Chiesa Cristiana Evangelica Battista - Marche

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Oggi, 1° maggio, la Chiesa celebra 𝗚𝗶𝘂𝘀𝗲𝗽𝗽𝗲, uomo giusto, sposo di Maria e padre legale di Gesù, discendente della casa ...
01/05/2026

Oggi, 1° maggio, la Chiesa celebra 𝗚𝗶𝘂𝘀𝗲𝗽𝗽𝗲, uomo giusto, sposo di Maria e padre legale di Gesù, discendente della casa di Davide, ma anche lavoratore umile e fedele.

𝗡𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝘂𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗾𝘂𝗼𝘁𝗶𝗱𝗶𝗮𝗻𝗮, 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝗶𝗺𝗽𝗲𝗴𝗻𝗼 𝗲 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀, 𝗚𝗶𝘂𝘀𝗲𝗽𝗽𝗲 𝗵𝗮 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗶𝘁𝗼 𝗗𝗶𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗲, 𝗺𝗮 𝗮𝘁𝘁𝗿𝗮𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗶𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼, 𝘃𝗶𝘀𝘀𝘂𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗲𝘀𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗼𝗯𝗯𝗲𝗱𝗶𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲 𝗳𝗶𝗱𝘂𝗰𝗶𝗮.

Nel silenzio della sua operosità, ha custodito e sostenuto la famiglia affidatagli, 𝗶𝗻𝗰𝗮𝗿𝗻𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝗳𝗲𝗱𝗲 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗿𝗲𝘁𝗮 𝗲 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗲𝘃𝗲𝗿𝗮𝗻𝘁𝗲.

Davanti a situazioni difficili e misteriose, ha scelto di affidarsi al Signore, accogliendo il Suo disegno con cuore aperto e disponibile. 𝗜𝗹 𝘀𝘂𝗼 𝗲𝘀𝗲𝗺𝗽𝗶𝗼 𝗰𝗶 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗿𝗱𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗲𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗼 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗼𝗻𝗼𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗗𝗶𝗼, 𝘃𝗶𝘃𝗲𝗻𝗱𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗶𝘁𝗮̀, 𝗱𝗲𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝗳𝗲𝗱𝗲𝗹𝘁𝗮̀ 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗦𝗰𝗿𝗶𝘁𝘁𝘂𝗿𝗲.

In Giuseppe troviamo un modello attuale: servire Dio con le mani e con il cuore, nella semplicità e nella costanza.

Che il suo esempio ci ispiri a vivere il nostro lavoro come vocazione e testimonianza. 🌱

26/04/2026

𝗧𝗘𝗦𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗘𝗗𝗜𝗖𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘: 𝗠𝗔𝗧𝗧𝗘𝗢 𝟭𝟮:𝟯𝟴-𝟰𝟮.
38. 𝐴𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎 𝑎𝑙𝑐𝑢𝑛𝑖 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑏𝑖 𝑒 𝑓𝑎𝑟𝑖𝑠𝑒𝑖 𝑙𝑜 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑟𝑜𝑔𝑎𝑟𝑜𝑛𝑜: «𝑀𝑎𝑒𝑠𝑡𝑟𝑜, 𝑣𝑜𝑟𝑟𝑒𝑚𝑚𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑡𝑢 𝑐𝑖 𝑓𝑎𝑐𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑣𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑠𝑒𝑔𝑛𝑜». 𝐸𝑑 𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑒: 39. «𝑈𝑛𝑎 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑣𝑒𝑟𝑠𝑎 𝑒 𝑎𝑑𝑢𝑙𝑡𝑒𝑟𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑡𝑒𝑛𝑑𝑒 𝑢𝑛 𝑠𝑒𝑔𝑛𝑜! 𝑀𝑎 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛 𝑠𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑙𝑒 𝑠𝑎𝑟𝑎̀ 𝑑𝑎𝑡𝑜, 𝑠𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑖𝑙 𝑠𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝐺𝑖𝑜𝑛𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑒𝑡𝑎. 40. 𝐶𝑜𝑚𝑒 𝑖𝑛𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝐺𝑖𝑜𝑛𝑎 𝑟𝑖𝑚𝑎𝑠𝑒 𝑡𝑟𝑒 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑒 𝑡𝑟𝑒 𝑛𝑜𝑡𝑡𝑖 𝑛𝑒𝑙 𝑣𝑒𝑛𝑡𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑒𝑠𝑐𝑒, 𝑐𝑜𝑠ı̀ 𝑖𝑙 𝐹𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑢𝑜𝑚𝑜 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑒𝑟𝑎̀ 𝑡𝑟𝑒 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑒 𝑡𝑟𝑒 𝑛𝑜𝑡𝑡𝑖 𝑛𝑒𝑙 𝑐𝑢𝑜𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎. 41. 𝑄𝑢𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑑𝑖 𝑁ı̀𝑛𝑖𝑣𝑒 𝑠𝑖 𝑎𝑙𝑧𝑒𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑎 𝑔𝑖𝑢𝑑𝑖𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑎𝑛𝑛𝑒𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜, 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑣𝑒𝑟𝑡𝑖𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑑𝑖𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝐺𝑖𝑜𝑛𝑎. 𝐸𝑐𝑐𝑜, 𝑜𝑟𝑎 𝑞𝑢𝑖 𝑐'𝑒̀ 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑑𝑖 𝐺𝑖𝑜𝑛𝑎! 42. 𝐿𝑎 𝑟𝑒𝑔𝑖𝑛𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑠𝑢𝑑 𝑠𝑖 𝑙𝑒𝑣𝑒𝑟𝑎̀ 𝑎 𝑔𝑖𝑢𝑑𝑖𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑎𝑛𝑛𝑒𝑟𝑎̀, 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑣𝑒𝑛𝑛𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙'𝑒𝑠𝑡𝑟𝑒𝑚𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑎𝑝𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑆𝑎𝑙𝑜𝑚𝑜𝑛𝑒; 𝑒𝑐𝑐𝑜, 𝑜𝑟𝑎 𝑞𝑢𝑖 𝑐'𝑒̀ 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑑𝑖 𝑆𝑎𝑙𝑜𝑚𝑜𝑛𝑒!

Cari fratelli e sorelle, il brano scelto per la predicazione di oggi e tratto dal Vangelo secondo Matteo ci introduce in un confronto diretto e particolarmente intenso tra Gesù e alcuni scribi e farisei, i quali si avvicinano a Lui con una richiesta precisa: “Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno”.
Non si tratta di una domanda neutrale, né di una ricerca sincera della verità. È piuttosto una pretesa, il desiderio di ottenere una manifestazione evidente, straordinaria, che possa confermare in modo inconfutabile l’identità di Gesù.
Questa richiesta rivela un atteggiamento interiore ben preciso: non la disponibilità ad ascoltare, ma la volontà di verificare, di mettere alla prova, quasi di porre Dio sotto esame. Ed è proprio per questo che la risposta di Gesù è così netta e, per certi versi, spiazzante: “Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona il profeta”.
Parole forti, che non possiamo semplicemente attribuire a un contesto lontano da noi in quanto esse interrogano anche il nostro modo di vivere la fede. Perché, se guardiamo con sincerità alla nostra esperienza, ci accorgiamo che anche noi, molte volte, chiediamo segni. Non sempre ad alta voce, ma nel cuore chiedendo al di Signore di fornirci una spiegazione, esigere una conferma o mostraci chiaramente come agire e muoverci. Eppure, dietro queste richieste, può nascondersi una fede che fatica ad affidarsi, una fede che chiede garanzie prima di fare il passo della fiducia.
Gesù, però, non vuole entrare in questa logica e rimanda a un segno che non è futuro, ma già presente nella storia della salvezza, un segno custodito nella Scrittura: quello legato al Libro di Giona.
Egli stesso ne offre l’interpretazione, dicendo che, come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
In queste parole si apre per noi una prospettiva decisiva, perché Gesù sta parlando della sua morte, della sua sepoltura e, in modo implicito ma reale, della sua resurrezione.
E questo assume un significato ancora più profondo per noi che ci troviamo nella quarta domenica di Pasqua. Il tempo che stiamo vivendo nella Chiesa è il tempo in cui si contempla e si annuncia il mistero pasquale, il cuore della fede cristiana.
Il segno di Giona, dunque, non è altro che una figura, una profezia che trova il suo compimento nella Resurrezione di Gesù. Non un segno spettacolare, non un evento che costringe a credere, ma il gesto supremo di Dio nella storia: la morte del Figlio e la Sua vittoria gloriosa sulla morte.
Nel Nuovo Testamento, Gesù si presenta come colui che porta a compimento le Scritture, come Egli stesso afferma dichiarando di non essere venuto ad abolire la Legge, ma a darle pieno compimento. In questa luce, il segno di Giona diventa una chiave ermeneutica fondamentale in quanto ciò che era figura diventa realtà, ciò che era annuncio diventa compimento.
La permanenza di Giona nel ventre del pesce prefigura il mistero della discesa di Cristo nella morte, e il suo ritorno alla vita annuncia la vittoria definitiva sulla morte.
A questo punto emerge con chiarezza una verità che il testo evangelico mette in evidenza con forza: il problema non è la mancanza di segni, ma la chiusura del cuore.
Gesù richiama infatti due esempi che ribaltano le aspettative dei suoi ascoltatori. Da una parte gli abitanti di Ninive, pagani, lontani dal popolo dell’Alleanza, che tuttavia si convertirono alla predicazione di Giona. Dall’altra la Regina di Saba, che affrontò un lungo viaggio per ascoltare la sapienza di Re Salomone. Gesù afferma con decisione: “Ecco, ora qui c’è più di Giona; ecco, qui c’è più di Salomone”.

4. 𝐺𝑖𝑜𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑖𝑛𝑐𝑖𝑜̀ 𝑎 𝑖𝑛𝑜𝑙𝑡𝑟𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑖𝑡𝑡𝑎̀ 𝑝𝑒𝑟 𝑢𝑛𝑎 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑎𝑚𝑚𝑖𝑛𝑜 𝑒 𝑝𝑟𝑜𝑐𝑙𝑎𝑚𝑎𝑣𝑎: «𝐴𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑟𝑎𝑛𝑡𝑎 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑒 𝑁𝑖𝑛𝑖𝑣𝑒 𝑠𝑎𝑟𝑎̀ 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑟𝑢𝑡𝑡𝑎!» 5. 𝐼 𝑁𝑖𝑛𝑖𝑣𝑖𝑡𝑖 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑜 𝑎 𝐷𝑖𝑜, 𝑝𝑟𝑜𝑐𝑙𝑎𝑚𝑎𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑢𝑛 𝑑𝑖𝑔𝑖𝑢𝑛𝑜 𝑒 𝑠𝑖 𝑣𝑒𝑠𝑡𝑖𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑎𝑐𝑐ℎ𝑖, 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖, 𝑑𝑎𝑙 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝑎𝑙 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜. 6. 𝐸 𝑝𝑜𝑖𝑐ℎ𝑒́ 𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑡𝑖𝑧𝑖𝑎 𝑒𝑟𝑎 𝑔𝑖𝑢𝑛𝑡𝑎 𝑎𝑙 𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑁𝑖𝑛𝑖𝑣𝑒, 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑠𝑖 𝑎𝑙𝑧𝑜̀ 𝑑𝑎𝑙 𝑡𝑟𝑜𝑛𝑜, 𝑠𝑖 𝑡𝑜𝑙𝑠𝑒 𝑖𝑙 𝑚𝑎𝑛𝑡𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑑𝑖 𝑑𝑜𝑠𝑠𝑜, 𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑝𝑟ı̀ 𝑑𝑖 𝑠𝑎𝑐𝑐𝑜 𝑒 𝑠𝑖 𝑚𝑖𝑠𝑒 𝑠𝑒𝑑𝑢𝑡𝑜 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑒𝑛𝑒𝑟𝑒. 7. 𝑃𝑜𝑖, 𝑝𝑒𝑟 𝑑𝑒𝑐𝑟𝑒𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑒 𝑒 𝑑𝑒𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑖, 𝑓𝑢 𝑟𝑒𝑠𝑜 𝑛𝑜𝑡𝑜 𝑖𝑛 𝑁𝑖𝑛𝑖𝑣𝑒 𝑢𝑛 𝑜𝑟𝑑𝑖𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑡𝑖𝑝𝑜: «𝑈𝑜𝑚𝑖𝑛𝑖 𝑒 𝑎𝑛𝑖𝑚𝑎𝑙𝑖, 𝑎𝑟𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑒 𝑔𝑟𝑒𝑔𝑔𝑖, 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑠𝑠𝑎𝑔𝑔𝑖𝑛𝑜 𝑛𝑢𝑙𝑙𝑎; 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑎𝑑𝑎𝑛𝑜 𝑎𝑙 𝑝𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑏𝑒𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑎𝑐𝑞𝑢𝑎. 8. 𝑈𝑜𝑚𝑖𝑛𝑖 𝑒 𝑎𝑛𝑖𝑚𝑎𝑙𝑖 𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑝𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑎𝑐𝑐𝑜 𝑒 𝑔𝑟𝑖𝑑𝑖𝑛𝑜 𝑎 𝐷𝑖𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎; 𝑜𝑔𝑛𝑢𝑛𝑜 𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑣𝑒𝑟𝑡𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑚𝑎𝑙𝑣𝑎𝑔𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑜𝑙𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑖𝑢𝑡𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑠𝑢𝑒 𝑚𝑎𝑛𝑖. 9. 𝐹𝑜𝑟𝑠𝑒 𝐷𝑖𝑜 𝑠𝑖 𝑟𝑖𝑐𝑟𝑒𝑑𝑒𝑟𝑎̀, 𝑠𝑖 𝑝𝑒𝑛𝑡𝑖𝑟𝑎̀ 𝑒 𝑠𝑝𝑒𝑔𝑛𝑒𝑟𝑎̀ 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑖𝑟𝑎 𝑎𝑟𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑐𝑜𝑠ı̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑒𝑟𝑖𝑎𝑚𝑜». 10. 𝐷𝑖𝑜 𝑣𝑖𝑑𝑒 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑎𝑐𝑒𝑣𝑎𝑛𝑜, 𝑣𝑖𝑑𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑣𝑒𝑟𝑡𝑖𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑚𝑎𝑙𝑣𝑎𝑔𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑠𝑖 𝑝𝑒𝑛𝑡ı̀ 𝑑𝑒𝑙 𝑚𝑎𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑚𝑖𝑛𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑜𝑟𝑜; 𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑙𝑜 𝑓𝑒𝑐𝑒. (GIONA 3:4-10)

1. 𝐿𝑎 𝑟𝑒𝑔𝑖𝑛𝑎 𝑑𝑖 𝑆𝑎𝑏𝑎, 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑓𝑎𝑚𝑎 𝑑𝑖 𝑆𝑎𝑙𝑜𝑚𝑜𝑛𝑒, 𝑣𝑒𝑛𝑛𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑙𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑣𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑒𝑛𝑖𝑔𝑚𝑖. 2. 𝑉𝑒𝑛𝑛𝑒 𝑖𝑛 𝐺𝑒𝑟𝑢𝑠𝑎𝑙𝑒𝑚𝑚𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑒𝑧𝑧𝑒 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑖, 𝑐𝑜𝑛 𝑐𝑎𝑚𝑚𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑐𝑎𝑟𝑖𝑐ℎ𝑖 𝑑𝑖 𝑎𝑟𝑜𝑚𝑖, 𝑑'𝑜𝑟𝑜 𝑖𝑛 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑑𝑖 𝑝𝑖𝑒𝑡𝑟𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑧𝑖𝑜𝑠𝑒. 𝑆𝑖 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑡𝑜̀ 𝑎 𝑆𝑎𝑙𝑜𝑚𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑔𝑙𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑎𝑡𝑜. 3. 𝑆𝑎𝑙𝑜𝑚𝑜𝑛𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑒 𝑎 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑠𝑢𝑒 𝑑𝑜𝑚𝑎𝑛𝑑𝑒, 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛𝑎 𝑣𝑒 𝑛𝑒 𝑓𝑢 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑣𝑒𝑠𝑠𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑡𝑎 𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎𝑠𝑠𝑒 𝑖𝑛𝑠𝑜𝑙𝑢𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑆𝑎𝑙𝑜𝑚𝑜𝑛𝑒. 4. 𝐿𝑎 𝑟𝑒𝑔𝑖𝑛𝑎 𝑑𝑖 𝑆𝑎𝑏𝑎, 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑎𝑚𝑚𝑖𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑠𝑎𝑔𝑔𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑆𝑎𝑙𝑜𝑚𝑜𝑛𝑒, 𝑖𝑙 𝑝𝑎𝑙𝑎𝑧𝑧𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑟𝑢𝑖𝑡𝑜, 5. 𝑖 𝑐𝑖𝑏𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑡𝑎𝑣𝑜𝑙𝑎, 𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑜𝑔𝑔𝑖 𝑑𝑒𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑑𝑖𝑔𝑛𝑖𝑡𝑎𝑟𝑖, 𝑙'𝑎𝑡𝑡𝑖𝑣𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑚𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑟𝑖, 𝑙𝑒 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑖𝑠𝑒, 𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑐𝑜𝑝𝑝𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑒 𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑙𝑜𝑐𝑎𝑢𝑠𝑡𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑓𝑓𝑟𝑖𝑣𝑎 𝑛𝑒𝑙 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑒, 𝑟𝑖𝑚𝑎𝑠𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑓𝑖𝑎𝑡𝑜. 6. 𝐴𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑎𝑙 𝑟𝑒: «𝐸𝑟𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑜, 𝑑𝑢𝑛𝑞𝑢𝑒, 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑜 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑚𝑖𝑜 𝑝𝑎𝑒𝑠𝑒 𝑠𝑢𝑙 𝑡𝑢𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑒 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑢𝑎 𝑠𝑎𝑔𝑔𝑒𝑧𝑧𝑎! 7. 𝐼𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑜 𝑣𝑜𝑙𝑢𝑡𝑜 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑠𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒𝑣𝑎, 𝑓𝑖𝑛𝑐ℎ𝑒́ 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑔𝑖𝑢𝑛𝑡𝑎 𝑞𝑢𝑖 𝑒 𝑖 𝑚𝑖𝑒𝑖 𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑣𝑖𝑠𝑡𝑜; 𝑒𝑏𝑏𝑒𝑛𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑚𝑒 𝑛'𝑒𝑟𝑎 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑟𝑖𝑓𝑒𝑟𝑖𝑡𝑎 𝑛𝑒𝑝𝑝𝑢𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑎̀! 𝑄𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑎𝑔𝑔𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑠𝑝𝑒𝑟𝑖𝑡𝑎̀, 𝑠𝑢𝑝𝑒𝑟𝑖 𝑙𝑎 𝑓𝑎𝑚𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑜 𝑛𝑒 ℎ𝑜 𝑢𝑑𝑖𝑡𝑎. 8. 𝐵𝑒𝑎𝑡𝑖 𝑖 𝑡𝑢𝑜𝑖 𝑢𝑜𝑚𝑖𝑛𝑖, 𝑏𝑒𝑎𝑡𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑡𝑢𝑜𝑖 𝑚𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑡𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑑𝑎𝑣𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑎 𝑡𝑒 𝑒 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑡𝑢𝑎 𝑠𝑎𝑔𝑔𝑒𝑧𝑧𝑎! 9. 𝑆𝑖𝑎 𝑏𝑒𝑛𝑒𝑑𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑒 𝑡𝑢𝑜 𝐷𝑖𝑜, 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑖𝑎𝑐𝑖𝑢𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑡𝑒 𝑠ı̀ 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑜𝑐𝑎𝑟𝑡𝑖 𝑠𝑢𝑙 𝑡𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝐼𝑠𝑟𝑎𝑒𝑙𝑒. 𝑁𝑒𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑒𝑡𝑒𝑟𝑛𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝐼𝑠𝑟𝑎𝑒𝑙𝑒 𝑖𝑙 𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑒 𝑡𝑖 ℎ𝑎 𝑠𝑡𝑎𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑜 𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑡𝑢 𝑒𝑠𝑒𝑟𝑐𝑖𝑡𝑖 𝑖𝑙 𝑑𝑖𝑟𝑖𝑡𝑡𝑜 𝑒 𝑙𝑎 𝑔𝑖𝑢𝑠𝑡𝑖𝑧𝑖𝑎». (I RE 10:1-9)

Il contrasto è evidente e, per certi versi, drammatico. Coloro che avevano meno luce, meno rivelazione, meno possibilità, hanno saputo riconoscere la voce di Dio e rispondere. Coloro che invece hanno davanti a sé la pienezza della rivelazione, il Figlio dell’uomo, restano increduli.
È un monito che attraversa i secoli e giunge fino a noi perché non è sufficiente essere vicini alle cose di Dio, non basta ascoltare la Parola, non basta conoscere il Vangelo. È necessario possedere un cuore disposto a lasciarsi trasformare.
Nel racconto evangelico si rivela anche il volto di Dio, un volto profondamente segnato dalla misericordia. Gesù, nei Vangeli, è colui che si commuove davanti alla sofferenza umana, che guarda le f***e come pecore senza pastore, che si lascia toccare nel profondo.
Il termine greco che esprime questa realtà è splagchnizomai, una parola che indica un movimento interiore intenso, una partecipazione totale al dolore dell’altro. Questo è il cuore di Dio, ed è questo il modello che Gesù propone ai suoi discepoli quando dice: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”, come leggiamo nel Vangelo secondo Luca.
La storia di Giona, riletta alla luce del Vangelo, ci mostra proprio questo: un Dio che non si limita a giudicare, ma che desidera salvare, che è lento all’ira e grande nell’amore, che si lascia “commuovere” dalla conversione dell’uomo.
E tuttavia questa misericordia non è mai a buon mercato: è una chiamata, è un appello, è un invito a cambiare vita, a entrare in una nuova direzione.
A questo punto, possiamo raccogliere quanto abbiamo ascoltato cogliendo tre prospettive fondamentali che emergono dall’interpretazione evangelica della figura di Giona.
1. PROSPETTIVA CRISTOLOGICA:
Il segno di Giona trova il suo pieno significato nella persona e nell’opera di Gesù Cristo. Esso rimanda direttamente al mistero della sua morte e della sua resurrezione, al cuore del Vangelo.
Non è semplicemente un riferimento simbolico, ma una vera e propria chiave di lettura del mistero pasquale: Cristo morto e risorto è il segno definitivo che Dio offre all’umanità.
2. PROSPETTIVA KERIGMATICA:
La vicenda di Giona è profondamente legata all’annuncio, alla proclamazione della Parola.
Giona è inviato a predicare a dei pagani, e questi, ascoltando, si convertono. Così anche nel Vangelo, il messaggio della salvezza è destinato a tutti, senza distinzione, e chiama ogni uomo alla conversione. Il segno non è fine a se stesso, ma orientato all’annuncio e alla risposta di fede.
3. PROSPETTIVA ANTROPOLOGICA:
La figura di Giona ci parla dell’uomo, delle sue resistenze, delle sue paure, dei suoi conflitti interiori.
Giona fugge, si oppone, fatica ad accettare la misericordia di Dio. In lui possiamo riconoscere qualcosa di noi stessi, delle nostre chiusure, della nostra difficoltà a entrare pienamente nella logica di Dio. E tuttavia, proprio in questa fragilità, si manifesta la pazienza e la fedeltà del Signore.

Fratelli e sorelle, il segno è già stato dato. Non ci sarà dato nulla di più grande della croce e della resurrezione di Cristo.
La domanda che rimane aperta è questa: siamo disposti a riconoscerlo? Siamo pronti a lasciarci trasformare da questo segno, oppure continuiamo a cercarne altri, rimandando la nostra risposta?
Che il Signore ci doni un cuore aperto, capace di accogliere la sua Parola, di riconoscere la sua opera e di rispondere con una fede viva, che si traduca in una vita rinnovata. Amen.

𝗧𝗘𝗠𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗘𝗗𝗜𝗖𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘: 𝗨𝗡𝗔 𝗙𝗘𝗗𝗘 𝗖𝗛𝗘 𝗙𝗔 𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗙𝗙𝗘𝗥𝗘𝗡𝗭𝗔.𝗧𝗘𝗦𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗘𝗗𝗜𝗖𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘: 𝗠𝗔𝗧𝗧𝗘𝗢 𝟵:𝟭𝟴-𝟮𝟲.18.. 𝑀𝑒𝑛𝑡𝑟𝑒 𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒𝑣𝑎 ...
20/04/2026

𝗧𝗘𝗠𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗘𝗗𝗜𝗖𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘: 𝗨𝗡𝗔 𝗙𝗘𝗗𝗘 𝗖𝗛𝗘 𝗙𝗔 𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗙𝗙𝗘𝗥𝗘𝗡𝗭𝗔.
𝗧𝗘𝗦𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗘𝗗𝗜𝗖𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘: 𝗠𝗔𝗧𝗧𝗘𝗢 𝟵:𝟭𝟴-𝟮𝟲.
18.. 𝑀𝑒𝑛𝑡𝑟𝑒 𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒𝑣𝑎 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒, 𝑔𝑖𝑢𝑛𝑠𝑒 𝑢𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑐𝑎𝑝𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑖𝑛𝑎𝑔𝑜𝑔𝑎, 𝑐ℎ𝑒 𝑠'𝑖𝑛𝑐ℎ𝑖𝑛𝑜̀ 𝑑𝑎𝑣𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑎 𝑙𝑢𝑖, 𝑑𝑖𝑐𝑒𝑛𝑑𝑜: «𝑀𝑖𝑎 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎 𝑒̀ 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑎 𝑜𝑟 𝑜𝑟𝑎; 𝑚𝑎 𝑣𝑖𝑒𝑛𝑖, 𝑝𝑜𝑠𝑎 𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑜 𝑠𝑢 𝑑𝑖 𝑙𝑒𝑖 𝑒𝑑 𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑣𝑟𝑎̀». 19 𝐺𝑒𝑠𝑢̀, 𝑎𝑙𝑧𝑎𝑡𝑜𝑠𝑖, 𝑙𝑜 𝑠𝑒𝑔𝑢ı̀ 𝑐𝑜𝑛 𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑐𝑒𝑝𝑜𝑙𝑖.
In questi primi due versetti vediamo l'arrivo del capo della sinagoga che si prostrò di fronte a Gesù preso dalla disperazione.
Sua figlia era morta e mosso dal dolore chiese a Gesù di imporre la propria mano su di essa.
Il capo della sinagoga riconobbe con umiltà e riverenza l'autorità di Gesù. Egli si inchino prima di rivolgersi a Lui.
Ogni volta che ci rivolgiamo al Signore dobbiamo farlo con umiltà e riverenza. Noi siamo Suoi servitori e dobbiamo servire con dedizione.
Il capo della sinagoga chiese a Gesù di compiere un miracolo imponendo la Sua mano.
Quell'uomo era cosciente che per Dio nulla è impossibile e consapevole del valore della sua richiesta fatta con fede.
Quando preghiamo siamo consapevoli di quello che stiamo chiedendo? Sappiamo che ci stiamo rivolgendo a Colui che tuttò può?
Dio conosce ciò che dimora nei nostri cuori e soprattutto la qualità della nostra fede.
Come credenti non possiamo limitare l'azione di Dio perché per Lui nulla è impossibile.
L'operato di Dio è sempre conforme alla Sua volontà.
Gesù dopo essersi alzato seguì il capo della sinagoga insieme ai discepoli.
Gesù si alzò perché riconobbe la fede genuina di quell'uomo.

20. 𝐸𝑑 𝑒𝑐𝑐𝑜 𝑢𝑛𝑎 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑎, 𝑚𝑎𝑙𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑓𝑙𝑢𝑠𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑎𝑛𝑔𝑢𝑒 𝑑𝑎 𝑑𝑜𝑑𝑖𝑐𝑖 𝑎𝑛𝑛𝑖, 𝑎𝑣𝑣𝑖𝑐𝑖𝑛𝑎𝑡𝑎𝑠𝑖 𝑑𝑎 𝑑𝑖𝑒𝑡𝑟𝑜, 𝑔𝑙𝑖 21. 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑑𝑖𝑐𝑒𝑣𝑎 𝑓𝑟𝑎 𝑠𝑒́: «𝑆𝑒 𝑟𝑖𝑒𝑠𝑐𝑜 𝑎 𝑡𝑜𝑐𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑙𝑚𝑒𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑣𝑒𝑠𝑡𝑒, 𝑠𝑎𝑟𝑜̀ 𝑔𝑢𝑎𝑟𝑖𝑡𝑎».
In questi versetti compare un altro personaggio.
Entra in scena una donna affetta da emorragia da dodici anni.
La donna si avvicinò da dietro per provare a toccare il lembo del mantello di Gesù.
Anche lei dimostrò di possedere una fede autentica e genuina.
A causa della sua malattia la donna era considerata impura dalla società dell'epoca.
Lei era convinta che in Cristo avrebbe trovato una guarigione completa.
Questo è un insegnamento pratico anche per noi credenti. Dobbiamo essere consapevoli che Dio può compiere anche quello che per noi sembra totalmente impossibile.
Dio ha un piano per ogni situazione e soprattutto un tempo prestabilito per ogni cosa.

22. 𝐺𝑒𝑠𝑢̀ 𝑠𝑖 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑜̀, 𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑑𝑒, 𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒: «𝐶𝑜𝑟𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜, 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜𝑙𝑎; 𝑙𝑎 𝑡𝑢𝑎 𝑓𝑒𝑑𝑒 𝑡𝑖 ℎ𝑎 𝑔𝑢𝑎𝑟𝑖𝑡𝑎».
Questo è il versetto chiave della predicazione.
La donna venne guarita grazie alla sua fede autentica e genuina.
Gesù effettuò una guarigione spirituale, fisica e sociale in quanto la donna venne anche ristabilita nella società dato che le impurità non c'erano più.
Come credenti siamo chiamati a riporre la nostra fede nel Signore senza dubitare.

23. 𝑄𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝐺𝑒𝑠𝑢̀ 𝑔𝑖𝑢𝑛𝑠𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑠𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑐𝑎𝑝𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑖𝑛𝑎𝑔𝑜𝑔𝑎 𝑒 𝑣𝑖𝑑𝑒 𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑛𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑑𝑖 𝑓𝑙𝑎𝑢𝑡𝑜 𝑒 𝑙𝑎 𝑓𝑜𝑙𝑙𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑎𝑐𝑒𝑣𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝑠𝑡𝑟𝑒𝑝𝑖𝑡𝑜, 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒: 24. «𝐴𝑙𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑎𝑡𝑒𝑣𝑖, 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑙𝑎 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑎, 𝑚𝑎 𝑑𝑜𝑟𝑚𝑒». 𝐸𝑑 𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑟𝑖𝑑𝑒𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝑙𝑢𝑖.
Gesù entrò nella casa del capo della sinagoga e trovò una folla strepitante. C'erano anche i flautisti che erano soliti accompagnare le cerimonie funebri.
Gesù invitò la folla a ritirarsi dicendo che quella ragazza non era deceduta ma stava dormendo.
Tutta quella gente iniziò a deridere Gesù per aver pronunciato quelle parole. Essi dimostrarono una grande incredulità.
Questo deve essere di grande insegnamento anche per noi. Non dobbiamo lasciarci scoraggiare se qualcuno deride la nostra fede o la predicazione del Vangelo. Siamo chiamati a pregare per queste persone anziché entrare in conflitto con loro.
La nostra fede può e deve fare la differenza in ogni ambito.

25. 𝑀𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑎 𝑓𝑜𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑢 𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑓𝑢𝑜𝑟𝑖, 𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜̀, 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒 𝑙𝑎 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑜 𝑒𝑑 𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑖 𝑎𝑙𝑧𝑜̀. 26. 𝐸 𝑠𝑒 𝑛𝑒 𝑑𝑖𝑣𝑢𝑙𝑔𝑜̀ 𝑙𝑎 𝑓𝑎𝑚𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑝𝑎𝑒𝑠𝑒.
In questi due versetti vediamo il risultato di una fede grande.
Gesù Cristo prese la mano di quella bambina che si alzò poco dopo. La fede di quel padre pieno di dolore fece la differenza.
Gesù operò dopo aver riconosciuto la fede, l'umiltà ed il rispetto di quell'uomo.
Anche qui c'è un grande esempio per noi che dobbiamo esprimere le nostre preghiere con convinzione e soprattutto senza dubitare.

COSA POSSIAMO METTERE IN PRATICA PARTENDO DA QUESTI VERSETTI?
1) Dobbiamo presentarci con umiltà e rispetto di fronte a Dio perché oltre ad essere Suoi figli/e siamo anche servitori.

2) Non dobbiamo limitare l'opera di Dio a causa della nostra mancanza di fede. Per Dio niente è impossibile.

3) Credere ed essere convinti che Dio può compiere ogni cosa.

4) Ricordare che Dio muove la Sua mano in base alla nostra fede.

5) Non avere paura di chi ci deride a causa della nostra fede perché noi sappiamo in chi abbiamo creduto.

𝗧𝗘𝗦𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗘𝗗𝗜𝗖𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘: 𝗚𝗜𝗢𝗩𝗔𝗡𝗡𝗜 𝟮𝟬:𝟮𝟰-𝟮𝟵24. 𝑂𝑟 𝑇𝑜𝑚𝑚𝑎𝑠𝑜, 𝑑𝑒𝑡𝑡𝑜 𝐷𝑖𝑑𝑖𝑚𝑜, 𝑢𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑑𝑜𝑑𝑖𝑐𝑖, 𝑛𝑜𝑛 𝑒𝑟𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑣𝑒𝑛𝑛𝑒 𝐺...
12/04/2026

𝗧𝗘𝗦𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗘𝗗𝗜𝗖𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘: 𝗚𝗜𝗢𝗩𝗔𝗡𝗡𝗜 𝟮𝟬:𝟮𝟰-𝟮𝟵
24. 𝑂𝑟 𝑇𝑜𝑚𝑚𝑎𝑠𝑜, 𝑑𝑒𝑡𝑡𝑜 𝐷𝑖𝑑𝑖𝑚𝑜, 𝑢𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑑𝑜𝑑𝑖𝑐𝑖, 𝑛𝑜𝑛 𝑒𝑟𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑣𝑒𝑛𝑛𝑒 𝐺𝑒𝑠𝑢̀. 25. 𝐺𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑐𝑒𝑝𝑜𝑙𝑖 𝑑𝑢𝑛𝑞𝑢𝑒 𝑔𝑙𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒𝑟𝑜: «𝐴𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑣𝑖𝑠𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑒». 𝑀𝑎 𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑙𝑜𝑟𝑜: «𝑆𝑒 𝑖𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑒𝑑𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑠𝑢𝑒 𝑚𝑎𝑛𝑖 𝑖𝑙 𝑠𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑐ℎ𝑖𝑜𝑑𝑖, 𝑒 𝑠𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑚𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑚𝑖𝑜 𝑑𝑖𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑠𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑐ℎ𝑖𝑜𝑑𝑖 𝑒 𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜, 𝑖𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑒𝑟𝑜̀». 26. 𝑂𝑡𝑡𝑜 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑑𝑜𝑝𝑜, 𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑐𝑒𝑝𝑜𝑙𝑖 𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑎𝑠𝑎, 𝑒 𝑇𝑜𝑚𝑚𝑎𝑠𝑜 𝑒𝑟𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑜𝑟𝑜. 𝐺𝑒𝑠𝑢̀ 𝑣𝑒𝑛𝑛𝑒 𝑎 𝑝𝑜𝑟𝑡𝑒 𝑠𝑒𝑟𝑟𝑎𝑡𝑒, 𝑠𝑖 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑡𝑜̀ 𝑖𝑛 𝑚𝑒𝑧𝑧𝑜 𝑎 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒: «𝑃𝑎𝑐𝑒 𝑎 𝑣𝑜𝑖!». 27. 𝑃𝑜𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑎 𝑇𝑜𝑚𝑚𝑎𝑠𝑜: «𝑀𝑒𝑡𝑡𝑖 𝑞𝑢𝑎 𝑖𝑙 𝑑𝑖𝑡𝑜 𝑒 𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑎 𝑙𝑒 𝑚𝑖𝑒 𝑚𝑎𝑛𝑖; 𝑠𝑡𝑒𝑛𝑑𝑖 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑜 𝑒 𝑚𝑒𝑡𝑡𝑖𝑙𝑎 𝑛𝑒𝑙 𝑚𝑖𝑜 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜; 𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑖𝑛𝑐𝑟𝑒𝑑𝑢𝑙𝑜, 𝑚𝑎 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒». 28. 𝐴𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎 𝑇𝑜𝑚𝑚𝑎𝑠𝑜 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑒 𝑒 𝑔𝑙𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒: «𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟 𝑚𝑖𝑜 𝑒 𝐷𝑖𝑜 𝑚𝑖𝑜!». 29. 𝐺𝑒𝑠𝑢̀ 𝑔𝑙𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒: «𝑃𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑚𝑖 ℎ𝑎𝑖 𝑣𝑖𝑠𝑡𝑜, 𝑇𝑜𝑚𝑚𝑎𝑠𝑜, 𝑡𝑢 ℎ𝑎𝑖 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑢𝑡𝑜; 𝑏𝑒𝑎𝑡𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑣𝑖𝑠𝑡𝑜 𝑒 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑢𝑡𝑜».

Gesù, dopo la resurrezione, si presentò ai Suoi discepoli.
L’incontro tra Tommaso ed il Signore ha ancora oggi un grande valore per noi credenti.
Tommaso, chiamato anche “Didimo”, un termine che significa “gemello”, ci viene presentato come un discepolo autentico.
Questo nome può richiamarci l’idea di una doppiezza interiore: da una parte il desiderio di credere, dall’altra il dubbio. In questo senso, Tommaso è un po’ il “gemello” di ciascuno di noi, perché nelle sue parole ritroviamo le nostre stesse domande.
È un uomo che si presenta così com’è, senza nascondersi. Non indossa maschere, non ha paura di esprimere ciò che ha dentro. Di fronte alla resurrezione, risponde con incredulità, e proprio in lui vediamo riflesso il volto delle nostre incertezze.
Tommaso non credette alla testimonianza degli altri discepoli, perché aveva bisogno di vedere. E Gesù, nella Sua grazia, volle concedergli questa possibilità: vedere la verità.
Questo discepolo non finge di essere un credente perfetto, ma mostra le sue fragilità. E questo ci insegna qualcosa di fondamentale: Dio non cerca una religiosità costruita, ma cuori sinceri.
Una fede finta non salva e non conduce alla vera comunione con Lui.
Tommaso non recita una parte. E questo ci ricorda che una fede solo esteriore non può salvarci. Invece, un cuore sincero, anche se ferito, anche se pieno di domande, può sempre essere raggiunto da Dio.
Perché per Dio non esistono ostacoli insormontabili.
I discepoli erano riuniti in una stanza chiusa, presi dalla paura, dallo sconforto e dalla delusione.
Ma per il Signore, quelle porte chiuse non rappresentarono un limite. Gesù entra per portare pace, per ristabilire e per sanare i cuori feriti.
E così è ancora oggi per noi: non esistono cuori che non possano essere guariti dalla Sua presenza.
Il Maestro entra e chiama Tommaso per nome, senza evitare il suo dubbio. Lo invita ad avvicinarsi, a toccare, a vedere. Non lo respinge, ma lo incontra proprio nel punto della sua fragilità.
È quello il momento in cui avviene la svolta.
Tommaso non resta prigioniero del suo “se non vedo, non credo”, ma arriva a una delle confessioni di fede più profonde del Vangelo:
“Mio Signore e mio Dio.”
Non è più una semplice opinione su Gesù, ma un incontro che diventa appartenenza. Una fede viva, personale, che trasforma completamente la vita.
Tommaso passa dall’incredulità al riconoscere Gesù come Dio. Si affida completamente a Lui e viene ristabilito.
E da questa dichiarazione nasce una domanda diretta anche per noi: Chi è Gesù per noi?
È solo una storia di oltre duemila anni fa? Qualcosa che abbiamo sentito tante volte? Oppure è davvero il nostro Signore e Salvatore, al quale affidiamo la nostra vita?
È una risposta che ciascuno di noi è chiamato a dare, nel silenzio e nella preghiera.
Gesù dice: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto.”
Ci invita a fare un passo di fiducia, a lasciarci raggiungere proprio dove siamo. Anche quando siamo stanchi, feriti, arrabbiati o pieni di dubbi, Lui è accanto a noi.
Perché anche nel dubbio, nella stanchezza e nel dolore, possiamo trovare un luogo di incontro e di comunione con Dio.
Che il Signore ci aiuti a trovare quel momento di svolta nelle nostre vite, dove tutto può cambiare.

𝗣𝗔𝗦𝗤𝗨𝗔 𝗗𝗜 𝗥𝗘𝗦𝗨𝗥𝗥𝗘𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘𝗧𝗘𝗦𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗘𝗗𝗜𝗖𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘: 𝗚𝗜𝗢𝗩𝗔𝗡𝗡𝗜 𝟭𝟭:𝟮𝟱.25. 𝐺𝑒𝑠𝑢̀ 𝑙𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒: «𝐼𝑜 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑟𝑖𝑠𝑢𝑟𝑟𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎; 𝑐...
07/04/2026

𝗣𝗔𝗦𝗤𝗨𝗔 𝗗𝗜 𝗥𝗘𝗦𝗨𝗥𝗥𝗘𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘

𝗧𝗘𝗦𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗘𝗗𝗜𝗖𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘: 𝗚𝗜𝗢𝗩𝗔𝗡𝗡𝗜 𝟭𝟭:𝟮𝟱.
25. 𝐺𝑒𝑠𝑢̀ 𝑙𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒: «𝐼𝑜 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑟𝑖𝑠𝑢𝑟𝑟𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎; 𝑐ℎ𝑖 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑒 𝑖𝑛 𝑚𝑒, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑚𝑢𝑜𝑟𝑒, 𝑣𝑖𝑣𝑟𝑎̀.

La Pasqua non è soltanto una ricorrenza, ma il cuore della fede cristiana. È il giorno in cui celebriamo la vittoria della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, della speranza sulla disperazione. È il “passare oltre”: oltre il peccato, oltre il dolore, oltre tutto ciò che sembra definitivo. È uno stile di vita autentico per il credente.
Gesù Cristo è veramente risorto!
Nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 11, versetto 25, Gesù pronuncia una dichiarazione che attraversa i secoli e raggiunge ciascuno di noi: «Io sono la risurrezione e la vita». Queste parole non nascono in un momento di gioia, ma nel mezzo del dolore, dello scoraggiamento e del lutto. Tutti pensavano che fosse la fine. Eppure, proprio in quella situazione, Gesù non offre una semplice spiegazione: Egli rivela sé stesso.
Dichiara di essere la risurrezione.
Con queste parole, Gesù ci mostra la vera essenza del Padre: un Dio che non resta distante davanti alla sofferenza, ma che si presenta vivo, presente, capace di trasformare la realtà. Chi lo accoglie entra in una comunione intima con Lui, una relazione che trasforma profondamente la nostra esistenza.
La risurrezione non è solo un evento del passato, ma una rivelazione viva. Cristo ci invita a lasciare le nostre “tombe”: lo sconforto, le ferite, la rassegnazione.
La Pasqua ci annuncia che Dio, anche nel dolore, è in piedi davanti alle nostre tombe e ai nostri mali, pronto a chiamarci alla vita.
Gesù Cristo è la risurrezione e la vita. Credendo in Lui, iniziando una relazione autentica con Lui, troviamo salvezza. Gesù non ci chiede di comprendere ogni cosa, ma di credere. E credere significa affidarsi, lasciarsi coinvolgere, aprire il cuore affinché Cristo illumini le zone più buie della nostra esistenza.
Quando Cristo è con noi, la sua Parola diventa viva: ci chiama per nome, come fece davanti alla tomba di Lazzaro. Ci chiama a uscire: fuori dalla paura, dalla rassegnazione, da tutto ciò che ci tiene legati alla nostra vecchia natura. È una chiamata a vivere una vita nuova, una vita abbondante.
La Pasqua è il giorno in cui le parole di Cristo trovano il loro compimento: Egli è risorto e la morte non ha più l’ultima parola. Ma la Pasqua non appartiene solo a un giorno: è una realtà presente nella nostra vita. È la certezza di una speranza incrollabile.
È vero, nelle nostre vite ci sono ancora zone d’ombra. Ma la Parola di Dio risuona potente e continua a ricordarci che Cristo è la risurrezione e la vita. Non siamo chiamati a fissare lo sguardo sui nostri mali, ma a rivolgerlo verso di Lui, con fiducia.
Perché la Pasqua non sia solo una commemorazione, ma una vita da accogliere, dobbiamo lasciare spazio a Cristo in ogni ambito della nostra esistenza. Vivere una Pasqua autentica significa permettere a Cristo di entrare pienamente in noi e trasformarci.
Che questa Pasqua sia il giorno in cui diciamo con decisione il nostro “sì” al Signore, spalancando i nostri cuori alla sua presenza e alla sua vita.

07/04/2026

Carissimi sorelle e fratelli, Pastori, Sacerdoti e Ministri tutti,

in questo tempo segnato da profonde inquietudini e da minacce che gravano sull’umanità intera, sento forte il dovere, come Presidente del Consiglio delle Chiese Cristiane delle Marche, di rivolgervi un accorato invito.

𝗨𝗻𝗶𝗮𝗺𝗼𝗰𝗶 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗲𝗴𝗵𝗶𝗲𝗿𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗲. Innalziamo insieme la nostra voce al Signore affinché illumini i cuori, sostenga chi soffre e ispiri scelte di giustizia, riconciliazione e fraternità tra i popoli. Di fronte a questo flagello che mette a rischio la dignità e il futuro dell’umanità, la nostra fede ci chiama a non restare indifferenti, ma a farci strumenti di speranza e di pace.

Vi invito a promuovere, nelle vostre comunità, momenti intensi di preghiera personale e comunitaria, affinché si rafforzi lo spirito di unità, di solidarietà e di testimonianza evangelica.

Il Signore della pace ci accompagni e ci renda, insieme, operatori di pace e costruttori di fraternità.

Con fraterna vicinanza,

𝑃𝑎𝑠𝑡𝑜𝑟𝑒 𝐴𝑚𝑎𝑑𝑜 𝐿𝑢𝑖𝑠 𝐺𝑖𝑢𝑙𝑖𝑎𝑛𝑖,
Presidente Consiglio delle Chiese Cristiane delle Marche

𝐏𝐀𝐒𝐐𝐔𝐀 𝐃𝐈 𝐑𝐄𝐒𝐔𝐑𝐑𝐄𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄𝐌𝐀𝐓𝐓𝐄𝐎 𝟐𝟖:𝟓-𝟔5. 𝑀𝑎 𝑙'𝑎𝑛𝑔𝑒𝑙𝑜 𝑠𝑖 𝑟𝑖𝑣𝑜𝑙𝑠𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑒 𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒: «𝑉𝑜𝑖, 𝑛𝑜𝑛 𝑡𝑒𝑚𝑒𝑡𝑒; 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑖𝑜 𝑠𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑒𝑟...
05/04/2026

𝐏𝐀𝐒𝐐𝐔𝐀 𝐃𝐈 𝐑𝐄𝐒𝐔𝐑𝐑𝐄𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄

𝐌𝐀𝐓𝐓𝐄𝐎 𝟐𝟖:𝟓-𝟔
5. 𝑀𝑎 𝑙'𝑎𝑛𝑔𝑒𝑙𝑜 𝑠𝑖 𝑟𝑖𝑣𝑜𝑙𝑠𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑒 𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒: «𝑉𝑜𝑖, 𝑛𝑜𝑛 𝑡𝑒𝑚𝑒𝑡𝑒; 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑖𝑜 𝑠𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎𝑡𝑒 𝐺𝑒𝑠𝑢̀, 𝑐ℎ𝑒 𝑒̀ 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑐𝑟𝑜𝑐𝑖𝑓𝑖𝑠𝑠𝑜. 6. 𝐸𝑔𝑙𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑞𝑢𝑖, 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑒̀ 𝑟𝑖𝑠𝑢𝑠𝑐𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑑𝑒𝑡𝑡𝑜; 𝑣𝑒𝑛𝑖𝑡𝑒 𝑎 𝑣𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑙𝑢𝑜𝑔𝑜 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑔𝑖𝑎𝑐𝑒𝑣𝑎.

Gesù è risorto! La morte è stata vinta, la speranza è viva.
La resurrezione cambia ogni cosa: c’è vita nuova per chi crede.

𝐈𝐍𝐕𝐈𝐓𝐎: Sto vivendo veramente nella gioia della resurrezione?
𝐏𝐑𝐄𝐆𝐇𝐈𝐄𝐑𝐀:"Alleluia, Gesù Cristo è veramente risorto"!

𝐒𝐀𝐁𝐀𝐓𝐎 𝐒𝐀𝐍𝐓𝐎 - 𝐈𝐋 𝐒𝐈𝐋𝐄𝐍𝐙𝐈𝐎 𝐄 𝐋'𝐀𝐓𝐓𝐄𝐒𝐀 𝐌𝐀𝐓𝐓𝐄𝐎 𝟐𝟕:𝟓𝟗-𝟔𝟗59. 𝐺𝑖𝑢𝑠𝑒𝑝𝑝𝑒, 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑜 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 𝑑𝑖 𝐺𝑒𝑠𝑢̀, 𝑙𝑜 𝑎𝑣𝑣𝑜𝑙𝑠𝑒 𝑖𝑛 𝑢𝑛 𝑐𝑎𝑛𝑑𝑖𝑑𝑜 𝑙𝑒𝑛...
04/04/2026

𝐒𝐀𝐁𝐀𝐓𝐎 𝐒𝐀𝐍𝐓𝐎 - 𝐈𝐋 𝐒𝐈𝐋𝐄𝐍𝐙𝐈𝐎 𝐄 𝐋'𝐀𝐓𝐓𝐄𝐒𝐀

𝐌𝐀𝐓𝐓𝐄𝐎 𝟐𝟕:𝟓𝟗-𝟔𝟗
59. 𝐺𝑖𝑢𝑠𝑒𝑝𝑝𝑒, 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑜 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 𝑑𝑖 𝐺𝑒𝑠𝑢̀, 𝑙𝑜 𝑎𝑣𝑣𝑜𝑙𝑠𝑒 𝑖𝑛 𝑢𝑛 𝑐𝑎𝑛𝑑𝑖𝑑𝑜 𝑙𝑒𝑛𝑧𝑢𝑜𝑙𝑜 60. 𝑒 𝑙𝑜 𝑑𝑒𝑝𝑜𝑠𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑡𝑜𝑚𝑏𝑎 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑎, 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑒𝑟𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑎 𝑠𝑐𝑎𝑣𝑎𝑟𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑟𝑜𝑐𝑐𝑖𝑎; 𝑟𝑜𝑡𝑜𝑙𝑎𝑡𝑎 𝑝𝑜𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑛 𝑝𝑖𝑒𝑡𝑟𝑎 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑠𝑒𝑝𝑜𝑙𝑐𝑟𝑜, 𝑠𝑒 𝑛𝑒 𝑎𝑛𝑑𝑜̀.

Gesù è nel sepolcro. È un giorno di silenzio, di attesa e di apparente sconfitta. Ma Dio opera anche quando tutto sembra fermo.

𝐈𝐍𝐕𝐈𝐓𝐎: So aspettare Dio con fiducia?
𝐏𝐑𝐄𝐆𝐇𝐈𝐄𝐑𝐀: "Signore, aiutaci a comprendere che anche nel silenzio operi sempre per i tuoi figli/e".

𝐕𝐄𝐍𝐄𝐑𝐃𝐈̀ 𝐒𝐀𝐍𝐓𝐎 - 𝐈𝐋 𝐒𝐀𝐂𝐑𝐈𝐅𝐈𝐂𝐈𝐎𝐆𝐈𝐎𝐕𝐀𝐍𝐍𝐈 𝟏𝟗:𝟑𝟎30.𝐸 𝑑𝑜𝑝𝑜 𝑎𝑣𝑒𝑟 𝑟𝑖𝑐𝑒𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑙'𝑎𝑐𝑒𝑡𝑜, 𝐺𝑒𝑠𝑢̀ 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒: «𝑇𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑖𝑢𝑡𝑜!». 𝐸, 𝑐ℎ𝑖𝑛𝑎...
03/04/2026

𝐕𝐄𝐍𝐄𝐑𝐃𝐈̀ 𝐒𝐀𝐍𝐓𝐎 - 𝐈𝐋 𝐒𝐀𝐂𝐑𝐈𝐅𝐈𝐂𝐈𝐎

𝐆𝐈𝐎𝐕𝐀𝐍𝐍𝐈 𝟏𝟗:𝟑𝟎
30.𝐸 𝑑𝑜𝑝𝑜 𝑎𝑣𝑒𝑟 𝑟𝑖𝑐𝑒𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑙'𝑎𝑐𝑒𝑡𝑜, 𝐺𝑒𝑠𝑢̀ 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒: «𝑇𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑖𝑢𝑡𝑜!». 𝐸, 𝑐ℎ𝑖𝑛𝑎𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑐𝑎𝑝𝑜, 𝑠𝑝𝑖𝑟𝑜̀.

Gesù viene crocifisso. Abbandonato, umiliato e ferito, porta su di sé il peso del peccato dell’umanità.
La croce, simbolo di morte e vergogna, diventa il luogo dove si rivela l’amore più grande.
Nulla di ciò che accade è casuale: ogni sofferenza, ogni parola, ogni silenzio fa parte del piano di Dio per la salvezza.
Quando Gesù pronuncia “È compiuto”, non sta cedendo alla morte, ma dichiarando vittoria. Il debito è pagato, la strada verso Dio è aperta.
Il Venerdì Santo ci mette davanti a una verità profonda: siamo amati oltre ogni misura.
La croce ci chiama a fermarci, a contemplare, e a rispondere a questo amore con tutto il nostro cuore.

𝐈𝐍𝐕𝐈𝐓𝐎: Cosa significa per me oggi la croce di Cristo?
𝐏𝐑𝐄𝐆𝐇𝐈𝐄𝐑𝐀:"Signore Gesù,
davanti alla Tua croce mi fermo e Ti ringrazio.
Hai dato la Tua vita per amore mio,
hai portato il mio peccato e il mio dolore.
Aiutami a comprendere la grandezza del Tuo sacrificio
e a vivere ogni giorno nella Tua grazia. Amen".

𝐆𝐈𝐎𝐕𝐄𝐃𝐈̀ 𝐒𝐀𝐍𝐓𝐎𝗧𝗘𝗦𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗘𝗗𝗜𝗖𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘: 𝗠𝗔𝗧𝗧𝗘𝗢 𝟮𝟲:𝟯𝟲-𝟰𝟲.36. 𝐴𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎 𝐺𝑒𝑠𝑢̀ 𝑎𝑛𝑑𝑜̀ 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑖𝑛 𝑢𝑛 𝑝𝑜𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑚𝑎𝑡𝑜 𝐺𝑒𝑡𝑠𝑒𝑚𝑎𝑛𝑖 ...
02/04/2026

𝐆𝐈𝐎𝐕𝐄𝐃𝐈̀ 𝐒𝐀𝐍𝐓𝐎

𝗧𝗘𝗦𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗘𝗗𝗜𝗖𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘: 𝗠𝗔𝗧𝗧𝗘𝗢 𝟮𝟲:𝟯𝟲-𝟰𝟲.
36. 𝐴𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎 𝐺𝑒𝑠𝑢̀ 𝑎𝑛𝑑𝑜̀ 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑖𝑛 𝑢𝑛 𝑝𝑜𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑚𝑎𝑡𝑜 𝐺𝑒𝑡𝑠𝑒𝑚𝑎𝑛𝑖 𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑎𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑐𝑒𝑝𝑜𝑙𝑖: «𝑆𝑒𝑑𝑒𝑡𝑒 𝑞𝑢𝑖 𝑓𝑖𝑛𝑐ℎ𝑒́ 𝑖𝑜 𝑠𝑖𝑎 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑡𝑜 𝑙𝑎̀ 𝑒 𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑔𝑎𝑡𝑜». 37. 𝐸, 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑛 𝑠𝑒́ 𝑃𝑖𝑒𝑡𝑟𝑜 𝑒 𝑖 𝑑𝑢𝑒 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑑𝑖 𝑍𝑒𝑏𝑒𝑑𝑒𝑜, 𝑐𝑜𝑚𝑖𝑛𝑐𝑖𝑜̀ 𝑎 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑡𝑟𝑖𝑠𝑡𝑒 𝑒 𝑎𝑛𝑔𝑜𝑠𝑐𝑖𝑎𝑡𝑜. 38. 𝐴𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑙𝑜𝑟𝑜: «𝐿'𝑎𝑛𝑖𝑚𝑎 𝑚𝑖𝑎 𝑒̀ 𝑜𝑝𝑝𝑟𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑑𝑎 𝑡𝑟𝑖𝑠𝑡𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑎𝑙𝑒; 𝑟𝑖𝑚𝑎𝑛𝑒𝑡𝑒 𝑞𝑢𝑖 𝑒 𝑣𝑒𝑔𝑙𝑖𝑎𝑡𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑚𝑒». 39. 𝐸, 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑡𝑜 𝑢𝑛 𝑝𝑜' 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑎𝑣𝑎𝑛𝑡𝑖, 𝑠𝑖 𝑔𝑒𝑡𝑡𝑜̀ 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑓𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎 𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎, 𝑝𝑟𝑒𝑔𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑒 𝑑𝑖𝑐𝑒𝑛𝑑𝑜: «𝑃𝑎𝑑𝑟𝑒 𝑚𝑖𝑜, 𝑠𝑒 𝑒̀ 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒, 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑖 𝑜𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑑𝑎 𝑚𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑐𝑎𝑙𝑖𝑐𝑒! 𝑀𝑎 𝑝𝑢𝑟𝑒, 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑖𝑜, 𝑚𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑡𝑢 𝑣𝑢𝑜𝑖». 40. 𝑃𝑜𝑖 𝑡𝑜𝑟𝑛𝑜̀ 𝑑𝑎𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑐𝑒𝑝𝑜𝑙𝑖 𝑒 𝑙𝑖 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑜̀ 𝑎𝑑𝑑𝑜𝑟𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑖. 𝐸 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑎 𝑃𝑖𝑒𝑡𝑟𝑜: «𝐶𝑜𝑠ı̀ 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖𝑒𝑡𝑒 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑖 𝑐𝑎𝑝𝑎𝑐𝑖 𝑑𝑖 𝑣𝑒𝑔𝑙𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑚𝑒 𝑢𝑛'𝑜𝑟𝑎 𝑠𝑜𝑙𝑎? 41. 𝑉𝑒𝑔𝑙𝑖𝑎𝑡𝑒 𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑔𝑎𝑡𝑒, 𝑎𝑓𝑓𝑖𝑛𝑐ℎ𝑒́ 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑎𝑑𝑖𝑎𝑡𝑒 𝑖𝑛 𝑡𝑒𝑛𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒; 𝑙𝑜 𝑠𝑝𝑖𝑟𝑖𝑡𝑜 𝑒̀ 𝑝𝑟𝑜𝑛𝑡𝑜, 𝑚𝑎 𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑟𝑛𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑒𝑏𝑜𝑙𝑒». 42. 𝐷𝑖 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑜, 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑠𝑒𝑐𝑜𝑛𝑑𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎, 𝑎𝑛𝑑𝑜̀ 𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑔𝑜̀, 𝑑𝑖𝑐𝑒𝑛𝑑𝑜: «𝑃𝑎𝑑𝑟𝑒 𝑚𝑖𝑜, 𝑠𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑐𝑎𝑙𝑖𝑐𝑒 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑖 𝑜𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑑𝑎 𝑚𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑜 𝑙𝑜 𝑏𝑒𝑣𝑎, 𝑠𝑖𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑡𝑢𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎̀». 43. 𝐸, 𝑡𝑜𝑟𝑛𝑎𝑡𝑜, 𝑙𝑖 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑜̀ 𝑎𝑑𝑑𝑜𝑟𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑖, 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑖 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑎𝑝𝑝𝑒𝑠𝑎𝑛𝑡𝑖𝑡𝑖. 44. 𝐴𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎, 𝑙𝑎𝑠𝑐𝑖𝑎𝑡𝑖𝑙𝑖, 𝑎𝑛𝑑𝑜̀ 𝑑𝑖 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑜 𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑔𝑜̀ 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑧𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎, 𝑟𝑖𝑝𝑒𝑡𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑒𝑠𝑖𝑚𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒. 45. 𝑃𝑜𝑖 𝑡𝑜𝑟𝑛𝑜̀ 𝑑𝑎𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑐𝑒𝑝𝑜𝑙𝑖 𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑙𝑜𝑟𝑜: «𝐷𝑜𝑟𝑚𝑖𝑡𝑒 𝑝𝑢𝑟𝑒 𝑜𝑟𝑎𝑚𝑎𝑖, 𝑒 𝑟𝑖𝑝𝑜𝑠𝑎𝑡𝑒𝑣𝑖! 𝐸𝑐𝑐𝑜, 𝑙'𝑜𝑟𝑎 𝑒̀ 𝑣𝑖𝑐𝑖𝑛𝑎, 𝑒 𝑖𝑙 𝐹𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑢𝑜𝑚𝑜 𝑒̀ 𝑑𝑎𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑚𝑎𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑖 𝑝𝑒𝑐𝑐𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖. 46. 𝐴𝑙𝑧𝑎𝑡𝑒𝑣𝑖, 𝑎𝑛𝑑𝑖𝑎𝑚𝑜; 𝑒𝑐𝑐𝑜, 𝑐𝑜𝑙𝑢𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑚𝑖 𝑡𝑟𝑎𝑑𝑖𝑠𝑐𝑒 𝑒̀ 𝑣𝑖𝑐𝑖𝑛𝑜».

Cari fratelli e sorelle, nel culto del Giovedì Santo entriamo in uno dei momenti più intimi e decisivi della vita di Gesù. È la sera dell’ultima cena, il tempo in cui il Maestro spezza il
pane con i suoi discepoli, ma anche l’inizio del suo cammino che lo condurrà verso la croce.
In questa notte, la Scrittura ci mostra come amore e tradimento, comunione e solitudine, fedeltà e debolezza umana si intreccino.
Dopo aver condiviso il pasto, Gesù si ritira nel giardino del Getsemani. Ed è proprio qui che la Scrittura ci conduce verso un luogo di preghiera, di lotta interiore e di totale
affidamento al Padre.
Il Giovedì Santo, dunque, non è un semplice evento, ma un invito a vegliare con Cristo, a confrontarci con le nostre fragilità e imparare cosa significa “fare la Sua volontà” in modo autentico.
Questi versetti del Vangelo di Matteo introducono una notte decisiva che riguarda da vicino anche la nostra fede. È la notte dell’ultima cena, della comunione donata e del pane
spezzato, ma anche il tempo del tradimento, dell’abbandono e della solitudine.
È la notte dove Gesù non solo annuncia ciò che accadrà, ma inizia a viverlo pienamente, consegnandosi alla volontà del Padre.
Dopo aver condiviso il pasto con i Suoi discepoli, Gesù si ritira in un luogo chiamato Getsemani, che significa “frantoio dell’olio”.
È un’immagine forte quella che ci viene presentata: così come le olive vengono schiacciate per produrre olio, così Gesù viene
pressato e provando nel profondo della Sua umanità.
Ed è proprio lì che vuole condurci il Giovedì Santo, nel luogo della pressione, della prova e della decisione.
Nel Getsemani si consuma la lotta di Gesù, vero uomo e Unigenito Figlio di Dio. È l’agone, la battaglia interiore, il confronto tra la volontà umana e la volontà del Padre.
La sua preghiera lo esprime con chiarezza: «𝑃𝑎𝑑𝑟𝑒 𝑚𝑖𝑜, 𝑠𝑒 𝑒̀ 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒, 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑖 𝑜𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑑𝑎 𝑚𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑐𝑎𝑙𝑖𝑐𝑒! 𝑀𝑎 𝑝𝑢𝑟𝑒, 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑖𝑜, 𝑚𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑡𝑢 𝑣𝑢𝑜𝑖».
Qui tocchiamo uno dei misteri più profondi della nostra fede: il Figlio non evita la lotta, non aggira la sofferenza, ma la attraversa nell’obbedienza. Non c’è un’apparente serenità distaccata, ma un vero combattimento spirituale. E proprio in questo combattimento si manifesta la sua obbedienza filiale.
Nel Getsemani c’è il massimo della solitudine, il massimo della tentazione e il massimo della preghiera. È una preghiera che è invocazione, ma anche discernimento e decisione.
Ciò che Gesù compirà sulla croce trova qui la sua radice: la croce non è un evento improvviso, ma il compimento di una volontà accolta e vissuta fino in fondo.
Questa lotta richiama quella del deserto, all’inizio del ministero. Anche lì Gesù aveva rifiutato una via di salvezza fondata sul potere, sul miracolo spettacolare o sul dominio scegliendo la piena obbedienza.
Ora, nel Getsemani, quella scelta si approfondisce perché non riguarda solamente il vivere per Dio, ma donare la propria vita.
Gesù non appare come un eroe invincibile, ma come colui che sta al confine tra la vita e la morte. La sua domanda è reale: “C’è un’altra via?”. In questo interrogativo riconosciamo la
profondità della sua incarnazione. Egli è veramente nostro Salvatore in quanto partecipe fino in fondo della nostra condizione.
La sua preghiera, ripetuta tre volte, richiama il grido di Giobbe: il grido dell’uomo che soffre e cerca Dio nel silenzio.
7. 𝑂𝑟𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑜̀ 𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑚'ℎ𝑎 𝑠𝑝𝑜𝑠𝑠𝑎𝑡𝑜, 𝑓𝑖𝑎𝑐𝑐𝑎𝑡𝑜,
𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑚𝑖𝑜 𝑣𝑖𝑐𝑖𝑛𝑎𝑡𝑜 𝑚𝑖 𝑒̀ 𝑎𝑑𝑑𝑜𝑠𝑠𝑜;
8. 𝑠𝑖 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑖𝑡𝑢𝑖𝑡𝑜 𝑡𝑒𝑠𝑡𝑖𝑚𝑜𝑛𝑒 𝑒𝑑 𝑒̀ 𝑖𝑛𝑠𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑒:
𝑖𝑙 𝑚𝑖𝑜 𝑐𝑎𝑙𝑢𝑛𝑛𝑖𝑎𝑡𝑜𝑟𝑒 𝑚𝑖 𝑎𝑐𝑐𝑢𝑠𝑎 𝑖𝑛 𝑓𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎.
9. 𝐿𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑒𝑟𝑎 𝑚𝑖 𝑑𝑖𝑙𝑎𝑛𝑖𝑎 𝑒 𝑚𝑖 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑒𝑔𝑢𝑖𝑡𝑎;
𝑑𝑖𝑔𝑟𝑖𝑔𝑛𝑎 𝑖 𝑑𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑒,
𝑖𝑙 𝑚𝑖𝑜 𝑛𝑒𝑚𝑖𝑐𝑜 𝑠𝑢 𝑑𝑖 𝑚𝑒 𝑎𝑔𝑢𝑧𝑧𝑎 𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖.
10. 𝑆𝑝𝑎𝑙𝑎𝑛𝑐𝑎𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑏𝑜𝑐𝑐𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑒,
𝑚𝑖 𝑠𝑐ℎ𝑖𝑎𝑓𝑓𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑖𝑛𝑠𝑢𝑙𝑡𝑖,
𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒 𝑠𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑒𝑎𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑒.
11. 𝐷𝑖𝑜 𝑚𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑑𝑎 𝑎𝑙𝑙'𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜,
𝑒 𝑚𝑖 𝑔𝑒𝑡𝑡𝑎 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑚𝑎𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑖 𝑚𝑎𝑙𝑣𝑎𝑔𝑖.
12. 𝑀𝑒 𝑛𝑒 𝑠𝑡𝑎𝑣𝑜 𝑡𝑟𝑎𝑛𝑞𝑢𝑖𝑙𝑙𝑜 𝑒𝑑 𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑚𝑖 ℎ𝑎 𝑟𝑜𝑣𝑖𝑛𝑎𝑡𝑜,
𝑚𝑖 ℎ𝑎 𝑎𝑓𝑓𝑒𝑟𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑜 𝑒 𝑚𝑖 ℎ𝑎 𝑠𝑡𝑟𝑖𝑡𝑜𝑙𝑎𝑡𝑜;
ℎ𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑒 𝑖𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑏𝑒𝑟𝑠𝑎𝑔𝑙𝑖𝑜.
13. 𝐼 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑎𝑟𝑐𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑚𝑖 𝑐𝑖𝑟𝑐𝑜𝑛𝑑𝑎𝑛𝑜;
𝑚𝑖 𝑡𝑟𝑎𝑓𝑖𝑔𝑔𝑒 𝑖 𝑓𝑖𝑎𝑛𝑐ℎ𝑖 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑝𝑖𝑒𝑡𝑎̀,
𝑣𝑒𝑟𝑠𝑎 𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑖𝑙 𝑚𝑖𝑜 𝑓𝑖𝑒𝑙𝑒,
14. 𝑚𝑖 𝑎𝑝𝑟𝑒 𝑓𝑒𝑟𝑖𝑡𝑎 𝑠𝑢 𝑓𝑒𝑟𝑖𝑡𝑎,
𝑚𝑖 𝑠𝑖 𝑎𝑣𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛 𝑔𝑢𝑒𝑟𝑟𝑖𝑒𝑟𝑜.
15. 𝐻𝑜 𝑐𝑢𝑐𝑖𝑡𝑜 𝑢𝑛 𝑠𝑎𝑐𝑐𝑜 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑎 𝑝𝑒𝑙𝑙𝑒
𝑒 ℎ𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑓𝑟𝑜𝑛𝑡𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑙𝑣𝑒𝑟𝑒.
16. 𝐿𝑎 𝑚𝑖𝑎 𝑓𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎 𝑒̀ 𝑟𝑜𝑠𝑠𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑖𝑙 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑡𝑜
𝑒 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑒 𝑚𝑖𝑒 𝑝𝑎𝑙𝑝𝑒𝑏𝑟𝑒 𝑣'𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑖𝑡𝑡𝑎 𝑜𝑠𝑐𝑢𝑟𝑖𝑡𝑎̀.
17. 𝑁𝑜𝑛 𝑐'𝑒̀ 𝑣𝑖𝑜𝑙𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑚𝑖𝑒 𝑚𝑎𝑛𝑖
𝑒 𝑝𝑢𝑟𝑎 𝑒̀ 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑔ℎ𝑖𝑒𝑟𝑎. (GIOBBE 16:7-17)
È la preghiera di chi non nasconde la propria angoscia. E tuttavia, ogni volta, Gesù ritorna all’essenziale: “Non come voglio io, ma come vuoi tu”.
Qui si rivela la vera obbedienza che non rassegnazione passiva ma fiducia attiva nel Padre.
Nel Getsemani vediamo anche la comunità dei discepoli. Gesù porta con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, chiedendo loro di vegliare. È un invito che attraversa il Giovedì Santo: vegliare con Cristo.
Ma quella dei discepoli è una veglia mancata.
Per tre volte si addormentano non riuscendo a sostenere il peso di quell’ora. La prova si dimostrò più grande di loro.
E in questo fallimento possiamo riconoscere anche noi stessi. Noi credenti troppo spesso siamo così: desiderosi di essere fedeli, ma vinti dalla stanchezza, dalla paura, dalla distrazione.
La “tentazione” è anche “prova” ed è proprio in quella situazione che viene messa a n**o tutta la nostra debolezza.
Il sonno dei discepoli diventa il segno della nostra povertà spirituale. Ma nonostante tutto Gesù non li respinge. Li vuole con sé.
Ed è qui che la Scrittura ci offre un’immagine chiara comunità cristiana che nonostante le fragilità e l’inadeguatezza è comunque chiamata a stare con Cristo.
E ora, fratelli e sorelle, il Getsemani non è un punto di arrivo, ma il prologo del cammino verso la croce.
Da quel giardino parte il cammino dell’arresto, del processo ingiusto, della sofferenza e infine del Golgota.
Il Giovedì Santo è già orientato al Venerdì Santo. La decisione presa nella preghiera diventa un cammino concreto, fatto di passi, di umiliazione, di dolore.
Gesù, rialzandosi da quella preghiera, non fugge, non si sottrae ma va incontro a chi viene a prenderlo consegnandosi. È qui che comprendiamo che la croce non è subita soltanto, ma è accolta. Non è semplicemente violenza degli uomini, ma anche obbedienza del Figlio.
Il cammino della croce è il cammino dell’amore che si dona fino alla fine.
E questo cammino riguarda anche noi. Perché seguire Cristo non significa evitare la prova, ma attraversarla nella fede. Significa imparare, giorno dopo giorno, a deporre la nostra volontà nelle mani di Dio e riconoscere che la vita nuova passa, misteriosamente, attraverso la morte a noi stessi.
Il Getsemani ci insegna che la croce non inizia sul Golgota, ma nella profondità del cuore.
Parte nel momento in cui si sceglie di fidarsi di Dio anche quando non comprendiamo, anche quando costa, anche quando tutto dentro di noi vorrebbe fuggire.
Per questo, il Giovedì Santo ci insegna che non è importante solo ricordare, ma entrare attivamente in questo cammino.
È un’esortazione potente a vegliare con Cristo, a non fuggire davanti alla prova, a restare anche se pensiamo che a vincere possano essere le nostre debolezze.
E tuttavia, proprio perché conosciamo la nostra fragilità, sappiamo che la nostra speranza non è nella nostra capacità di vegliare, ma nella fedeltà di Cristo che ha vegliato per noi, che ha pregato per noi, che ha obbedito per noi.
E tuttavia, fratelli e sorelle, noi siamo chiamati a rendere grazie a Dio per il Getsemani.
Perché è lì che vediamo l’umanità vera di Gesù, il Suo amore fedele e la Sua obbedienza che ci conduce verso la salvezza.
E proprio da questa notte, anche noi possiamo imparare a vegliare e stare di fronte a Dio nella prova.
E a dire, magari con fatica, ma con fede: “Signore, non la mia volontà, ma la tua sia fatta”.

Indirizzo

Largo Fidi 11 (presso La Biblioteca Filelfica)
Tolentino
62029

Orario di apertura

10:00 - 12:30

Telefono

+393280548277

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