Santuario di Castello

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07/09/2026

Riceviamo una riflessione da Don Francesco Feola e pubblichiamo C’è un momento, nelle feste patronali, che dice più di tutti gli altri. Non è l’accensione delle luminarie. Non è il concerto. Non è la processione davanti a una folla numerosa. Non è nemmeno il momento in cui la piazza raggiu...

02/09/2026
SERVI, NON PADRONI«Quando avrete fatto tutto ciò che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quan...
29/08/2026

SERVI, NON PADRONI

«Quando avrete fatto tutto ciò che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17,10).
È una delle frasi più spiazzanti di Gesù. Abbiamo servito, faticato, donato tempo, energie, ascolto, presenza. E Gesù ci dice: non vantatevi. Avete fatto ciò che dovevate fare.
Non è un'umiliazione. È una liberazione. L'umiltà cristiana non consiste nel pensare di non valere nulla. Consiste nel sapere che non siamo il centro di tutto.
Siamo importanti, ma non indispensabili.
Siamo preziosi, ma non proprietari del bene.
Siamo chiamati a servire, non a essere serviti.

• SERVIRE SENZA PRESENTARE IL CONTO
Ci sono persone che fanno il bene e poi, prima o poi, presentano il conto. «Dopo tutto quello che ho fatto per te…» Ma il Vangelo conosce un'altra logica: l'amore autentico non presenta fatture.
Se il mio servizio diventa un modo per ottenere riconoscenza, potere o gratitudine, non sono più completamente libero. Sto dando qualcosa, ma sto anche chiedendo qualcosa in cambio.
E forse la domanda da farci è questa: “Se nessuno mi ringraziasse, continuerei a fare il bene?”
Se la risposta è sì, siamo sulla strada della gratuità.
Se la risposta è no, forse non stiamo soltanto servendo: stiamo anche cercando di essere riconosciuti.

• SERVIRE SENZA DIVENTARE INDISPENSABILI
C'è una trappola sottile, soprattutto nella vita pastorale: confondere l'essere utili con l'essere indispensabili.
Ci sono persone che non riescono più a fermarsi perché hanno bisogno di sentirsi necessarie.
Fanno tutto, risolvono tutto, organizzano tutto, sono sempre disponibili.
E quando qualcuno fa qualcosa senza di loro, si sentono messi da parte.
Ma anche questo può diventare una forma di dipendenza.
Se ho bisogno che gli altri abbiano bisogno di me, non sono ancora completamente libero.
Il servizio cristiano, invece, genera libertà: non crea sudditi; non crea dipendenze; non trattiene.
Chi ama davvero sa anche fare un passo indietro. Sa lasciare spazio, sa delegare. Sa vedere un altro fare bene ciò che prima faceva lui. Sa perfino essere sostituito senza sentirsi tradito. Perché ha capito una cosa fondamentale: il bene non è proprietà di chi lo compie.

• NELLA CHIESA NON SIAMO PADRONI
Anche nella pastorale possiamo cadere nella tentazione del possesso. “Il mio gruppo.” “La mia parrocchia.” “I miei ragazzi.” “I miei volontari.” “Il mio progetto.”
Ma forse dovremmo imparare a dire: non è mio, mi è stato affidato. Questa piccola differenza cambia tutto.
Chi considera qualcosa “suo” tende a difenderlo. Chi sa di averlo ricevuto in dono, invece, impara a custodirlo.
Non siamo proprietari delle persone che accompagniamo. Siamo compagni di strada, non dobbiamo formare persone che abbiano bisogno di noi. Dobbiamo aiutare persone che sappiano camminare anche senza di noi.
Questo vale per un educatore, per un catechista, per un sacerdote, per un genitore, per un responsabile, per chiunque abbia ricevuto la responsabilità di accompagnare qualcuno.
Educare non significa rendersi indispensabili. Significa rendere l'altro capace di camminare da solo.

• L'UMILTÀ È LIBERTÀ
Sant'Agostino pregava: «Concedimi ciò che comandi e poi comanda ciò che vuoi». E Santa Teresa di Lisieux ricordava che l'umiltà è verità.
La verità è che non siamo Dio: non possiamo salvare tutti. Non possiamo risolvere tutto. Non possiamo essere presenti ovunque. Non possiamo portare sulle nostre spalle il peso del mondo. E non dobbiamo farlo!
Possiamo, però, fare la nostra parte poi dobbiamo lasciare spazio a Dio. Il servo fa quello che può. Dio fa quello che il servo non può, questa è la libertà.

• FARE IL BENE E POI LASCIARLO ANDARE
Forse la forma più alta del servizio è questa: fare il bene senza aver bisogno di possederne il risultato.
Seminare senza pretendere di vedere il raccolto. Accompagnare senza pretendere di decidere la destinazione.
Amare senza pretendere di essere ricambiati. Dare senza chiedere applausi. Servire senza costruirsi un piedistallo. E quando il lavoro è finito, poter dire: “Ho fatto quello che dovevo fare.”
Non: “Guardate quanto sono stato bravo.” Non: “Adesso tocca a voi ringraziarmi.” Non: “Senza di me non ce l'avreste fatta.” Ma semplicemente: “Signore, quello che ho fatto è tuo. Anche il bene che ho compiuto non mi appartiene.”
Questo è il cuore dell'umiltà. L'umile non si mette al centro nemmeno quando fa il bene. Perché sa che il bene più grande è quello che continua a vivere anche quando lui non c'è più. E allora comprendiamo davvero le parole di Gesù: «Siamo servi inutili». Non perché la nostra vita non abbia valore. Ma perché il nostro valore non dipende dall'essere necessari. Non siamo inutili perché non serviamo a nulla. Siamo “inutili” perché non dobbiamo trasformare il nostro servizio in una pretesa.
Siamo servi, non padroni. Siamo strumenti, non la sorgente. Siamo seminatori, non i proprietari del campo. E forse la preghiera più bella, alla fine, può essere questa: “Signore, liberami dal bisogno di essere indispensabile. Liberami dal bisogno di essere applaudito. Liberami dal bisogno di avere ragione. Liberami dal bisogno che gli altri riconoscano tutto ciò che faccio. Donami un cuore capace di servire senza possedere, amare senza trattenere, donare senza presentare il conto, e lasciare andare senza paura. Perché quando il bene è davvero gratuito, non ha bisogno di avere il nostro nome sopra.”
Servi, non padroni.
Presenti, ma non invadenti.
Generosi, ma non possessivi.
Umili, ma non svalutati.
Liberi, perché capaci di amare.
E alla fine, semplicemente: “Abbiamo fatto quanto dovevamo fare.”

d. Francesco Feola

SIGNORE, FA’ DI ME UNO STRUMENTO DELLA TUA PACE«Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace».Sono parole semplici, d...
27/08/2026

SIGNORE, FA’ DI ME UNO STRUMENTO DELLA TUA PACE

«Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace».
Sono parole semplici, diventate patrimonio della preghiera cristiana, che esprimono però una delle domande più profonde che un uomo possa rivolgere a Dio: che cosa vuoi fare della mia vita? Non soltanto: «Che cosa devo fare?», ma: «Signore, di che cosa vuoi servirti in me? Dove vuoi mandarmi? Chi vuoi raggiungere attraverso la mia vita?».
È importante ricordare che la cosiddetta Preghiera semplice è tradizionalmente attribuita a san Francesco d’Assisi, ma la sua attribuzione non è storicamente certa: il testo compare per la prima volta nel 1912 sulla rivista francese La Clochette. La sua paternità rimane dunque ignota. Ciò non diminuisce affatto la forza spirituale della preghiera, che è profondamente consonante con il Vangelo e con lo spirito francescano.
La parola decisiva è «strumento».
Non dice: «Signore, fa’ di me il padrone della pace». Non dice: «Fa’ che io riesca a sistemare tutto». Dice: «Fa’ di me uno strumento».
Lo strumento non è la sorgente. La sorgente è Dio. Lo strumento è nelle sue mani.
Questa consapevolezza cambia radicalmente il modo di intendere la vita, la vocazione, il sacerdozio, il servizio alla Chiesa, la responsabilità civile e politica. Significa riconoscere che la nostra vita non è un progetto da realizzare autonomamente, ma una storia nella quale Dio desidera entrare e attraverso la quale desidera operare.

1. Un cuore inquieto che cerca la sua strada
Sant’Agostino apre le Confessioni con una delle preghiere più conosciute della tradizione cristiana: «Ci hai fatti per te, Signore, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te».
È una frase che illumina anche il discernimento vocazionale. Il cuore umano è inquieto perché è fatto per qualcosa di più grande di ciò che può possedere. Cerca, desidera, costruisce, si entusiasma, si stanca, ricomincia. E spesso confonde la volontà di Dio con la propria realizzazione personale.
Ma il discernimento comincia quando impariamo a chiederci non soltanto «che cosa desidero?», bensì «verso che cosa mi sta conducendo Dio attraverso ciò che desidero?».
L'inquietudine non è necessariamente un nemico. Può diventare una chiamata. Può essere quella «santa inquietudine» che impedisce al cuore di accontentarsi di una vita ripiegata su sé stessa.
Sant’Agostino ci insegna così che la prima vocazione di ogni uomo è tornare a Dio. Prima di discernere una professione, un ministero, una scelta familiare, una responsabilità ecclesiale o politica, occorre discernere a chi appartiene il nostro cuore.
Se Dio non è il centro, anche le cose buone possono diventare idoli: il successo pastorale, il consenso, l'efficienza, il prestigio, il potere, persino il servizio.
Il problema non è soltanto fare il bene. È lasciare che Dio faccia il bene attraverso di noi.

2. Essere strumenti significa lasciarsi plasmare
Un buon strumento non impone la propria forma al maestro. Si lascia utilizzare.
Questa è forse una delle immagini più belle della vocazione cristiana. Dio non cerca persone perfette; cerca persone disponibili. Non cerca necessariamente persone potenti; spesso sceglie persone fragili, perché sia evidente che la forza viene da Lui.
San Paolo dice: «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (2 Cor 4,7).
Il vaso di creta non è il tesoro. Ma proprio la sua fragilità manifesta che il tesoro viene da Dio.
Per questo il cristiano non dovrebbe avere paura dei propri limiti. Deve però avere paura di una cosa molto più grave: smettere di lasciarsi convertire.
Il Signore può servirsi delle nostre capacità, ma anche delle nostre ferite; può servirsi della nostra esperienza, ma anche dei nostri fallimenti; può servirsi della nostra parola, ma soprattutto della nostra disponibilità.
La domanda decisiva diventa allora: «Signore, che cosa vuoi purificare in me perché io possa diventare più libero per Te?» È questa la porta del discernimento.

3. La pace comincia dentro il cuore
Non possiamo essere strumenti di pace se coltiviamo dentro di noi guerra, risentimento, vanità, invidia, desiderio di prevalere.
Sant’Agostino ha definito la pace come tranquillitas ordinis, «la tranquillità dell’ordine»: un ordine nel quale le realtà sono poste nella giusta relazione. Ma questo ordine deve cominciare dal cuore.
C'è una pace apparente che nasce dal silenzio dei problemi, dall'assenza di conflitto, dal fatto che nessuno ci contraddice. Non è la pace cristiana.
La pace evangelica è molto più esigente.
È la pace di Cristo risorto, quella che passa attraverso la croce. È una pace che non fugge il conflitto, ma lo attraversa senza lasciarsi trasformare dall'odio.
Per questo la preghiera attribuita a san Francesco non ci chiede anzitutto di cambiare il mondo, ma di cambiare la nostra presenza nel mondo:
dove c'è odio, portare amore;
dove c'è offesa, portare perdono;
dove c'è discordia, portare unione;
dove c'è disperazione, portare speranza;
dove ci sono tenebre, portare luce.
La pace nasce da una persona che, entrando in una situazione, non aggiunge altra violenza alla violenza.

4. Il discernimento: riconoscere dove Dio ci chiede di diventare strumenti
Discernere la volontà di Dio non significa aspettare necessariamente un segno straordinario dal cielo.
Molto spesso Dio parla attraverso la realtà, le persone che incontriamo, i doni ricevuti, le responsabilità che ci vengono affidate, le ferite del mondo che ci interpellano, la Parola di Dio, la preghiera, la Chiesa e anche attraverso quelle inquietudini profonde che ci impediscono di vivere superficialmente.
Per discernere occorre imparare a porre alcune domande:
Dove la mia presenza genera vita?
Dove posso servire senza cercare me stesso?
Quale sofferenza degli altri mi interpella particolarmente?
Quali doni mi ha affidato Dio?
Quale scelta mi rende più libero di amare?
Quale scelta mi fa crescere nell'umiltà, nella verità e nella carità?
Dove posso diventare, concretamente, uno strumento di riconciliazione?
E ancora una domanda decisiva:
Questa scelta nasce dalla paura, dall'ambizione e dal bisogno di essere riconosciuto, oppure dalla libertà e dall'amore?
Non tutto ciò che ci entusiasma viene da Dio. E non tutto ciò che ci costa viene contro la volontà di Dio.
Gesù stesso ci insegna che il criterio fondamentale è il frutto: «Dai loro frutti, dunque, li riconoscerete» (Mt 7,20).
Una scelta che viene da Dio può essere esigente, ma progressivamente genera verità, libertà, carità, responsabilità e pace.

5. Per il sacerdote: non padrone, ma strumento
Questa riflessione assume una forza particolare per il sacerdote.
Il sacerdote è chiamato a essere strumento nelle mani di Cristo.
Non è il proprietario della parrocchia. Non è il padrone delle anime. Non è il centro della comunità. È un servo.
San Giovanni Crisostomo, nel De sacerdotio, descrive con grande realismo la grandezza e la tremenda responsabilità del ministero sacerdotale: il sacerdote è chiamato a prendersi cura delle anime e a condurle a Dio. Il ministero non può dunque essere vissuto come ricerca di prestigio, ma come consumazione di sé per il bene degli altri.
San Gregorio Nazianzeno, riflettendo sul sacerdozio nella sua Oratio II, insiste sulla necessità che colui che vuole guidare gli altri a Dio impari anzitutto a lasciarsi guidare e purificare da Dio.
Qui si trova una legge spirituale fondamentale: prima di essere pastore degli altri, il sacerdote deve permettere a Cristo di essere Pastore della propria vita.
Un sacerdote che non prega rischia di diventare un organizzatore.
Un sacerdote che non ascolta Dio rischia di parlare troppo in nome di Dio.
Un sacerdote che cerca sé stesso rischia di usare il ministero per costruire la propria immagine.
Un sacerdote che invece si lascia convertire ogni giorno può diventare davvero strumento: una parola che consola, una presenza che riconcilia, un confessionale nel quale un peccatore ritrova speranza, una celebrazione nella quale una comunità ritrova il centro, una porta aperta per chi si sente escluso.
Il sacerdote è chiamato a poter dire con la propria vita: «Non sono qui perché guardiate me; sono qui perché insieme possiamo guardare Cristo».

6. La parrocchia: scuola e laboratorio di pace
Una parrocchia non è veramente viva perché organizza molte attività. È viva quando diventa luogo nel quale le persone imparano ad amarsi nella verità.
La parrocchia dovrebbe essere una piccola scuola di pace.
Lì impariamo a stare con persone che non abbiamo scelto.
Impariamo a perdonare.
Impariamo ad ascoltare.
Impariamo a collaborare.
Impariamo che non tutto deve essere fatto come pensiamo noi.
Impariamo che il bene della comunità viene prima del nostro protagonismo.
Quante divisioni ecclesiali nascono da questioni apparentemente piccole e diventano grandi perché dietro una decisione si nascondono ferite, rivalità, bisogno di riconoscimento, vecchie incomprensioni!
Essere strumenti di pace significa allora anche saper dire: «Posso avere torto».
Significa saper chiedere perdono.
Significa saper ringraziare.
Significa lasciare spazio agli altri.
Significa non trasformare ogni differenza in una contrapposizione.
La Chiesa non ha bisogno di cristiani che vincano gli uni sugli altri. Ha bisogno di cristiani che aiutino tutti a incontrare Cristo.

7. Anche il laico è chiamato a essere strumento
La vocazione alla pace non appartiene soltanto ai sacerdoti, ai religiosi o a coloro che hanno incarichi ecclesiali.
Ogni battezzato è chiamato a diventare strumento di Dio nel luogo in cui vive.
Il genitore può essere strumento di pace nella famiglia.
Il giovane può esserlo nella scuola e nelle amicizie.
Il lavoratore può esserlo nel proprio ambiente professionale.
L'imprenditore può esserlo attraverso un'economia rispettosa della persona.
L'insegnante può esserlo formando coscienze capaci di dialogo.
Il medico, l'avvocato, il giornalista, l'artigiano, il volontario: ciascuno può chiedere ogni mattina:
«Signore, attraverso il mio lavoro, chi vuoi raggiungere oggi?»
Questo cambia il senso della professione.
Non si lavora soltanto per guadagnare. Non si esercita una responsabilità soltanto per avere un ruolo. Non si vive soltanto per realizzare se stessi.
Ogni vocazione può diventare servizio al bene comune.

8. I Padri della Chiesa: la pace passa attraverso la carità concreta
I Padri della Chiesa non hanno mai separato l'amore di Dio dall'amore concreto dell'uomo.
San Basilio Magno è particolarmente severo verso chi accumula beni mentre altri sono nel bisogno. Nelle sue omelie sociali ricorda che ciò che possediamo non può essere considerato semplicemente nostro quando accanto a noi qualcuno manca del necessario.
È un insegnamento sorprendentemente attuale: non può esserci pace stabile dove l'ingiustizia viene strutturalmente ignorata.
San Giovanni Crisostomo, nelle sue omelie, insiste continuamente sul fatto che la celebrazione dell'Eucaristia deve trasformarsi in carità concreta verso il povero. Non basta onorare Cristo sull'altare se poi si disprezza Cristo presente nel fratello.
San Cipriano, riflettendo sull'unità della Chiesa, insiste invece sul fatto che la comunione non è un ornamento della vita cristiana: è parte della sua stessa identità. Una Chiesa divisa nel cuore contraddice il Vangelo che annuncia.
E sant'Agostino, parlando della pace, ci conduce ancora più in profondità: la pace esteriore non può essere separata dall'ordine dell'amore. Quando l'uomo ama se stesso sopra Dio, il potere sopra il servizio, il possesso sopra la fraternità, egli introduce disordine nel cuore e nella società.
La pace, dunque, non è semplicemente una tecnica diplomatica.
È una conversione dell'amore.

9. Una parola anche per chi governa
La preghiera «fa’ di me uno strumento della tua pace» dovrebbe entrare anche nei palazzi della politica.
Non per trasformare la politica in una forma di religione, ma per ricordare che il potere è autentico quando diventa servizio al bene comune.
Chi ha responsabilità politiche possiede una straordinaria possibilità di essere strumento di pace. Può però diventare anche strumento di divisione, quando alimenta paura, risentimento, odio, disinformazione, contrapposizione permanente o ricerca del consenso a qualsiasi prezzo.
La politica della pace richiede coraggio.
Coraggio di dialogare quando il dialogo è difficile.
Coraggio di riconoscere la dignità anche dell'avversario.
Coraggio di cercare compromessi giusti senza svendere la verità.
Coraggio di mettere il bene comune davanti all'interesse personale o di parte.
Coraggio di investire nella giustizia, nell'educazione, nel lavoro, nella famiglia, nella solidarietà e nella cooperazione tra i popoli.
Papa Francesco ha ricordato che la pace non è semplice assenza di guerra, ma si costruisce attraverso la giustizia e lo sviluppo integrale delle persone e dei popoli.
E già sant'Agostino ci offre una visione nella quale la pace non è immobilità, ma ordine e armonia.
Per questo un politico cristianamente ispirato non dovrebbe chiedersi soltanto: «Che cosa mi farà vincere?»
Dovrebbe chiedersi: «Che cosa costruirà una società nella quale i più deboli possano vivere con dignità?»
E ancora: «La mia decisione farà crescere la fiducia o la paura? La riconciliazione o l'odio? La giustizia o il privilegio? La verità o la manipolazione?»
La politica diventa allora una delle forme più alte della carità quando è realmente orientata al bene comune.

10. La pace non significa essere neutrali davanti all'ingiustizia
Essere strumenti di pace non significa essere persone deboli, ingenue o incapaci di prendere posizione.
Gesù non è stato neutrale davanti all'ingiustizia.
I profeti non sono stati neutrali.
I martiri non sono stati neutrali.
La pace cristiana non è il silenzio imposto alle vittime. Non è la tranquillità dei forti mentre i deboli soffrono.
La pace richiede verità e giustizia.
San Giovanni Paolo II ha ricordato con forza che giustizia e perdono non sono alternativi: il perdono non elimina la giustizia, ma può risanare ciò che la sola giustizia non riesce a guarire.
Perciò il cristiano deve essere capace di dire insieme: «No alla violenza» e «sì alla giustizia».
«No all'odio» e «sì alla verità».
«No alla vendetta» e «sì alla responsabilità».
«No all'indifferenza» e «sì alla fraternità».

11. Il criterio decisivo: non essere serviti, ma servire
La parte forse più rivoluzionaria della preghiera è quella nella quale si chiede:
«Fa' che io non cerchi tanto di essere compreso, quanto di comprendere; di essere amato, quanto di amare».
Qui tocchiamo il cuore del Vangelo.
La pace nasce quando smettiamo di mettere sempre noi al centro. Il sacerdote può chiedersi: «Voglio che la gente mi riconosca o voglio che incontri Cristo?»
Il laico può chiedersi: «Voglio che nella parrocchia si faccia come dico io o voglio che la comunità cresca?»
Il politico può chiedersi: «Voglio vincere la prossima battaglia o voglio lasciare alle generazioni future una società migliore?»
Il cristiano può chiedersi: «Voglio avere ragione o voglio salvare una relazione?»
Naturalmente non sempre comprendere significa approvare. Non sempre amare significa tacere. Non sempre perdonare significa dimenticare.
Ma significa rinunciare alla logica del dominio.
La pace comincia quando l'altro smette di essere un ostacolo alla mia realizzazione e torna a essere una persona affidata alla mia responsabilità.

12. «Eccomi»: il vero discernimento
Alla fine, discernere la volontà di Dio significa arrivare a quella parola che attraversa tutta la Scrittura:«Eccomi».
Abramo dice: «Eccomi».
Mosè dice: «Eccomi».
Isaia dice: «Eccomi, manda me».
Maria dice: «Ecco la serva del Signore».
Il sacerdote, il consacrato, il padre e la madre di famiglia, il giovane, il professionista, il volontario, il cristiano impegnato nella politica: tutti possono vivere la stessa risposta.
Non: «Signore, dimmi prima tutto quello che dovrò affrontare e poi deciderò se seguirti».
Ma: «Signore, eccomi. Fammi vedere il passo che devo compiere oggi».
La volontà di Dio spesso non viene consegnata tutta insieme. Viene riconosciuta camminando.
Un passo nella preghiera.
Un passo nel perdono.
Un passo nel servizio.
Un passo nella verità.
Un passo verso una persona dalla quale ci siamo allontanati.
Un passo verso chi ha bisogno.
Un passo verso una responsabilità che avremmo voluto evitare.
Un passo indietro quando il nostro protagonismo diventa ingombrante.
Un passo avanti quando la paura ci paralizza.
Così Dio trasforma lentamente una vita in uno strumento.

13. Una preghiera per la Chiesa e per il mondo
Forse allora possiamo riprendere quelle parole non semplicemente come una bella preghiera, ma come un vero programma di vita:
Signore, fa' di me uno strumento della tua pace.
Se nella mia famiglia c'è una ferita,
fa' che io non aggiunga altra ferita.
Se nella mia comunità c'è una divisione,
fa' che io non cerchi una parte da vincere,
ma una comunione da ricostruire.
Se nella Chiesa c'è stanchezza,
fammi portare speranza.
Se incontro un povero,
fa' che non distolga lo sguardo.
Se incontro chi pensa diversamente da me,
fammi cercare prima ciò che possiamo condividere.
Se sono sacerdote,
fa' che non cerchi me stesso nel ministero,
ma Cristo e la salvezza delle persone che mi affidi.
Se sono laico,
fa' che non consideri la fede una parte privata della mia vita,
ma una sorgente di servizio al mondo.
Se ho una responsabilità politica,
fa' che non usi il potere per dividere,
ma per servire.
Se devo prendere una decisione,
liberami dalla paura e dall'ambizione
e fammi riconoscere ciò che conduce alla verità,
alla giustizia e alla pace.
E quando non saprò che cosa scegliere,
non permettere che io cerchi anzitutto
ciò che mi rende più importante,
ma ciò che mi rende più capace di amare.

Conclusione: nelle mani di Dio
La vocazione cristiana può essere racchiusa in una sola immagine: una vita nelle mani di Dio.
Come il pane nelle mani di Cristo diventa dono, così una vita consegnata a Dio può diventare benedizione per molti.
Non dobbiamo essere straordinari.
Dobbiamo essere disponibili.
Non dobbiamo pretendere di risolvere tutti i problemi del mondo.
Dobbiamo impedire che, attraverso di noi, aumenti il male.
Non dobbiamo costruire monumenti a noi stessi.
Dobbiamo lasciare dietro di noi persone più riconciliate, più libere, più speranzose, più vicine a Dio.
La pace comincia da una persona che si lascia pacificare da Dio. Passa nella famiglia, nella parrocchia, nel presbiterio, nei luoghi di lavoro, nella società, nella politica e nelle relazioni tra i popoli.
È una piccola fiamma, ma può accendere altre fiamme.
E forse il vero frutto di una vita santa non è poter dire: «Ho fatto grandi cose», ma poter riconoscere, alla fine:
«Signore, ti sei servito anche di me».
Questa è la grande libertà della vocazione: sapere che siamo strumenti, non la sorgente; servi, non padroni; pellegrini, non proprietari; collaboratori della grazia, non suoi autori.
E allora la preghiera di ogni giorno può diventare semplicissima:
Signore, eccomi.
Prendi ciò che sono.
Prendi ciò che ho.
Prendi anche ciò che mi manca.
Purificami, guidami, convertimi.
E fa' di me, oggi, nel posto in cui mi hai messo,
uno strumento della tua pace.
Perché, come ci ricorda sant’Agostino, il cuore umano non trova riposo finché non torna a Dio; e proprio quando torna a Dio scopre che il vero riposo non è chiudersi in sé stesso, ma diventare dono.
La pace che riceviamo da Dio diventa allora la pace che siamo chiamati a portare.
E il mondo, la Chiesa, la parrocchia, la famiglia e la città hanno bisogno proprio di questo: uomini e donne che si lascino prendere nelle mani di Dio per diventare, lì dove vivono, strumenti di riconciliazione, di giustizia e di speranza.

d. Francesco Feola

SCARPE USURATE E MANI SPORCHE• Il prete che cammina con il suo popoloCi sono immagini che dicono più di molti discorsi. ...
26/08/2026

SCARPE USURATE E MANI SPORCHE

• Il prete che cammina con il suo popolo
Ci sono immagini che dicono più di molti discorsi. Quella di un prete con le scarpe usurate e le mani sporche è una di queste.
Non perché la povertà esteriore sia di per sé una virtù, né perché un sacerdote debba trascurare la propria persona. Ma perché quelle scarpe raccontano un cammino e quelle mani raccontano un servizio. Sono le scarpe di chi non è rimasto fermo in sacrestia, ma ha attraversato le strade della propria comunità; sono le mani di chi ha aiutato, consolato, benedetto, accompagnato, rialzato. Mani che non hanno avuto paura di entrare nelle situazioni concrete della vita.
Il prete, in fondo, è chiamato proprio a questo: camminare con il popolo che gli è affidato. Non sopra il popolo, non lontano dal popolo, non davanti al popolo come chi cerca di essere ammirato, ma in mezzo alla gente, con il Vangelo nel cuore e la disponibilità a condividere le gioie, le fatiche, le domande e anche le ferite degli uomini e delle donne del suo tempo.
• Un uomo chiamato a servire
Il Concilio Vaticano II, parlando dei presbiteri, li presenta come uomini scelti tra gli uomini e costituiti per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio. Il sacerdote non riceve il ministero per costruire attorno a sé una piccola corte, ma per rendere presente Cristo e servire il Popolo di Dio.
San Giovanni Paolo II, nella Pastores dabo vobis, insiste sulla carità pastorale come cuore della vita sacerdotale. Il prete è chiamato a configurarsi a Cristo Buon Pastore: uno che conosce le sue pecore, le cerca, se ne prende cura e, quando è necessario, è disposto a dare la vita per loro. È una prospettiva molto diversa da quella di chi considera il sacerdozio come una posizione sociale, un ruolo di prestigio o una forma di realizzazione personale.
Il sacerdote non è chiamato a essere importante: è chiamato a essere utile al Vangelo.
Questo non significa che debba diventare una persona senza personalità, senza interessi o senza una vita propria. Significa, piuttosto, che tutto ciò che è e possiede deve essere orientato verso una missione più grande di lui.
Viktor Frankl, uno dei grandi psicologi del Novecento, ha parlato della auto trascendenza: l'essere umano non trova la propria pienezza chiudendosi continuamente su se stesso, ma aprendosi a un significato, a una persona, a una responsabilità che lo supera. Nella prospettiva di Frankl, il senso della vita non coincide con la ricerca ossessiva della propria autorealizzazione.
È una intuizione che può illuminare anche la vita sacerdotale: il prete non si realizza mettendo al centro se stesso, ma donando se stesso.
• Il pericolo di diventare il centro
Viviamo in una cultura nella quale spesso l'esistenza sembra chiedere di essere mostrata.
Una fotografia, una frase, un video, un'omelia, un viaggio, una celebrazione: tutto può diventare contenuto da pubblicare. Anche il sacerdote può essere tentato di trasformare il proprio ministero in una vetrina personale.
Naturalmente i social non sono il male. Possono essere strumenti preziosi per evangelizzare, comunicare, raggiungere persone lontane e creare occasioni di incontro. La stessa psicologia contemporanea riconosce che i social possono favorire connessione e informazione, pur evidenziandone anche i rischi, soprattutto quando diventano fonte di confronto continuo, ricerca di approvazione o sostituzione delle relazioni reali.
Il problema, dunque, non è avere un profilo social. Il problema è quando il profilo diventa più importante della persona.
Un sacerdote può correre il rischio di chiedersi non più: «Chi posso servire oggi?», ma: «Come apparirò oggi?». Non più: «Chi ha bisogno di me?», ma: «Quante persone mi stanno guardando?». Non più: «Che cosa vuole il Signore da me?», ma: «Che cosa produce consenso?».
Papa Francesco ha chiamato questo atteggiamento con un'espressione forte: mondanità spirituale. Nell'Evangelii gaudium la descrive anche come ricerca dell'apparenza, del prestigio, della realizzazione autoreferenziale, della visibilità e del potere. Il sacerdote deve vigilare proprio su questo.
Può usare i social senza diventare schiavo dei social. Può comunicare senza trasformarsi in un personaggio. Può essere conosciuto senza avere bisogno di essere continuamente ammirato. La sua vera popolarità dovrebbe essere un'altra: essere riconoscibile nel volto di chi serve.
• La preghiera prima dell'attività
C'è poi un'altra tentazione, forse ancora più sottile: quella di fare tanto per Dio senza stare abbastanza con Dio.
Un prete può avere un'agenda piena, celebrazioni, incontri, riunioni, catechismo, visite, iniziative, emergenze e telefonate. Può essere continuamente occupato e, proprio per questo, rischiare di diventare interiormente vuoto.
La vita sacerdotale non può essere sostenuta soltanto dalla buona volontà.
La Pastores dabo vobis ricorda che la formazione permanente riguarda tutte le dimensioni della persona: umana, spirituale, intellettuale e pastorale. E sottolinea che la vita di preghiera deve essere continuamente rinnovata: nella vita spirituale, dice in sostanza, non si può vivere di rendita.
Un prete che prega non è necessariamente un prete che parla molto di preghiera. È un uomo che sa di non bastare a se stesso.
Ha bisogno dell'Eucaristia, della Parola di Dio, del Sacramento della Riconciliazione, del silenzio, della Liturgia delle Ore, della direzione spirituale e di momenti autentici nei quali stare davanti al Signore senza dover dimostrare niente a nessuno.
Prima di essere un uomo che parla di Dio, il sacerdote deve essere un uomo che sta con Dio.
E forse, per una comunità cristiana, una delle forme più grandi di rispetto verso il proprio parroco consiste anche nel non pretendere da lui di essere sempre disponibile a tutto. La Chiesa stessa ricorda che i sacerdoti hanno bisogno di tempi per la preghiera, lo studio e la formazione.
• Formarsi per servire meglio
Un buon prete non smette mai di studiare. Non perché debba diventare un professore, ma perché le persone che incontra meritano un sacerdote capace di pensare, ascoltare e rispondere con intelligenza alle domande del proprio tempo.
La fede non ha paura della ragione. Al contrario, il sacerdote ha il dovere di approfondire la Scrittura, la teologia, la liturgia, il magistero, la storia, la cultura contemporanea e anche le scienze umane.
La formazione permanente non è dunque un lusso per sacerdoti particolarmente interessati allo studio. È una responsabilità pastorale. Pastores dabo vobis la presenta come una esigenza intrinseca al dono ricevuto con il sacramento dell'Ordine e come un bene destinato anche al Popolo di Dio.
Anche la psicologia può offrire strumenti importanti. La Chiesa ha riconosciuto l'utilità delle competenze psicologiche nella formazione sacerdotale, chiedendo però che esse siano utilizzate con rigore scientifico e dentro una corretta visione della persona e della vocazione.
Conoscere meglio se stessi non rende meno spirituali. Può aiutare il sacerdote a riconoscere le proprie fragilità, i propri meccanismi di difesa, le proprie dipendenze affettive, il bisogno di approvazione, le difficoltà relazionali.
Un prete maturo non è quello che non ha fragilità. È quello che non ha paura di riconoscerle e di farsene accompagnare.
• Sobrietà, denaro e cura di sé
Anche il modo in cui un sacerdote vive il rapporto con il denaro dice qualcosa del suo ministero. Il sacerdote non deve avere paura dei beni materiali, né deve trascurare la propria salute, il proprio abbigliamento o il proprio riposo. La cura di sé è una responsabilità, non un peccato. Ma c'è una differenza enorme tra avere cura di sé e fare di sé il centro della propria vita.
Il problema nasce quando l'attenzione al corpo diventa vanità, quando il denaro diventa sicurezza assoluta, quando il benessere personale diventa criterio delle scelte, quando il sacerdote finisce per vivere più preoccupato di ciò che possiede che di ciò che può donare.
La tradizione della Chiesa chiede al sacerdote uno stile di povertà e di sobrietà. Pastores dabo vobis ricorda che la formazione sacerdotale deve educare anche alla povertà, all'obbedienza e allo spirito di rinuncia, proprio perché il ministro ordinato non è chiamato a «dominare» gli altri, ma a mettersi al loro servizio.
Un sacerdote non dovrebbe essere riconosciuto dalle cose costose che possiede, ma dalla disponibilità con cui apre la porta.
Non dovrebbe essere conosciuto per il ristorante frequentato, l'automobile guidata o l'immagine costruita, ma per le persone che ha ascoltato quando nessun altro aveva tempo.
• Anche il prete deve custodire la propria umanità
C'è però un rischio opposto: pretendere dal sacerdote una perfezione disumana.
Il prete non è un angelo: è un uomo. Ha bisogno di amicizie sane, di fraternità sacerdotale, di riposo, di momenti di serenità, di un rapporto equilibrato con la propria famiglia e con le persone che incontra. Ha bisogno di poter chiedere aiuto quando è stanco o in difficoltà.
La Chiesa ha sottolineato l'importanza della salute fisica ed emotiva, delle relazioni mature e dell'amicizia nella vita sacerdotale.
Per questo non bisogna confondere la sobrietà con il trascurarsi, la castità con l'incapacità di amare, la povertà con la disorganizzazione, la dedizione con l'attivismo. Il sacerdote è chiamato a una vita integrata e matura.
E proprio per questo deve guardarsi anche dai vizi: dall'abuso di alcol o di altre sostanze, dalla dipendenza dal gioco, dalla ricerca ossessiva di piacere, dal consumismo e da tutte quelle forme di dipendenza che lentamente rubano libertà.
Quando una persona perde la libertà, perde anche qualcosa della capacità di donarsi.
• Il prete che non ha paura di sporcarsi le mani
Alla fine, torniamo a quelle scarpe. Scarpe usurate.
Sono l'immagine di un sacerdote che ha camminato. Non necessariamente di un prete perfetto, ma di un prete presente.
Le mani sporche raccontano qualcosa di ancora più bello: un uomo che non ha avuto paura della concretezza. Ha stretto la mano di chi soffre. Ha accompagnato un malato. Ha ascoltato un anziano. Ha accolto una persona che si sentiva lontana dalla Chiesa. Ha visitato una famiglia in difficoltà. Ha pianto con chi piangeva. Ha gioito con chi gioiva. Forse ha anche sbagliato. Forse qualche volta è stato stanco, impaziente, distratto. Forse non ha trovato sempre le parole giuste. Ma c'era.
Questo è ciò che il Popolo di Dio dovrebbe poter chiedere ai propri sacerdoti: non l'immagine impeccabile, non il personaggio, non l'uomo che sa sempre cosa dire, ma il pastore che rimane.
Papa Francesco, nell'omelia per le ordinazioni di alcuni sacerdoti, ha ricordato che i presbiteri sono chiamati a continuare nella Chiesa la missione di Cristo Maestro, Sacerdote e Pastore, a edificare il Corpo di Cristo e a essere pastori del Popolo di Dio.
È questa la vera misura del ministero.
Non quante persone seguono il sacerdote online, ma quante persone hanno ritrovato speranza grazie al suo ministero. Non quanto è elegante la sua immagine, ma quanto è riconoscibile in lui il volto del Buon Pastore. Non quanto possiede, ma quanto sa donare. Non quanto parla di sé, ma quanto conduce a Cristo.
• Una Chiesa che cammina con i suoi sacerdoti
Ma c'è una cosa che anche noi fedeli dobbiamo ricordare: il sacerdote non cammina da solo. Una comunità cristiana non può chiedere al proprio parroco di essere contemporaneamente teologo, psicologo, educatore, amministratore, comunicatore, animatore, assistente sociale, organizzatore e uomo sempre disponibile, senza preoccuparsi della sua vita spirituale e umana. Anche i sacerdoti hanno bisogno di essere accompagnati. Hanno bisogno di fratelli che dicano loro la verità con carità. Hanno bisogno di qualcuno con cui pregare. Hanno bisogno di persone capaci di aiutarli senza sostituirsi a loro. Hanno bisogno di comunità che non li idolatrino e non li distruggano.
La Pastores dabo vobis ricorda significativamente che anche il Popolo di Dio contribuisce alla formazione permanente dei suoi sacerdoti attraverso la vita concreta della comunità, la collaborazione, la fraternità e persino attraverso la testimonianza di fede delle persone semplici.
Forse allora l'immagine delle scarpe usurate e delle mani sporche vale per tutti.
Anche la Chiesa deve avere il coraggio di sporcarsi le mani.
Perché il Vangelo non è una vetrina: è una strada!
E su quella strada il prete non dovrebbe avere paura di consumare le proprie scarpe.
Dovrebbe avere paura, piuttosto, di non camminare più.
Di non pregare più.
Di non studiare più.
Di non ascoltare più.
Di non commuoversi più davanti alle ferite delle persone. Di cominciare a vivere per se stesso. Il sacerdote è davvero se stesso quando, guardando Cristo, può dire con la propria vita: «Non sono venuto per essere servito, ma per servire».
E forse, alla fine di una lunga giornata, quelle scarpe sporche e quelle mani segnate sono una delle immagini più semplici e più belle di una vita sacerdotale riuscita.
Una vita consumata non per apparire, ma per amare. Una vita fedele non alla propria immagine, ma alla propria vocazione. Una vita nella quale, lentamente, le persone possano riconoscere qualcosa del volto di Cristo.

d. Francesco Feola

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