Parrocchia Sant'Egidio Maria di San Giuseppe Taranto

Parrocchia Sant'Egidio Maria di San Giuseppe Taranto Pagina Ufficiale della Parrocchia Sant'Egidio Maria di San Giuseppe,
Taranto (zona tramontone).

Orari S. Messa a partire da domenica 28 Giugno 2026
17/06/2026

Orari S. Messa a partire da domenica 28 Giugno 2026

13/06/2026

Ciao!
C’è stanchezza e stanchezza. C’è la stanchezza del padre di famiglia che, dopo una giornata di lavoro, torna a casa e si lascia cadere sulla poltrona o quella dell’atleta che, dopo una prestazione impegnativa, stramazza per la fatica o quella dell’alunno che, dopo un anno di scuola, si trascina sino alle ultime interrogazioni e tante altre forme in cui il peso delle cose fatte ti lascia solo le ultime energie, ma nello stesso tempo ti fa sentire con la coscienza a posto perché ciò che bisognava fare è stato fatto. Ma c’è anche un altro tipo di stanchezza, più profonda, che nasce dalla fatica di vivere che, alle volte, ti prende. E’ una stanchezza che ti lascia la sensazione di non farcela, di sentirti solo, di non avere qualcu-no a cui appoggiarti. A volte questa sensazione diventa così forte che decidi di abbandonare tutto, di non lottare più, di non credere più a niente, di lasciarti andare, di smettere di sognare, magari accontentando-ti soltanto di prendere dalla vita quelle piccole soddisfazioni che riesce a darti.
Questa stanchezza, che crea smarrimento, deve aver intravisto Gesù nella folla che lo seguiva quel giorno e di cui ci parla il vangelo di que-sta domenica. E’ bello accorgersi di questo sguardo di Gesù sulle nostre vite e sulla nostra storia! Matteo dice che il Signore provò compassione, cioè sentì come suo, il nostro dolore, la nostra fatica, la nostra pesantez-za del vivere, ma tutto questo non lo buttò nello scoraggiamento o la depressione, ma addirittura gli permise di cogliere in questo “vuoto” dell’animo umano, la condizione di un raccolto abbondante: “La messe è molta...!”
Vede l’umanità così disponibile al vangelo che chiede collaboratori e coinvolge altri nella sua stessa missione. Li chiama non perché sono professionisti dell’annuncio, ma semplicemente perché hanno sperimen-tato per primi le sue “viscere di misericordia” (“Gratuitamente avete ri-cevuto, gratuitamente date”). Li invita a ripetere le stesse cose che ha fatto Lui, affidando loro lo stesso suo potere: “Guarite, risuscitate, liberate…” Sono “parole smisurate esagerate, per quel gruppetto di ragazzi che faticavano a stargli dietro e a capire fino in fondo le Sue parole. Ma Lui, come il Padre, non conosce la matematica delle misure e dei calcoli.” (L. Verdi)
Ma la cosa più sorprendente è che Lui invita a diventare strumenti effi-caci dell’annuncio di salvezza con leggerezza: “Strada facendo…” quasi come se la parola di vita debba passare attraverso la semplicità di un’esistenza gioiosa, vissuta nella consapevolezza della vicinanza del Regno di Dio e testimoniata dalla comunione degli annunciatori, inviati a due a due. Nessun clamore, nessun fasto, nessuna solennità, solo con la gioia e per la gioia di guarire, liberare, risuscitare, di rendere meno tristi e meno smarriti i viandanti della vita.
Un compito e una missione sempre attuale, che oggi interessa anche noi, perché di tristezza, di stanchezza e di smarrimento ce n’è tanta an-che intorno a noi.
Abbi cura di te! Don Carmine

09/06/2026
06/06/2026

Ciao!
“L’uomo è ciò che mangia.” Così, a metà dell’ottocento, un filosofo tedesco, L. Feuerbarch, aveva, di fatto, dato inizio al materialismo mo-derno. Nelle teorie di questo pensatore di qualche secolo fa, infatti, bi-sognava guardare la verità dell’uomo nella sua realtà, e questi non era altro che il prodotto di tutte quelle combinazioni chimiche che i valori nutrizionali che introducevamo in noi, attraverso il cibo, realizzavano. Nessun volo pindarico dunque: l’uomo non è altro che materia!
Oggi, la scienza, per alcuni aspetti, ha confermato queste teorie. E’ in-negabile infatti, che quello che infiliamo nel piatto non riempie solo lo stomaco, ma decide l’energia che avremo, la lucidità con cui penseremo e lo spirito con cui guarderemo il mondo. Tanto di noi si gioca attraver-so complesse reazioni chimiche e il cibo è il carburante principale. Ov-viamente non possiamo accettare in toto che l’uomo sia solo un insieme di combinazioni chimiche e che il tutto della nostra vita si giochi sul lo-ro perfetto equilibrio. Quello che è vero però, è che la qualità della no-stra vita si basa su ciò di cui ci nutriamo, non solo sul piano della mate-ria (la qualità del cibo) ma anche su quello del significato della vita. C’è una fame che ci portiamo dentro che tocca la nostra sete di felicità, il desiderio di vivere cose belle e durature, la voglia di pace, di serenità, di essere accolti e riconosciuti per quello che siamo, di amare ed essere amati, che nessun cibo materiale e nessun benessere economico e mate-riale potrà mai saziare pienamente. A questa fame proviamo a risponde-re con le scelte che facciamo, con le esperienze che cerchiamo di vive-re, ma anche con i programmi che vediamo in tv, con le letture che ci piacciono, con le vacanze che ci scegliamo, etc…
Ecco perché non possiamo non prendere sul serio quello che Gesù dice nel vangelo di questa domenica: “Io sono il pane vivo disceso dal cie-lo… Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.” E’ una pretesa che sembra esagerata quella di Gesù, perché arriva ad affermare che se non ci si nutre di Lui, noi non viviamo veramente. Ma può bastare andare a Messa e farsi la comunione per nutrire la nostra vita? Se tutto si limita alla partecipazio-ne di un rito, assolutamente no. Ma non era sicuramente questo quello a cui alludeva Gesù quando, nell’ultima Cena, ha detto quelle cose. Pro-babilmente neanche i suoi discepoli ci hanno capito molto quando l’hanno ascoltato quella sera. Solo in seguito, dopo averlo visto donare tutto di sé sino all’ultima goccia di sangue e averlo visto risorto, hanno capito che dovevano fare loro quella sapienza di vita, testimoniata dall’umanità vissuta da Gesù. Da quel momento in poi, la ripetizione di quel gesto, in obbedienza al comando del loro Maestro, non era più sta-to un semplice ricordo di un fatto passato, ma un entrare in comunione profonda con la vita e il significato stesso che Gesù gli aveva dato, un farne propria la logica, e un acquisirne la forza per vivere come Lui aveva vissuto.
Se questo è il significato di ogni eucaristia che celebriamo, allora ca-piamo perché, un gruppo di cristiani dei primi secoli, posti davanti alla scelta di rinunciare a celebrare l’eucaristia domenicale per salvare la propria vita, dissero: “Senza la domenica non possiamo vivere”, e scel-sero di morire.
Abbi cura di te! Don Carmine

30/05/2026

Ciao!
Qualche anno fa, quando insegnavo, un po' tra il serio e il faceto, un alunno mi chiese: “Prof., ma lei, Dio l’ha mai incontrato?” Non ricordo cosa risposi allora, ma se dovesse chiedermelo ora, non avrei dubbi e gli direi subito di sì. E se non era Lui, era una persona che lo rappresentava benissimo.
E’ venuto più volte a bussare alla porta della parrocchia. Era un signore anziano; camminava, trascinando un po' i piedi, aveva la barba incolta, e un atteggiamento un po' trasandato. Si vedeva che era sofferente, e anche la voce era flebile ma decisa. Veniva a chiedere aiuto, come tanti, ma non per sé ma per suo figlio. Era il suo unico figlio, ma si era allon-tanato da casa. Lui sapeva dove andare a trovarlo e tutti i giorni vi si re-cava per portargli da mangiare, perché questi, caduto probabilmente, in una forma di depressione, si era abbandonato a se stesso e si stava la-sciando andare, chiudendosi in se stesso e rifiutando il contatto con gli altri. La sua pensione era appena sufficiente a soddisfare i bisogni suoi e di sua moglie, ma non bastava per prendersi cura anche del suo ‘ragaz-zo’. I suoi parenti lo avevano allontanato tutti e non lo aiutava più nes-suno perché avevano giudicato il suo comportamento verso suo figlio troppo morbido e accondiscendente e anch’io ero stavo severo con lui, per lo stesso motivo. Gli avevo detto che così non avrebbe aiutato suo figlio… che doveva metterlo davanti alle sue responsabilità… che non era normale che un padre anziano si preoccupasse di un figlio ancora giovane e in età di lavoro ma che doveva essere il figlio a preoccuparsi di suo padre anziano e malato… Ma lui mi aveva risposto: “Ma è mio figlio. Come posso abbandonarlo!” L’altra sera, gli era venuta la feb-bre, e non aveva potuto ve**re da me. Aveva mandato sua moglie. Il pensiero di suo figlio non lo abbandonava un istante…
Ho riconosciuto in lui il volto più autentico di Dio, quando rileggendo il vangelo di questa domenica, ho ascoltato Gesù che diceva a Nicodemo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.” Quan-do ami, e ami veramente, metti in gioco tutto. Tutto ciò che hai di più prezioso e, perfino, la tua vita. Così ha fatto e fa, continuamente, Dio con noi. Nel suo agire, spesso, non viene capito, perché l’amore ha lo-giche che la ragione non capisce. Ma quando è in gioco il destino del proprio figlio, si è disposti a qualsiasi cosa pur di salvarlo. E noi, figli, per Lui siamo
Noi continuiamo a pensare Dio come un essere lontano e distaccato da noi, chiuso in una aristocratica distanza che gli fa guardare dall’alto le nostre vicende umane ma che non lo coinvolge più di tanto. Egli inve-ce, partecipa alla nostra vita da Padre e ha inviato il suo Figlio “perché il mondo si salvi per mezzo di lui”. E quando questi è tornato a sedersi alla sua destra, non ci ha lasciati soli, ma ha mandato il suo Spirito per-ché, per mezzo suo avessimo più facile accesso al Dio della vita.
Questo è il Dio che è venuto a raccontarci Gesù. Ma noi siamo sicuri di credere in questo Dio?
Abbi cura di te! Don Carmine

30/05/2026
23/05/2026

Ciao!
“Dopo aver fatto uscire Israele dall’Egitto, bisognava far uscire l’Egitto da Israele”. E’ una citazione molto significativa attribuita a Fi-lone Alessandrino, filosofo ebreo del primo secolo dell’era cristiana, e ripresa, in seguito da tanti altri pensatori e studiosi, per esprimere una verità profondissima: non basta essere liberati per diventare liberi, è ne-cessario che avvenga altro per togliere la schiavitù dal cuore e cambiare una mentalità. Gli Ebrei in fondo, dopo la liberazione e davanti alle dif-ficoltà del cammino nel deserto, iniziano a rimpiangere le “cipolle e le pentole della carne” e le illusorie sicurezze dell’Egitto, perché la schia-vitù offriva loro delle certezze povere, fragili, ma più comode rispetto all’incertezza e alla responsabilità e alla fatica della libertà. Ma soprat-tutto l’Egitto rappresentava un modello culturale, caratterizzato dalla lo-gica del più forte, dalla prevaricazione, dallo sfruttamento di chi è più debole, ed ora invece, bisognava organizzarsi come popolo, come co-munità, con uguali diritti e doveri, in cui i singoli membri erano persone e non numeri, dove ciascuno era chiamato a fare la sua parte e ad assu-mersi le sue responsabilità. E’ in questo orizzonte che loro avevano in-terpretato l’evento del Sinai, il momento in cui, cioè, Dio aveva donato loro ‘dieci parole’ come via per vivere da popolo libero e maturo. Chiamato da Dio sul monte, Mosè vi era sceso con le Tavole della Leg-ge, cinquanta giorni dopo la Pasqua, e da quel giorno gli Ebrei avevano festeggiato quell’evento con una festa a cui avevano dato il nome di Pentecoste.
E’ su questo sfondo religioso-culturale che si inserisce ciò che accade ai discepoli quella mattina: si tratta di liberare il cuore e la mente e di fare spazio ad una nuova modalità di stare al mondo, quella non solo appre-sa attraverso l’esempio del loro Maestro e Signore, ma nella forza che, per mezzo dello Spirito, veniva loro donata. Anche loro avevano un ‘Egitto’ da togliere dal loro cuore: erano le loro paure! La paura di ciò che li attendeva fuori di quella stanza, la paura di non farcela perché non all’altezza o perché indegni di un compito così alto e gravoso, la paura di non avere gli strumenti necessari per affrontare il mondo, la paura di essere in pochi per un orizzonte di missione così vasto … Pau-re tutte frutto di una mentalità che ti fa dare importanza solo a ciò che è forte, muscoloso, efficiente, produttivo… Su questo quadro si innestava il dono dello Spirito che immetteva nel loro cuore un’altra certezza: la forza e la grazia stessa di Dio che si serve di ciò che al mondo appare inadatto e opera in virtù della potenza dell’amore. Così lo Spirito aveva agito in Gesù ed ora lo stesso Spirito veniva donato ai discepoli perchè portassero avanti la stessa opera di Dio (“Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi!”).
Anche noi abbiamo il nostro Egitto che ci condiziona nel profondo, ci affascina con la sua mentalità mondana, ci spinge a preoccuparci solo dei nostri interessi, ci fa girare dall’altra parte davanti alla necessità dei fratelli, ci illude con le sue promesse farlocche basate sul potere della forza e dell’apparenza e ci impedisce di ascoltare la voce di Dio.
Vieni Santo Spirito e liberaci da tutti gli Egitto che ci portiamo nel cuo-re!
Abbi cura di te! Don Carmine

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