07/03/2015
Giornata di formazione per i catechisti della Sardegna
Abbazia San Pietro di Sorres, Domenica 1° febbraio 2015
1. I catechisti secondo gli Orientamenti
La natura e il ruolo del catechista sono stati delineati dal documento della Cei Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia, pubblicato nel giugno di quest’anno. Questo documento precisa, anzitutto, che il “catechista per eccellenza” nella Chiesa particolare è il Vescovo, ma che, di fatto, sono i parroci, nelle comunità loro affidate, i responsabili dei contenuti, dei metodi e dei modelli dell’annuncio e della catechesi in fedeltà alle indicazioni del Vescovo. A loro, poi, si uniscono i consacrati e le consacrate che portano la ricchezza della loro vocazione e del loro specifico carisma, in sintonia con il progetto catechistico diocesano e in collaborazione con il parroco e i catechisti della comunità. La risorsa inestimabile e il dono dello Spirito sono, comunque, i laici e le laiche, che alla catechesi dedicano tempo, pazienza, buona volontà.
Il catechista è, primariamente, persona della memoria e della sintesi: dottrina e vita, annuncio e dialogo, accoglienza e testimonianza di fede trovano in lui una vera esperienza di ca**tà. Secondo Papa Francesco il catechista è “colui che custodisce e alimenta la memoria di Dio; la custodisce in se stesso e la sa risvegliare negli altri. […] La fede contiene proprio la memoria della storia di Dio con noi, la memoria dell’incontro con Dio che si muove per primo, che crea e salva, che ci trasforma; la fede è memoria della sua Parola che scalda il cuore, delle sue azioni di salvezza con cui ci dona vita, ci purifica, ci cura, ci nutre. Il catechista è proprio un cristiano che mette questa memoria al servizio dell’annuncio, non per farsi vedere, non per parlare di sé, ma per parlare di Dio, del suo amore, della sua fedeltà. Parlare e trasmettere tutto quello che Dio ha rivelato, cioè la dottrina nella sua totalità, senza tagliare né aggiungere. […] Il catechista allora è un cristiano che porta in sé la memoria di Dio, si lascia guidare dalla memoria di Dio in tutta la sua vita, e la sa risvegliare nel cuore degli altri. […] In tal senso il catechista è colui e colei che aiuta la persona a discernere e ad accogliere la propria vocazione come progetto di vita” (Omelia alla Messa per l’Incontro dei catechisti, 29.9.2013, in Incontriamo Gesù, n. 74).
Inoltre il catechista è un accompagnatore e un educatore. L’accompagnatore indica allo stesso tempo il dove della ricerca e il chi della medesima, poiché il dove dell’uomo, in buona sostanza, indica il chi dello stesso. La prima domanda di Dio all’uomo è stata: “Adamo, dove sei”? Ciò significa che, finché Adamo era nella comunione con Dio, ossia nel dove di Dio, era se stesso. Una volta che ha rotto la comunione con Dio ha rovinato la sua identità, si è scoperto n**o, diviso dalla donna, in contrasto con l’ambiente. S. Agostino ha scritto che “lo stesso Dio, dopo questa vita, sarà il nostro luogo” (locus noster).
Il dialogo del vangelo di Giovanni tra l’apostolo Tommaso e Gesù ci illumina sull’integrazione del dove con il chi. Infatti a Gesù, che aveva detto “del luogo dove io vado, voi conoscete la via”, Tommaso replica: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?” (Gv 14, 4-5). Gesù risponde: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre”. Questo dialogo dell’apostolo con Gesù, che può benissimo interpretare anche i nostri sentimenti ed il senso stesso della nostra ricerca, ci offre delle indicazioni preziose. La prima è che, per sapere verso dove vogliamo condurre con il nostro accompagnamento, bisogna conoscere prima la via che si deve percorrere per arrivare alla destinazione giusta. Il vangelo ci dice che questa via è Gesù, cioè una persona, non una strategia, una ideologia, una tesi di lavoro. La via da percorrere, quindi, è una persona viva. La seconda indicazione è che, se Gesù va al Padre per aprirci la strada, significa che il futuro illumina il presente. È la dimensione dell’eternità che illumina il tempo. Andare al Padre, secondo l’itinerario compiuto da Gesù, cioè secondo un cammino di morte e risurrezione, di testimonianza fedele, è il nostro progetto. Gesù è la via per andare al Padre, nel senso che ne è anche la verità, cioè la norma e la vita. Il dove della religione cristiana, dunque, è anzitutto una persona, è il discepolato di una persona. Il cristianesimo, prima e oltre che una tradizione culturale ed un insieme di verità e dogmi, è una persona, è Gesù Cristo. S. Agostino ha scritto che ciò che c’è di cristiano nei cristiani è Cristo stesso (Sermo 279, 12).
Gli “Orientamenti” precisano che “la conoscenza della dottrina, un cammino autentico di spiritualità e la fedeltà ecclesiale sono qualità essenziali, eppure da sole non bastano per delineare l’identità dei catechisti: essi necessitano di vera esperienza missionaria per saper incontrare tante situazioni e illuminare con una parola di fede e di piena maturità umana, condizioni che permettono di gestire ogni relazione con equilibrio e saggezza. Sinteticamente si può dire che, nell’ambito di una Chiesa che si fa compagna di viaggio dei contemporanei, il catechista e la catechista evangelizzano narrando la propria esperienza nella fede della comunità ecclesiale. Essi favoriscono l’apertura del cuore alla Parola di Dio, ne stimolano l’apprendimento, ne accompagnano l’interiorizzazione, ne mediano la personalizzazione, sostengono e accompagnano la maturazione della risposta di fede. In tale senso i catechisti sono evangelizzatori, perché chiamati ad annunciare la Parola che li plasma, e sono educatori perché il loro ministero si declina nell’accompagnare l’interiorizzazione della Parola annunciata nella vita dei soggetti. Per questo ha un rilievo nodale la formazione pastorale nella Chiesa e in specie a livello di annuncio e catechesi: ad essa vanno riservate le migliori energie in termini di dedizione, competenze e risorse” (ivi, n. 76).
Ancora, i catechisti sono scelti con discernimento. Essi non si dispongono da soli al servizio del Vangelo ma rispondono liberamente a una vocazione, i cui elementi specifici sono: una consapevole decisione per Gesù Cristo, da consolidare in un cammino di fede permanente; l’appartenenza responsabile alla Chiesa, in spirito di comunione e di complementarità con gli altri ministeri; la capacità di favorire la progressiva integrazione tra la fede e la vita dei catechizzandi.
Anche se ogni “cristiano è, per sua natura, un catechista” (DB, 183), l’esercizio del servizio catechistico è una vocazione cui non ci si può mai sentire del tutto adeguati; si tratta, piuttosto, di un dono che richiede di essere coltivato con responsabilità spirituale e pastorale. Un discernimento in ordine a tale chiamata e al tipo di servizio all’evangelizzazione è pertanto indispensabile: questo compito, ordinariamente, è affidato ai presbiteri, che insieme alla comunità sono chiamati a “riconoscere e promuovere nei fedeli i doni dello Spirito anche in riferimento al servizio della Parola”. I parroci e i loro collaboratori dovranno suscitare disponibilità a servizio dell’annuncio e della catechesi da parte di coppie di sposi, laici e laiche adulti e giovani, proponendo loro anzitutto una valida e integrale formazione cristiana di base (ivi, n. 77).
Infine, i catechisti sono mandati dal Vescovo. Il servizio catechistico nasce da una risposta libera ad una chiamata vissuta all’interno della comunità ecclesiale: “il catechista è consacrato e inviato da Cristo” per mezzo della Chiesa. Nel dire il suo “sì”, il catechista e la catechista aprono la vita a una particolare esperienza di grazia che vivifica e sostiene il loro servizio educativo, radicato nella vocazione all’annunzio universale della salvezza ricevuta nel Battesimo; infatti, “in virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr. Mt 28, 19)”. Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni”. Il Mandato esprime dunque l’appartenenza responsabile del catechista alla propria comunità. Stabiliremo, perciò, una data, prima dell’inizio dell’anno pastorale nelle parrocchie, per una celebrazione comunitartia della Parola di Dio e la consegna del mandato ai catechisti, in modo che essi si sentano investiti di una missione ecclesiale molto importante a servizio della parrocchia e della Diocesi (ivi, n. 78).
2. Itinerario Formativo del Catechista
1. Spiritualità del catechista
La pastorale parrocchiale non è tanto legata alle strategie pastorali o alla metodologia che si vuole adottare, quanto alla qualità testimoniale dei singoli e delle comunità cristiane. Già Paolo VI aveva auspicato, per un nuovo rilancio del vangelo, che il «il mondo di oggi non ascolta più volentieri i maestri, ma ascolta i testimoni. E se ascolta i maestri è perché sono testimoni» (Evangelii nuntiandi, 41). Sono passati decenni, eppure questa verità permane con una carica di inalterata attualità. Il mondo di oggi ha fame di testimoni. Ne sente un bisogno vitale, perché ricerca coerenza e lealtà.
Occorre, pertanto, alimentare un’autentica spiritualità ecclesiale per un’incisiva testimonianza nella società. L’azione di ogni catechista è sempre espressione di un modo di essere, innanzitutto. Bisogna che il catechista senta di essere catechista e non fare il catechista. Bisogna che viva ciò che insegna e leghi le verità della fede a un concreto stile di vita evangelico.
Obiettivi:
Aiutare i catechisti a cogliere la giusta connotazione di questo importante ministero ecclesiale. Non si tratta di prestare un servizio parrocchiale “generico”, quanto piuttosto di entrare in una visione ministeriale che vede nel catechista l’espressione di un ministero che ha per soggetto tutta la comunità parrocchiale, e di cui il catechista è espressione.
Interiorizzare i tratti distintivi dell’identità del catechista nell’azione pastorale: testimone, maestro, educatore, accompagnatore.
2. Il catechista e la Bibbia
Partendo dal presupposto che, come dice l’apostolo “la fede nasce dall’ascolto” (Rm 10.17), occorre recuperare la centralità della Sacra Scrittura nell’azione pastorale della Chiesa, in particolare nella catechesi, a tutti i livelli. La catechesi, a servizio della Parola che salva, non può non far riferimento alla Sacra Scrittura come al “libro” per eccellenza. In questo modo sarà possibile arginare pericolose derive di una catechesi ancora troppo scolastica e con una vaga e generica presentazione dei contenuti della fede. Già il Documento di base “il Rinnovamento della catechesi” offriva indicazioni precise per l’uso della Bibbia nel cammino di Iniziazione cristiana: “La scrittura è il Libro, non un sussidio, fosse pure il primo” (n. 107).
Obiettivi:
Costante riferimento all’ordine delle Fonti della Catechesi: Scrittura-Tradizione-Magistero
Conoscenza della Costituzione Conciliare sulla Divina Rivelazione Dei Verbum.
Conoscenza dei criteri d’una corretta lettura e interpretazione della Bibbia
3. Il catechista e la liturgia.
L’attuale rinnovamento della catechesi, attraverso le nuove sperimentazioni, ha riscoperto la dimensione catecumenale come modello e paradigma per una seria proposta di educazione alla fede. In questa prospettiva, la valorizzazione del RICA permette di sperimentare come la liturgia possa costituire un fondamentale principio strutturante della catechesi, mediante una diversità di tappe celebrative che costituiscono un effettivo cammino di iniziazione alla fede. In questo senso, la celebrazione della liturgia costituisce una sede importante per “formare” e alimentare la fede attraverso l’approccio sensoriale. E’ celebrando con tutte le facoltà della nostra umanità che l’uomo viene condotto ad aprirsi a Dio alla presenza di Dio. Oggi, la nostra pratica rimane sempre segnata da un approccio intellettuale della liturgia, che a volte mira più a spiegare e giustificare che ad aprire ad un’esperienza di fede. Al contrario, si diventa credenti scoprendo tutto questo “linguaggio” utilizzato per conferire espressione e forma alla relazione tra gli uomini con Dio. Con la sua grammatica, che fa appello alla sensibilità, la liturgia offre opportunità importanti per l’iniziazione alla fede. Con il suo linguaggio, le sue immagini, i suoi colori, la liturgia a volte è molto più eloquente ed espressiva di tanti discorsi. Questo ruolo importante della liturgia è riscontrabile nel catecumenato: la liturgia è il principio organizzatore di tutto il processo dell’iniziazione, che è il fine del catecumenato.
Obiettivi:
Considerare la liturgia come luogo privilegiato d’educazione alla fede
Elaborare itinerari formativi valorizzando l’anno liturgico
Corretta interpretazione dei segni e dei simboli nella liturgia
Animazione liturgica ed elaborazione di celebrazioni di gruppo.
4. Il catechista e la preghiera
Il rapporto tra preghiera e catechesi sembra quasi ovvio, ma la prassi dimostra che non lo è affatto. In una cultura che procede verso una progressiva scristianizzazione, occorre recuperare la grammatica elementare della vita spirituale attraverso una sapiente iniziazione alla preghiera. La preghiera, nel senso più profondo del termine, è certamente in relazione alla liturgia “fonte e culmine della vita cristiana”, ma non solo. La stessa Costituzione conciliare “Sacrosantum Concilium” al n. 12 così si esprime: “La vita spirituale tuttavia non si esaurisce nella partecipazione alla sola liturgia. Il cristiano, infatti benché chiamato alla preghiera in comune, è sempre tenuto a entrare nella propria stanza per pregare il Padre in segreto”. E’ compito della catechesi non tanto “far pregare”, quanto piuttosto iniziare al “gusto” della preghiera attraverso una graduale introduzione alla presenza di un Dio che parla prima ancora di ascoltare. Una seria educazione alla preghiera non può pertanto non far riferimento a modalità tipicamente bibliche, nelle quali Dio è presentato come Colui che chiama l’uomo all’esistenza e alla fede, e a questa presenza l’uomo risponde con le sue parole e con tutta la sua vita. Bisogna dunque evitare l’errore, molto comune nella catechesi, di identificare la preghiera con l’espressione di formule e rituali di inizio e chiusura degli incontri che dà per scontato il senso della preghiera per la vita e che non esprime l’interiorità e il mistero dell’uomo. La preghiera, nel vangelo, appare come l’arte di sapersi rapportare a Dio non solo con le parole ma con tutta la nostra vita. La stessa domanda dei discepoli nel vangelo di Luca “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11) parte dal presupposto di come l’uomo sia strutturalmente incapace di rivolgersi a Dio. Solo lo Spirito può guidare l’uomo ad una progressiva conoscenza non solo di Dio, ma anche della profondità del cuore dell’uomo. L’esperienza autentica della preghiera è simultanea compresenza dell’uomo a se stesso e a Dio. La preghiera, nell’esperienza cristiana rappresenta, non il gesto pio e devoto dell’uomo, quanto piuttosto l’ espressione di una figliolanza che l’uomo scopre gradualmente nel tempo e solo per l’iniziativa misteriosa di Dio nel cuore dell’uomo.
Obiettivi:
Pregare la vita e non tanto pregare nella vita
Riconoscere i diversi generi di preghiera nella Bibbia
Iniziazione alla preghiera attraverso dinamiche e modalità tipicamente bibliche
Ignazio Sanna, Arcivescovo di Oristano