07/05/2026
_Omelia di Don Alessio Geretti Commemorazione delle vittime del sisma del 1976 (Duomo di Tolmezzo)_
Fratelli e sorelle amatissimi,
la Parola che il Signore oggi ci rivolge meriterebbe davvero uno studio e una meditazione profondi. Essa ci riporta agli inizi della Chiesa, quando l’irruzione di Cristo nel mondo fu come un vero e proprio terremoto: uno sconvolgimento della cultura, della storia, della scena di questo mondo e perfino dell’esperienza religiosa di coloro che già credevano.
E mentre siamo richiamati a questa immagine, ricorrono cinquant’anni da quel grave, indimenticabile e drammatico sisma che ha sconvolto la nostra terra friulana: 990 morti e molte altre vittime indirette. Persone la cui vita è cambiata radicalmente, che forse non si sono mai del tutto riprese da una prova così pesante.
Ci furono vittime dirette, ma anche vittime indirette.
La memoria di tutto questo ci impone oggi una riflessione: su quell’evento, su ciò che lo seguì e su ciò che Dio ci dice ancora, ripensando a una pagina così tragica della nostra storia.
Entrando in questo Duomo e volgendo lo sguardo al primo altare sulla destra, appena varcata la porta, vediamo la Vergine Maria con il Bambino e, davanti a loro, un vescovo in preghiera: Sant’Emidio, patrono contro i terremoti. I nostri antenati lo vollero proprio lì, all’ingresso della chiesa, perché erano ben consapevoli di aver costruito le loro case e le loro chiese su una terra fragile.
La storia della nostra terra è stata più volte segnata da scosse forti, talvolta rovinose, alcune delle quali hanno lasciato tracce ancora visibili. Ma quella del 1976, nella nostra memoria, è stata senza dubbio la più profonda.
Fu anzitutto una vicenda di grande dolore.
Nel giro di circa un minuto, all’inizio della notte, la vita di molte persone e il volto dei nostri paesi cambiarono completamente, improvvisamente e irreversibilmente.
Chi sopravvisse fece l’esperienza dolorosa di non ritrovare più le pietre familiari delle proprie case, cariche di storia, di incontri, di affetti, di lacrime e di grazia.
Altri avevano appena costruito la loro casa: giovani famiglie all’inizio della loro avventura, che si ritrovarono a dover ricominciare da capo.
Relazioni spezzate, presenze perdute in modo quasi surreale: persone incontrate un attimo prima, che per un cambiamento di strada si trovarono nel luogo in cui tutto crollò. E non tornarono più.
Attraversare i paesi rasi al suolo o gravemente danneggiati dava un senso di smarrimento e di impotenza profonda.
Fu un dolore incancellabile.
Eppure, la nostra gente lo portò con grande dignità, con quella compostezza e tenacia che le sono proprie. Non siamo portati alla teatralità: spesso custodiamo la sofferenza nel silenzio, cercando di restare in piedi, di essere all’altezza della situazione.
Molti ricordano quei giorni. Io stesso ero molto piccolo: non potevo fare molto, se non offrire, come fanno i bambini, un sorriso capace di dare un po’ di forza a chi mi stava accanto.
Ma quanti di coloro che c’erano hanno dimostrato una forza straordinaria, una virtù e una tenacia esemplari.
Per questo, la vicenda del grande dolore fu anche una vicenda di grande valore.
Quel dramma si trasformò in un’occasione straordinaria di fraternità, di coraggio e anche di ingegno.
Si sarebbe potuto ricostruire in modo frettoloso o snaturare tutto, abbandonando la propria identità, quasi per vergogna o per desiderio di lasciarsi alle spalle il passato. E in qualche caso è accaduto.
Ma nella maggior parte della nostra terra si è scelto di rinnovare conservando l’essenziale: l’identità, la memoria, i luoghi, i significati.
Si sarebbe potuto attendere che tutto venisse dall’alto. Invece la nostra gente si è rimboccata le maniche, chiedendo giustamente solidarietà, ma senza delegare ad altri il proprio riscatto.
Così è nata una ricostruzione che ancora oggi è studiata e ammirata.
Altrove, purtroppo, si ricordano terremoti anche per la cattiva gestione del dopo; nel nostro caso, invece, si fa memoria con gratitudine e ammirazione.
Ma non dobbiamo guardare a tutto questo con orgoglio superficiale.
Come dice Gesù nel Vangelo: “Senza di me non potete far nulla”.
Cosa avrebbe fatto la nostra gente se fosse stata spiritualmente vuota e smarrita?
Se non avesse avuto, oltre alla capacità di lavorare, anche una profondità interiore, una fede, una resistenza dell’anima?
Probabilmente non avrebbe saputo fare ciò che ha fatto.
Per questo, la memoria suscita sì gioia, ma soprattutto riconoscenza, e ci conduce a riflessioni spirituali.
Essa ci invita anzitutto a pregare per le vittime di allora e per tutti coloro che hanno portato nel cuore ferite difficili da guarire, anche psicologiche e spirituali.
Alcuni, di fronte a tanto male, hanno vissuto una crisi di fede: il dolore può provocare un vero “terremoto dell’anima”.
Eppure, fin dalla prima pagina della Scrittura, Dio è colui che opera per la vita, che strappa dalle tenebre; non è l’autore del male.
E questo ci porta a una consapevolezza più profonda: la fragilità della nostra condizione.
Il terremoto è una forma acuta e terribile di una verità che vale sempre: siamo fragili, siamo “traballanti”. Oggi ci siamo, domani chissà; basta poco per essere travolti.
E tuttavia abbiamo una dignità immensa, siamo destinati all’eternità.
Proprio questa tensione tra fragilità e grandezza ci insegna il giusto senso delle proporzioni.
Chi è sapiente vive così: senza arroganza, affidandosi a Dio.
È vero: si ricostruisce, ci si rialza. Ma, realisticamente, tutto ciò che è terreno resta fragile. Senza una salvezza definitiva, la vita sarebbe solo un susseguirsi di ricostruzioni tra una perdita e l’altra.
Per questo attendiamo una ricostruzione che nessun terremoto potrà più distruggere: quella inaugurata dalla risurrezione di Cristo.
In Lui questa opera è già iniziata; in Maria ne vediamo già il compimento.
E infine, questa memoria ci consegna una responsabilità molto concreta:
una comunità solida dal punto di vista morale e spirituale è capace di affrontare qualsiasi prova.
È questo che deve preoccuparci di più: non solo la solidità delle nostre case, ma quella delle nostre coscienze.
Se fossimo interiormente vuoti, materialisti e fragili, basterebbero prove anche minori per farci crollare.
Per questo dobbiamo educare e formare persone con la schiena dritta, con una moralità chiara e una spiritualità seria.
Questa è la ricostruzione più importante, quella ancora aperta e talvolta trascurata: la ricostruzione spirituale del nostro popolo.
E voi, che avete attraversato quella stagione, siate ancora protagonisti, per quanto potete, di questa opera.
Con le forze che avete, continuate a edificare.
Date Cristo!