Convento dei Padri Cappuccini Taurianova

Convento dei Padri Cappuccini Taurianova Il Convento ospitava un gruppo di laici senza cultura, i quali ricoperti d’un saio d’orbace, accattavano elemosine. Francesco di Paola. Su proposta di Mons.

IL CONVENTO DEI PADRI CAPPUCCINI
E LA CHIESA DELL’ADDOLORATA

Durante il Governo Borbonico fu emanato per Radicena un decreto con cui si permetteva la fondazione di un Convento dei Padri Cappuccini Il Convento veniva costruito a spese del devoto D. Pasquale Lo Schiavo, proprietario del terreno, con le seguenti condizioni, cioè che il locale contenga dodici stanze abitabili

per frati ed almeno tre per gli ospiti passeggeri; che la Chiesa sia provvista di necessari arredi sacri e suppellettili, da potervi funzionare, oltre una campana della grandezza stabilita dalle costituzioni dell’ordine. Nel locale inoltre doveva esserci un refettorio, la cucina e le officine necessarie, e il giardino doveva essere circondato di mura e da ultimo il nuovo convento non doveva privare i diritti dei conventi di Fiumara, Scilla e Bagnara. Essi avevano cura dell’attigua Chiesa fatta costruire dal Canonico Ferdinando Drago nel 1850 con le spontanee offerte dei radecinesi e dedicata al culto della Madonna Addolorata. Fu portata a termine nel 1867 e benedetta dall’Arciprete Rigoli nel 1869 e fu affidata alla custodia dell’eremita Fra’ Michele Oliva, il quale diede tutto se stesso per abbellirla e incrementare il culto verso la Madonna. Il 17 giugno 1893 con una solenne e commovente funzione la Chiesa fu aperta al culto dei fedeli. Nel gennaio 1880 fu istituito uno Statuto per poter meglio sostenere e gestire la chiesa, il cui Rettore era il Canonico Gaetano Musco. La Chiesa era in stile classicheggiante, alzata con timpano soprastante, ampio portale e campaniletto, esisteva ( e si può leggere ancora nella Chiesa attuale) la seguente epigrafe incline a una calma composta di tristezza, dettata da Domenico Sofia:

“ Eretta- dalla ca**tà e dall’amore-fui sacrato- Alla Donna dei dolori e della pietà-O Madre di Cristo-Che tuttora all’ombra della sua Croce-Qui-sotto la volta di mondano asilo-Fra un campo di morti e un popol di gementi-Eterna raccoglitrice di lacrime e sospiri-stai-Da pace alle travagliate ossa dei nostri padri-E le preghiere degli orfani figli tuoi volgi-in Grazie-MDCCCIX ”. La Chiesa viene chiamata comunemente Calvario, perché accanto esiste un calvario raffigurato da tre bassorilievi in gesso dello scultore Vincenzo Romeo. Il terremoto del 1908 danneggiò la Chiesa, facendone crollare campanile. Nel 1928 fu celebrata la prima festa in onore di S. Antonio di Padova, davanti alla Chiesa antica c’era un padiglione artistico eretto, per la festa, da un certo Paolino Esposito da Napoli. La via cappuccini, un tempo era diversa dai giorni nostri in quanto era una stradina stretta di terra battuta,dove si trovavano disagi nel percorrerla durante la processione interminabile, che portava il Santo per tutte le strade della città, e indusse agli amministratori del tempo ad allargarla, cosi la stradina diventò un viale che allacciava il convento alla città, e in questo viale durante il periodo della festa veniva messa una illuminazione artistica. All’interno della Chiesa si trovavano già le statue dell’Addolorata, S.Antonio e S. Padre Mario da Chiaravalle diede inizio al culto della Tredicina in onore di S. Antonio da Padova, che iniziava il 31 maggio e finiva il 13 giugno, Onomastico del Santo e giorno in cui si chiudevano i festeggiamenti; si tenevano interessanti e dotti sermoni pronunciati da valorosi Oratori religiosi del calibro di Padre Semeria , Padre Roberto e via dicendo. La Tredicina costituiva un autentico pellegrinaggio con la partecipazione di tutto il popolo con affezione. Il pellegrinaggio si snodava lungo la via cappuccini e si riuniva in assemblea sullo spiazzo antistante la Chiesa. Bisogna tener conto che la Tredicina per le ragazze era anche l’occasione per poter uscire da casa, infatti in quei anni si usciva solo la domenica per la S. Messa o in qualche altra rara occasione. La Tredicina ancor oggi è molto sentita grazie al Superiore Padre Benigno Morabito che cura da molti anni il culto e lo accresce sempre di più con la predica fatta da valorosi oratori; Grande è la partecipazione popolare, e tante tradizioni si continuano a valorizzare come la benedizione bei bambini, molti vestiti con l’abitino a forma di tunica e la benedizione del pane che i fedeli offrono per grazia ricevuta,oggi a parenti ed amici, ma una volta si dava ai poveri. Un'altra tradizione molto importante che continua a farsi sentire nella storia è la discesa della Madonna Addolorata alla Chiesa Madre di Radicena, molti sono i fedeli che partecipano alla funzione religiosa. Giuseppe Rodofili, Arciprete della Chiesa Matrice di Radicena, il 31 maggio 1920 il Provinciale del tempo P. Giovanni Mercuri da Cropani accetta la donazione del piccolo Eremitaggio e Chiesa e i cappuccini arrivano come piccola fraternità nel settembre del 1920 con Superiore e Guardiano P. Rosario Pietrafesa da Rioniero in Vulture, provocando con questo la chiusura del convento di Molochio, dove i cappuccini risiedevano dal 1891. Padre Rioniero in Vulture restò sei anni, istituendo il TOF oggi chiamato (OFS), ordine francescano secolare, che è una associazione di laici che si impegnano a vivere il vangelo alla maniera di S. Francesco. La nostra città, comunque vantava già una tradizione francescana secolare a partire da Frà Bonaventura da Radicena, primo missionario cappuccino di tutto l’ordine e primo ca****lano militare al seguito dell’ Imperatore Carlo V, nato in questa terra nel 1495; Per continuare con Frate Arcangelo da Radicena che morì in odore santità nel 1636 e con Giacomo Sofia Senior, sacerdote, che nacque nel 1895 e che fu grande devoto del poverello d’Assisi; con Francesco Sofia Alessio, latinista, terziario, cantore di S. Francesco; e ancora con Francesco Sofia Cannatà, nato nel 1894, e redattore de “il bollettino francescano”. Il 5 settembre 1945 con l’esplosione della polveriera tedesca accanto al cimitero di Radicena, fu distrutta Chiesa e Convento antico. Prima dell’esplosione della polveriera tedesca la statua di S. Antonio è stata portata al riparo sotto il ponte di Razzà. Venne ricostruita una chiesetta in legno ed anche questa il 5 giugno 1951 fu distrutta da un incendio, andando distrutta anche l’antica statua dell’Addolorata, il Convento però, non restò a lungo senza chiesa in quanto era già in costruzione in muratura dalla ditta Zappone da Taurianova, in stile moderno a navata unica opera del concittadino Architetto Antonio Barillà ,essendo allora superiore Padre Vitaliano Bianchi colui che avviò le pratiche per la ricostruzione della Chiesa attuale distrutta dalla polveriera. La Chiesa fu ampliata negli anni settanta da P. Angelico Lo Faro con il contributo dei cittadini, e resa più bella con l’apporto di opere d’arte, come il monumento all’esterno di S. Francesco voluto dal concittadino Padre Silvestro Morabito. Nell’interno c’erano grandi dipinti della valente pittrice polistenese Perla Panetta, tolti successivamente per le aperture delle navate laterali. Il Convento lato nord fu iniziato dal Superiore Provinciale del tempo Padre Innocenzio Piccolo da Cittanova negli anni trenta. Ma dal 1967 ebbe completa trasformazione e ampliamento con l’arrivo del superiore Padre Benigno Morabito e coi fratelli Padre Alessandro Nardi e Padre Francesco Mazzeo prima e Padre Bruno Scopacasa dopo. Vari lavori sono stati fatti. È stato costruito un interrato per cantina; 200mq di Salone Padre Pio; Abitazioni comode per i frati; Ristrutturazione delle stanze già esistenti; Copertura dell’intero edificio,compresa la Chiesa già in terrazzo; Frontespizio Chiesa e campanile rialzati con nuova campana offerta dai fedeli; Piazzale e recinto Chiesa tutto in porfido; Risistemazione statua S. Francesco e Calvarietto; Piazzale Padre Pio con monumento; Apertura accesso stradale e recinzione orto; campo da tennis;
Ampliamento della Chiesa con due navate, sinistra sistemazione statue dei santi (San Francesco da Paola, Santa Chiara, Santa Teresa D’Avila, Santa Rita, Padre Pio), lato destro Ca****la del Santissimo e pavimento in granito. Tutto si realizzò con un contributo da parte del Provinciale Padre Giorgio Andolfi e poi con il lavoro dei frati e il generoso contributo dei fedeli (gruppo di preghiera Padre Pio, OFS, Gi.Fra) di Taurianova, che hanno sempre coadiuvato i Padri nella loro opera di Apostolato e di Ca**tà. Nel 2005 all’interno della Chiesa sono stati fatti lavori di ristrutturazione,tra cui la navata del SS. Sacramento, e poi in tutta la Chiesa sono stati aggiunti delle cornici e rosoni ed è stata fatta una nuova pitturazione. All’ interno del Convento troviamo una statua raffigurante la Madonna Delle Grazie con in braccio il Bambino Gesù donata dal Sig. Domenico Antonio Zerbi, in legno scolpito e dipinto, rivestita di un bellissimo manto di seta azzurra con ricami d’oro del 1758; una statua in legno dell’ Immacolata Concezione e un’ Epigrafe del 1920, che ricorda Frate Michele Oliva nel secondo lustro della sua morte. All’interno della Chiesa possiamo osservare, sull’ abside dell’ altare maggiore, un grande affresco raffigurante “ L’Apocalisse di Giovanni ” (Cap.12), anno 1984, voluto dall’ allora Padre Anselmo Cannatà ed eseguito dall’artista Nik Spatari da Mammola. Al centro dell’ abside è contenuta, all’interno di una nicchia, la Statua di Maria SS. Addolorata. Sul lato sinistro vi è un Crocifisso in legno. Ai piedi dell’ altare sono osservabili la statua di S. Antonio di Padova, che reca in braccio il Bambino Gesù, in legno scolpito e dipinto del 1800 e quella di S. Francesco d’Assisi, in carta pesta, risalente agli anni 50. Entrando, sulla navata sinistra, sono presenti: la statua di San Francesco da Paola, legno scolpito e dipinto del 1800; la statua di Santa Chiara, in vetro resina, giunta a Iatrinoli e portata al Convento, con fiaccolata, il 16 novembre 1994; la statua di Santa Teresa D’Avila e quella di Santa Rita da Cascia, entrambe in gesso e risalenti agli anni 50; la statua di San Pio da Pietralcina, in vetro resina, dell’ artista Figliuzzi, esposta alla venerazione dei fedeli nell’ anno 1998. La navata destra è occupata, quasi completamente, dalla Ca****la del SS. Sacramento, risistemata nell’ anno 1992.

09/09/2026
"Cristiani che sanno solo accusare gli altri, che non sopportano niente, sempre pronti a rispondere a qualsiasi piccolo ...
09/09/2026

"Cristiani che sanno solo accusare gli altri, che non sopportano niente, sempre pronti a rispondere a qualsiasi piccolo fraintendimento o disattenzione con parole aspre e
pungenti, sono cristiani solo di facciata, dentro sono vuoti di amore per il Signore e per il prossimo"

Santo Curato d'Ars

Convento dei Padri Cappuccini TaurianovaIl triduo in onore dellaFesta della Madonna Addolorata 🙏
09/09/2026

Convento dei Padri Cappuccini Taurianova

Il triduo in onore della

Festa della Madonna Addolorata 🙏

09/09/2026

🕯 ✨IL SANTO DEL GIORNO 🕯 ✨
SAN PIETRO CLAVER
9 Settembre

Nato da Pietro ed Anna Claver l'anno 1585 a Verdù in Spagna, il nostro Santo fin dai primi anni fu educato cristianamente. Inviato a Barcellona per gli studi fu ammesso dal Vescovo fra i suoi chierici. Ma un più vivo desiderio nutriva Pietro: essere sacerdote religioso della Compagnia di Gesù. I suoi genitori non sapevano come staccarsi da un sì caro figliuolo, perciò gli negarono il consenso. Pietro, non potendo convincere i genitori con le parole, si rivolse con tutto l'animo alla SS. Vergine. Ottenuta la sospirata grazia, entrò in religione. A Maiorca conobbe il B. Alfonso Rodriguez che lo incitò ad andare in America. Approdato a Cartagena si recò a Santa Fè per compiervi la sua formazione, e l'anno 1616 a Cartagena ricevette l'ordinazione sacerdotale.

Di qui comincia la sua nuova vita feconda d'apostolato e di abnegazione per le anime.

Nel 1622 Pietro emise la professione religiosa solenne aggiungendo la promessa di spendere tutta la sua vita a servizio degli schiavi: lavorò tanto per' essi che se non ebbe la corona del martirio cruento ebbe quella di un martirio diurno, martirio di preghiera, di lotta, di sacrifici, d'un intenso apostolato. Un giorno, dopo aver radunati tanti "negri" da riempire la chiesa, e mentre questi ascoltavano la parola divina, il demonio destò un sì improvviso e spaventevole turbine che tutti cercarono la salvezza nella fuga e Pietro che stava alla porta, fu travolto. Tutti rimasero illesi: solo Pietro fu trovato più tardi, pesto e ferito, in orazione nella ca****la della SS. Vergine.

Nella contagiosa pestilenza che poco dopo infierì in quelle regioni, Pietro mostrò la sua eroica ca**tà. Ai piedi dei malati prestava loro i più umili servizi e assieme al pane materiale dava loro il pane spirituale, il pane della fede cristiana. Ma presto la fibra di questo coraggioso apostolo di Cristo venne a consumarsi.
Il suo corpo più non resse alle fatiche e cadde sfinito contraendo il terribile morbo che sopportò eroicamente per ben quattro anni.

Finalmente la sua corona era pronta: dopo un'agonia di un giorno, circondato dai suoi neri, il Santo Apostolo rendeva la bell'anima a Dio l'8 settembre 1654.

PRATICA. Preghiamo oggi e facciamo un'offerta per i missionari.

PREGHIERA. O Signore, che hai salvato tante anime per mezzo del beato Pietro, ti chiediamo per la sua intercessione che uniti a te in terra possiamo eternamente godere la tua gloria celeste.

MARTIROLOGIO ROMANO. San Pietro Claver, sacerdote della Compagnia di Gesù, che, a Cartagena in Colombia si adoperò per oltre quarant’anni con mirabile abnegazione e insigne ca**tà per i neri ridotti in schiavitù, rigenerando di sua mano nel battesimo di Cristo circa trecentomila di loro.

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09/09/2026

𝗦𝗢𝗟𝗘𝗡𝗡𝗜 𝗙𝗘𝗦𝗧𝗘𝗚𝗚𝗜𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗜 𝗜𝗡 𝗢𝗡𝗢𝗥𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗥𝗘𝗚𝗜𝗡𝗔 𝗘 𝗣𝗔𝗧𝗥𝗢𝗡𝗔 𝗗𝗜 𝗧𝗔𝗨𝗥𝗜𝗔𝗡𝗢𝗩𝗔
𝗠𝗔𝗗𝗢𝗡𝗡𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗠𝗢𝗡𝗧𝗔𝗚𝗡𝗔
𝟮𝟵 𝗔𝗚𝗢𝗦𝗧𝗢 - 𝟳, 𝟴 𝗘 𝟵 𝗦𝗘𝗧𝗧𝗘𝗠𝗕𝗥𝗘 𝟮𝟬𝟮𝟲

𝗠𝗘𝗥𝗖𝗢𝗟𝗘𝗗𝗜̀ 𝟵 𝗦𝗘𝗧𝗧𝗘𝗠𝗕𝗥𝗘 - 𝗚𝗜𝗢𝗥𝗡𝗔𝗧𝗔 𝗗𝗘𝗜 𝗠𝗜𝗥𝗔𝗖𝗢𝗟𝗜
• 𝗦𝗦. 𝗠𝗲𝘀𝘀𝗲: 𝗼𝗿𝗲 𝟳:𝟯𝟬, 𝟵:𝟯𝟬 𝗲 𝟭𝟭:𝟯𝟬.

• 𝗢𝗿𝗲 𝟭𝟵:𝟬𝟬: Solenne Celebrazione Eucaristica, presieduta da Don Mino Ciano, Parroco.

• 𝗢𝗿𝗲 𝟮𝟭:𝟬𝟬: Piazza Macrì, Consegna del "Premio dei Miracoli".

• 𝗢𝗿𝗲 𝟮𝟮:𝟬𝟬: Piazza Macrì, La Nave 90 Tour, a cura dell'Amministrazione comunale.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,20-26

In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

09/09/2026

Non collabora bene con Dio chi si mette a caccia dei difetti degli altri

Papa Francesco

02/09/2026

𝗦𝗖𝗘𝗡𝗗𝗘𝗥𝗘 𝗗𝗔𝗟 𝗡𝗢𝗦𝗧𝗥𝗢 𝗖𝗔𝗩𝗔𝗟𝗟𝗢

𝗦𝗮𝗻 𝗙𝗿𝗮𝗻𝗰𝗲𝘀𝗰𝗼 𝗲 𝗹𝗮 𝗹𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗹𝗲𝗯𝗯𝗿𝗼𝘀𝗼

Ci sono incontri che non cambiano soltanto una giornata.

Cambiano una vita.

Per Francesco d'Assisi, uno di questi incontri fu quello con un lebbroso.

Prima della sua conversione, Francesco provava un profondo orrore per i lebbrosi. Lo racconta lui stesso nel suo Testamento:

«Quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi».

E poi aggiunge una frase che racchiude il senso di tutta la sua conversione:

«E il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia».

Non dice semplicemente che cominciò ad aiutarli.

Dice: «usai con essi misericordia».

Francesco si lasciò condurre là dove non avrebbe voluto andare.

La Leggenda dei tre compagni racconta che, un giorno, mentre cavalcava nei pressi di Assisi, incontrò sulla strada un lebbroso. Il suo istinto gli suggeriva di allontanarsi, ma Francesco fece qualcosa che per lui era tutt'altro che naturale: scese da cavallo.

Si avvicinò.

Gli diede l'elemosina.

E gli baciò la mano.

Quel gesto non fu semplicemente un atto di ca**tà.

Fu una vittoria su se stesso.

La fonte francescana racconta che, da quel momento, Francesco cominciò a liberarsi dal proprio egoismo e che ciò che prima gli sembrava ripugnante si trasformò in «dolcezza». Arrivò persino a diventare, come dice la stessa fonte, «compagno e amico dei lebbrosi».

Ed è proprio qui che la storia di Francesco diventa una parola per noi.

Perché prendersi cura dell'altro non significa soltanto fare qualcosa per lui.

A volte significa prima di tutto avvicinarsi.

Significa non voltare lo sguardo.

Significa non fermarsi davanti a ciò che ci mette a disagio.

Significa riconoscere una persona là dove, forse, noi vediamo soltanto la sua malattia, la sua fragilità, la sua solitudine, il suo carattere difficile.

Francesco dovette scendere dal suo cavallo.

E forse anche noi, qualche volta, dobbiamo fare la stessa cosa.

Scendere dal nostro cavallo.

Dalle nostre sicurezze.

Dalla nostra comodità.

Dalla fretta.

Dal nostro bisogno di avere sempre ragione.

Dalla convinzione che siano gli altri a dover fare il primo passo.

Perché finché rimaniamo sul nostro cavallo possiamo guardare chi soffre, possiamo perfino provare compassione.

Ma rimaniamo lontani.

Francesco invece scende.

E si avvicina.

Nel suo Testamento arriva poi a dire:

«E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo».

È una delle frasi più belle della sua vita.

Perché ci insegna che, qualche volta, è proprio l'incontro con la fragilità dell'altro a guarire qualcosa dentro di noi.

I Fioretti raccontano anche un episodio ancora più radicale: un lebbroso particolarmente difficile, aggressivo e insofferente veniva servito dai frati in un ospedale. Di fronte alla sua durezza, i frati pensarono di non poter più continuare.

Francesco, invece, andò da lui.

E lo salutò così:

«Iddio ti dia pace, fratello mio carissimo».

Fratello.

Anche davanti a una persona difficile.

Anche davanti a chi ferisce.

Anche davanti a chi sembra aver perso la capacità di accogliere l'amore.

E quando quell'uomo gli chiese di essere lavato, Francesco rispose:

«Io ti voglio servire io».

Questa è la fraternità secondo Francesco.

Non una parola bella.

Un gesto.

Non soltanto dire all'altro: «Ti sono vicino».

Ma, quando è necessario, farsi vicino davvero.

Oggi forse non incontreremo un lebbroso sulla nostra strada.

Ma possiamo incontrare una persona anziana che si sente sola.

Un malato che ha bisogno di una visita.

Qualcuno che non riesce più a sorridere.

Una persona ferita che reagisce male perché porta dentro una sofferenza che non conosciamo.

Qualcuno che ci ha deluso.

Qualcuno che, semplicemente, ha bisogno di essere ascoltato.

E allora la domanda di Francesco diventa anche la nostra:

Siamo capaci di scendere dal nostro cavallo?

Siamo capaci di lasciare per un momento le nostre sicurezze per andare incontro a chi ha bisogno?

Siamo capaci di prenderci cura non soltanto di chi ci è facile amare, ma anche di chi ci costa fatica?

Perché la fraternità comincia proprio lì.

Quando smettiamo di chiederci che cosa l'altro possa darci e cominciamo a chiederci:

«Di che cosa ha bisogno mio fratello?»

San Francesco ci insegna che prendersi cura non significa avere sempre la soluzione.

A volte significa soltanto esserci.

Fermarsi.

Ascoltare.

Tendere una mano.

Rimanere accanto.

E non passare oltre.

Forse è questa la lezione più semplice e più difficile che Francesco ci lascia:

«Il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia».

E quella misericordia cambiò Francesco.

Perché quando ci prendiamo veramente cura dell'altro, non cambiamo soltanto la sua vita. Qualcosa cambia anche dentro di noi.

📷Assisi - Basilica di Santa Maria degli Angeli.
Sotto la Ca****la si trova una piccola grotta che contiene una statua del Santo che prega e anche alcuni resti del pulpito dal quale proclamò la grande Indulgenza.

01/09/2026

Oggi la Chiesa ricorda Sant'Egidio, protettore dei bisognosi, dei disabili e di chiunque cerchi conforto nei momenti di difficoltà.
Le origini e la giovinezza ad Atene
Sant'Egidio nacque ad Atene verso la metà del VII secolo da una famiglia ricca e nobile. Alla morte dei genitori, scelse di rinunciare al proprio patrimonio donandolo interamente ai poveri per dedicarsi alla vita religiosa. La tradizione gli attribuisce i primi gesti di ca**tà e guarigione già in patria, tra cui la guarigione di un mendicante al quale aveva donato il proprio mantello.

​Il trasferimento in Gallia e la vita eremitica
Per fuggire dalla celebrità che i suoi gesti gli procuravano, si imbarcò per il sud della Gallia (l'attuale Francia meridionale). Dopo un periodo trascorso vicino a Nîmes e Arles, si ritirò in solitudine nei boschi della regione della Settimania, vicino alla foce del Rodano. Qui condusse per anni una vita da eremita, cibandosi di erbe e del latte di una cerva che, secondo la tradizione, lo accompagnava fedelmente.

​L'incontro con il re e la fondazione dell'abbazia
Durante una battuta di caccia, i cani del re dei Visigoti inseguirono la cerva fino al rifugio dell'eremita. Il re scagliò una freccia per abbattere l'animale, ma finì per ferire alla mano Egidio, che si era interposto per proteggerlo. Profondamente impressionato dalla statura spirituale del santo, il sovrano volle edificare in quel luogo un monastero. Egidio ne accettò la guida, diventando il primo abate della comunità.

​Gli ultimi anni e la morte
Sotto la sua direzione, l'abbazia divenne un centro spirituale di grande richiamo. Egidio compì anche un viaggio a Roma per ottenere la protezione pontificia per il proprio monastero. Morì il 1º settembre di un anno stimato intorno al 720.

​Eredità e culto
Nel corso del Medioevo, la cittadina nata attorno al monastero (Saint-Gilles-du-Gard) divenne una delle mete di pellegrinaggio più frequentate d'Europa, punto di snodo lungo le vie per Santiago de Compostela e la Terra Santa. Sant'Egidio fu inserito nel gruppo dei quattordici Santi Ausiliatori ed è venerato come patrono di disabili, mendicanti, lebbrosi e persone colpite da traumi fisici.

29/08/2026

29 agosto 2026
"Il potere della fraternità è il servizio"
(Davide Maggi)


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