06/06/2026
Ciao!
“L’uomo è ciò che mangia.” Così, a metà dell’ottocento, un filosofo tedesco, L. Feuerbarch, aveva, di fatto, dato inizio al materialismo mo-derno. Nelle teorie di questo pensatore di qualche secolo fa, infatti, bi-sognava guardare la verità dell’uomo nella sua realtà, e questi non era altro che il prodotto di tutte quelle combinazioni chimiche che i valori nutrizionali che introducevamo in noi, attraverso il cibo, realizzavano. Nessun volo pindarico dunque: l’uomo non è altro che materia!
Oggi, la scienza, per alcuni aspetti, ha confermato queste teorie. E’ in-negabile infatti, che quello che infiliamo nel piatto non riempie solo lo stomaco, ma decide l’energia che avremo, la lucidità con cui penseremo e lo spirito con cui guarderemo il mondo. Tanto di noi si gioca attraver-so complesse reazioni chimiche e il cibo è il carburante principale. Ov-viamente non possiamo accettare in toto che l’uomo sia solo un insieme di combinazioni chimiche e che il tutto della nostra vita si giochi sul lo-ro perfetto equilibrio. Quello che è vero però, è che la qualità della no-stra vita si basa su ciò di cui ci nutriamo, non solo sul piano della mate-ria (la qualità del cibo) ma anche su quello del significato della vita. C’è una fame che ci portiamo dentro che tocca la nostra sete di felicità, il desiderio di vivere cose belle e durature, la voglia di pace, di serenità, di essere accolti e riconosciuti per quello che siamo, di amare ed essere amati, che nessun cibo materiale e nessun benessere economico e mate-riale potrà mai saziare pienamente. A questa fame proviamo a risponde-re con le scelte che facciamo, con le esperienze che cerchiamo di vive-re, ma anche con i programmi che vediamo in tv, con le letture che ci piacciono, con le vacanze che ci scegliamo, etc…
Ecco perché non possiamo non prendere sul serio quello che Gesù dice nel vangelo di questa domenica: “Io sono il pane vivo disceso dal cie-lo… Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.” E’ una pretesa che sembra esagerata quella di Gesù, perché arriva ad affermare che se non ci si nutre di Lui, noi non viviamo veramente. Ma può bastare andare a Messa e farsi la comunione per nutrire la nostra vita? Se tutto si limita alla partecipazio-ne di un rito, assolutamente no. Ma non era sicuramente questo quello a cui alludeva Gesù quando, nell’ultima Cena, ha detto quelle cose. Pro-babilmente neanche i suoi discepoli ci hanno capito molto quando l’hanno ascoltato quella sera. Solo in seguito, dopo averlo visto donare tutto di sé sino all’ultima goccia di sangue e averlo visto risorto, hanno capito che dovevano fare loro quella sapienza di vita, testimoniata dall’umanità vissuta da Gesù. Da quel momento in poi, la ripetizione di quel gesto, in obbedienza al comando del loro Maestro, non era più sta-to un semplice ricordo di un fatto passato, ma un entrare in comunione profonda con la vita e il significato stesso che Gesù gli aveva dato, un farne propria la logica, e un acquisirne la forza per vivere come Lui aveva vissuto.
Se questo è il significato di ogni eucaristia che celebriamo, allora ca-piamo perché, un gruppo di cristiani dei primi secoli, posti davanti alla scelta di rinunciare a celebrare l’eucaristia domenicale per salvare la propria vita, dissero: “Senza la domenica non possiamo vivere”, e scel-sero di morire.
Abbi cura di te! Don Carmine