26/04/2026
𝗧𝗘𝗦𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗘𝗗𝗜𝗖𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘: 𝗠𝗔𝗧𝗧𝗘𝗢 𝟭𝟮:𝟯𝟴-𝟰𝟮.
38. 𝐴𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎 𝑎𝑙𝑐𝑢𝑛𝑖 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑏𝑖 𝑒 𝑓𝑎𝑟𝑖𝑠𝑒𝑖 𝑙𝑜 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑟𝑜𝑔𝑎𝑟𝑜𝑛𝑜: «𝑀𝑎𝑒𝑠𝑡𝑟𝑜, 𝑣𝑜𝑟𝑟𝑒𝑚𝑚𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑡𝑢 𝑐𝑖 𝑓𝑎𝑐𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑣𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑠𝑒𝑔𝑛𝑜». 𝐸𝑑 𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑒: 39. «𝑈𝑛𝑎 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑣𝑒𝑟𝑠𝑎 𝑒 𝑎𝑑𝑢𝑙𝑡𝑒𝑟𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑡𝑒𝑛𝑑𝑒 𝑢𝑛 𝑠𝑒𝑔𝑛𝑜! 𝑀𝑎 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛 𝑠𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑙𝑒 𝑠𝑎𝑟𝑎̀ 𝑑𝑎𝑡𝑜, 𝑠𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑖𝑙 𝑠𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝐺𝑖𝑜𝑛𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑒𝑡𝑎. 40. 𝐶𝑜𝑚𝑒 𝑖𝑛𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝐺𝑖𝑜𝑛𝑎 𝑟𝑖𝑚𝑎𝑠𝑒 𝑡𝑟𝑒 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑒 𝑡𝑟𝑒 𝑛𝑜𝑡𝑡𝑖 𝑛𝑒𝑙 𝑣𝑒𝑛𝑡𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑒𝑠𝑐𝑒, 𝑐𝑜𝑠ı̀ 𝑖𝑙 𝐹𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑢𝑜𝑚𝑜 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑒𝑟𝑎̀ 𝑡𝑟𝑒 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑒 𝑡𝑟𝑒 𝑛𝑜𝑡𝑡𝑖 𝑛𝑒𝑙 𝑐𝑢𝑜𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎. 41. 𝑄𝑢𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑑𝑖 𝑁ı̀𝑛𝑖𝑣𝑒 𝑠𝑖 𝑎𝑙𝑧𝑒𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑎 𝑔𝑖𝑢𝑑𝑖𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑎𝑛𝑛𝑒𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜, 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑣𝑒𝑟𝑡𝑖𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑑𝑖𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝐺𝑖𝑜𝑛𝑎. 𝐸𝑐𝑐𝑜, 𝑜𝑟𝑎 𝑞𝑢𝑖 𝑐'𝑒̀ 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑑𝑖 𝐺𝑖𝑜𝑛𝑎! 42. 𝐿𝑎 𝑟𝑒𝑔𝑖𝑛𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑠𝑢𝑑 𝑠𝑖 𝑙𝑒𝑣𝑒𝑟𝑎̀ 𝑎 𝑔𝑖𝑢𝑑𝑖𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑎𝑛𝑛𝑒𝑟𝑎̀, 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑣𝑒𝑛𝑛𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙'𝑒𝑠𝑡𝑟𝑒𝑚𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑎𝑝𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑆𝑎𝑙𝑜𝑚𝑜𝑛𝑒; 𝑒𝑐𝑐𝑜, 𝑜𝑟𝑎 𝑞𝑢𝑖 𝑐'𝑒̀ 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑑𝑖 𝑆𝑎𝑙𝑜𝑚𝑜𝑛𝑒!
Cari fratelli e sorelle, il brano scelto per la predicazione di oggi e tratto dal Vangelo secondo Matteo ci introduce in un confronto diretto e particolarmente intenso tra Gesù e alcuni scribi e farisei, i quali si avvicinano a Lui con una richiesta precisa: “Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno”.
Non si tratta di una domanda neutrale, né di una ricerca sincera della verità. È piuttosto una pretesa, il desiderio di ottenere una manifestazione evidente, straordinaria, che possa confermare in modo inconfutabile l’identità di Gesù.
Questa richiesta rivela un atteggiamento interiore ben preciso: non la disponibilità ad ascoltare, ma la volontà di verificare, di mettere alla prova, quasi di porre Dio sotto esame. Ed è proprio per questo che la risposta di Gesù è così netta e, per certi versi, spiazzante: “Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona il profeta”.
Parole forti, che non possiamo semplicemente attribuire a un contesto lontano da noi in quanto esse interrogano anche il nostro modo di vivere la fede. Perché, se guardiamo con sincerità alla nostra esperienza, ci accorgiamo che anche noi, molte volte, chiediamo segni. Non sempre ad alta voce, ma nel cuore chiedendo al di Signore di fornirci una spiegazione, esigere una conferma o mostraci chiaramente come agire e muoverci. Eppure, dietro queste richieste, può nascondersi una fede che fatica ad affidarsi, una fede che chiede garanzie prima di fare il passo della fiducia.
Gesù, però, non vuole entrare in questa logica e rimanda a un segno che non è futuro, ma già presente nella storia della salvezza, un segno custodito nella Scrittura: quello legato al Libro di Giona.
Egli stesso ne offre l’interpretazione, dicendo che, come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
In queste parole si apre per noi una prospettiva decisiva, perché Gesù sta parlando della sua morte, della sua sepoltura e, in modo implicito ma reale, della sua resurrezione.
E questo assume un significato ancora più profondo per noi che ci troviamo nella quarta domenica di Pasqua. Il tempo che stiamo vivendo nella Chiesa è il tempo in cui si contempla e si annuncia il mistero pasquale, il cuore della fede cristiana.
Il segno di Giona, dunque, non è altro che una figura, una profezia che trova il suo compimento nella Resurrezione di Gesù. Non un segno spettacolare, non un evento che costringe a credere, ma il gesto supremo di Dio nella storia: la morte del Figlio e la Sua vittoria gloriosa sulla morte.
Nel Nuovo Testamento, Gesù si presenta come colui che porta a compimento le Scritture, come Egli stesso afferma dichiarando di non essere venuto ad abolire la Legge, ma a darle pieno compimento. In questa luce, il segno di Giona diventa una chiave ermeneutica fondamentale in quanto ciò che era figura diventa realtà, ciò che era annuncio diventa compimento.
La permanenza di Giona nel ventre del pesce prefigura il mistero della discesa di Cristo nella morte, e il suo ritorno alla vita annuncia la vittoria definitiva sulla morte.
A questo punto emerge con chiarezza una verità che il testo evangelico mette in evidenza con forza: il problema non è la mancanza di segni, ma la chiusura del cuore.
Gesù richiama infatti due esempi che ribaltano le aspettative dei suoi ascoltatori. Da una parte gli abitanti di Ninive, pagani, lontani dal popolo dell’Alleanza, che tuttavia si convertirono alla predicazione di Giona. Dall’altra la Regina di Saba, che affrontò un lungo viaggio per ascoltare la sapienza di Re Salomone. Gesù afferma con decisione: “Ecco, ora qui c’è più di Giona; ecco, qui c’è più di Salomone”.
4. 𝐺𝑖𝑜𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑖𝑛𝑐𝑖𝑜̀ 𝑎 𝑖𝑛𝑜𝑙𝑡𝑟𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑖𝑡𝑡𝑎̀ 𝑝𝑒𝑟 𝑢𝑛𝑎 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑎𝑚𝑚𝑖𝑛𝑜 𝑒 𝑝𝑟𝑜𝑐𝑙𝑎𝑚𝑎𝑣𝑎: «𝐴𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑟𝑎𝑛𝑡𝑎 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑒 𝑁𝑖𝑛𝑖𝑣𝑒 𝑠𝑎𝑟𝑎̀ 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑟𝑢𝑡𝑡𝑎!» 5. 𝐼 𝑁𝑖𝑛𝑖𝑣𝑖𝑡𝑖 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑜 𝑎 𝐷𝑖𝑜, 𝑝𝑟𝑜𝑐𝑙𝑎𝑚𝑎𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑢𝑛 𝑑𝑖𝑔𝑖𝑢𝑛𝑜 𝑒 𝑠𝑖 𝑣𝑒𝑠𝑡𝑖𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑎𝑐𝑐ℎ𝑖, 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖, 𝑑𝑎𝑙 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝑎𝑙 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜. 6. 𝐸 𝑝𝑜𝑖𝑐ℎ𝑒́ 𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑡𝑖𝑧𝑖𝑎 𝑒𝑟𝑎 𝑔𝑖𝑢𝑛𝑡𝑎 𝑎𝑙 𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑁𝑖𝑛𝑖𝑣𝑒, 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑠𝑖 𝑎𝑙𝑧𝑜̀ 𝑑𝑎𝑙 𝑡𝑟𝑜𝑛𝑜, 𝑠𝑖 𝑡𝑜𝑙𝑠𝑒 𝑖𝑙 𝑚𝑎𝑛𝑡𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑑𝑖 𝑑𝑜𝑠𝑠𝑜, 𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑝𝑟ı̀ 𝑑𝑖 𝑠𝑎𝑐𝑐𝑜 𝑒 𝑠𝑖 𝑚𝑖𝑠𝑒 𝑠𝑒𝑑𝑢𝑡𝑜 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑒𝑛𝑒𝑟𝑒. 7. 𝑃𝑜𝑖, 𝑝𝑒𝑟 𝑑𝑒𝑐𝑟𝑒𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑒 𝑒 𝑑𝑒𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑖, 𝑓𝑢 𝑟𝑒𝑠𝑜 𝑛𝑜𝑡𝑜 𝑖𝑛 𝑁𝑖𝑛𝑖𝑣𝑒 𝑢𝑛 𝑜𝑟𝑑𝑖𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑡𝑖𝑝𝑜: «𝑈𝑜𝑚𝑖𝑛𝑖 𝑒 𝑎𝑛𝑖𝑚𝑎𝑙𝑖, 𝑎𝑟𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑒 𝑔𝑟𝑒𝑔𝑔𝑖, 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑠𝑠𝑎𝑔𝑔𝑖𝑛𝑜 𝑛𝑢𝑙𝑙𝑎; 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑎𝑑𝑎𝑛𝑜 𝑎𝑙 𝑝𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑏𝑒𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑎𝑐𝑞𝑢𝑎. 8. 𝑈𝑜𝑚𝑖𝑛𝑖 𝑒 𝑎𝑛𝑖𝑚𝑎𝑙𝑖 𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑝𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑎𝑐𝑐𝑜 𝑒 𝑔𝑟𝑖𝑑𝑖𝑛𝑜 𝑎 𝐷𝑖𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎; 𝑜𝑔𝑛𝑢𝑛𝑜 𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑣𝑒𝑟𝑡𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑚𝑎𝑙𝑣𝑎𝑔𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑜𝑙𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑖𝑢𝑡𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑠𝑢𝑒 𝑚𝑎𝑛𝑖. 9. 𝐹𝑜𝑟𝑠𝑒 𝐷𝑖𝑜 𝑠𝑖 𝑟𝑖𝑐𝑟𝑒𝑑𝑒𝑟𝑎̀, 𝑠𝑖 𝑝𝑒𝑛𝑡𝑖𝑟𝑎̀ 𝑒 𝑠𝑝𝑒𝑔𝑛𝑒𝑟𝑎̀ 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑖𝑟𝑎 𝑎𝑟𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑐𝑜𝑠ı̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑒𝑟𝑖𝑎𝑚𝑜». 10. 𝐷𝑖𝑜 𝑣𝑖𝑑𝑒 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑎𝑐𝑒𝑣𝑎𝑛𝑜, 𝑣𝑖𝑑𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑣𝑒𝑟𝑡𝑖𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑚𝑎𝑙𝑣𝑎𝑔𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑠𝑖 𝑝𝑒𝑛𝑡ı̀ 𝑑𝑒𝑙 𝑚𝑎𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑚𝑖𝑛𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑜𝑟𝑜; 𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑙𝑜 𝑓𝑒𝑐𝑒. (GIONA 3:4-10)
1. 𝐿𝑎 𝑟𝑒𝑔𝑖𝑛𝑎 𝑑𝑖 𝑆𝑎𝑏𝑎, 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑓𝑎𝑚𝑎 𝑑𝑖 𝑆𝑎𝑙𝑜𝑚𝑜𝑛𝑒, 𝑣𝑒𝑛𝑛𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑙𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑣𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑒𝑛𝑖𝑔𝑚𝑖. 2. 𝑉𝑒𝑛𝑛𝑒 𝑖𝑛 𝐺𝑒𝑟𝑢𝑠𝑎𝑙𝑒𝑚𝑚𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑒𝑧𝑧𝑒 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑖, 𝑐𝑜𝑛 𝑐𝑎𝑚𝑚𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑐𝑎𝑟𝑖𝑐ℎ𝑖 𝑑𝑖 𝑎𝑟𝑜𝑚𝑖, 𝑑'𝑜𝑟𝑜 𝑖𝑛 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑑𝑖 𝑝𝑖𝑒𝑡𝑟𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑧𝑖𝑜𝑠𝑒. 𝑆𝑖 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑡𝑜̀ 𝑎 𝑆𝑎𝑙𝑜𝑚𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑔𝑙𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑎𝑡𝑜. 3. 𝑆𝑎𝑙𝑜𝑚𝑜𝑛𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑒 𝑎 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑠𝑢𝑒 𝑑𝑜𝑚𝑎𝑛𝑑𝑒, 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛𝑎 𝑣𝑒 𝑛𝑒 𝑓𝑢 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑣𝑒𝑠𝑠𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑡𝑎 𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎𝑠𝑠𝑒 𝑖𝑛𝑠𝑜𝑙𝑢𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑆𝑎𝑙𝑜𝑚𝑜𝑛𝑒. 4. 𝐿𝑎 𝑟𝑒𝑔𝑖𝑛𝑎 𝑑𝑖 𝑆𝑎𝑏𝑎, 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑎𝑚𝑚𝑖𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑠𝑎𝑔𝑔𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑆𝑎𝑙𝑜𝑚𝑜𝑛𝑒, 𝑖𝑙 𝑝𝑎𝑙𝑎𝑧𝑧𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑟𝑢𝑖𝑡𝑜, 5. 𝑖 𝑐𝑖𝑏𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑡𝑎𝑣𝑜𝑙𝑎, 𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑜𝑔𝑔𝑖 𝑑𝑒𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑑𝑖𝑔𝑛𝑖𝑡𝑎𝑟𝑖, 𝑙'𝑎𝑡𝑡𝑖𝑣𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑚𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑟𝑖, 𝑙𝑒 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑖𝑠𝑒, 𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑐𝑜𝑝𝑝𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑒 𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑙𝑜𝑐𝑎𝑢𝑠𝑡𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑓𝑓𝑟𝑖𝑣𝑎 𝑛𝑒𝑙 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑒, 𝑟𝑖𝑚𝑎𝑠𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑓𝑖𝑎𝑡𝑜. 6. 𝐴𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑎𝑙 𝑟𝑒: «𝐸𝑟𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑜, 𝑑𝑢𝑛𝑞𝑢𝑒, 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑜 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑚𝑖𝑜 𝑝𝑎𝑒𝑠𝑒 𝑠𝑢𝑙 𝑡𝑢𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑒 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑢𝑎 𝑠𝑎𝑔𝑔𝑒𝑧𝑧𝑎! 7. 𝐼𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑜 𝑣𝑜𝑙𝑢𝑡𝑜 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑠𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒𝑣𝑎, 𝑓𝑖𝑛𝑐ℎ𝑒́ 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑔𝑖𝑢𝑛𝑡𝑎 𝑞𝑢𝑖 𝑒 𝑖 𝑚𝑖𝑒𝑖 𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑣𝑖𝑠𝑡𝑜; 𝑒𝑏𝑏𝑒𝑛𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑚𝑒 𝑛'𝑒𝑟𝑎 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑟𝑖𝑓𝑒𝑟𝑖𝑡𝑎 𝑛𝑒𝑝𝑝𝑢𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑎̀! 𝑄𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑎𝑔𝑔𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑠𝑝𝑒𝑟𝑖𝑡𝑎̀, 𝑠𝑢𝑝𝑒𝑟𝑖 𝑙𝑎 𝑓𝑎𝑚𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑜 𝑛𝑒 ℎ𝑜 𝑢𝑑𝑖𝑡𝑎. 8. 𝐵𝑒𝑎𝑡𝑖 𝑖 𝑡𝑢𝑜𝑖 𝑢𝑜𝑚𝑖𝑛𝑖, 𝑏𝑒𝑎𝑡𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑡𝑢𝑜𝑖 𝑚𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑡𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑑𝑎𝑣𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑎 𝑡𝑒 𝑒 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑡𝑢𝑎 𝑠𝑎𝑔𝑔𝑒𝑧𝑧𝑎! 9. 𝑆𝑖𝑎 𝑏𝑒𝑛𝑒𝑑𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑒 𝑡𝑢𝑜 𝐷𝑖𝑜, 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑖𝑎𝑐𝑖𝑢𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑡𝑒 𝑠ı̀ 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑜𝑐𝑎𝑟𝑡𝑖 𝑠𝑢𝑙 𝑡𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝐼𝑠𝑟𝑎𝑒𝑙𝑒. 𝑁𝑒𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑒𝑡𝑒𝑟𝑛𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝐼𝑠𝑟𝑎𝑒𝑙𝑒 𝑖𝑙 𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑒 𝑡𝑖 ℎ𝑎 𝑠𝑡𝑎𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑜 𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑡𝑢 𝑒𝑠𝑒𝑟𝑐𝑖𝑡𝑖 𝑖𝑙 𝑑𝑖𝑟𝑖𝑡𝑡𝑜 𝑒 𝑙𝑎 𝑔𝑖𝑢𝑠𝑡𝑖𝑧𝑖𝑎». (I RE 10:1-9)
Il contrasto è evidente e, per certi versi, drammatico. Coloro che avevano meno luce, meno rivelazione, meno possibilità, hanno saputo riconoscere la voce di Dio e rispondere. Coloro che invece hanno davanti a sé la pienezza della rivelazione, il Figlio dell’uomo, restano increduli.
È un monito che attraversa i secoli e giunge fino a noi perché non è sufficiente essere vicini alle cose di Dio, non basta ascoltare la Parola, non basta conoscere il Vangelo. È necessario possedere un cuore disposto a lasciarsi trasformare.
Nel racconto evangelico si rivela anche il volto di Dio, un volto profondamente segnato dalla misericordia. Gesù, nei Vangeli, è colui che si commuove davanti alla sofferenza umana, che guarda le f***e come pecore senza pastore, che si lascia toccare nel profondo.
Il termine greco che esprime questa realtà è splagchnizomai, una parola che indica un movimento interiore intenso, una partecipazione totale al dolore dell’altro. Questo è il cuore di Dio, ed è questo il modello che Gesù propone ai suoi discepoli quando dice: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”, come leggiamo nel Vangelo secondo Luca.
La storia di Giona, riletta alla luce del Vangelo, ci mostra proprio questo: un Dio che non si limita a giudicare, ma che desidera salvare, che è lento all’ira e grande nell’amore, che si lascia “commuovere” dalla conversione dell’uomo.
E tuttavia questa misericordia non è mai a buon mercato: è una chiamata, è un appello, è un invito a cambiare vita, a entrare in una nuova direzione.
A questo punto, possiamo raccogliere quanto abbiamo ascoltato cogliendo tre prospettive fondamentali che emergono dall’interpretazione evangelica della figura di Giona.
1. PROSPETTIVA CRISTOLOGICA:
Il segno di Giona trova il suo pieno significato nella persona e nell’opera di Gesù Cristo. Esso rimanda direttamente al mistero della sua morte e della sua resurrezione, al cuore del Vangelo.
Non è semplicemente un riferimento simbolico, ma una vera e propria chiave di lettura del mistero pasquale: Cristo morto e risorto è il segno definitivo che Dio offre all’umanità.
2. PROSPETTIVA KERIGMATICA:
La vicenda di Giona è profondamente legata all’annuncio, alla proclamazione della Parola.
Giona è inviato a predicare a dei pagani, e questi, ascoltando, si convertono. Così anche nel Vangelo, il messaggio della salvezza è destinato a tutti, senza distinzione, e chiama ogni uomo alla conversione. Il segno non è fine a se stesso, ma orientato all’annuncio e alla risposta di fede.
3. PROSPETTIVA ANTROPOLOGICA:
La figura di Giona ci parla dell’uomo, delle sue resistenze, delle sue paure, dei suoi conflitti interiori.
Giona fugge, si oppone, fatica ad accettare la misericordia di Dio. In lui possiamo riconoscere qualcosa di noi stessi, delle nostre chiusure, della nostra difficoltà a entrare pienamente nella logica di Dio. E tuttavia, proprio in questa fragilità, si manifesta la pazienza e la fedeltà del Signore.
Fratelli e sorelle, il segno è già stato dato. Non ci sarà dato nulla di più grande della croce e della resurrezione di Cristo.
La domanda che rimane aperta è questa: siamo disposti a riconoscerlo? Siamo pronti a lasciarci trasformare da questo segno, oppure continuiamo a cercarne altri, rimandando la nostra risposta?
Che il Signore ci doni un cuore aperto, capace di accogliere la sua Parola, di riconoscere la sua opera e di rispondere con una fede viva, che si traduca in una vita rinnovata. Amen.