28/04/2026
Sermone 1^ dopo Pasqua del pastore Alberto Rocchini
Care sorelle e cari fratelli, in questi ultimi tempi siamo abituati ai colpi di scena; mi riferisco particolarmente a un noto presidente di stato, che un giorno annuncia una cosa e il giorno dopo fa accadere tutt’altro. Ma siamo animati dalla speranza della Pasqua, che è di per sé il più grande colpo di scena della storia umana, a partire dalla Pasqua ebraica, quindi viviamo anche questi nostri tempi, oltre che con apprensione e con un certo sconcerto, anche con curiosità; sono tempi di grandi cambiamenti, di sovvertimenti ma anche di fiducia che un nuovo ordine è possibile, dobbiamo pregare Colui che guida il Creato e la storia degli uomini.
Il vangelo di oggi è il seguito della storia drammatica di Gesù arrestato, condannato a morte e risorto e già dai primi indizi capiamo che non è una bella atmosfera. È la sera di giorno della Risurrezione, però i discepoli stanno barricati in casa; sicuramente c’è gioia ma è più forte la paura di qualche rappresaglia.
Gesù, che la mattina si era mostrato a Maria Maddalena, appare anche questa volta quando meno lo si aspetta e stando là in mezzo – i morti non stanno in piedi, ovviamente - saluta per due volte i discepoli: Pace a voi. In cosa consiste questa pace che Gesù trasmette? No, non è la serenità e tantomeno la felicità. Di certo non si tratta della pace definitiva che avrebbe dovuto portare un re salvatore e neppure della pax romana di Augusto e dell’impero. È bensì una sicurezza interiore, che viene dalla presenza di Gesù. Il maestro amato è di nuovo là con i suoi seguaci, oltre tutta la disperazione e la rabbia di un presunto clamoroso fallimento. Gesù è vivo ed è qui.
È la pace, anche, che ci viene dalla certezza dell’impegno di Dio con noi, di saperci accolti e presi sul serio bel al di là delle nostre paure. È la pace che abbiamo quando, come dice Isaia, guardiamo il cielo stellato e sappiamo che tutto è creazione di Dio, e che anche noi siamo nelle sue mani. Nemmeno i miei limiti attuali e i miei sensi di colpa possono abbattermi, se il Dio che Gesù ha insegnato essere Padre può scavalcare anche la morte. E allora, questa certezza, non bisogna trasmetterla agli altri, a chi è ancora chiuso nelle proprie angosce? Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi.
Care sorelle e fratelli, non è questa l’essenza della nostra fede evangelica? Dio non è un giudice che ci mette paura ma un padre misericordioso che ci offre il suo perdono. E se sentiamo vera e nostra questa bella notizia, non possiamo vivere come se niente fosse. Per prima cosa in noi nasce la gratitudine e la relazione con Dio, poi il desiderio di impegnarci per gli altri.
Dalla pace che ci dà Gesù Risorto nasce, allora, la condivisione con le sorelle e i fratelli e il bisogno di trasmetterla loro. Nasce, in altre parole, la chiesa, come ci mostrano gli episodi degli Atti degli Apostoli. Dove anche il mettere in comune i beni materiali non è un programma politico ma soprattutto un’esigenza spirituale. Se siamo consapevoli di aver ricevuto tutto da Dio, non possiamo credere di fondare la nostra vita aggrappandoci a delle sicurezze che lasciano il tempo che trovano. E soprattutto nella comunità dei credenti non ci saranno persone dimenticate, se ci sentiamo tutti ugualmente partecipi dell’amore di Dio.
Quello che Gesù opera, poi, è una nuova creazione. Gesù soffia e trasmette ai suoi discepoli e discepole lo Spirito Santo, li attrezza, cioè, a un nuovo modo di essere nel mondo. Si tratta, come dicevamo, di essere comunità dei credenti, di portare la pace che dà la certezza della vita con Dio, che vince la morte. E allo stesso tempo di conservare uno spirito critico rispetto al mondo: chiamando peccato il peccato, indicando le situazioni di ingiustizia e di morte.
Otto giorni dopo, la domenica, quindi l’anniversario del giorno della Risurrezione, narra Giovanni che la situazione non è proprio cambiata. La pace che Gesù ha donato non ha cancellato la paura della situazione contingente. Le porte sono sbarrate e i discepoli e le discepole in casa. Gesù appare e saluta nuovamente: pace a voi e subito si rivolge a Tommaso, il discepolo per il quale sentiamo probabilmente più simpatia. Ma non c’è bisogno di una richiesta, Gesù conosce i suoi, anche i nostri dubbi e paure. Quindi invita il discepolo: tendi qui il dito, guarda le mie mani, stendi la mano e mettila nel mio costato.
Dal racconto non sappiamo se Tommaso ha effettivamente eseguito gli ordini del maestro. Forse gli è bastato vedere Gesù e sentire la sua voce, come quando Maria Maddalena si è sentita chiamare per nome e ha risposto: mio maestro! Così anche Tommaso esclama: mio Signore e mio Dio. Non c’è altro modo, infatti, per esprimere questa verità: Gesù ha reso del tutto visibile l’amore di Dio per gli esseri umani.
Care sorelle e cari fratelli, Tommaso è uno di noi, che non abbiamo sperimentato la presenza fisica di Gesù in prima persona, eppure vogliamo credere. Siamo proprio noi i destinatari della promessa del Signore: beati coloro che credono pur senza vedere.
Se mi permettete un’analogia, è un po’ come con le persone a cui vogliamo bene, non abbiamo bisogno di vederle in continuazione per essere certi della loro presenza. Non lo vediamo Gesù, ma ascoltiamo le sue parole, abbiamo fiducia nel suo messaggio, lo sentiamo vero, reale, operante in noi e negli altri. E questo ci dà la speranza che ha mosso i discepoli, così come l’apostolo Paolo.
Sembrerebbe questa la caratteristica che, anche per Paolo, distingue maggiormente i cristiani dai non cristiani. Forse ci stupisce un po’ ma, se ci riflettiamo, cos’è la speranza cristiana? Non si tratta di una cosa vaga, tutt’altro. Bensì di una certezza, che nasce dalla storia di Gesù e dalla sua parola positiva sugli esseri umani e sul mondo. Che sì, esiste il peccato, è reale e distruttivo ma non ha l’ultima parola. Perché Dio non l’ha permesso ma si è interessato al mondo fino a coinvolgersi personalmente nelle vicende umane in tutto e per tutto.
La certezza che Gesù ci accompagna ci radichi nella sua pace e ci dia la speranza, l’immaginazione e l’operosità, di cui il mondo ha bisogno. Quelli che sperano nel Signore – dice Isaia – acquistano nuove forze, si alzano in volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano. Amen