16/09/2022
Significativo in questi tempi di incertezza del presente che si parli di teologia del futuro sulle spalle dei giganti del passato. Agli autori è stato chiesto di presentare chi sia il proprio gigante del passato.
M. Perroni, B. Salvarani (a cura di), Guardare alla teologia del futuro
Dalle spalle dei nostri giganti
Domenico Segna
I curatori del volume hanno interpellato studiosi e teologi ai quali è stato chiesto di presentare il loro specifico «gigante» di riferimento, facendo risuonare – sulla falsariga di quanto sulle sue pagine Il Regno fa dal n. 16 del 2020 per i grandi che hanno lasciato la propria impronta nel panorama del postconcilio – il celebre aforisma reso noto da Giovanni di Salisbury.
Claudiana, Torino 2022, pp. 304, € 24,00.
Dopo Rahner, Tillich, Barth, Bonhoeffer e altri autori ancora che hanno caratterizzato profondamente il pensiero teologico del Novecento, al di là delle singole confessioni di fede, il futuro della teologia cristiana è possibile solo stando sulle spalle di altri giganti, certamente meno «ingombranti» dei nomi citati, ma dei quali non si può fare a meno se non scontando un forte deficit culturale. I curatori del volume hanno interpellato studiosi e teologi ai quali è stato chiesto di presentare il loro specifico «gigante» di riferimento, facendo risuonare – sulla falsariga di quanto sulle sue pagine Il Regno fa dal n. 16 del 2020 per i grandi che hanno lasciato la propria impronta nel panorama del postconcilio – il celebre aforisma reso noto da Giovanni di Salisbury.
Senza dubbio, ciò di cui non si ha bisogno è di una situazione stagnante: immobilismo e clericalismo – come acutamente avverte Perroni nel suo intervento introduttivo – sono le due gambe che da sempre caratterizzano la Chiesa di Roma nei momenti di grande transizione epocale, rivelando in tal modo una sfiducia nella forza dello Spirito che, com’è noto, soffia dove vuole. D’altronde, con l’avvento della Parola vivente è mai possibile vivere senza crisi?
Crisi, dunque, come portato del cristianesimo che mostra tutto il suo valore e la sua verità di fede solo se la si attraversa sino in fondo, in attesa della venuta del Regno. Unicamente in questa maniera i cristiani, e a maggior ragione tutti coloro che approfondiscono le Scritture elaborando nuove traiettorie teologiche, possono rompere gli spazi angusti sempre più culturalmente asfittici di una Chiesa racchiusa in se stessa, per aprirsi alla vita di tutti e di ciascuno; come insegna la costituzione Gaudium et spes.
Il panorama teologico degli ultimi decenni, pertanto, al di là degli steccati ecclesiologici, ha manifestato e manifesta tuttora una notevole vitalità. Un panorama che, liberandosi dalle sterili quanto inutili guerre di posizione, si è inoltrato in quella complessità data dal pluralismo dei saperi e dei pensieri, resa ancor più eterogenea dal processo di secolarizzazione e di de-secolarizzazione variamente e inestricabilmente intrecciati tra di loro a cui assistiamo ogni giorno nella nostra quotidianità contraddistinta dalla questione ambientale, sempre più tragicamente evidente, e dalla trasformazione digitale, sempre più veloce e invasiva, oltreché da un orizzonte geopolitico planetario reso ancora più tragico da sciagurate scelte belliche.
In questa congiuntura storica, la ricerca teologica ha saputo reagire non solo dialogando con altri campi del sapere, a iniziare da quello scientifico, ma ha accolto il gu**to della sfida proveniente dallo stravolgimento di consolidati schemi mentali, di ripensamenti radicali che comportano la volontà di ricostruire un’umanità che vive nell’età dell’antropocene: le utopie, con il loro preponderante ritorno dopo anni di oblio, le profezie, le idealità ma anche il pragmatismo la caratterizzano, dandole un volto ancora tutto da scoprire.
Da un dato bisogna in ogni caso partire: in questi ultimi cinquant’anni anche le seriose aule delle facoltà teologiche hanno dovuto mutare registro, se non altro perché le grandi personalità teologiche del «secolo breve» sono venute a poco a poco a mancare, avendo, al contempo, la consapevolezza che la loro eredità culturale e di fede, così intrinsecamente intrecciata con l’entusiasmo suscitato dall’annuncio del concilio Vaticano II, ma anche con le resistenze incontrate per realizzare i suoi documenti e ancor di più per mantenere il suo spirito, è a dir poco immensa.
I teologi, le teologhe più sensibili, i cui paradigmi sono descritti nel volume in modo divulgativo, erano perfettamente coscienti che per proiettarsi nel futuro è opportuno avere salde radici nel passato. La traditio non significa necessariamente stanca ripetizione di formule imparate a memoria, quanto piuttosto un inesauribile portato storico che si anima se scoperto e pensato in termini nuovi, ed è la conditio sine qua non affinché possa esserci un robusto lavoro teologico.
I nomi prescelti potranno essere più o meno noti; tutti, però, costituiscono una ricchezza per chi vuole raccogliere il loro testimone. Due eccezioni potranno suscitare meraviglia, due nomi di storici i cui studi sono imprescindibili per chiunque si accosti alla teologia: Giuseppe Alberigo e Paolo Prodi.
Anche per questo il lavoro curato da Marinella Perroni e Brunetto Salvarani è ancor più incisivo: come scrive nella Postfazione Cristina Simonelli, «la forma collettiva» assume altrettanto rilievo di quanto ogni singolo autore ha raccolto in una «sola gigantesca figura, ma il risultato è un popolo, è un coro, è una moltitudine. Se ne percepiscono i passi, le voci, i contrasti, le attese». Passi, voci, contrasti, attese che sono anche nostri.
Domenico Segna