Caritas Senago

Caritas Senago Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Caritas Senago, Organizzazione religiosa, Via San Bernardo, 1, Senago.

05/09/2026

“Non è tanto quello che facciamo, ma quanto amore mettiamo nel farlo. Non è tanto quello che diamo, ma quando amore mettiamo nel dare.”

5 settembre 1997, in ricordo della scomparsa di Madre Teresa di Calcutta.

17/07/2026
17/07/2026

Una norma sul divieto di aggregazione e l'estensione dell'applicazione del fermo preventivo anche ai minorenni. Sono le misure previste dal nuovo disegno di legge sulla sicurezza già battezzato "anti-maranza". Gilberto Sbaraini, presidente della cooperativa La Strada di Milano: «Ancora una volta, si ragiona per categorie. Noi siamo abituati a lavorare per persone, per nomi e cognomi, per cercare di costruire una relazione che faccia intravedere possibilità diverse. La paura più grande di questi giovani è un futuro senza speranza».

Leggi l'intervista di Ilaria Dioguardi
👉 https://www.vita.it/oltre-letichetta-maranza-dietro-ogni-ragazzo-ce-una-storia-non-una-categoria/

17/07/2026

RD Congo, la crisi degli sfollati ai margini dell'agenda internazionale

C’è una tragedia umanitaria che coinvolge milioni di persone, che dura da decenni e che continua a consumarsi lontano dai riflettori internazionali. È la crisi degli sfollamenti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), un Paese immenso, ricchissimo di risorse naturali eppure devastato da conflitti, violenze e instabilità cronica.

Una crisi umanitaria che dura da trent'anni
Oggi la RDC rappresenta una delle più gravi emergenze umanitarie del pianeta e, secondo il più recente rapporto del Norwegian Refugee Council (NRC), occupa il secondo posto nella classifica mondiale delle crisi di sfollamento più trascurate del 2025. Dietro questa poco invidiabile posizione non c’è soltanto una statistica. C’è il fallimento della comunità internazionale nel proteggere milioni di uomini, donne e bambini costretti a fuggire dalle proprie case. C’è una sofferenza che viene raccontata troppo poco, finanziata troppo poco e affrontata con una volontà politica insufficiente. È infatti il decimo anno consecutivo che la Repubblica Democratica del Congo (Paese francofono più popoloso al mondo) compare nell’elenco delle crisi di sfollamento globali più dimenticate, un dato che testimonia quanto l’abbandono sia diventato strutturale. Le radici della crisi affondano in quasi trent’anni di conflitti armati. Dalla metà degli anni Novanta, soprattutto nelle province orientali del Nord Kivu, Sud Kivu e Ituri, centinaia di gruppi armati combattono per il controllo del territorio, delle miniere e delle rotte commerciali. Oltre 200 milizie e gruppi armati operano ancora oggi nel Paese dell’Africa centrale, alimentando un ciclo continuo di violenze contro la stremata popolazione civile. Nel 2025 la situazione è precipitata ulteriormente. Gli scontri si sono intensificati nell’est del Paese, costringendo intere comunità a spostarsi più volte nel corso dello stesso anno. Molte famiglie hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni tre o quattro volte, perdendo ogni volta ciò che erano riuscite a ricostruire. Case distrutte, raccolti abbandonati, bestiame rubato, scuole chiuse: per milioni di congolesi la fuga non è più un evento eccezionale, ma una condizione permanente di vita.

Milioni di sfollati nell'indifferenza internazionale
I numeri sono impressionanti. Secondo il Norwegian Refugee Council, nel solo 2025 sono stati registrati quasi 10 milioni di movimenti di sfollamento legati al conflitto, una delle cifre più elevate al mondo. Dietro questi dati ci sono persone che vivono in campi sovraffollati, in rifugi di fortuna o presso famiglie già vulnerabili, spesso senza accesso regolare a cibo, acqua potabile, cure mediche o istruzione. Eppure, nonostante la vastità della crisi, l’attenzione internazionale resta minima. Le grandi emergenze che dominano le prime pagine dei giornali e i dibattiti politici globali tendono a oscurare la situazione congolese. Il risultato è una spirale negativa: meno copertura mediatica significa meno pressione politica, meno pressione politica significa meno finanziamenti umanitari e meno finanziamenti si traducono in una risposta insufficiente ai bisogni della popolazione. È proprio questa combinazione di scarsissima attenzione mediatica, carenza di fondi e limitato impegno diplomatico che porta il Paese ai vertici delle classifiche delle crisi dimenticate.

Aiuti insufficienti e un'intera generazione a rischio
La tragedia congolese pone inoltre una questione morale fondamentale: perché alcune crisi mobilitano immediatamente l’attenzione globale mentre altre restano ai margini? Il caso della RDC dimostra che la gravità della sofferenza umana non sempre determina il livello di interesse internazionale. Come sottolinea il NRC, l’abbandono non è inevitabile: è il risultato di scelte politiche, mediatiche e finanziarie. La Repubblica Democratica del Congo non è soltanto un’emergenza africana. È uno specchio delle priorità del sistema internazionale. Milioni di persone continuano a vivere nell’incertezza, costrette a fuggire ripetutamente dalla violenza, mentre il mondo guarda altrove. Essere al secondo posto tra le crisi di sfollamento più trascurate del pianeta significa proprio questo: soffrire enormemente senza ricevere un’attenzione proporzionata alla gravità della situazione. Finché non aumenteranno gli sforzi diplomatici per affrontare le cause profonde del conflitto, finché i finanziamenti umanitari continueranno a essere insufficienti e finché questa crisi resterà ai margini dell’informazione globale, milioni di congolesi continueranno a pagare il prezzo dell’indifferenza internazionale. E la loro storia rimarrà una delle più grandi tragedie umanitarie attuali.

Da Vatican News - RD Congo, la crisi degli sfollati ai margini dell'agenda internazionale

02/07/2026

𝗕𝘂𝗼𝗻 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗲𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗖𝗮𝗿𝗶𝘁𝗮𝘀 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮𝗻𝗮! Una storia che da continua a piantare radici di speranza nelle ferite della storia.

📸 nella : l’albero di Ginkgo biloba, scelto al Convegno nazionale delle Caritas diocesane 2026 come simbolo della capacità di attraversare il tempo, di resistere e far germogliare orizzonti di vita.

📍È ora nella sede di Caritas Italiana, tra memoria e futuro.

02/07/2026

Il Sudan e l’emergenza che il mondo trascura

Esistono crisi che fanno notizia e crisi che scompaiono nel silenzio. Il Sudan occupa il primo posto nella classifica delle crisi di sfollamento più trascurate al mondo stilata dal Norwegian Refugee Council.

Un primato tutt’altro che invidiabile, che testimonia come il Paese africano sia oggi uno degli esempi più drammatici di una catastrofe umanitaria capace di assumere proporzioni enormi senza ricevere un’attenzione adeguata da parte della comunità internazionale, né in termini di copertura mediatica, né di finanziamenti umanitari, né di iniziative politiche efficaci. La collocazione del Sudan al vertice della classifica non dipende soltanto dall’elevato numero di persone costrette a lasciare le proprie case, ma soprattutto dal profondo divario tra le dimensioni della crisi e la risposta internazionale. Un divario che, secondo il rapporto, continua a lasciare milioni di persone ai margini dell’attenzione globale. La crisi sudanese è strettamente legata al conflitto scoppiato nell’aprile 2023 tra le Forze armate sudanesi (Saf), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Forze di supporto rapido (Rsf), comandate da Mohamed Hamdan Dagalo.

Quello che inizialmente sembrava uno scontro per il controllo politico e militare del Paese si è rapidamente trasformato in una guerra diffusa che ha coinvolto numerose regioni, colpendo in particolare la capitale Khartoum, il Darfur e altre aree già fragili dal punto di vista economico e sociale. Le conseguenze per la popolazione civile sono devastanti. Milioni di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case per sfuggire ai combattimenti, ai bombardamenti, alle violenze e alla mancanza di servizi essenziali.

Molti si sono spostati all’interno del Paese, vivendo in condizioni precarie, mentre altri hanno attraversato i confini verso Paesi vicini come il Ciad, il Sud Sudan, l’Egitto e l’Etiopia. Lo sfollamento di massa ha generato una delle più grandi crisi umanitarie del mondo contemporaneo.

Uno degli aspetti più gravi della situazione riguarda la sicurezza alimentare.
La guerra ha interrotto la produzione agricola, distrutto infrastrutture e reso difficile il trasporto di beni di prima necessità. In molte zone la popolazione ha perso l’accesso regolare a cibo, acqua potabile e assistenza sanitaria. Organizzazioni internazionali hanno segnalato condizioni di fame estrema e, in alcune aree, il rischio concreto di carestia. I bambini sono tra le categorie più vulnerabili: malnutrizione, malattie e mancanza di cure mediche hanno aumentato il tasso di mortalità infantile.

Anche il sistema sanitario è stato fortemente compromesso. Numerosi ospedali sono stati danneggiati, saccheggiati o costretti a chiudere. Molti medici e operatori sanitari hanno lasciato le zone di conflitto oppure lavorano in condizioni estremamente difficili, con carenza di medicinali, attrezzature e personale. Di conseguenza, malattie normalmente curabili sono diventate una minaccia significativa per la popolazione.

Un altro elemento che spiega il primato del Sudan nella classifica delle crisi dimenticate è la scarsità di fondi umanitari. Le agenzie delle Nazioni Unite e le organizzazioni non governative hanno più volte denunciato che gli appelli per raccogliere risorse economiche sono stati finanziati solo in parte. Ciò significa che milioni di persone bisognose non ricevono assistenza sufficiente. La mancanza di fondi limita la distribuzione di cibo, la costruzione di rifugi, l’accesso all’acqua potabile e la protezione delle persone più vulnerabili. Alla carenza di risorse si aggiunge una limitata attenzione politica internazionale.

Sebbene il conflitto sia stato oggetto di dichiarazioni e incontri diplomatici, molti osservatori ritengono che non vi sia stato un impegno proporzionato alla gravità della crisi. Altri eventi internazionali, come guerre in aree geopoliticamente più rilevanti per le grandi potenze o crisi che ricevono maggiore copertura mediatica, hanno spesso occupato il centro del dibattito pubblico mondiale, lasciando il Sudan in secondo piano.

Anche il ruolo dei media è importante. Le crisi umanitarie tendono a ricevere attenzione quando sono costantemente raccontate da tv, giornali e piattaforme digitali. Nel caso del Sudan, l’accesso difficile alle aree di guerra, i rischi per i giornalisti e la concorrenza con altre notizie internazionali hanno contribuito a ridurre la visibilità del conflitto.

Di conseguenza, molte persone nel mondo conoscono poco la portata della tragedia che sta colpendo milioni di sudanesi. Le conseguenze della guerra non sono soltanto materiali. La popolazione affronta traumi psicologici profondi legati alla perdita di familiari, alla distruzione delle comunità e all’incertezza sul futuro.
Intere generazioni di bambini stanno vedendo interrompersi il proprio percorso scolastico, con il rischio di effetti duraturi sullo sviluppo del Paese.

Per tutte queste ragioni, il Sudan è considerato la crisi di sfollamento più ignorata: un’emergenza umanitaria di dimensioni enormi, caratterizzata da milioni di sfollati, fame diffusa, servizi essenziali al collasso, finanziamenti insufficienti e un livello di attenzione internazionale ritenuto inadeguato rispetto alla gravità della situazione.

La sua posizione al primo posto nella classifica vuole richiamare l’attenzione del mondo sulla necessità di maggiori aiuti, di un impegno diplomatico più efficace e di una risposta umanitaria capace di sostenere una popolazione che continua a vivere una delle crisi più gravi del nostro tempo.

Da L'Osservatore Romano - "Il Sudan e l'emergenza che il mondo trascura" di Francesco Citterich

02/07/2026

Tutto chiuso

Quali sono oggi le condizioni di vita nelle carceri italiane? Quali criticità segnano il sistema penitenziario, tra sovraffollamento, riduzione degli spazi di socialità, difficoltà legate alla salute mentale e qualità della vita delle persone detenute?

Mercoledì 8 luglio, alle ore 17.00 presso la sede di Caritas Ambrosiana, presentiamo insieme all’Osservatorio Carcere e Territorio di Milano e a Casa della Carità il rapporto Antigone “Tutto chiuso”. Sarà un’occasione di confronto e riflessione sulla situazione delle carceri in Italia, con uno sguardo particolare alla realtà milanese e lombarda.

Durante l’evento interverranno:
Don Paolo Selmi – Co-direttore di Caritas Ambrosiana e Presidente di Casa della Carità di Milano
Ivan Lembo – Segreteria dell’Osservatorio Carcere e Territorio di Milano
Valeria Verdolini – Presidente di Antigone Lombardia
Marcello Bortolato – Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano

Per iscriversi all’incontro e per scaricare la locandina visitare il sito di Caritas Ambrosiana.

12/05/2026

Caritas italiana, conclusi a Sacrofano i lavori del 45° Convegno nazionale

L’azione della Caritas non può più limitarsi a “medicare le ferire” dei poveri ma deve diventare sempre più “coscienza critica” della società. Ossia compiere un’azione profetica di advocacy a loro favore, assumendo il ruolo di “sentinella” e “avvocato” dei diritti dei poveri. Sono le parole che hanno risuonato forte lungo i quattro giorni di lavori del 45° Convegno nazionale delle Caritas diocesane a Sacrofano, in provincia di Roma, dal 16 al 19 aprile. Un appuntamento che ha visto la partecipazione di 514 delegati (tra cui 110 giovani) provenienti da 160 diocesi italiane, che hanno riflettuto sul tema “Imparate a fare il bene, cercate la giustizia (Isaia, 1,17) Annunciare il bene e promuovere l’umano”.

- Una metamorfosi della carità
Durante le conclusioni don Marco Pagniello, direttore di Carita italiana, ha invocato una vera e propria “metamorfosi della carità” e un impegno radicale per “debellare le ragioni” di povertà e ingiustizie, opponendosi a una narrazione pubblica che tende a trattare la povertà “come una colpa” o uno “spettacolo del dolore”. Don Pagniello ha ribadito che “la carità e l'impegno per la giustizia vanno di pari passo”. In questo senso, l'advocacy diventa una forma alta di carità che interroga i meccanismi che producono povertà, affinché la voce degli ultimi possa essere davvero ascoltata dalle istituzioni.

- Le proposte in quattro ambiti
Durante il convegno sono emerse proposte concrete su quattro ambiti di grande attualità in Italia: la questione abitativa, definita la “nuova frontiera della povertà”, che richiede la creazione di tavoli permanenti tra Caritas e istituzioni. Anche il digitale per alcuni può essere motivo di esclusione, per questo si propone un patto nazionale per l’inclusione di anziani, migranti e famiglie fragili, formandoli a un uso umano della tecnologia. La transizione ecologica deve essere inclusiva per non lasciare indietro i più fragili, promuovendo comunità energetiche solidali e una formazione diffusa sulla giustizia climatica. Importante poi il dialogo con le istituzioni: la Chiesa deve “uscire dal ruolo di supplenza” per diventare un soggetto che genera visione e diritti, presidiando i tavoli decisionali con competenza.

- I contributi internazionali
Il dibattito di questi quattro giorni è stato arricchito da contributi internazionali. Mons. Christian Carlassare, vescovo di Bentiu in Sud Sudan, ha richiamato l’attenzione sull’Africa come “forza vitale” globale, denunciando come lo sfruttamento delle risorse naturali, come il petrolio, spesso vada solo a vantaggio delle élite e produca inquinamento ambientale, senza generare benessere per la popolazione locale. Sullo stesso tono l’intervento di mons. Pierre Cibambo, presidente di Caritas Africa, che ha lanciato un appello per un “cambio di mentalità”: “Povertà e corruzione non sono una fatalità – ha detto - e anche la Chiesa africana, che fa parte essa stessa delle élite e ha formato le classi dirigenti nelle proprie scuole, deve interrogarsi”. Romano Prodi, già presidente del Consiglio, dialogando con quattro giovani delegati, ha avvertito che l’Europa rischia di restare un “nano politico” se non supererà il diritto di veto, invitando il volontariato a trasformarsi in “azione collettiva” per rendere i problemi coscienza comune.

- "La pace non è una neutralità comoda"
Riguardo al tema dei conflitti globali il messaggio delle Caritas è netto: "La pace non è neutralità comoda - ha sottolineato don Pagniello -. Non è silenzio prudente. Non è equilibrio costruiti evitando i temi scomodi. Pace significa anche compiere scelte concrete, personali e comunitarie". "Le Caritas - ha concluso - sono chiamate anche a stimolare una nuova obiezione di coscienza contro tutto ciò che umilia la persona e rende normale l'ingiustizia. È l'obiezione di chi rifiuta di adattarsi all'indifferenza e continua a credere che la dignità umana venga prima del profitto, della paura e dell'interesse di pochi". Il convegno si è chiuso con un omaggio a mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, arcivescovo di Gorizia, che termina quest'anno il suo incarico di presidente di Caritas Italiana.

di Patrizia Caiffa per Vatican News

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