, dopo la risurrezione, a Maria di Magdala.

Qual è il motivo profondo per cui si segue Gesù?
La festa per i sacramenti, un documento, una Messa, una ricorrenza, un certo interesse personale, la propria visibilità … significativamente le prime due volte Gesù domanda «Che cosa cercate?», mentre alla fine si passa dal “che cosa” al “chi”: «Chi cerchi?».
È necessario passare dal “che cosa” al “Chi”! E, per farlo, è necessario farsi continuamente interpellare dalla domanda di Gesù: «Che cosa cercate?» … «Chi cerchi?».
È una domanda che ha a che fare non solo con il senso della sequela, del discepolato, della vita cristiana, ma – semplicemente – con il senso stesso della vita!
Ed è una domanda che emerge, in tutta serietà, solo quando ci si sente davvero “guardati” – «Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano» – ovvero quando ci si sente “amati” in modo non comune, da Qualcuno che ancora non si conosce.
È un po’ come per l’esperienza dell’innamoramento: uno Sguardo che penetra profondamente, che attrae, che inizia a far ba***re il cuore in modo accelerato … si può seguire Gesù per tanti motivi, ma quando si viene davvero intercettati dal suo Sguardo, quando ci si sente rivolti, in modo molto personale, la Sua Parola, allora qualcosa inizia davvero a cambiare!

Alla domanda di Gesù, i due discepoli rispondono con un’ulteriore domanda: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?».
È bello questo!
L’esperienza di fede non è fatta di semplici “domande e risposte”, non è semplicemente un “contenuto”, ma è un incontro con una Persona che invita al dialogo, ad approfondirne la conoscenza! È una vera e propria “relazione”!
È proprio questo che spesso manca!

«Disse loro: “Venite e vedrete”».
Gesù non dà una risposta da “catechismo”, non fa una “teologia speculativa”, non dice “dimoro nel seno del Padre”! No!
Se avesse dato una risposta “preconfezionata” avrebbe probabilmente scoraggiato i due, avrebbe spento il loro “desiderio”!
Gesù invita a stare con Lui, a frequentarLo, a farne esperienza, a “praticarLo”: «Venite e vedrete»!

Il racconto evangelico, spingendosi già verso il compimento di quell’incontro anticipa l’esito dell’esperienza che i due discepoli stavano iniziando: «Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio».

«Erano circa le quattro del pomeriggio».
La fedeltà nel cammino di sequela – la frequentazione di Gesù, giorno per giorno, fatta di domande sempre nuove a cui non sempre i discepoli hanno ricevuto risposte predefinite, chiare e precise e che proprio per questo sono stati spinti a cercarlo ancora, secondo la bellissima esperienza definita da sant’Agostino: “Dammi Tu la forza di cercare, Tu che hai fatto sì di essere trovato e mi hai dato la speranza di trovarti con una conoscenza sempre più perfetta” (ovvero “Ti ho cercato per trovarti e ti ho trovato per cercarti ancora”)! – ha reso piena l’esistenza di quei due: «Erano circa le quattro del pomeriggio».
Le quattro del pomeriggio dicono non tanto l’ora precisa di quell’incontro, ma il fatto che la giornata terrena, la vita di quei due discepoli, ormai, era piena, realizzata, completa.
Nella sequela di Gesù – un cammino che sempre deve continuare! – infatti, trova compimento ogni domanda, ogni inquietudine, ogni ricerca: è il “dimorare in Lui”, il “rimanere in Lui!” … una realtà non statica, ma dinamica … come dinamico è l’Amore!

«“Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù».
Solo percorrendo questo cammino, senza scoraggiarsi, con le cadute e i limiti che si possono scoprire camminando, nella consapevolezza di essere sempre “amati”, senza se e senza ma, cercando di continuare a tenere fisso lo sguardo su di Lui, acquista senso anche l’apostolato … la missione.
È l’esperienza che fa Andrea con suo fratello Pietro: «“Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù».

Lo abbiamo cercato – continuiamo a cercarLo – e lo abbiamo trovato e, proprio per questo, continuiamo ancora a cercarLo!
È l’esperienza dell’amore … anzi dell’Amore, con la A maiuscola!

Signore, aiutaci a cercarTi per trovarTi e a trovarTi per cercarTi ancora! Amen. Di

Buona domenica a tutti!!!

07/01/2024

BATTESIMO DEL SIGNORE – B
“L’unica solidarietà capace di salvarci davvero”
7 gennaio 2024

Il Vangelo secondo Marco – la cui lettura accompagna l’anno liturgico del ciclo B – a differenza degli altri due Sinottici (Matteo e Luca) non presenta il racconto della nascita di Gesù.
Tuttavia, il messaggio che Matteo e Luca presentano nei “Vangeli dell’infanzia” viene espresso da Marco proprio nella pagina evangelica proposta per la festa del Battesimo del Signore.
Il Battesimo di Gesù, infatti, secondo l’evangelista Marco, è l’illustrazione del mistero del Natale: Dio, in Gesù, si è fatto uomo e ha condiviso tutta la fragilità, tutta la precarietà della condizione umana, si è “immerso” nell’umanità!

Il Battesimo di Gesù è, inoltre, “epifania”, “manifestazione” della sua divinità: i cieli si squarciano, lo Spirito, in forma di colomba discende su di Lui, la voce del Padre lo riconosce “figlio amato”, donato per la salvezza del mondo.
Il “mistero dell’epifania”, infatti, è triplice: «Oggi la Chiesa, lavata dalla colpa nel fiume Giordano, si unisce a Cristo suo Sposo, accorrono i magi con doni alle nozze regali e l’acqua cambiata in vino rallegra la mensa» (Antifona al Benedictus della solennità dell’Epifania del Signore).

Il Battesimo di Gesù non rappresenta solo l’inizio del suo ministero pubblico, ma ha una straordinaria portata salvifica proprio perché in esso viene ribadito il senso profondo del mistero dell’Incarnazione: Dio si è fatto uomo perché l’uomo sia divinizzato e, perciò, salvato.

Per la salvezza dell’uomo, infatti, non era sufficiente un “moralizzatore”.
All’inizio del testo evangelico, Giovanni Battista riconosce che dopo di lui viene uno “più forte”: «Io vi battezzo con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Il battesimo amministrato da Giovanni, infatti, era amministrato per riconoscere i propri peccati, per confessarli, e per impegnarsi in un itinerario di conversione.
Tuttavia, quando si tocca il fondo, gli inviti a cambiare, per quanto possano essere incisivi, non sono sufficienti: con le sole proprie forze non ce la si può fare!
È come per una situazione debitoria: per quanti solleciti possano essere presentati al debitore, se questi non ha le risorse per saldare il debito, semplicemente non può saldarlo. Ed è quasi inutile ricordargli che è uno che ha commesso molti sbagli, che non ha fatto bene, che avrebbe potuto fare meglio … se gli mancano le risorse, non pagherà!
Giovanni è consapevole di essere un “moralizzatore”. Uno che provoca una sorta di “turbamento interiore”, provoca una “crisi di coscienza”, ma lui non può salvare, non può pagare il debito a posto del debitore!

Nel Battesimo di Gesù, nella sua Incarnazione, nella sua Epifania, Egli non solo solidarizza con tutti i debitori, ma assume su di sé il debito di tutti, di tutta l’umanità.
Egli scende fino a quello che è il limite ultimo – il peccato e la morte – e, proprio in quel “fondo”, che l’uomo è capace di “toccare”, lo aspetta per caricarsi di tutti i peccati, di tutte le miserie, fino al limite estremo della morte, e lo rende “nuovo”, lo fa letteralmente rinascere, lo ricrea a sua immagine e somiglianza!

Ecco perché, nel Battesimo di Gesù, il cielo, chiuso per il peccato degli uomini, finalmente si squarcia e lo Spirito, come colomba, scende su di Lui, alludendo a quella “nuova creazione” che Dio aveva operato dopo il diluvio.
Ecco perché il Padre lo proclama regalmente “Figlio mio”, “l’amato”, “colui nel quale il Padre si compiace”, realizzando la profezia del Servo di JHWH: «Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, dalle sue piaghe siamo stati guariti»!

Giovanni, perciò, ci ricorda che, per quanti sforzi possiamo fare, con le nostre sole forze non potremo rialzarci!
Continueremo forse a chiedere prestiti, per saldare dei debiti, ma dovremo comunque restituire ciò che ci è stato prestato, creando una situazione debitoria sempre maggiore!
Gesù continua ad essere solidale con noi e, ancora, si presenta – attraverso la Sua Parola e i Sacramenti – come l’unica mano tesa capace di risollevarci e di fare nuove tutte le cose … a noi la scelta di lasciarci salvare!
Amen.

Buona domenica a tutti!!!
Di .

06/01/2024

DOMENICA 7 GENNAIO 2023
FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE

SANTE MESSE
8:30
11:00
18:00 … a seguire tombolata …

VI ASPETTIAMO!!!

VI ASPETTIAMO!!!
05/01/2024

VI ASPETTIAMO!!!

Orari Messe Epifania del Signore
6 gennaio 2024

02/01/2024

Orari Messe Epifania del Signore
6 gennaio 2024

FESTA DELLA SANTA FAMIGLIADOMENICA 31 DICEMBRE 2023ORE 11:00 SANTA MESSA, RINNOVO DELLE PROMESSE MATRIMONIALI E BENEDIZI...
30/12/2023

FESTA DELLA SANTA FAMIGLIA
DOMENICA 31 DICEMBRE 2023
ORE 11:00 SANTA MESSA, RINNOVO DELLE PROMESSE MATRIMONIALI E BENEDIZIONE DELLE FAMIGLIE

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Trebisacce

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