07/09/2026
𝐒𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝐞 𝐢 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐢 𝐢𝐧𝐜𝐚𝐫𝐢𝐜𝐡𝐢: 𝐢𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐬𝐜𝐢𝐚𝐫𝐞, 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐫𝐞, 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐦𝐢𝐧𝐜𝐢𝐚𝐫𝐞.
Con settembre riprende il ritmo ordinario della vita ecclesiale. Ricominciano le attività pastorali, tornano gli incontri, si riaprono gli oratori, si rimettono in moto catechesi e percorsi. Ma settembre è anche il mese in cui, in molte diocesi, diventano concreti i cambiamenti annunciati nei mesi precedenti: nuovi incarichi, nuovi parroci, nuovi inizi.
Per alcuni presbiteri è la prima parrocchia. Per altri è un passaggio dopo anni di ministero altrove. Qualcuno arriva con l’entusiasmo e anche con il timore di chi deve ancora conoscere nomi, volti, abitudini, ferite e speranze di una comunità. Qualcun altro, invece, prepara scatoloni e saluti dopo dieci, venti, magari trent’anni trascorsi nello stesso luogo.
Ed è proprio qui che le parole "nomina", "trasferimento", "insediamento" mostrano tutta la loro insufficienza. Perchè dietro un decreto c’è sempre una storia. C’è un presbitero che lascia una casa diventata familiare, una chiesa nella quale ha celebrato per anni, persone che ha visto crescere, famiglie accompagnate nei momenti più belli e in quelli più duri. Ci sono battesimi, funerali, matrimoni, confessioni, riunioni infinite, discussioni, incomprensioni, riconciliazioni. Ci sono porte aperte a qualsiasi ora e telefonate arrivate quando meno te le aspettavi.
E poi c’è una comunità che deve imparare a salutare. Non è sempre facile. Ci si affeziona anche ai difetti, alle abitudini, perfino a quel modo particolare di fare le cose che tante volte ha fatto discutere. Quando un presbitero resta a lungo in una parrocchia, inevitabilmente una parte della sua vita si intreccia con quella della gente. E una parte della vita della gente si intreccia con la sua.
Poi arriva qualcuno di nuovo. Magari giovane. Magari alla prima esperienza da parroco. Arriva con idee, entusiasmo, qualche paura che difficilmente confesserà e il desiderio di fare bene. Ma una comunità non si conquista nei primi cento giorni e neppure con il programma pastorale migliore del mondo. Una comunità si conosce lentamente. Bisogna imparare i silenzi, non soltanto i nomi. Capire chi entra in chiesa sempre dalla stessa porta, chi si siede in fondo, chi parla molto e chi non dice quasi nulla. Scoprire che dietro certe resistenze ci sono storie che vengono da lontano. Accorgersi che qualcuno non sta chiedendo una soluzione, ma semplicemente di essere ascoltato.
Un presbitero che arriva non riceve soltanto una parrocchia. Gli viene affidato un popolo concreto. E allo stesso modo una comunità non riceve semplicemente "il nuovo parroco". Riceve un uomo con la sua storia, il suo carattere, la sua formazione, le sue fragilità e i suoi doni. Anche lui dovrà crescere. Anche lui dovrà imparare. Anche lui qualche volta sbaglierà.
Forse sarebbe bene ricordarlo proprio all’inizio di ogni nuovo incarico: il presbitero è mandato a una comunità, ma anche il presbitero, in qualche modo, è affidato alla comunità, perchè anche essa contribuisca a formarlo.
Ci saranno giorni in cui vedrà frutti evidenti e altri nei quali avrà l’impressione di avere seminato inutilmente. Ci saranno stagioni luminose e passaggi più difficili. E forse, proprio allora, sarà necessario tornare alla sorgente: al giorno in cui ha detto il proprio "sì", il proprio "eccomi", e alla ragione per cui ha scelto di spendere la vita nel ministero.
Non per nostalgia, ma per memoria. Perchè ci sono momenti nei quali ciò che permette di andare avanti non è la gratificazione immediata, ma ricordare perchè si è iniziato.
Settembre, allora, non è soltanto il mese degli insediamenti. È un tempo di consegne. Un presbitero consegna una comunità a chi viene dopo di lui. Una comunità consegna al nuovo parroco la propria storia, anche quella che non si vede. Un Vescovo affida un pezzo della Chiesa diocesana a qualcuno. E un presbitero, ancora una volta, consegna se stesso a una strada che non conosce completamente.
Forse la cosa più bella che una comunità può fare quando arriva un nuovo parroco non è aspettare di vedere "come sarà", ma accompagnarlo. Pregare per lui. Volergli bene senza trasformarlo in un personaggio. Aiutarlo senza impossessarsene. Permettergli di essere pastore senza pretendere che diventi la copia di chi lo ha preceduto.
E forse la cosa più bella che può fare un presbitero quando entra in una nuova comunità è non avere fretta di cambiarla. Prima conoscerla. Poi amarla. E soltanto dopo, insieme, provare a capire quale strada percorrere. Perchè ogni nuovo inizio porta con sè entusiasmo, ma anche qualche tentazione. La prima è quella di arrivare pensando che tutto debba ricominciare da zero. Succede più spesso di quanto si ammetta. Si entra in una nuova comunità, si osserva ciò che c’è e, invece di chiedersi perchè certe cose siano nate, si pensa subito a come cambiarle. Si spostano orari, si cancellano consuetudini, si modificano gruppi, si interrompono percorsi, si ridisegna tutto. Magari con le migliori intenzioni. Ma una parrocchia non comincia il giorno in cui arriva il nuovo parroco. Prima di lui ci sono stati altri presbiteri, altre persone, altre storie, altre fatiche. C’è una memoria che merita rispetto, anche quando ha bisogno di essere corretta, purificata o rinnovata. Un altro errore è quello di voler dimostrare subito qualcosa. Dimostrare di essere più capace, più presente, più organizzato, più vicino alla gente. Dimostrare che finalmente "si cambia". Dimostrare che il proprio metodo funziona meglio di quello precedente.
È una strada pericolosa, perchè il ministero non è una gara tra chi arriva e chi è andato via. Un presbitero non cresce sminuendo chi lo ha preceduto. E una comunità non cresce quando viene trascinata dentro confronti continui tra "prima" e "adesso".
Poi bisogna ricordare una cosa: il parroco non è il riferimento di un gruppo. È di tutti. Anche di chi non gli somiglia. Anche di chi non lo applaude. Anche di chi non condivide subito le sue scelte.
Un altro errore è parlare troppo presto. Giudicare una comunità dopo poche settimane. Dire che "qui non si è mai fatto nulla", che "la gente non partecipa", che "manca formazione", che "bisogna cambiare mentalità". Forse sarà anche vero, ma prima di pronunciare certe frasi bisogna conoscere la storia che c’è dietro. Ci sono comunità apparentemente fredde che hanno attraversato divisioni profonde. Comunità poco partecipi che hanno vissuto anni difficili. Gruppi stanchi che non hanno bisogno di essere rimproverati, ma rimessi in piedi. Prima di giudicare una comunità bisogna ascoltarla. A lungo.
C’è poi un errore più sottile: voler essere amati da tutti. Il desiderio di essere accolti è comprensibile. Ma quando diventa bisogno di consenso, il ministero si indebolisce. Dire sempre sì, evitare ogni scelta difficile, accontentare tutti, non correggere mai, non prendere decisioni per paura di perdere simpatia: alla lunga non costruisce comunione. La gente non ha bisogno di un parroco che piaccia sempre. Ha bisogno di un presbitero credibile. E la credibilità nasce anche dalla capacità di dire qualche no, di sostenere decisioni impopolari, di non cambiare posizione a seconda della persona che si ha davanti.
Poi c’è il rischio opposto: confondere l’autorevolezza con il comando. Arrivare e pensare che il decreto di nomina vescovile basti a creare fiducia. Non funziona così. L’autorità si riceve. L’autorevolezza si costruisce. E si costruisce lentamente: mantenendo la parola data, ascoltando, essendo presenti, assumendosi responsabilità, chiedendo scusa quando serve. Sì, anche chiedendo scusa. Perchè uno degli errori peggiori che un presbitero possa fare è pensare che ammettere un errore lo renda più debole. È vero il contrario. Una comunità perdona molto più facilmente un errore riconosciuto che un errore difeso per orgoglio.
E poi c’è forse la tentazione più comune: avere fretta. Fretta di vedere risultati. Fretta di riempire la chiesa. Fretta di cambiare il consiglio pastorale. Fretta di cambiare quel responsabile. Fretta di avviare nuove attività. Fretta di lasciare un segno. Ma il ministero parrocchiale non si misura dalla quantità di cose avviate nei primi mesi. A volte il primo compito è semplicemente restare. Restare abbastanza da conoscere. Restare abbastanza da capire. Restare abbastanza da farsi conoscere. Perchè una comunità non si guida da lontano e non si cambia per decreto. Si accompagna con amore e per amore. E prima ancora di accompagnarla, bisogna imparare ad appartenerle almeno un poco.
Forse è questo che i nuovi inizi chiedono a tutti: meno ansia di lasciare il proprio segno e più disponibilità a ricevere quello degli altri. Perchè quando un presbitero entra in una nuova parrocchia non porta soltanto qualcosa. Riceve. Riceve una storia. Riceve delle persone. Riceve ferite che non ha causato e speranze che non ha acceso.
E il modo in cui saprà accoglierle dirà molto più di qualunque programma pastorale.
(ⓕ Chiesa in Italia oggi)