27/08/2026
SIGNORE, FA’ DI ME UNO STRUMENTO DELLA TUA PACE
«Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace».
Sono parole semplici, diventate patrimonio della preghiera cristiana, che esprimono però una delle domande più profonde che un uomo possa rivolgere a Dio: che cosa vuoi fare della mia vita? Non soltanto: «Che cosa devo fare?», ma: «Signore, di che cosa vuoi servirti in me? Dove vuoi mandarmi? Chi vuoi raggiungere attraverso la mia vita?».
È importante ricordare che la cosiddetta Preghiera semplice è tradizionalmente attribuita a san Francesco d’Assisi, ma la sua attribuzione non è storicamente certa: il testo compare per la prima volta nel 1912 sulla rivista francese La Clochette. La sua paternità rimane dunque ignota. Ciò non diminuisce affatto la forza spirituale della preghiera, che è profondamente consonante con il Vangelo e con lo spirito francescano.
La parola decisiva è «strumento».
Non dice: «Signore, fa’ di me il padrone della pace». Non dice: «Fa’ che io riesca a sistemare tutto». Dice: «Fa’ di me uno strumento».
Lo strumento non è la sorgente. La sorgente è Dio. Lo strumento è nelle sue mani.
Questa consapevolezza cambia radicalmente il modo di intendere la vita, la vocazione, il sacerdozio, il servizio alla Chiesa, la responsabilità civile e politica. Significa riconoscere che la nostra vita non è un progetto da realizzare autonomamente, ma una storia nella quale Dio desidera entrare e attraverso la quale desidera operare.
1. Un cuore inquieto che cerca la sua strada
Sant’Agostino apre le Confessioni con una delle preghiere più conosciute della tradizione cristiana: «Ci hai fatti per te, Signore, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te».
È una frase che illumina anche il discernimento vocazionale. Il cuore umano è inquieto perché è fatto per qualcosa di più grande di ciò che può possedere. Cerca, desidera, costruisce, si entusiasma, si stanca, ricomincia. E spesso confonde la volontà di Dio con la propria realizzazione personale.
Ma il discernimento comincia quando impariamo a chiederci non soltanto «che cosa desidero?», bensì «verso che cosa mi sta conducendo Dio attraverso ciò che desidero?».
L'inquietudine non è necessariamente un nemico. Può diventare una chiamata. Può essere quella «santa inquietudine» che impedisce al cuore di accontentarsi di una vita ripiegata su sé stessa.
Sant’Agostino ci insegna così che la prima vocazione di ogni uomo è tornare a Dio. Prima di discernere una professione, un ministero, una scelta familiare, una responsabilità ecclesiale o politica, occorre discernere a chi appartiene il nostro cuore.
Se Dio non è il centro, anche le cose buone possono diventare idoli: il successo pastorale, il consenso, l'efficienza, il prestigio, il potere, persino il servizio.
Il problema non è soltanto fare il bene. È lasciare che Dio faccia il bene attraverso di noi.
2. Essere strumenti significa lasciarsi plasmare
Un buon strumento non impone la propria forma al maestro. Si lascia utilizzare.
Questa è forse una delle immagini più belle della vocazione cristiana. Dio non cerca persone perfette; cerca persone disponibili. Non cerca necessariamente persone potenti; spesso sceglie persone fragili, perché sia evidente che la forza viene da Lui.
San Paolo dice: «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (2 Cor 4,7).
Il vaso di creta non è il tesoro. Ma proprio la sua fragilità manifesta che il tesoro viene da Dio.
Per questo il cristiano non dovrebbe avere paura dei propri limiti. Deve però avere paura di una cosa molto più grave: smettere di lasciarsi convertire.
Il Signore può servirsi delle nostre capacità, ma anche delle nostre ferite; può servirsi della nostra esperienza, ma anche dei nostri fallimenti; può servirsi della nostra parola, ma soprattutto della nostra disponibilità.
La domanda decisiva diventa allora: «Signore, che cosa vuoi purificare in me perché io possa diventare più libero per Te?» È questa la porta del discernimento.
3. La pace comincia dentro il cuore
Non possiamo essere strumenti di pace se coltiviamo dentro di noi guerra, risentimento, vanità, invidia, desiderio di prevalere.
Sant’Agostino ha definito la pace come tranquillitas ordinis, «la tranquillità dell’ordine»: un ordine nel quale le realtà sono poste nella giusta relazione. Ma questo ordine deve cominciare dal cuore.
C'è una pace apparente che nasce dal silenzio dei problemi, dall'assenza di conflitto, dal fatto che nessuno ci contraddice. Non è la pace cristiana.
La pace evangelica è molto più esigente.
È la pace di Cristo risorto, quella che passa attraverso la croce. È una pace che non fugge il conflitto, ma lo attraversa senza lasciarsi trasformare dall'odio.
Per questo la preghiera attribuita a san Francesco non ci chiede anzitutto di cambiare il mondo, ma di cambiare la nostra presenza nel mondo:
dove c'è odio, portare amore;
dove c'è offesa, portare perdono;
dove c'è discordia, portare unione;
dove c'è disperazione, portare speranza;
dove ci sono tenebre, portare luce.
La pace nasce da una persona che, entrando in una situazione, non aggiunge altra violenza alla violenza.
4. Il discernimento: riconoscere dove Dio ci chiede di diventare strumenti
Discernere la volontà di Dio non significa aspettare necessariamente un segno straordinario dal cielo.
Molto spesso Dio parla attraverso la realtà, le persone che incontriamo, i doni ricevuti, le responsabilità che ci vengono affidate, le ferite del mondo che ci interpellano, la Parola di Dio, la preghiera, la Chiesa e anche attraverso quelle inquietudini profonde che ci impediscono di vivere superficialmente.
Per discernere occorre imparare a porre alcune domande:
Dove la mia presenza genera vita?
Dove posso servire senza cercare me stesso?
Quale sofferenza degli altri mi interpella particolarmente?
Quali doni mi ha affidato Dio?
Quale scelta mi rende più libero di amare?
Quale scelta mi fa crescere nell'umiltà, nella verità e nella carità?
Dove posso diventare, concretamente, uno strumento di riconciliazione?
E ancora una domanda decisiva:
Questa scelta nasce dalla paura, dall'ambizione e dal bisogno di essere riconosciuto, oppure dalla libertà e dall'amore?
Non tutto ciò che ci entusiasma viene da Dio. E non tutto ciò che ci costa viene contro la volontà di Dio.
Gesù stesso ci insegna che il criterio fondamentale è il frutto: «Dai loro frutti, dunque, li riconoscerete» (Mt 7,20).
Una scelta che viene da Dio può essere esigente, ma progressivamente genera verità, libertà, carità, responsabilità e pace.
5. Per il sacerdote: non padrone, ma strumento
Questa riflessione assume una forza particolare per il sacerdote.
Il sacerdote è chiamato a essere strumento nelle mani di Cristo.
Non è il proprietario della parrocchia. Non è il padrone delle anime. Non è il centro della comunità. È un servo.
San Giovanni Crisostomo, nel De sacerdotio, descrive con grande realismo la grandezza e la tremenda responsabilità del ministero sacerdotale: il sacerdote è chiamato a prendersi cura delle anime e a condurle a Dio. Il ministero non può dunque essere vissuto come ricerca di prestigio, ma come consumazione di sé per il bene degli altri.
San Gregorio Nazianzeno, riflettendo sul sacerdozio nella sua Oratio II, insiste sulla necessità che colui che vuole guidare gli altri a Dio impari anzitutto a lasciarsi guidare e purificare da Dio.
Qui si trova una legge spirituale fondamentale: prima di essere pastore degli altri, il sacerdote deve permettere a Cristo di essere Pastore della propria vita.
Un sacerdote che non prega rischia di diventare un organizzatore.
Un sacerdote che non ascolta Dio rischia di parlare troppo in nome di Dio.
Un sacerdote che cerca sé stesso rischia di usare il ministero per costruire la propria immagine.
Un sacerdote che invece si lascia convertire ogni giorno può diventare davvero strumento: una parola che consola, una presenza che riconcilia, un confessionale nel quale un peccatore ritrova speranza, una celebrazione nella quale una comunità ritrova il centro, una porta aperta per chi si sente escluso.
Il sacerdote è chiamato a poter dire con la propria vita: «Non sono qui perché guardiate me; sono qui perché insieme possiamo guardare Cristo».
6. La parrocchia: scuola e laboratorio di pace
Una parrocchia non è veramente viva perché organizza molte attività. È viva quando diventa luogo nel quale le persone imparano ad amarsi nella verità.
La parrocchia dovrebbe essere una piccola scuola di pace.
Lì impariamo a stare con persone che non abbiamo scelto.
Impariamo a perdonare.
Impariamo ad ascoltare.
Impariamo a collaborare.
Impariamo che non tutto deve essere fatto come pensiamo noi.
Impariamo che il bene della comunità viene prima del nostro protagonismo.
Quante divisioni ecclesiali nascono da questioni apparentemente piccole e diventano grandi perché dietro una decisione si nascondono ferite, rivalità, bisogno di riconoscimento, vecchie incomprensioni!
Essere strumenti di pace significa allora anche saper dire: «Posso avere torto».
Significa saper chiedere perdono.
Significa saper ringraziare.
Significa lasciare spazio agli altri.
Significa non trasformare ogni differenza in una contrapposizione.
La Chiesa non ha bisogno di cristiani che vincano gli uni sugli altri. Ha bisogno di cristiani che aiutino tutti a incontrare Cristo.
7. Anche il laico è chiamato a essere strumento
La vocazione alla pace non appartiene soltanto ai sacerdoti, ai religiosi o a coloro che hanno incarichi ecclesiali.
Ogni battezzato è chiamato a diventare strumento di Dio nel luogo in cui vive.
Il genitore può essere strumento di pace nella famiglia.
Il giovane può esserlo nella scuola e nelle amicizie.
Il lavoratore può esserlo nel proprio ambiente professionale.
L'imprenditore può esserlo attraverso un'economia rispettosa della persona.
L'insegnante può esserlo formando coscienze capaci di dialogo.
Il medico, l'avvocato, il giornalista, l'artigiano, il volontario: ciascuno può chiedere ogni mattina:
«Signore, attraverso il mio lavoro, chi vuoi raggiungere oggi?»
Questo cambia il senso della professione.
Non si lavora soltanto per guadagnare. Non si esercita una responsabilità soltanto per avere un ruolo. Non si vive soltanto per realizzare se stessi.
Ogni vocazione può diventare servizio al bene comune.
8. I Padri della Chiesa: la pace passa attraverso la carità concreta
I Padri della Chiesa non hanno mai separato l'amore di Dio dall'amore concreto dell'uomo.
San Basilio Magno è particolarmente severo verso chi accumula beni mentre altri sono nel bisogno. Nelle sue omelie sociali ricorda che ciò che possediamo non può essere considerato semplicemente nostro quando accanto a noi qualcuno manca del necessario.
È un insegnamento sorprendentemente attuale: non può esserci pace stabile dove l'ingiustizia viene strutturalmente ignorata.
San Giovanni Crisostomo, nelle sue omelie, insiste continuamente sul fatto che la celebrazione dell'Eucaristia deve trasformarsi in carità concreta verso il povero. Non basta onorare Cristo sull'altare se poi si disprezza Cristo presente nel fratello.
San Cipriano, riflettendo sull'unità della Chiesa, insiste invece sul fatto che la comunione non è un ornamento della vita cristiana: è parte della sua stessa identità. Una Chiesa divisa nel cuore contraddice il Vangelo che annuncia.
E sant'Agostino, parlando della pace, ci conduce ancora più in profondità: la pace esteriore non può essere separata dall'ordine dell'amore. Quando l'uomo ama se stesso sopra Dio, il potere sopra il servizio, il possesso sopra la fraternità, egli introduce disordine nel cuore e nella società.
La pace, dunque, non è semplicemente una tecnica diplomatica.
È una conversione dell'amore.
9. Una parola anche per chi governa
La preghiera «fa’ di me uno strumento della tua pace» dovrebbe entrare anche nei palazzi della politica.
Non per trasformare la politica in una forma di religione, ma per ricordare che il potere è autentico quando diventa servizio al bene comune.
Chi ha responsabilità politiche possiede una straordinaria possibilità di essere strumento di pace. Può però diventare anche strumento di divisione, quando alimenta paura, risentimento, odio, disinformazione, contrapposizione permanente o ricerca del consenso a qualsiasi prezzo.
La politica della pace richiede coraggio.
Coraggio di dialogare quando il dialogo è difficile.
Coraggio di riconoscere la dignità anche dell'avversario.
Coraggio di cercare compromessi giusti senza svendere la verità.
Coraggio di mettere il bene comune davanti all'interesse personale o di parte.
Coraggio di investire nella giustizia, nell'educazione, nel lavoro, nella famiglia, nella solidarietà e nella cooperazione tra i popoli.
Papa Francesco ha ricordato che la pace non è semplice assenza di guerra, ma si costruisce attraverso la giustizia e lo sviluppo integrale delle persone e dei popoli.
E già sant'Agostino ci offre una visione nella quale la pace non è immobilità, ma ordine e armonia.
Per questo un politico cristianamente ispirato non dovrebbe chiedersi soltanto: «Che cosa mi farà vincere?»
Dovrebbe chiedersi: «Che cosa costruirà una società nella quale i più deboli possano vivere con dignità?»
E ancora: «La mia decisione farà crescere la fiducia o la paura? La riconciliazione o l'odio? La giustizia o il privilegio? La verità o la manipolazione?»
La politica diventa allora una delle forme più alte della carità quando è realmente orientata al bene comune.
10. La pace non significa essere neutrali davanti all'ingiustizia
Essere strumenti di pace non significa essere persone deboli, ingenue o incapaci di prendere posizione.
Gesù non è stato neutrale davanti all'ingiustizia.
I profeti non sono stati neutrali.
I martiri non sono stati neutrali.
La pace cristiana non è il silenzio imposto alle vittime. Non è la tranquillità dei forti mentre i deboli soffrono.
La pace richiede verità e giustizia.
San Giovanni Paolo II ha ricordato con forza che giustizia e perdono non sono alternativi: il perdono non elimina la giustizia, ma può risanare ciò che la sola giustizia non riesce a guarire.
Perciò il cristiano deve essere capace di dire insieme: «No alla violenza» e «sì alla giustizia».
«No all'odio» e «sì alla verità».
«No alla vendetta» e «sì alla responsabilità».
«No all'indifferenza» e «sì alla fraternità».
11. Il criterio decisivo: non essere serviti, ma servire
La parte forse più rivoluzionaria della preghiera è quella nella quale si chiede:
«Fa' che io non cerchi tanto di essere compreso, quanto di comprendere; di essere amato, quanto di amare».
Qui tocchiamo il cuore del Vangelo.
La pace nasce quando smettiamo di mettere sempre noi al centro. Il sacerdote può chiedersi: «Voglio che la gente mi riconosca o voglio che incontri Cristo?»
Il laico può chiedersi: «Voglio che nella parrocchia si faccia come dico io o voglio che la comunità cresca?»
Il politico può chiedersi: «Voglio vincere la prossima battaglia o voglio lasciare alle generazioni future una società migliore?»
Il cristiano può chiedersi: «Voglio avere ragione o voglio salvare una relazione?»
Naturalmente non sempre comprendere significa approvare. Non sempre amare significa tacere. Non sempre perdonare significa dimenticare.
Ma significa rinunciare alla logica del dominio.
La pace comincia quando l'altro smette di essere un ostacolo alla mia realizzazione e torna a essere una persona affidata alla mia responsabilità.
12. «Eccomi»: il vero discernimento
Alla fine, discernere la volontà di Dio significa arrivare a quella parola che attraversa tutta la Scrittura:«Eccomi».
Abramo dice: «Eccomi».
Mosè dice: «Eccomi».
Isaia dice: «Eccomi, manda me».
Maria dice: «Ecco la serva del Signore».
Il sacerdote, il consacrato, il padre e la madre di famiglia, il giovane, il professionista, il volontario, il cristiano impegnato nella politica: tutti possono vivere la stessa risposta.
Non: «Signore, dimmi prima tutto quello che dovrò affrontare e poi deciderò se seguirti».
Ma: «Signore, eccomi. Fammi vedere il passo che devo compiere oggi».
La volontà di Dio spesso non viene consegnata tutta insieme. Viene riconosciuta camminando.
Un passo nella preghiera.
Un passo nel perdono.
Un passo nel servizio.
Un passo nella verità.
Un passo verso una persona dalla quale ci siamo allontanati.
Un passo verso chi ha bisogno.
Un passo verso una responsabilità che avremmo voluto evitare.
Un passo indietro quando il nostro protagonismo diventa ingombrante.
Un passo avanti quando la paura ci paralizza.
Così Dio trasforma lentamente una vita in uno strumento.
13. Una preghiera per la Chiesa e per il mondo
Forse allora possiamo riprendere quelle parole non semplicemente come una bella preghiera, ma come un vero programma di vita:
Signore, fa' di me uno strumento della tua pace.
Se nella mia famiglia c'è una ferita,
fa' che io non aggiunga altra ferita.
Se nella mia comunità c'è una divisione,
fa' che io non cerchi una parte da vincere,
ma una comunione da ricostruire.
Se nella Chiesa c'è stanchezza,
fammi portare speranza.
Se incontro un povero,
fa' che non distolga lo sguardo.
Se incontro chi pensa diversamente da me,
fammi cercare prima ciò che possiamo condividere.
Se sono sacerdote,
fa' che non cerchi me stesso nel ministero,
ma Cristo e la salvezza delle persone che mi affidi.
Se sono laico,
fa' che non consideri la fede una parte privata della mia vita,
ma una sorgente di servizio al mondo.
Se ho una responsabilità politica,
fa' che non usi il potere per dividere,
ma per servire.
Se devo prendere una decisione,
liberami dalla paura e dall'ambizione
e fammi riconoscere ciò che conduce alla verità,
alla giustizia e alla pace.
E quando non saprò che cosa scegliere,
non permettere che io cerchi anzitutto
ciò che mi rende più importante,
ma ciò che mi rende più capace di amare.
Conclusione: nelle mani di Dio
La vocazione cristiana può essere racchiusa in una sola immagine: una vita nelle mani di Dio.
Come il pane nelle mani di Cristo diventa dono, così una vita consegnata a Dio può diventare benedizione per molti.
Non dobbiamo essere straordinari.
Dobbiamo essere disponibili.
Non dobbiamo pretendere di risolvere tutti i problemi del mondo.
Dobbiamo impedire che, attraverso di noi, aumenti il male.
Non dobbiamo costruire monumenti a noi stessi.
Dobbiamo lasciare dietro di noi persone più riconciliate, più libere, più speranzose, più vicine a Dio.
La pace comincia da una persona che si lascia pacificare da Dio. Passa nella famiglia, nella parrocchia, nel presbiterio, nei luoghi di lavoro, nella società, nella politica e nelle relazioni tra i popoli.
È una piccola fiamma, ma può accendere altre fiamme.
E forse il vero frutto di una vita santa non è poter dire: «Ho fatto grandi cose», ma poter riconoscere, alla fine:
«Signore, ti sei servito anche di me».
Questa è la grande libertà della vocazione: sapere che siamo strumenti, non la sorgente; servi, non padroni; pellegrini, non proprietari; collaboratori della grazia, non suoi autori.
E allora la preghiera di ogni giorno può diventare semplicissima:
Signore, eccomi.
Prendi ciò che sono.
Prendi ciò che ho.
Prendi anche ciò che mi manca.
Purificami, guidami, convertimi.
E fa' di me, oggi, nel posto in cui mi hai messo,
uno strumento della tua pace.
Perché, come ci ricorda sant’Agostino, il cuore umano non trova riposo finché non torna a Dio; e proprio quando torna a Dio scopre che il vero riposo non è chiudersi in sé stesso, ma diventare dono.
La pace che riceviamo da Dio diventa allora la pace che siamo chiamati a portare.
E il mondo, la Chiesa, la parrocchia, la famiglia e la città hanno bisogno proprio di questo: uomini e donne che si lascino prendere nelle mani di Dio per diventare, lì dove vivono, strumenti di riconciliazione, di giustizia e di speranza.
d. Francesco Feola