Mons. Lorenzo Loppa

Mons. Lorenzo Loppa Vescovo Emerito della Diocesi di Anagni Alatri

LO SCOPO DI QUESTA PAGINA FACEBOOK NASCE DAL DESIDERIO DI RACCOGLIERE TUTTI I PENSIERI E LE OMELIE DEL VESCOVO EMERITO DI ANAGNI-ALATRI, MONS. LORENZO LOPPA, COSICCHÉ OGNUNO, ASCOLTANDOLI O LEGGENDOLI, POSSA TRARNE SPUNTO PER LA RIFLESSIONE E LA PREGHIERA PERSONALE.

*Tempo Ordinario: 23^ Domenica/A*La Chiesa è comunità di riconciliazione in cui ciascuno è responsabile della fede e del...
05/09/2026

*Tempo Ordinario: 23^ Domenica/A*

La Chiesa è comunità di riconciliazione in cui ciascuno è responsabile della fede e della santità dei propri fratelli e sorelle. All'interno del "Discorso sulla vita comunitaria" è situato il brano dell'evangelista Matteo sulla correzione fraterna. E conservare la comunione fraterna significa in fondo salvare l'efficacia della preghiera della Chiesa, subordinata alla concordia che regna nella comunità, garanzia della presenza dell'Emanuele che intercede per essa
*(Cfr Mt 18, 15-20)*.
"Fatti gli affari tuoi!".
Talvolta questa espressione fiorisce sulle nostre labbra, condannandoci alla ingannevole autosufficienza dell' "ognuno per sé". Ricordiamo tutti la risposta terribile e disumana di Caino al Signore che gli chiedeva conto di suo fratello Abele:
*”Sono forse io il custode di mio fratello?" (Gen 4,9)*. Invece Gesù ci sfida a sentirci responsabili gli uni degli altri, profondamente e concretamente solidali, fino al punto di metterci in guardia reciprocamente qualora qualcuno commettesse ingiustizie.
La presenza del male non riguarda solo la Chiesa del passato o la società di altri tempi:
è un problema con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni.
Che atteggiamento dobbiamo assumere nei confronti di un fratello o una sorella che si comportano male nuocendo alla vita comunitaria?
Nei primi secoli i cristiani erano un'esigua minoranza, e di conseguenza si preoccupavano in modo particolare della loro reputazione; ma più che per la stima degli altri, essi erano guidati dall'esigenza forte della concordia e dall'unione provenienti dalla ca**tà divina. Scaturisce di qui la procedura adottata per estirpare ogni radice di male e rimuovere ogni causa di disaccordo tra cristiani. C'è in questa procedura qualcosa di antico, di lontano. Ma dobbiamo sapere che in essa la comunità giudaico - cristiana del vangelo di Matteo aveva tentato di tradurre, in termini quasi giuridici, il precetto di Gesù sull'amore vicendevole. È una prassi per la disciplina comunitaria che unisce saggiamente prudenza e pazienza,
e che rivela la preoccupazione di permettere l'ascolto e il dialogo, perché a ciascuno vengano offerte le più ampie possibilità di rimanere nella comunione. La comunità non deve comportarsi come un tribunale che sanziona una colpa con la condanna, ma deve agire in base alla misericordia che supera i puri confini del diritto e tende a riconciliare. E anche se il fratello o la sorella fossero ostinati nell'errore, la comunità non deve mai privarli del sostegno della preghiera.
Ma vediamo prima, insieme al testo di Matteo, anche le altre due pagine bibliche.

Il diritto non basta a regolare i rapporti tra le persone. Questi potranno essere soddisfacenti solo se vissuti in una logica di amore, che dà senso, unità e compimento ai diversi precetti morali e sociali *(II lett - Rm 13, 8-10)*. Ciò non esclude, anzi implica la chiara denuncia del male, sia personale che comunitario, e l'invito al suo superamento *(I lett - Ez 32, 1. 7-9)*, e ogni tipo di azione - dal rapporto personale a quello istituzionale - che sia atta a recuperare il fratello o la sorella, o almeno a metterli in condizione di non nuocere alla collettività *(vangelo - Mt 18, 15-20)*.
I testi biblici di oggi collocano la correzione fraterna nel contesto più vasto di una responsabilità ampia che ognuno di noi ha nei confronti di chi, in buona o cattiva fede, sbaglia e commette il male. A cominciare dalla denuncia.
Il profeta Ezechiele, costituito dal Signore
"sentinella" di Israele
*(Cfr 33,7)*, ha il compito di "denunciare" la mancanza di fede del suo popolo, di ammonire, di richiamate il peccatore per distoglierlo dalla sua condotta. Egli non può restare indifferente o neutrale di fronte al male che vede intorno a sé. Deve assumere un preciso atteggiamento di richiamo per convertire. Sa che il silenzio rende corresponsabili degli errori altrui. Al profeta, come anche a ciascuno di noi, il Signore rivolge un ammonimento: un giorno risponderete non soltanto dei vostri errori personali, ma anche di quelli degli altri. La legge umana punisce la mancata assistenza a chi è in pericolo di morte; la legge di Dio punisce la mancata assistenza a chiunque rischia di perdere l'amicizia di Dio a causa del peccato *(I lettura)*.
La figura della "sentinella" è solo un elemento del compito del cristiano. Non si tratta solo di avvertire. Si tratta di essere custodi concreti dei propri fratelli, perché essi sono "un guadagno", un tesoro, una ricchezza: *”Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello" (Mt 18,15)*.
Nel processo del recupero, emerge anzitutto l'idea che con il male non ci deve essere alcuna tolleranza, anche se con chi ha sbagliato occorre sempre comprensione e rispetto. Costui in primo luogo va ammonito faccia a faccia; se necessario, si procederà in un secondo momento al confronto con più persone; solo alla fine, se anche ciò risulterà insufficiente, potrà interve**re la Chiesa con la sua autorità. Occorre comprensione, ma anche decisione.
La procedura, registrata da Matteo, non va confusa con un processo. Si tratta piuttosto di una mano tesa ostinatamente e delicatamente verso l'altro che minaccia di allontanarsi e di separarsi. Prima ancora di far capire al fratello o alla sorella che hanno sbagliato, occorre convincerli che sono amati, nonostante tutto. La ca**tà, la pazienza, la misericordia, il rispetto sono le luci attraverso le quali chi ha sbagliato può scoprire il proprio errore di rotta. Più che richiamarlo all'ordine, occorre richiamarlo a lasciarsi amare.
"La correzione fraterna" è l'antidoto alla mormorazione e al pettegolezzo, e implica l'abbandono di qualsiasi atteggiamento di superiorità *(vangelo)*.
Alla base della nostra responsabilità di "sentinelle" e di "custodi" ci deve essere una logica d'amore. Il diritto è necessario, ma non è tutto. Solo l'amore fa sì che la denuncia non diventi rivincita e che la correttezza esteriore non sia puramente formale.

L'apostolo Paolo sostiene che abbiamo un debito con tutti, quello dell'amore
*(Cfr Rm 13,8)*. E tale debito non sarà mai onorato una volta per tutte. La ca**tà è un credito che gli altri vantano nei nostri confronti, sempre e ovunque. E ciò che ci autorizza ad entrare nella vita degli altri è la fraternità che tentiamo di vivere, non la verità che crediamo di possedere.
*”Non siate debitori di nulla a nessuno se non dell'amore vicendevole" (Rm 13,8)*: il debito della vita, il debito di esistere si paga con l'amore. Tutto sulla terra si paga con il denaro. Solo il senso della vita si paga con l'amore! Buona Domenica!

*+ Lorenzo*

*Tempo Ordinario: 22^ Domenica/A**”Và dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secon...
29/08/2026

*Tempo Ordinario: 22^ Domenica/A*

*”Và dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!" (Mt 16,23)*. Queste parole di Gesù a Pietro segnano un totale capovolgimento della sua situazione. Lo stesso Gesù, che gli aveva detto:
*”Beato te!”*. Dopo la sua professione di fede, ora lo rimprovera aspramente chiamandolo "Satana",
perché "non pensa secondo Dio". Pochi istanti prima Gesù aveva annunciato la Sua passione come il cammino del Servo sofferente di JHWH, che riscatta il Suo popolo non nella gloria di una regalità vittoriosa. Pietro, impulsivo, spinto da un amore poco illuminato, si era ribellato di fronte all'apparente crudeltà del piano divino. Un momento prima era *”pietra-roccia"* a sostegno della Chiesa, adesso Cristo lo apostrofa come
*”pietra d'inciampo"* (scandalo) sulla strada del Messia. E lo invita a mettersi dietro Lui, quasi a dire “*la strada la faccio io!". "Và dietro a me!"*: come il Cristo, il discepolo non può eliminare dalla propria vita la Croce della salvezza.
Davvero i pensieri di Dio non sono i pensieri degli uomini!
E proprio sull'esistenza di due mentalità, spesso in opposizione, ci invitano a riflettere le letture di oggi: esse sono la logica degli uomini e la logica di Dio. La prima viene descritta con le figure di Geremia e di Pietro, l'altra con il comportamento di Cristo. Nel rinnegamento delle proprie vedute e della logica del mondo per adeguarsi al piano salvifico di Dio, anche se comporta grossi rischi e sacrifici, sta il messaggio principale di questa Domenica.
Al profeta Geremia, che si lamenta con Dio per il fallimento della propria missione
*(I lett - Ger 20, 7-9)*, corrisponde nel testo evangelico la figura di Pietro, che si rifiuta di accettare un Cristo sofferente e sconfitto
*(vangelo - Mt 16,21-27)*. Ma i pensieri di Dio sono diversi dai pensieri dell'uomo. Per questo la salvezza passa attraverso la contestazione della logica del mondo e la piena conversione a quella di Dio *(II lett* *- Rm 12, 1-2)*.
Il termine "rinuncia", come espressione del passaggio dall'una all'altra mentalità, oggi può risultare ostico a certi orecchi. Forse il termine "scelta" potrebbe risultare più gradito e accolto. L'importante sarebbe sottolineare la positività e lo spessore di crescita della sequela di Cristo: non si tratta di *”rinunciare a..."*, ma di
*”scegliere per..."*. Noi cristiani non lasciamo proprio niente, ma guadagniamo tutto!
In questa ottica allora i testi biblici ci invitano ad una triplice rinuncia: alle proprie vedute *(I lett)*; alla propria vita *(vangelo)*; alla logica del mondo *(II lett)*.

Geremia è stanco di Dio perché è stanco di soffrire. Avrebbe preferito essere un profeta di prosperità e di consolazione, invece deve esserlo di contestazione. La sua missione gli ha procurato solo fastidi e sofferenze e lo ha condannato all'isolamento sociale. È diventato *”oggetto di derisione" (20,7)*. Ma soprattutto non riesce ad accettare che la Parola di Dio possa essere inefficace. Lo sconcerta soprattutto il fatto che il piano di Dio possa essere fallimentare. Allora non sospira. Urla. Si sfoga. Prega certamente. Ma rasenta la bestemmia.
Dice a Dio: *”Mi hai ingannato...Hai approfittato di me...E io ci sono cascato... Hai ottenuto quello che volevi e poi mi hai abbandonato esponendomi alla vergogna e al disprezzo...Ho perso proprio la testa!..."*.
Geremia è in crisi per eccesso di fedeltà! È tentato di rinunciare all'annuncio della Parola *(Cfr 20, 9a)*. Ma alla fine Dio ha il sopravvento sul suo cuore agitato. Si accorge che "non può abbandonare". E allora decide di continuare a "liberare" la passione e il fuoco che ha dentro.
Accetta il piano di JHWH, anche se gli riesce incomprensibile. Comprende alla fine che il processo della liberazione umana può attraversare anche le tappe del fallimento, della incomprensione, della solitudine...La verità e la validità di determinati ideali non si misurano dal successo, ma dal rapporto che hanno con la salvezza dell' uomo *(I lettura)*.
Un programma tutt'altro che confortevole è quello presentato da Cristo a tutti coloro che intendono seguirlo: rinnegare sé stessi, caricarsi della Croce, perdere la propria vita. Tale programma così poco allettante viene illustrato dalla vicenda di Gesù stesso e da ciò che lo attende a Gerusalemme. E Pietro non è per niente d' accordo:
*”Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai" (Mt 16, 22)*. Pietro desidera una redenzione "a basso costo", felice. Essa passa invece attraverso l'impegno totale e generoso della propria vita *(Cfr Mt 16, 24-25)*. Pietro ha smesso molto presto di lasciarsi suggerire dall'alto. Ha ripreso a pensare in proprio, come tutti. E Gesù lo declassa da "beato" a "Satana". Lui ha scelto la strada della Croce per dichiararci il Suo amore. E la Sua è anche la nostra strada. Nel Regno non contano le affermazioni di prestigio, ma quelle dei valori. E il valore di fondo sta nella dedizione incondizionata agli altri. Costruisce e trova la propria vita solo chi sa perderla per gli altri *(Cfr Mt 16,25)*. Appartiene alla struttura dell'amore questa legge: se dai ti arricchisci, se trattieni ti impoverisci! Nel testo di Matteo ci sono alcune espressioni che racchiudono l'essenza del Cristianesimo.
*”Se qualcuno vuole ve**re dietro a me..."*: la vera libertà è quella di cercare la vita!
*”Rinneghi sé stesso..."*:
Non significa che bisogna annullarsi o sbiadirsi. Ma vuole dire: non sei il centro del mondo. Il tuo segreto è oltre te.
*”Prenda la sua croce..."*:
significa scelga di amare al “cento per cento” e faccia della dedizione agli altri la sua unica ragione di vita. *”Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la vita per causa mia la troverà"*.
Commenta così Charles Peguy:
*”Non bisogna salvare la propria vita come si salva un tesoro. Bisogna salvarla come si perde un tesoro. Spendendola"*.
La Lettera ai Romani ci ricorda che il vero culto è la nostra vita. E la materia del sacrificio sono la fede, la speranza e le azioni quotidiane. Ognuno di noi è sacerdote e sacrificio *(II lettura)*. Certo, nel considerare la fatica che facciamo in certi ambienti, in alcune situazioni e con qualche persona, anche noi, come Pietro, siamo tentati di protestare. Anche noi, come Geremia, potremmo essere sfiorati dal sospetto che abbiamo "perso la testa" e stiamo sulla strada sbagliata. Ma ci dobbiamo rendere conto che , già sul Calvario, c'è stato un Altro che ha perso la testa per noi...
Buona Domenica!

*+ Lorenzo*

*Tempo Ordinario: 21^ Domenica/A*La fede vera si nutre della propria luce.Si può credere in molti modi. Fondamentalmente...
22/08/2026

*Tempo Ordinario: 21^ Domenica/A*

La fede vera si nutre della propria luce.
Si può credere in molti modi. Fondamentalmente possiamo ridurli a due: o si crede in maniera carnale o si crede secondo lo Spirito. La fede carnale è quella che sa tutto - o quasi - di Dio e riduce la Sua presenza nella storia a una sorta di provvidenza che dà significato razionale a vicende che sono per noi sprovviste di razionalità. In tale visione (che qualcuno bolla come “degradazione provvidenzialistica")
le condizioni reali dell'uomo nella società sono stabilite dalla provvidenza. È provvidenza che uno sia nato povero e uno ricco; che uno sia malato e uno sano. Ma la fede cristiana non è questa. La vera fede, quella del Vangelo, è secondo lo Spirito! È a partire proprio da questa che l'apostolo Paolo si domanda: *”Chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore?" (Rm 11,34)*. I pensieri di Dio noi non li conosciamo. Nessuno ha mai visto Dio fuorché il Figlio e colui al quale il Figlio lo ha rivelato. Quindi "il luogo" in cui "capire" Dio è Cristo, il luogo in cui si apre lo spiraglio per entrare nell'abisso della divina sapienza: è la Parola di Gesù Cristo stesso, e sommamente la Sua Croce. Sotto la Croce si è spezzata quella visione provvidenzialistica prima richiamata.
Se ci fu mai nella storia dell'umanità un momento in cui la potenza provvidente avrebbe dovuto interve**re per salvare il Giusto dagli empi, quel momento fu l'ora della crocifissione, anzi l'ora dell'agonia di Gesù, il quale invece provò fino in fondo l'abbandono del Padre e il Suo silenzio. C'è una fede "religiosa", che è un viaggio umano verso Dio. La fede cristiana invece è la risposta ad un appello, anzi è l'effetto di un appello che viene dall'alto!
*”Beato sei tu Simone, Figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli" (Mt 16,17)*: così risponde Gesù a Pietro dopo la Sua confessione di fede ispirata dall'alto.
"Bravo" , dice Gesù a Pietro, "perché sei riuscito a dimenticare quello che sapevi e hai saputo accettare un suggerimento dall'alto". Pietro, al contrario di altre volte, è stato umile e disponibile ad una illuminazione (è questa appunto la fede che ci introduce nei pensieri di Dio).
Oggi la liturgia della Parola tocca un tema sempre attuale: quello dell'autorità nella Chiesa. Ma forse è bene fare un discorso più ampio, in cui all'interno di una responsabilità diffusa, emerga quello della responsabilità ecclesiale. Dunque possiamo mettere a tema "Fede e responsabilità", in ordine al progetto di Dio, alla storia, al rapporto con gli altri. L'incontro con Dio di solito non avviene in maniera diretta, ma attraverso tante mediazioni. Tra di esse figurano le persone poste alla guida del popolo di Dio. Ma non solo. Ognuno di noi deve declinare la fede come testimonianza responsabile al servizio del Vangelo. Possiamo allora leggere le pagine bibliche di oggi secondo questa traiettoria.
La fede-responsabilità nostra è prima di tutto servizio al popolo di Dio, che occorre svolgere in maniera disinteressata *(I lett - Is 22,19-23)*; adesione ferma e personale alla vera "roccia" che è Cristo *(vangelo - Mt 16, 13-20)*; obbedienza e disponibilità a Dio, in permanente ascolto della Sua Parola e in continua ricerca delle Sue vie *(II lett - RM 11, 33-36)*.
Abbiamo tre brani che ci rendono attenti a non capovolgere le posizioni. Tutti abbiamo la tendenza a porre delle domande a Dio. Tutti pensiamo di doverGli chiedere delle spiegazioni convincenti o di giustificare le Sue assenze e i Suoi ritardi. Il testo di Matteo ci ricorda che è Lui a fare delle domande a noi *(vangelo)*. Inoltre, forse, coltiviamo in segreto l'ambizione di essere consiglieri di Dio, magari Suoi suggeritori... L'apostolo Paolo ci nega impietosamente questa possibilità di carriera. I suoi progetti sono inaccessibili. Le Sue strade sono introvabili *(II lettura).* Infine pensiamo che Dio abbia bisogno degli uomini. Lo ripetiamo con troppa disinvoltura, osservando persone in gamba e situazioni positive. Ma nessuno davanti al Signore è insostituibile. Tipico è il caso del funzionario di corte, altezzoso e superbo, più intento a costruirsi uno splendido mausoleo che alla povera gente, di cui ci racconta la prima lettura. No. Dio non ha bisogno degli uomini, ma di "servi", che gli offrano una bella schiena da piegare e un bel sorriso, per non prendersi mai troppo sul serio *(I lettura)*.
Il testo del vangelo di oggi lo conosciamo a memoria. È *”il Vangelo del primato di Pietro"*. Ha avuto l'onore di tante penne celebri e di tanti interpreti. Faccio notare solo alcuni passaggi. Gesù compie presso i Suoi amici quello che oggi chiameremmo un sondaggio d'opinione: che cosa dice la gente di Lui? Le risposte sono diverse, anche un po' deludenti. Oggi - credo - sarebbero ancora più eterogenee, e anche più riduttive. Simone, ispirato dall'alto, usa parole più grandi di lui e afferma: *”Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16)*. Se ci facciamo caso, Gesù pone ai discepoli la stessa domanda che si fanno gli innamorati: *”Chi sono io per voi? Cosa rappresento ai vostri occhi? Quanto conto nella vostra vita?"*. Siamo interpellati anche noi in prima persona: *”Chi sono io per te? Che ruolo ho nella tua vita?"*. Si tratta di lasciar capire agli altri chi è per noi Cristo attraverso il nostro modo di vivere, le scelte che Lui ispira, i gesti che la fedeltà al Suo Vangelo ci fa compiere. Pietro con la Sua professione di fede viene a dire: *”Tu sei un Mistero che abbraccia tutte le generazioni e tutto l'universo. Tu sei il Figlio che porta il Padre tra di noi, fonte della vita. Tu sei vita, cioè forza, luce, coraggio, capacità di risorgere"*. Pietro è *”roccia"* per la Chiesa e per la storia nella misura in cui ripete che Dio è amore, che ogni uomo è la Sua casa, che Cristo crocifisso è vivo ed è un tesoro per tutta l'umanità. Anche noi - nel nostro piccolo - potremo essere "roccia" nella misura in cui saremo testimoni dello stesso Mistero con un fede bella, coraggiosa e concreta. Vivremo nella luce della Pasqua, aprendo spazi di servizio e strade d'incontro, accostando la nostra piccola pietra a quella di Pietro. Comunque, per quanto piccola e modesta, la nostra deve essere una pietra fatta con quel materiale "unico" che è la fede!
Buona Domenica!

*+ Lorenzo*

Tempo Ordinario: 20^ Domenica/AC'è una cosa peggiore che non avere il pane.È averlo a disposizione e non provare la fame...
15/08/2026

Tempo Ordinario: 20^ Domenica/A

C'è una cosa peggiore che non avere il pane.
È averlo a disposizione e non provare la fame. Invece ci sono persone e popoli al mondo che si accontenterebbero delle briciole. Noi abbiamo tutto. Il mercato è stracolmo. C'è una molteplicità di offerte che ha dell'incredibile. "Il pane" assume varietà di forme tali da soddisfare tutti i gusti, anche i più stravaganti. Eppure la nostra fede, lungi dal rafforzarsi, sembra indebolirsi sempre di più. Si concedono ampie facilitazioni. Gli orari delle Messe alle porte delle chiese sono piuttosto fitti. Ma le presenze si diradano. E non solo a Messa o in parrocchia. Sbiadisce, e di molto, anche la testimonianza cristiana nella vita di tutti i giorni.
Il problema non è tanto quello di aprire le porte delle chiese, mettere la Bibbia a disposizione di tutti, offrire il massimo della comodità moltiplicando il numero delle Messe. Il problema tormentoso è come aprire le porte del desiderio, come suscitare una richiesta. La freschezza, la spontaneità, il senso della meraviglia, perfino l'ingenuità con cui certe popolazioni accolgono il Vangelo, dovrebbero suscitare non solo il nostro stupore, ma anche la nostra sana invidia con l'emulazione. Noi abbiamo riposto il Vangelo in soffitta. Può darsi che conduciamo un'esistenza cristiana banale, scialba e svagata. Allora dobbiamo guardare agli "stranieri", possiamo imparare tanto da chi non è abituato ai doni di Dio, e magari apprezza soprattutto "le briciole". Come la donna cananea di cui ci racconta il vangelo di oggi, e che può insegnarci tanto con la sua fede umilmente ostinata (Cfr Mt 15, 21-28). Ma andiamo con ordine.
Il tema unificante di questa Domenica è l'universalità della salvezza. Dalla prima lettura al vangelo viene ribadito che Dio è Padre di tutta l'umanità e apre le Sue braccia accoglienti a tutti coloro che si rivolgono a Lui con la fede. L'idea che la salvezza è per tutti gli uomini e i popoli è maturata molto lentamente e in maniera progressiva nella S.Scrittura.
Già intuita nell'Antico Testamento (I lett - Is 56, 1.6-7) viene chiaramente affermata dall'azione di Gesù a favore della donna cananea (vangelo - Mt 15, 21-28) e applicata in modo più esteso dall'apostolo Paolo nel suo impegno missionario e nella sua elaborazione teologica (II lett - RM 11, 13-15. 29-32). La Chiesa non si identifica con nessun popolo in particolare, né d'altra parte ne esclude qualcuno. Essa è la ”casa di preghiera per tutti i popoli" (Is 56,7).
Israele giunse solo lentamente, e non sempre in un modo chiaro, alla concezione universalistica dell'amore di Dio per tutti gli uomini. La tentazione di ritenersi popolo privilegiato e, quindi, unico destinatario della Promessa, verrà infatti superata solo in seguito all'esilio in Babilonia. È proprio qui, a diretto contatto con altri popoli e altre religioni, scopre i loro valori positivi e anche le proprie carenze.
Tale è lo sfondo della prima lettura, tratta dalla terza parte del libro di Isaia, che esprime bene la nuova coscienza formatasi nel cuore del popolo di Dio. JHWH non è più il Dio nazionale, che privilegia Israele e lo difende dai nemici, ma il Dio che - attraverso la sua collaborazione -
vuole fare giungere la salvezza a tutti i popoli. Si tratta di un momento importante per cui Israele esce dal ghetto, dalla sua autosufficienza religiosa e morale, e si apre agli altri. Dio è Padre di tutti e la Sua casa diventa ”casa di preghiera per tutti i popoli" (Is 56,7)
(I lettura).
Ma è Gesù, che con le Sue parole e le Sue azioni, pone le premesse per una svolta definitiva e irreversibile: la salvezza è per tutte le nazioni e l'amore di Dio è senza riserve e senza confini!
L'episodio del vangelo, nonostante certe asprezze appositamente volute da Matteo per sottolineare la fede della donna "straniera", indica chiaramente in Gesù una disponibilità di dialogo e di servizio verso ogni persona, anche verso i pagani. In Lui non opera una logica razzista, che discrimina in base al sesso, alla razza o alla religione. Gesù non conosce barriere o tabù sociali quando si tratta di salvare l'essere umano. Guarendo la figlia della cananea, vuole ribadire che la salvezza è per tutti. L'unica condizione indispensabile è la fede! Il racconto evangelico presenta una progressione appassionante. In un primo momento Cristo stesso sembra irremovibile nell'escludere "la straniera" dalla mensa riservata ai figli, per seguire la traiettoria tradizionale pensata per il progetto del Padre (prima Israele e poi gli altri). Ma la donna, assolutamente determinata ad ottenere il miracolo per la figlia, non si lascia scoraggiare dall'atteggiamento raggelante del Maestro (“Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini": Mt 15,26). Anzi diventa sempre più audace, e con una fede umilmente ostinata riesce a forzare la porta del cuore di Cristo. Gesù, a pensarci bene, ha regalato il miracolo richiesto con ...cocciuta dolcezza da questa madre pagana. Ma prima ha ricevuto da lei la sorpresa gradita, ammirata, quasi sbalordita della sua fede
(“Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri": Mt 15,28),, una fede che si accontenta delle briciole
(“eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni": Mt 15,27).
Concludo con due piccole osservazioni.
Il Gesù del vangelo di oggi ci appare infinitamente più grande del Gesù che sa sempre tutto in anticipo. Anche Lui cammina e cresce nella fede aiutato da una donna pagana. È un Gesù più umano, ma al tempo stesso più divino! Nel Suo comportamento c'è un invito chiaro per noi: quello di metterci perennemente in discussione, e di non dare mai per definitive le convinzioni acquisite e le decisioni già prese. Siamo anche noi in cammino.
La fede della cananea, inoltre, si accontenta delle briciole. Ma è una fede grande perché consapevole che Dio è più attento alla vita e al dolore dei Suoi figli che non alla religione che professano. Lei non ha la fede dei teologi, ma quella delle madri che soffrono. Lei crede che il diritto supremo davanti a Dio ci è dato dalla sofferenza e dal bisogno e non dalla razza o dalla religione.
Abbiamo il pane! Ma sapremo stare attenti anche alle briciole?
Buona Domenica!

*+ Lorenzo*a

Oggi, 10 agosto, si celebra la memoria liturgica di San Lorenzo, diacono e martire. Buon Onomastico a Mons. Lorenzo Lopp...
10/08/2026

Oggi, 10 agosto, si celebra la memoria liturgica di San Lorenzo, diacono e martire. Buon Onomastico a Mons. Lorenzo Loppa, Vescovo emerito di Anagni-Alatri. “Dio ama chi dona con gioia”

Oggi, 17 luglio 2026, ricorre il 55mo anniversario (1971) dell’ordinazione sacerdotale di Mons. Lorenzo Loppa, Vescovo e...
17/07/2026

Oggi, 17 luglio 2026, ricorre il 55mo anniversario (1971) dell’ordinazione sacerdotale di Mons. Lorenzo Loppa, Vescovo emerito di Anagni-Alatri. La cerimonia avvenne, nella Cattedrale di Santa Maria Assunta, in Segni, alla vigilia della festa di San Bruno, patrono della città, per la preghiera consacratoria del Vescovo Luigi Maria Carli. Oggi pomeriggio, Mons. Loppa celebrerà alle 18.00, in Cattedrale (a Segni) la Santa Messa solenne. Questa sera, per le vie della città, la processione con il busto argenteo e la reliquia di San Bruno.

Il Vescovo Lorenzo tramite gli amministratori di questa pagina desidera far arrivare il suo personale GRAZIE a ciascuno ...
15/07/2026

Il Vescovo Lorenzo tramite gli amministratori di questa pagina desidera far arrivare il suo personale GRAZIE a ciascuno di voi per gli auguri ricevuti il giorno del suo compleanno!😊

14/07/2026

Cari e affettiosi auguri di Buon Compleanno a Mons Lorenzo Loppa!🎂🍾🥂🎁😁

Per qualche settimana non saranno pubblicate le consuete riflessioni. Riprenderemo dopo la pausa Estiva
11/07/2026

Per qualche settimana non saranno pubblicate le consuete riflessioni.
Riprenderemo dopo la pausa Estiva

Tempo Ordinario: 15^ Domenica/ACon la parabola del Seminatore oggi iniziamo la lettura del terzo grande discorso dell'ev...
11/07/2026

Tempo Ordinario: 15^ Domenica/A

Con la parabola del Seminatore oggi iniziamo la lettura del terzo grande discorso dell'evangelista Matteo: il Discorso in parabole.
L'uso della parabola non è nuovo nell'ambiente in cui vive Gesù. Eppure la maniera in cui Lui se ne serve suscita sorpresa.
Dopo l'annuncio aperto del Regno e della necessità di convertirsi, il Signore Gesù ritorna sugli stessi contenuti, ma questa volta in forma velata. Il linguaggio della parabola è più immediato. Le immagini sono eloquenti, ma possono anche confondere. Per capire bisogna cercare, riflettere, coinvolgersi. La parabola è come un pacco chiuso. Bisogna aprirlo, se non altro per curiosità. Perché la parabola non resti un enigma, ma diventi beatitudine, bisogna aprire il cuore, gli occhi e gli orecchi al Signore. Dio non vuole un consenso forzato, ma un'adesione fiduciosa, sincera e libera.
”La parabola offre tanta luce quanto basta per credere, tanta oscurità quanto basta alla nostra libertà" (C.M. Martini).
Diamo prima uno sguardo alle letture.
La Parola di Dio è potente ed efficace, realizza ciò che si propone. Dio è fedele alle Sue promesse. Quindi la salvezza si compirà .(I lett - Is 55, 10-11).
La Parola però non prescinde dalla disponibilità e dalla collaborazione dell'uomo: questi è responsabile della Parola , che può essere messa in scacco dal suo peccato (vangelo - Mt 13, 1-23).
Oggi siamo ancora nel tempo della semina, in cammino. La sofferenza e il travaglio del tempo presente non devono scoraggiare: sono semplicemente il
risvolto doloroso della tensione verso la salvezza, del suo irrompere nella storia dell'uomo e del creato
(II lett - Rm 8, 18-23). Possiamo riassumere le suggestioni dei tre testi biblici di oggi in un unico tema di fondo: ”Efficacia e rischi della Parola".
Dio non parla a vuoto. Attraverso il profeta aveva annunciato al popolo la liberazione dalla schiavitù babilonese: questa liberazione si realizzerà con assoluta certezza.
I pochi versetti della prima lettura, tratti dall'ultimo capitolo del Deutero-Isaia, descrivono l’efficacia della Parola di Dio attraverso la metafora del ciclo dell'acqua.
”Pioggia e neve" non tornano al cielo ”senza aver irrigato" la terra per rendere produttivo il lavoro dell'uomo. Allo stesso modo, la Parola che esce dalla bocca di
JHWH è potente ed efficace per trasformare
la storia dell'uomo in storia di salvezza. Il messaggero di Dio vuole stimolare alla fiducia in Lui e alla speranza, nonostante il Suo silenzio e la Sua apparente impotenza
(I lettura).
Com'è possibile però che l'opera di Dio, culminata nell'invio del Figlio, non produca in maniera chiara e tangibile la realtà del Regno? Fu la perplessità di molti Giudei, che in gran parte non riconobbero in Gesù il Messia, ma è anche la perplessità che coglie i discepoli di Cristo fino ad oggi.
Con la parabola del Seminatore il Signore spiega questa apparente incongruenza. La via della salvezza scelta da Dio è quella della proposta libera e non dell'imposizione.
La Parola è efficace e giungerà a pienezza, ma al presente può essere messa in scacco dalla libertà dell'uomo e dalla sua mancanza di collaborazione.
Nel testo del vangelo abbiamo non solo la parabola del Seminatore, ma anche la sua spiegazione da parte di Gesù.
Secondo le abitudini dell'antico Oriente, si seminava prima di arare la terra, salvo ripulire il campo dalle pietre e dai rovi. Gesù Cristo sparge con abbondanza il
”seme" della Parola. Ma la forza del seme deve fare i conti con vari tipi di terreno. Non basta ascoltare la Parola, occorre comprenderla, farla diventare vita. Essa è insidiata da un approccio puramente intellettuale e dalla superficialità ("il seme seminato lungo la strada": Mt 13,19); dalla mancanza di profondità e da una condotta ricca solo di sensazioni ("il seme seminato sul terreno sassoso": Mt 13,20); dalle ansie della vita e dalla fatica del quotidiano ("il seme seminato tra i rovi": Mt 13,22). Al centro della parabola non ci sono gli atteggiamenti sbagliati e gli errori dell'uomo, ma c'è ciò che fa Dio. Dio è il Seminatore di strade e di cuori generoso e fiducioso, che bada più al frutto di domani che non alla povertà di oggi.
Due piccole osservazioni.
La prima riguarda l'inizio del brano di Matteo. Gesù esce di casa, cerca un momento di distensione in riva al Lago e viene accerchiato improvvisamente da tanta gente. E comincia a parlare. Probabilmente non se l'aspettava. Incontra queste persone senza difficoltà perché conosce il loro mondo, che gli è molto familiare. Ecco. Per parlare alla gente bisogna avere la capacità di osservare la realtà.
Seconda considerazione: noi corriamo un serio pericolo, quello di essere un terreno-deposito, in cui la Parola non penetra, non viene assimilata e non smuove niente. Viene mortificata dall'abitudine.
E l'unico possibile antidoto è starle davanti recuperando il senso della sorpresa. L'impermeabilità del cuore si sconfigge con la vulnerabilità e il senso dello stupore. E proprio perché la Parola non incontra di frequente terreni e cuori ricettivi, si spiega il travaglio attuale. In ogni caso la sofferenza e le difficoltà del momento presente vanno intese come ”doglie del parto", come annuncio di una pienezza di vita che ci aspetta. Non lo spasimo dell'agonia, ma il gemito della nascita ci fa leggere, alla luce della Pasqua, la tensione di uomini e creato verso la salvezza! (II lettura). Dio, contadino saggio e prodigo, ostinato nella fiducia per il seme, sa vedere soprattutto quel piccolo pugno di terra buona nel fondo del nostro cuore. È sicuro che domani saremo più vivi di oggi. Non per merito nostro. Ma a causa della seminagione continua di Dio in noi, terra di sassi e di spine, eppure capace di ricevere e far fiorire la vita! Buona Domenica!

+ Lorenzo

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