Mons. Lorenzo Loppa

Mons. Lorenzo Loppa Vescovo Emerito della Diocesi di Anagni Alatri

LO SCOPO DI QUESTA PAGINA FACEBOOK NASCE DAL DESIDERIO DI RACCOGLIERE TUTTI I PENSIERI E LE OMELIE DEL VESCOVO EMERITO DI ANAGNI-ALATRI, MONS. LORENZO LOPPA, COSICCHÉ OGNUNO, ASCOLTANDOLI O LEGGENDOLI, POSSA TRARNE SPUNTO PER LA RIFLESSIONE E LA PREGHIERA PERSONALE.

Santissima TRINITÀ/ALa Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’ del Vaticano II, mutuando un'espressione di S.Cipriano, af...
30/05/2026

Santissima TRINITÀ/A

La Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’ del Vaticano II, mutuando un'espressione di S.Cipriano, afferma che la Chiesa si presenta come “un popolo che trae la sua unità dall'unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (n.4). C'è da rammaricarsi che, per troppo tempo, in Occidente, il mistero trinitario sia stato oggetto di speculazioni astratte e confinato nella atmosfera rarefatta della metafisica. La tradizione orientale invece non ha mai cessato di presentare la Chiesa come "icona della Trinità". E da quelle parti la vita comunitaria ha sempre tratto dal riferimento al mistero trinitario la spinta a meglio operare. Siamo nella domenica dopo Pentecoste. E quasi per precauzione didattica la Chiesa, nella Liturgia, dopo aver celebrato il memoriale annuo della venuta dello Spirito, ci propone tale Solennità come un riconoscente sguardo retrospettivo sul compimento della salvezza, realizzata dal Padre, attraverso il Figlio, nello Spirito Santo. Il mistero della SS. Trinità non è una fredda astrazione, ma il centro sfavillante da cui sprigiona la nostra vita e l'esistenza del mondo. Non ci troviamo davanti ad una verità da capire, ma da vivere; da avvicinare non con ragionamenti astratti, ma da affidare alla semplicità del dato biblico: Dio è Famiglia! Se ogni essere umano è un mistero, ancor più lo è Dio che sfugge ad ogni verifica. Di Lui si saprà qualcosa solo se Lui stesso lo vorrà comunicare, solo se ci facciamo prendere per mano da Gesù e dal Suo Spirito. Gesù mai e poi mai riconduceva alla propria persona le energie d'amore che liberava, e le riferiva sempre a Colui che chiamava Padre, come fonte di tutto. Quando poi con l'Ascensione è scomparso agli occhi dei Suoi amici, costoro hanno sperimentato che non li aveva abbandonati, ma che era diventato loro compagno di viaggio verso la verità "tutta intera" con la forza del Suo Spirito. Oggi siamo chiamati ad avvicinarci, in maniera trepida e fiduciosa, al mistero di un Dio che ci ama da sempre e si rivela a noi vicino, un Dio che è Famiglia,
“un solo Dio" (come diciamo nel Credo niceno-costantinopolitano), ma non “un Dio solo”, nella cui attività di conoscenza e di comunione vuole che entriamo, perché tutta la nostra vita riceva una nuova impronta e sia trasformata. Il Battesimo ha acceso la nostra familiarità con le Tre divine persone. Essa è la radice nascosta della nostra interiorità di credenti e di ogni tipo di fraternità tra gli uomini. All'inizio c'è un grembo, un abbraccio, una relazione di vita e d'amore da cui tutti proveniamo e a cui tutti dobbiamo tornare. Di più: la Trinità è il nostro programma, la nostra legge di vita. L'essenza di Dio è la comunione, il cui dinamismo profondo è la reciprocità, lo scambio, il superamento di sé, l'incontro, l'abbraccio. Il mistero della SS. Trinità mette insieme l'assoluto della persona e l'assoluto della comunione. Solo il modello trinitario, vissuto nella fedeltà, può permettere di sviluppare una dialettica feconda tra l'unità e la diversità nella comunità ecclesiale. Solo così le strutture, pur se necessarie, saranno a servizio della circolazione della vita e dell'amore.
Le letture bibliche ci rendono persuasi che Dio non ha nulla a che fare con gli idoli dei pagani o con il Dio astratto dei filosofi. È invece un Dio che si interessa del nostro mondo, entra nella storia, cerca l'uomo e da lui si lascia raggiungere. Egli si rivela come
un “Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà" (I lett - Es 34, 4b-6. 8-9). Dalla nube esce una Parola. La massima rivelazione di Dio al mondo è avvenuta in Cristo. Gesù è il nuovo "monte" dell'incontro con Dio, la rivelazione "ultima" dall'alto. Dio non abita più nella nube (Cfr I lettura), ma
“ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16). Se Dio viene nel mondo mandando il proprio Figlio, non lo fa “per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato attraverso di lui" (Gv 3,17). Il Padre, attraverso Cristo, vuole liberare l'uomo da tutte le schiavitù e dargli “la vita eterna" (vangelo - Gv 3, 16-18. Egli, donandoci il Figlio, insieme allo Spirito, vuole rimanere in mezzo a noi come
*”grazia", "amore"* e *"comunione" (II lett - 2Cor 13, 11-13)*. Vado verso la conclusione ritagliando qualche spiraglio di luce dal testo del vangelo.
*”Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito..." (Gv 3,16)*. Siamo al centro del Vangelo di Giovanni e di tutta la rivelazione biblica, ma anche al cuore della nostra fede. Noi siamo cristiani non perché crediamo in Dio o lo amiamo, ma perché crediamo - prima di tutto e soprattutto - che Egli ci ama da sempre.Nel Vangelo il verbo *”amare"* si traduce sempre con un altro verbo forte, concreto: il verbo. *”dare"*, il verbo delle mani che offrono. Il Padre non ha niente di più prezioso del Figlio e si "impoverisce" per noi, lo offre per noi. Quello che non aveva permesso di fare ad Abramo, il sacrificio del figlio, il Padre lo fa per noi. Ha mandato il Figlio, perché solo Lui poteva insegnarci ad essere figli e figlie, fratelli e sorelle.
Il destinatario di queste parole di luce del vangelo di Giovanni é un notabile giudeo che va da Gesù di notte, forse per paura di compromettersi. È vecchio. Ci aspetteremmo di trovare in questo testo una piccola guida pastorale per la terza età. Ma Gesù lo avverte che deve...nascere di nuovo (o dall'alto)!
E si può e si deve nascere di nuovo solo guardando il Figlio e comunicando al Suo amore, che l'ha portato sulla Croce, e all'amore del Padre e dello Spirito. Un mondo nuovo è possibile solo comunicando all'amore di Dio Uno e Trino. Perché la luce della verità e la verità della luce di Cristo entrano nella vita delle persone solo se si sentono amate. Scriveva S.Agostino nel "De Trinitate": *”Se vedi la ca**tà, vedi la Trinità". “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo..." (Gv 3,17)*. A Dio non interessa istituire processi, progettare vendette... La Sua passione è salvare, dare la vita, farci tutti figli nel Figlio. “Dio è amore" (1Gv 4, 8.16). Davanti al mistero di Dio ci sentiamo piccoli, ma abbracciati. In un infinito movimento di comunione. Buona Domenica!

+ Lorenzo

Domenica di PENTECOSTE/A”Mandi il tuo Spirito, Signore, e rinnovi la faccia della terra" (Sal 103). Pentecoste non è un'...
23/05/2026

Domenica di PENTECOSTE/A

”Mandi il tuo Spirito, Signore, e rinnovi la faccia della terra" (Sal 103). Pentecoste non è un'idea, ma il memoriale annuo della venuta dello Spirito nella Chiesa. Termina oggi la grande e unica Domenica di Pasqua. Come lo Spirito inaugura la vita del mondo e la vita pubblica di Cristo, così è presente alla nascita della Chiesa e da' inizio alla sua missione. Pentecoste significa compimento, perfezione, completamento. Dio non è in esilio, lontano dalla Sua creazione, ma è la Vita che trabocca sul mondo. Pentecoste segna l'atto di nascita della Chiesa e di tutte le Chiese.
A Pentecoste la Chiesa nasce da
”un vento gagliardo". La sua vocazione non è la staticità, l'immobilismo, la difesa di sé, ma il dinamismo, la missione, il movimento, il coraggio di comunicare con tutti. E la Chiesa, scaturita dal vento, riceve in consegna il fuoco. Un fuoco che purifica, brucia, riscalda, accende una passione incontenibile, incendia il cuore. Un fuoco che spinge in avanti e in alto. Un fuoco che è principio di gravitazione di tutti e di tutto verso l'Alto. Gli uomini della Pentecoste, prima impauriti e sfiduciati, prendono coraggio e diventano degli innamorati, degli appassionati che non hanno più paura di nulla e di nessuno. La Chiesa, inoltre, a Pentecoste prende in consegna una Parola, ha qualcosa da dire e riesce a farsi capire: raggiunge tutti e annuncia una strategia di perdono e di misericordia operata dall'amore di Dio. ”Il dono delle lingue" significa conoscere le persone, entrare il sintonia con loro, captarne le esigenze, interpretarne le attese, risvegliare in loro una nostalgia. È più facile conoscere le lingue che le persone. Il dono dello Spirito inaugura non solo un nuovo rapporto con Dio, ma anche con gli altri. Lo Spirito Santo è lo Spirito della comunione aperta e senza chiusure. Non è lo Spirito della uniformità, ma della diversità; non della povertà, ma della ricchezza; non della dispersione, ma dell'unità; non del livellamento, ma della valorizzazione di ognuno. È lo Spirito dell'anti-Babele, perché rifà il codice della comunicazione umana. A Babele, una sfida proterva e superba dell'uomo contro Dio - per costruire un'unità monolitica e massificante a scapito delle differenze - si era basata sull'istinto di morte e aveva distrutto l'unità della famiglia umana con la ”confusione" delle lingue. A Pentecoste lo Spirito del Risorto orienta alla universalità vera, quella cioè che non mortifica le differenze, ma le esalta e le integra in un'unità più ricca. Lo Spirito crea una convivialità delle differenze per un'umanità veramente fraterna. È lo Spirito che trasforma il cuore dell'uomo in abitazione della Trinità. È lo Spirito della vita che rianima tutto ciò che è destinato alla morte, pegno della nostra risurrezione e del nostro futuro nel futuro di Dio.
Aggiungo un pensiero sulle tre pagine bibliche di oggi. Il brano tratto dagli Atti degli Apostoli ci racconta l'evento che oggi celebriamo. La venuta dello Spirito è narrata da Luca con l'apparato simbolico delle teofanie dell'AT, in modo particolare di quella del Sinai (La Pentecoste commemorava il dono dell'Alleanza e della Legge). Abbiamo l'impressione che all'autore siano mancate le parole e le immagini per descrivere il Mistero. E allora presenta lo Spirito ”fragore come di vento" e ”lingue come di fuoco" quale fonte di coraggio per gli amici di Gesù, che annunciano le
”mirabilia Dei" in maniera comprensibile ad ogni lingua e cultura. Ognuno ascolta nella propria
”lingua nativa" (I lett - At 2,1-11).
L'apostolo Paolo ricorda ai cristiani di Corinto che lo Spirito è all'opera anche oggi con i Suoi doni nella comunità cristiana: lo Spirito a nessuno dà tutto, ma a tutti dà qualcosa per l'edificazione del corpo di Cristo che è la Chiesa : ”A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune" (1Cor 12,7). La varietà dei carismi esprime la ricchezza che lo Spirito dona alla Chiesa, la necessità del mutuo riconoscimento e della collaborazione reciproca per la realizzazione della comunione e della salvezza (II lett - 1Cor 12, 3b - 7. 12-13). Tramite questi doni la Chiesa ha la possibilità di impegnarsi con decisione nel superamento del male, per essere una forza viva di liberazione.
L'apparizione del Risorto di cui ci dà conto Giovanni nel testo evangelico ci mostra l'opera del Signore per vincere la paura e i dubbi dei Suoi amici. Egli dona loro la gioia e la pace della Pasqua. Mostra le ferite della passione soprattutto perché comprendano che il Suo amore non finirà mai ed è sempre all'opera. È grazie a questo Suo amore, alla comunione di vita con Lui per il dono dello Spirito, che è possibile vincere il male e percorrere la strada della Riconciliazione.
”Ricevete lo Spirito Santo". Non basta che venga donato lo Spirito. Bisogna che sia accolto! Senza Gesù è impossibile arrivare al Padre. Senza lo Spirito è impossibile conoscere e amare Gesù Cristo (vangelo - Gv 20, 19-23).
“Senza lo Spirito Santo Dio è lontano, il Cristo resta nel passato, il Vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l'autorità un potere, la missione una propaganda, il culto un arcaismo, e l'agire morale un agire da schiavi. Ma nello Spirito Santo il cosmo è nobilitato per la generazione del Regno, il Cristo risorto si fa presente, il Vangelo si fa potenza e vita, la Chiesa realizza la comunione trinitaria, l'autorità si trasforma in servizio, la Liturgia è memoriale e anticipazione, l'azione umana viene deificata”
(Atenagora).
Senza lo Spirito è come avere gli occhi, ma vivere nel buio più fitto. Lo Spirito ci rende dimora del Padre e del Figlio. Ci aiuta a vedere la realtà con gli occhi della Pasqua. Consente ai credenti di comprendere come la logica della croce-risurrezione sia la verità ultima, la chiave di lettura della loro vita, il criterio per vivere nella verità. Promessa e pegno di vita nel farci partecipi della Risurrezione di Cristo, lo Spirito spalanca a tutti gli uomini le porte della misericordia divina e raduna i credenti in comunità di peccatori perdonati che hanno un unico Padre. Lo Spirito ancora è memoria viva degli insegnamenti di Gesù e guida sicura alla verità tutt'intera. Fonte inesauribile di giovinezza per la nostra speranza, rinnova la vita dei credenti, della Chiesa, del mondo.
”Credo nello Spirito Santo che è Signore e da' la vita...": anche quando sembra impossibile, anche quando la cattiveria, la prepotenza e la disumanità sembrano averla vinta dappertutto; anche quando il tronco arido della nostra esistenza non sembra favorevole alle gemme, anche allora lo Spirito "è il vento che non lascia dormire la polvere" (D.M. Turoldo) e può suscitare in noi e attorno a noi giorni di primavera e nuovi inizi.
”Vieni Santo Spirito... Nella fatica, riposo; nella calura, riparo; nel pianto, conforto... Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato..." (Sequenza della Messa). Vieni, Spirito-vento, vento irresistibile di primavera, che porti il polline dei fiori dappertutto. E così fioriscono anche i deserti!
Buona Domenica!

+ Lorenzo

Ascensione del Signore/ALa Solennità dell'Ascensione viene non per farci rassegnare ad  un'assenza, ma per convincerci d...
16/05/2026

Ascensione del Signore/A

La Solennità dell'Ascensione viene non per farci rassegnare ad un'assenza, ma per convincerci della forza di una Presenza, alla luce della quale siamo invitati a vivere. L'episodio che Luca racconta due volte (alla fine del suo vangelo e all'inizio del libro degli Atti), non annuncia una fine, ma un inizio per un cammino di speranza operosa degli amici di Gesù nelle vicende della storia. Bisogna comunque riconoscere che quella di oggi è una festa difficile! Si avverte un'aria di smobilitazione e di abbandono, con relativa tristezza; ma anche una voglia ostinata di speranza. Fiducia e smarrimento sembra si litighino il cuore. L'Ascensione di Gesù al Cielo non è sicuramente un episodio a sé stante, ma una delle sfaccettature di quel meraviglioso gioiello che è il mistero pasquale! Morte, Resurrezione, Ascensione e Pentecoste sono aspetti diversi dell'unica Pasqua. Se la Scrittura li presenta come momenti distinti e se - come tali - la liturgia li celebra, è per enucleare meglio la ricchezza contenuta nel passaggio di Gesù da questo mondo al Padre. Tra la Risurrezione e la Pentecoste, l'Ascensione segna l'intervallo di tempo in cui Gesù risorto scompare agli occhi dei Suoi, per iniziare un altro tipo di rapporto talmente efficace che tutto sarà colmato della Sua presenza:
”Una nube Lo sottrasse ai loro occhi" (At 1,9). La nube è simbolo del nostro rapporto con il Signore. È il velo cosmico che lo sottrae al nostro sguardo, ma non Lo allontana dalla nostra vita. Il linguaggio con cui ci viene presentato il mistero dell'Ascensione è quello di venti secoli fa', figlio di una cultura particolarmente segnata dal geo-centrismo e in possesso di schemi linguistico-descrittivi particolari. Se stiamo comunque alla sostanza dei fatti, diciamo che l'Ascensione pone fine alla visibilità storica del Risorto (I lett - At 1, 1-11 e vangelo - Mt 28, 16-20); segna il Suo ritorno al Padre, dal quale riceve la gloria di Figlio e il dominio dell'universo (II lett - Ef 1,17-23); e dà inizio ad un nuovo tipo di presenza, legata al ministero della Chiesa e all'azione del credente (vangelo - Mt 28, 16-20).
Gesù con l'Ascensione non ha tolto il disturbo. Non se n'è andato, se non dai nostri sguardi. Non è andato in alto, ma avanti e nel profondo. Non è andato al di là delle nubi, ma al di là delle forme: ”Colui che discese è lo stesso che ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose" (Ef 4,10). Cristo ha riempito di Sé tutte le cose, e é andato nell'intimo del creato e delle creature.
”Ascensione non è un percorso cosmico-geografico, ma è la migrazione spaziale del cuore, che ti conduce dalla chiusura in te all'amore che abbraccia l'universo" (Benedetto XVI). Cristo è ormai presente dappertutto come forza di ascensione del cosmo. È già dentro di noi:
”Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20). Non siamo dunque testimoni nostalgici di un'assenza, ma servitori infaticabili di una presenza! Non si tratta allora di rimanere imbambolati a guardare il cielo (Cfr At 1,11), ma di fare appello alla nostra responsabilità di battezzati per portare il cielo sulla terra. In questo senso non è esagerato affermare che oggi è la festa del Cielo, ma come senso del nostro cammino e come fondamento del nostro impegno nel mondo. Siamo testimoni della speranza - specialmente in un momento particolarmente difficile come quello che stiamo vivendo, e che ci viene continuamente messo davanti agli occhi senza sconti dai notiziari - per ricordare a tanta gente disorientata che il Cielo non è solo al di là delle nuvole. Ma può essere anche qui tra noi! Non è solo per domani, ma può essere anche oggi! Basterebbe vivere in un altro modo:
con maggiore consapevolezza e pazienza, con responsabilità e coraggio, con generosità e passione per la gioia degli altri, con misericordia. Basterebbe cogliere la logica di gratuità e di senso che il Risorto semina nella vita di tutti i giorni.
La Messa di oggi ci propone due racconti dell'Ascensione. Dal libro degli Atti abbiamo il racconto classico. Nel vangelo di Matteo l'evento è appena suggerito. Il brano degli Atti situa l'Ascensione quaranta giorni dopo la risurrezione di Gesù. Ha così inizio la missione della Chiesa. S.Leone Magno sintetizza così il significato dei quaranta giorni:
”I giorni intercorsi tra la risurrezione del Signore e la sua Ascensione non sono passati inutilmente, ma in essi sono stati confermati grandi misteri e sono state rivelate grandi verità" (Discorso sulla Ascensione, 24).
Faccio qualche piccola osservazione sul vangelo. Prima di tutto si celebra una partenza. Ma non è quella di Gesù, è quella nostra!
”Andate..." (Mt 20,19). Inoltre sembra di essere ritornati all'inizio del primo vangelo. C'è una scena di adorazione, come quella dei Magi (cfr Mt 20,17); a Giuseppe poi era stato annunciato l'Emmanuele, il Dio-con-noi. Qui Gesù assicura: ”Io sono con voi tutti i giorni..." (Mt 28,20). Ancora: quella descritta da Matteo è una scena solenne di investitura con un ordine preciso:
”Andate... battezzate... insegnate..." (Mt 28, 19-20). Non c'è più niente da dire. Resta solo il "da fare"! Infine l'ultima parola di questa grande consegna non riguarda l'attività dei discepoli, ma la parte che svolge il Signore stesso nella missione: ”Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28,20). Da questo momento la presenza invisibile di Cristo si intensifica, raggiungendo una profondità e un'estensione impossibili quando si trovava ancora nel Suo corpo terreno. Grazie allo Spirito Gesù sarà presente nella Parola, nei Sacramenti, nei Fratelli, nella Missione.
Nella Colletta preghiamo così: ”O Padre... poiché nel Tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a Te... (fa') che viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria". Il Cielo comincia qui e oggi, nella misura in cui restituiamo a Cristo il potere che merita, e che Gli è stato affidato dal Padre (Cfr Mt 28,18). E come? Immergendo l'essere umano nell'amore di Dio (”battezzate") e insegnandogli ad amare
(”insegnando a osservare"), a lasciarsi amare prima, e poi a donare amore. Qui c'è tutto il Vangelo.
Con quel miracolo, il più delicato e umano, di condividere speranza e coraggio, forza di ripartire e di ricominciare con tutti, dovunque e sempre!
Buona Domenica!

+ Lorenzo

Pasqua: 6^ Domenica/ALe Domeniche di Pasqua sono tutte rivolte a fare luce sulla nuova presenza di Gesù tra i Suoi e sul...
09/05/2026

Pasqua: 6^ Domenica/A

Le Domeniche di Pasqua sono tutte rivolte a fare luce sulla nuova presenza di Gesù tra i Suoi e sulle conseguenze per la loro vita. In modo particolare questa Domenica - che precede immediatamente la Solennità dell'Ascensione - ci fa attenti alla gloria di Gesù e alla venuta dello Spirito nel cuore dei Suoi amici. Il Signore, tornando al Padre, non lascerà soli i credenti. Rimarrà tra loro, e soprattutto dentro di loro, in una forma nuova, tramite ”un altro Consolatore" (o "Paraclito"), "Lo Spirito della verità" (vangelo - Gv 14, 15-21), che Egli comunicherà alla Chiesa mediante il ministero degli Apostoli
(I lett - At 8, 5-8.14-17), in modo che ogni cristiano sappia rendere ragione della speranza che è in lui, e possa affrontare quelle sofferenze connesse con una generosa e sincera fedeltà al Vangelo (II lett - 1Pt 3, 15-18).
Tutta la Liturgia di oggi è giocata sui contrasti, su rapidi cambiamenti di scena, su continui spostamenti di piani e di prospettive. Ci si ferma a respirare l'atmosfera di dolcezza che pervade il Cenacolo e si viene subito proiettati fuori, scaraventati sulle strade non proprio tranquille della Samaria. Si parla dell'intimo del cuore da una parte (vangelo) e si viene aperti alla testimonianza pur tra tante difficoltà dall'altra (I e II lettura). Intimità e irradiazione all'esterno, invisibilità e visibilità, consolazione e provocazione: abbiamo il segreto della vita cristiana che, in linea con l'Incarnazione, è ”una sintesi di opposti" (Dio e uomo; cielo e terra; eternità e storia; "dentro” e "fuori "; discrezione e testimonianza; umiltà e coraggio; croce e risurrezione...).
A ben guardare le tre pagine bibliche di oggi, scopriamo di aver in dono una griglia di lettura della nostra esperienza di fede nei suoi momenti fondamentali che sono:
l' interiorità,
la trasparenza e
l’impegno.
Il vangelo ci racconta l'interiorità del credente, che non è un orfano e non vive ripiegato su sé stesso, in solitudine. Egli sperimenta la presenza del Padre, del Figlio e dello Spirito. E il frutto di questa comunione è l'osservanza dei comandamenti.
Il testo della prima Lettera di Pietro presenta la manifestazione della fede non come presunzione, proselitismo, aggressività e intolleranza nei confronti dei non credenti, ma come trasparenza di una speranza, capace di scuotere lo spirito e suscitare interrogativi in chi cerca.
La prima lettura è la testimonianza della liberazione con cui il credente offre concretezza storica alla sua fede: di conseguenza ”vi fu grande gioia in quella città" (At 8,8). Sono tre momenti -chiave della nostra esperienza di fede, che ci porta a sperimentare la presenza di Dio nel cuore, a testimoniare l'affidabilità della speranza, e a produrre l'impegno perché la comunione con Dio diventi visibile, credibile, contagiosa, efficace... Temi di lettura dei brani biblici possono essere:
”Non vi lascerò orfani" (vangelo);
”Rendere ragione della speranza" (II lettura);
”La gioia della città" (I lettura).
Nel brano del vangelo - ormai è imminente la separazione di Gesù dai Suoi - è sottesa una domanda importante per i credenti di allora e di oggi: ”Come possono rimanere uniti a Gesù, se Egli se ne va da loro? Come potranno ancora amarLo?". La risposta è nella Parola del Signore:
la comunione con Lui e il Padre è possibile nell'amore. ”Se mi amate, osserverete i miei comandamenti..." (Gv 14,15). ”Se mi amate...". Gesù non dice: se siete bravi, se siete intelligenti, se siete ubbidienti...Ma
”se mi amate..."! Nei discorsi di addio Cristo ci lascia questo Suo desiderio: che amiamo! Pare che dica: se mi amate, posso partire tranquillo! Posso fidarmi di voi! Se mi amate, farete la cosa giusta, manterrete vivi i miei "insegnamenti ". Soprattutto osserverete "il comandamento" tenendo fede alla.mia consegna: ”Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi" (Gv 15,12). A chi lo ama Gesù promette tre cose: il dono di ”un altro Paraclito" (lo Spirito Consolatore) (Gv 14, 16-17); la comunione con Lui e con il Padre: ”Voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in Voi" (Gv 15,20); la manifestazione e la "conoscenza" di Gesù nello Spirito (Gv 14,21). Nel testo del Vangelo risalta soprattutto una parola: ”Non vi lascerò orfani..." (Gv 14,18). L'immagine dell'orfano è quella dell'uomo senza riferimenti di cuore; è l'immagine esistenziale della solitudine totale. Avere fede significa uscire da questa lontananza e stabilire un rapporto di dialogo fecondo con un Amore sentito come reale. E questo per quale motivo? Ce ne convince la storia o la cronaca? No, nella maniera più assoluta! È la luce della Parola e la forte sapienza dello Spirito che ci rendono certi dell'amore di Dio, che s'è manifestato soprattutto in Gesù di Nazareth, che è il Signore! Il brano della prima Lettera di Pietro sottolinea un altro aspetto della vita cristiana. Come si manifesta all'esterno la nostra interiorità di credenti, la nostra esperienza di Dio?
Con la responsabilità e la trasparenza della speranza:
”Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza in e rispetto..." (1Pt 3,15). Dobbiamo sempre essere pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della nostra speranza, ma con lo stile di Cristo.
Qui "rispondere" non significa semplicemente fornire delle risposte, ma dare conto mostrando fatti concreti! E in maniera non altezzosa, ma mite; non aggressiva, ma dolce; non impaziente, ma rispettosa; non ostentata, ma modesta; non retorica, ma misurata. Dobbiamo fare intravvedere la nostra speranza con rispetto, mettendoci accanto agli altri, come ha fatto Gesù, che è entrato nella disperazione del paralitico, del padre a cui era morta la figlia, della Samaritana dal cuore agitato... La nostra speranza deve ritrovare la strada all'interno delle speranze che attraversano il cuore dell'uomo.
Il libro degli Atti degli Apostoli mette a fuoco il terzo momento della nostra vita di fede: l'impegno e la testimonianza. Come conseguenza si ha la "grande gioia" nella città degli uomini (Cfr At 8,8). La città di Samaria (scomunicata ed emarginata), che all'improvviso fiorisce di gioia, è un emblema di ciò che è capace di fare un presenza cristiana autentica all'interno della comunità degli uomini...
”Se uno mi ama, osserverà la mia Parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui" (Gv 14,23) sono le parole del Canto al Vangelo.
L'esperienza del cielo è possibile senza dover abbandonare la terra. Il credente non è obbligato a visitare tanti santuari. Perché il santuario ce l'ha dentro. Questa luce del cuore accende "dolcezza" e "rispetto" nel volto. D'altronde solo questi "materiali" possono aprire i cuori all'accoglienza del Vangelo. La speranza e l'amore (perché non sempre si può condividere la fede) non si gridano né si impongono. Si raccontano a bassa voce, camminando con gli altri...
Buona Domenica!

+ Lorenzo

*Pasqua: 5^ Domenica/A*La Liturgia di oggi sposta il nostro interesse da Cristo risorto alla Chiesa. Essa  è un tempio d...
02/05/2026

*Pasqua: 5^ Domenica/A*

La Liturgia di oggi sposta il nostro interesse da Cristo risorto alla Chiesa. Essa è un tempio di *”pietre vive"*,
costruita su Gesù Cristo, *”la pietra d'angolo scelta e preziosa"*. La Chiesa è il nuovo tempio di Dio *(II lett - 1Pt 2, 4-9)*, in cui ci sono mansioni e ministeri diversi *(I lett - At 6, 1-7)*; ma la sua pietra angolare è Cristo. Solo Lui è "la via, la verità e la vita", la manifestazione piena del Padre *(vangelo - Gv 14, 1-12)*. Alcuni temi della Domenica potrebbero essere:
*”Un tempio di pietre vive"*;
*”Il compasso dei costruttori"*;
*”Io sono la via, la verità, la vita"*.
Con l'Ascensione Gesù non va oltre le nubi, ma oltre le forme visibili. Si identifica con il Suo corpo storico che è la Chiesa, Suo portavoce e luogotenente. L'esperienza di Saulo, che poi sarà l'apostolo Paolo, sulla strada di Damasco, è oltremodo significativa.
Il fariseo zelante, persecutore dei cristiani, sbalzato da cavallo e interpellato dall'alto sul perché di tanto accanimento, alla domanda, *”Chi sei, o Signore?"*, si sente rispondere
*”Io sono Gesù che tu perseguiti" (At 9,5)*. La Chiesa, appunto perché corpo visibile del Cristo, è il nuovo luogo della rivelazione di Dio: Egli non abita più in un edificio di pietra, ma nel cuore stesso dell'uomo, nella comunità dei credenti, che Pietro paragona ad "un edificio spirituale", fondato su Cristo e di cui i credenti stessi sono "costruttori": *”Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di Lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla Sua mirabile luce" (1Pt 2,9)*. Nella Chiesa il sacerdozio non è monopolio di una casta, come nell'Ebraismo, ma diventa un bene e un impegno comune. Ognuno è importante e necessario, perché a ognuno è affidato il compito di "offrire sacrifici spirituali graditi a Dio", cioè la sua stessa vita modellata su quella di Cristo, impegnata a servizio del Vangelo e della liberazione umana. Ci "stringiamo" a Cristo, insieme agli altri, con l'offerta del nostro quotidiano vissuto nella fede e nell' amore. *”Onore a voi che credete" (1Pt 2,7)*: è un complimento e un titolo di merito l'essere costruttori attivi e responsabili nella Chiesa, soggetti importanti della sua vita e della sua storia *(II lettura)*. La Chiesa però realizza la sua missione attraverso una molteplicità di ministeri, che sono servizi d'amore:
*”Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore" (Gv 14,2)*. Nella Chiesa c'è posto per tutti, ma ognuno al suo posto! Nessuno ha la totalità o l'esclusività dei ministeri ecclesiali. Solo nella loro equa distribuzione, nel loro riconoscimento, nella mutua collaborazione e integrazione la comunità ecclesiale può adempiere pienamente il suo compito. La prima lettura ci racconta l'istituzione dei diaconi. È interessante, perché non c'è prima un ministero e poi si cerca il modo di impiegarlo; c'è invece un problema a cui si cerca di rispondere con il coraggio e la fantasia dello Spirito. Scoppiano le prime grane nella comunità di Gerusalemme. Serpeggia il malcontento, si parla di favoritismi. Tutte le vedove sono uguali. Ma alcune vengono considerate "più uguali". Nella distribuzione del cibo, più che al bisogno, pare si badasse molto alla provenienza etnica delle persone assistite. Gli apostoli prendono in mano la situazione. C'è una riunione allargata al gruppo dei discepoli. Si parla, si discute, si adotta una soluzione condivisa. Si arriva ad una distribuzione dei compiti. I Dodici capiscono che non possono riservare a sé tutti i compiti, con il rischio di non assolverne bene nessuno. Creano i primi diaconi *(cfr At 6,5-6)*, ai quali affidano il servizio delle mense e le attività assistenziali *(Cfr At 6,2-3)*. A sé riservano " il ministero della Parola" perché, libera da problemi di carattere organizzativo, possa diffondersi più facilmente *(I lettura)*. La Chiesa però non può e non deve dimenticare che la sua "pietra angolare" rimane sempre Gesù Cristo
*”pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio" (1Pt 4,4)*.
Durante l'ultima Cena Gesù annuncia la Sua scomparsa, e tutto ne fa prevedere l'aspetto drammatico. La Croce è vicina. Ma il Signore invita i Suoi a non cedere al turbamento e li incoraggia dicendo che li precede per preparare loro un posto nella casa del Padre. Tutti abbiamo un posto nel cuore di Dio e nella Sua casa. Chi di noi non porta dentro la nostalgia di una casa, come luogo di pace e di riposo, in cui riprendersi dalle tempeste della vita? Gesù spiega così la Sua "partenza": precede i Suoi, tutti noi, per prepararci un posto e, alla fine, condurci proprio lì. Tommaso pensa di aver bisogno di indicazioni più precise *(Cfr Gv 14,5)*. Filippo ritiene che una visione eclatante del Padre risolverebbe tutti i problemi *("Signore, mostraci il Padre e ci basta": Gv 14,8)*. Il Maestro fa capire a entrambi che ciò che manca loro (e a noi) è uno sguardo illuminato dalla fede, che permette di scorgere in Lui sia la strada per arrivare al Padre sia il volto del Padre stesso! Ciò che manca agli apostoli e a noi è la conoscenza profonda di Cristo: *”Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre" (Gv 14,9)*.
La casa, che ci accoglierà tutti, si identifica con una persona: *il Padre*. Anche la strada è una persona: *il Figlio*. E il Figlio si
identifica con il Padre. A Tommaso che chiede lumi per arrivare alla meta, Gesù risponde: *”Io sono la via, la verità e la vita" (Gv 14,6)*. Tutto passa per Cristo, Egli è la via! Tutto in Lui si rivela, Egli è la verità!
Tutto in Gesù ci è donato in abbondanza, Egli è la vita!
Attenzione però. Cristo è "la strada" in quanto "pietra scartata"! Oggi i "costruttori" di questo mondo non è che si servano di persone "evangeliche". Il loro compasso scarta tante pietre! Esse per noi sono molto preziose, perché al seguito di Gesù Cristo possono costruire un mondo e un' umanità diversi! *”Chi ha visto me ha visto il Padre" (Gv 14,9)*:
guardiamo Gesù. Guardiamo come vive, come ama, come accoglie, come va in croce, e "capiamo" Dio e la vita. Guardando Gesù impariamo il Padre! Dio è così! Si entra nel mistero di Dio solo se si conosce Gesù e ci si mette dalla Sua parte e dalla parte di tutti coloro che sono scartati dal "compasso" dei costruttori: i miti, i misericordiosi, coloro che sanno perdonare, quelli che non hanno nessuna fiducia nella forza e nella prepotenza, i poveri nel cuore, coloro che non contano...Dio è il Dio di Gesù Cristo crocifisso e delle "pietre scartate"...
*”Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me" (Gv 14,)*.É un invito a guardare la vita e la nostra strada con fiducia: abbiamo un posto nel cuore di Gesù e nella casa del Padre! Come potremmo vivere allora senza fare posto, senza dare spazio agli altri? Buona Domenica!

*+ Lorenzo*

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