Mons. Lorenzo Loppa

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Mons. Lorenzo Loppa Vescovo Emerito della Diocesi di Anagni Alatri

LO SCOPO DI QUESTA PAGINA FACEBOOK NASCE DAL DESIDERIO DI RACCOGLIERE TUTTI I PENSIERI E LE OMELIE DEL VESCOVO EMERITO DI ANAGNI-ALATRI, MONS. LORENZO LOPPA, COSICCHÉ OGNUNO, ASCOLTANDOLI O LEGGENDOLI, POSSA TRARNE SPUNTO PER LA RIFLESSIONE E LA PREGHIERA PERSONALE.

*Tempo Ordinario: 29^ Domenica/A**”Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22,21)*.Le p...
17/10/2026

*Tempo Ordinario: 29^ Domenica/A*

*”Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22,21)*.
Le parole con cui si conclude il vangelo di oggi hanno influenzato la storia della civiltà e sono state punto di riferimento di innumerevoli controversie politiche e religiose. Ma, proprio per questa loro immersione nel groviglio dei conflitti e delle utilizzazioni di parte, è necessario recuperarne lo straordinario messaggio leggendole senza seconde intenzioni e con la sapienza dello Spirito.
Ci troviamo in un passaggio particolare del vangelo di Matteo, esattamente nell'ambito di alcune grandi controversie gerosolimitane, con le quali l'aristocrazia religiosa e intellettuale giudaica si confronta con Gesù su punti nevralgici della fede e dell'interpretazione della legge, con lo scopo di screditare l'autorevolezza del Suo insegnamento. Dinnanzi al Maestro si trovavano due pretese radicali: quella rappresentata dai romani e dagli erodiani, che rivendicava tutto il potere a Cesare, un potere sacro che entrava in maniera prepotente anche nella sfera della coscienza; e, dall'altra parte, quella degli irriducibili teocratici di Israele, che rivendicavano tutto il potere a Dio, disconoscendo qualsiasi autonomia al potere politico.
*”È lecito o no pagare il tributo a Cesare?" (Mt 22,17)*: era una domanda capziosa ed esplosiva nel quadro carico di tensione di un nazionalismo giudaico esasperato. Un "no" di Gesù l'avrebbe messo dalla parte degli zeloti contro i romani. Un "sì" avrebbe compromesso la Sua integrità di maestro religioso contro il Suo popolo. Gesù si sottrae alla trappola tesaGli da gente, che aveva le tasche piene di monete di Cesare e chiede di vedere una moneta. Sul denaro d'argento era impressa l'immagine dell'imperatore (a quel tempo regnava Tiberio); sul lato opposto c'era l'iscrizione "Divo Caesari", "Al divino Cesare (appartiene)". La risposta di Gesù è lapidaria, con un doppio cambio di prospettiva: mentre i Suoi interlocutori usano il verbo "pagare", Lui lo muta in "restituire"; inoltre taglia netto le due parole dell'iscrizione, in quanto Cesare non è Dio! *”Restituite a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22,21)*. La frase, pur nella sua chiarezza, non è una formula magica e risolutiva. Gesù non pone un'alternativa secca mettendo Cesare contro Dio. Non dice
"o...o", ma "e...e". Non Dio o Cesare. Ma Dio e Cesare. Esiste l'ambito della politica e l'ambito della coscienza. Dio non accetta alcun omaggio religioso che sia sostitutivo della giustizia e dell'onestà, dei più elementari doveri civili. Gesù traccia una linea precisa che discrimina la nostra condizione calata nel provvisorio, che da una parte è sotto l'emblema di Cesare (lo stato democratico); dall'altra rimanda ad una condizione ulteriore, che attiene al futuro, il cui principio è la coscienza. E qui siamo oltre i confini del potere politico.
Il cristiano riconosce l'autorità civile e la rispetta con lealtà in ciò che fa di bene, organizzando la convivenza degli uomini. Ma Cesare non deve farsi illusioni. Il cristiano non è alleato del potere, ma dell'uomo. Quando il potere politico si propone come assoluto e impone una scelta contro la coscienza, troverà il rifiuto. D'altronde tutto è di Dio, non nel senso che Lui se ne appropria, ma che lo dona a tutti.
Le persone e la loro coscienza sono di Dio.
"Restituire a Dio" ciò che è di Dio significa - oltre i doveri e gli obblighi civili - vivere la libertà e la fraternità possibile qui e ora. Dio non esautora l'uomo dalle sue responsabilità in ordine al bene comune, ne è invece
l'origine. Solo chi restituisce a Dio ciò che è di Dio, sa cosa dare a Cesare. Ciò che è di Dio, cioè il frutto di cui il Padre gode, è la libertà dei figli e l'amore dei fratelli.

Diamo uno sguardo d'insieme alle pagine bibliche della Domenica.
Uno dei problemi più spinosi e dibattuti fino a poco tempo fa è stato il rapporto tra fede e politica. La Parola di oggi sottolinea che non esiste solo una lettura laica della storia: anche la fede ha diritto ai suoi criteri interpretativi *(I lett - Is 45, 1.4-6)*. Essa comunque non può disconoscere, accanto al potere divino, il potere umano, che deve anzi accettare a tutti i livelli nella sua specifica competenza
*(vangelo - Mt 22, 15-21)*. La comunità cristiana inoltre conosce anche rapporti diversi da quelli semplicemente socio-politici: la fede, la speranza e la carità, che sono "un seme di futuro" nella storia, e un anticipo nel tempo della comunità universale in comunione con Dio, a cui tutta l'umanità è chiamata *(II lett - 1Ts 1, 1-5b)*. In estrema sintesi abbiamo:
- una lettura teologica della storia *(I lettura)*;
- il riconoscimento del potere politico *(vangelo)*;
- la proposta di valori alternativi *(II lettura)*.

La pagina del Secondo Isaia è una interpretazione teologica della storia.
Il Dio biblico agisce nella storia e tutto ciò che salva il popolo diventa strumento e manifestazione dell'agire divino, come il re persiano Ciro, a cui viene attribuito il titolo di "Cristo", eletto dal Signore. Cosa era successo?
Durante l'esilio in Babilonia la speranza di Israele si era affievolita, quasi spenta. Improvvisamente invece la salvezza e la liberazione giunsero inaspettate per mano del nuovo re di Persia, che non conosceva il Signore, un miscredente che, senza saperlo, lavorava a favore del popolo di Dio. Fu grazie a lui e alla sua politica "liberale" che nel 538 a.C. gli Ebrei poterono fare ritorno in patria. Così anche un non credente, senza saperlo, può diventare "servo del Signore"!
L'oracolo isaiano, mentre aiuta Israele ad uscire da un gretto nazionalismo e ad aprirsi ad orizzonti più vasti, proclama l'assoluta libertà di Dio nella scelta di vie e mezzi per il Suo operare nella storia.
A volte le cose giuste possono essere fatte da persone "sbagliate", e le persone "lontane" possono essere state utili alla causa di Dio e del Suo popolo più di tanti "amici" dichiarati con le loro donazioni interessate *(I lettura)*.

La fede però, pur avendo il diritto di riconoscere l'intervento di Dio nella storia e di dare una propria valutazione dei fatti, non può negare o sottovalutare la responsabilità e il potere che spettano all'uomo. L'uomo gestisce la storia tramite il potere politico con cui promuove e difende il bene comune.
*(Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è nei Dio" (Mt 22,21)*.
Abbiamo già detto.
Il cristiano deve essere in prima fila per quanto riguarda il bene comune. Ma il Signore della sua coscienza è solo Dio, e la sua identità è un'identità filiale e fraterna. Faccio solo un piccolo esempio di lealtà civile, tratto dalla domanda rivolta a Gesù sul tributo.
Il Signore risponde: *”Restituite a Cesare..." (Mt 22,21)*.
"Restituisci", perché sei in debito. Se pensiamo a tutto quello che abbiamo ricevuto nel campo dell'istruzione, della salute, dell'educazione, della cultura...Siamo in debito verso famiglia, amici, insegnanti, educatori. Siamo in debito verso il nostro Paese...verso volontari, benefattori...
La nostra vita è un tessuto di debiti...Non solo con lo Stato, ma con la società intera...
Allora la prima forma di solidarietà è restituire e "pagare le tasse", come si dice, per smantellare quel mondo di illegalità abitato dai furbi che guardano con commiserazione gli ingenui. Ma Cesare non è Dio! Le persone appartengono a Dio *(vangelo)*.

Allora il potere politico non può pretendere una fiducia indiscriminata, e non può obbligare a vivere di speranza, di perdono, di carità. La fede operosa, la carità laboriosa, la speranza affidabile sono valori alternativi ai vari rapporti nell'ambito socio-politico. L'apostolo Paolo elogia i cristiani di Salonicco perché sono fedeli maturi e convinti, in quanto non hanno delegato nessuno a decidere al loro posto *(II lettura)*.
Ad essi Paolo regala un appellativo di fronte al quale impallidiscono tutti gli altri titoli:
*”Fratelli amati da Dio" (1Ts 1,4)*. Questa fortuna non riguarda anche noi? Buona Domenica!

*+ Lorenzo*

Domenica celebrerò la Santa messa al Santuario della a Santissima Trinità
16/10/2026

Domenica celebrerò la Santa messa al Santuario della a Santissima Trinità

Tempo Ordinario: 28^ Domenica/ADopo tre parabole con l'allegoria della vigna, al centro della Liturgia di oggi troviamo ...
10/10/2026

Tempo Ordinario: 28^ Domenica/A

Dopo tre parabole con l'allegoria della vigna, al centro della Liturgia di oggi troviamo l'immagine del banchetto e l'invito alla festa del Regno da parte di Dio, che vuole la felicità per tutti gli uomini. La prima lettura e il Vangelo ci parlano del Regno non nei termini austeri di un eremo, di un convento, di un convegno...ma come di una festa conviviale, un luogo di incontro, di amicizia; uno spazio di comunione, di solidarietà, di condivisione e gratuità. Si tratta di un'esplosione di gioia, in cui la saldatura tra corpo e spirito è completa e indivisibile. Tutti i popoli si muovono verso tale convito.
E questo adempimento risponde in pieno alle nostre attese e a quelle di tutta l'umanità. Il futuro di pienezza però affonda le radici nel tempo e nella storia, e inizia a prendere corpo oggi!
Il rapporto tra la storia e il fine della storia, tra presente e futuro, tra impegno dell'uomo e grazia divina, fra entrata nel Regno ed esclusione, fra salvezza e condanna: sono i grossi temi che si intrecciano e si rincorrono nella Parola di oggi.

Il convito messianico esprime la speranza umana in un futuro di gioia e di pienezza per tutti (I lett - Is 25, 6-10a). Ma non solo. È già una scelta e un giudizio che si compie oggi: di esclusione per chi rifiuta l'invito o non ne accetta le condizioni; di salvezza per chi ne accoglie il lieto messaggio (Mt 22, 1-14). Il Regno dunque non è soltanto un compimento in fondo alla storia (I lett), ma è anche all'interno della storia e nel cuore della nostra vita (vangelo).
Ogni credente - sull'esempio dell'apostolo Paolo - deve sentirsi impegnato, a costo di grandi tribolazioni, in questo processo di convocazione di tutti gli uomini alla comunione escatologica
(II lett - Fil 4,12-14.19-20).
Faccio solo notare velocemente che
”il banchetto" non è un simbolo religioso, ma messianico. Per scegliere l'ottica giusta nel guardare alla realtà occorre spostare l'asse di tutte le nostre conoscenze da una direzione di tipo religioso ad una di tipo messianico. Di conseguenza il primo riferimento del credente non è la Chiesa ma il Regno di Dio, di cui la Chiesa è germe, segno e strumento. È il invece il Regno l'aspirazione, o coperta o manifesta, di tutti i popoli. Esso è già iniziato, è presente, e alla Sua luce è necessario investire il presente.

L'oracolo della prima lettura fa parte della
"grande apocalisse di Isaia" (Cfr capp. 24-27). Chi è fedele sa di non camminare nel buio e verso il vuoto.
Sa che il domani appartiene al Signore che chiama "tutti i popoli" (Is 25,6), alla solidarietà reciproca e alla comunione con Lui. I limiti della propria realtà politica e religiosa, la continua insufficienza dei traguardi raggiunti, la speranza di un domani migliore fanno percepire ad Israele che la salvezza piena e definitiva abita nel futuro, a conclusione della storia, e sarà solo un dono di Dio non per pochi privilegiati, ma per tutte le genti. Non ci saranno più fame né morte né vergogna: tutto ciò che spegne e incupisce gli sguardi e sfigura tanti volti svanirà al sole di Dio.
Insieme a quella del convito, altre due immagini configurano la felicità che Dio prepara ai Suoi figli:
il velo - segno del lutto, dell'ignoranza e del rifiuto di Dio - sarà rimosso dai volti (v.7);
e la morte verrà "ingoiata" per sempre (v.8). Tutti i popoli abiteranno per sempre nella casa del Signore
(Cfr Rit. del Salmo responsoriale). E tutti saremo intorno alla stessa mensa sulla quale unico cibo sarà la misericordia di Dio e la Sua fedeltà (I lettura).

Un domani più giusto e umano per tutti è la speranza che cova nel cuore di ognuno. Ma il domani si costruisce nell'impegno di oggi. Appunto il legame dei beni futuri con il presente è messo a tema dalla parabola di Matteo. Gesù riprendendo la speranza di Isaia, avvicina i tempi e vede già nell'oggi il compimento del giudizio finale. Il Regno è giunto nella Sua persona, attorno alla quale deve avvenire la convocazione universale. Alla chiamata divina occorre rispondere subito con la disponibilità e la conversione. Se non si è all'altezza della situazione - e si rifiuta l'invito o non se ne accettano le condizioni - Dio non blocca il Suo progetto. La grazia non accolta, come nella parabola dei vignaioli omicidi
(Cfr Mt 21, 33-43), passa ad altri. Nel brano del vangelo tutto è giocato sul filo della sorpresa, anzi su una serie ininterrotta di sorprese.
La prima consiste nella presentazione stessa del Regno (e siamo in linea con la prima lettura e con quanto abbiamo fin qui accennato). Non abbiamo un Dio accigliato, intento a regolare i conti e ad un controllo rigoroso dei documenti. Abbiamo piuttosto l'invito ad una festa di nozze e alla gioia del convito per il matrimonio del figlio del re.
La seconda sorpresa colpisce per il rifiuto assurdo degli invitati, segno di indifferenza e di estraneità, perfino di fastidio. Tutti hanno cose più importanti da fare: hanno perso il cuore dietro agli affari e alle occupazioni! Alcuni addirittura maltrattano e uccidono i servi che recapitano l'invito
(Cfr Mt 22, 3-7).
Terza sorpresa: il progetto di Dio non si interrompe e la festa non viene sospesa. La legge della "sostituzione" - come per la parabola della vigna (Cfr Mt 21, 33-43) - vale anche per il banchetto. L'invito alla festa viene esteso a tutti:
”Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempi di commensali" (Mt 22,10).
La quarta sorpresa consiste in una svolta drammatica, che vede protagonista un uomo scoperto, in seguito all'ispezione del re, senza "abito nuziale" (Cfr Mt 22, 11-14).
A questo punto l'evangelista Matteo ricorda a tutti come non sia sufficiente aver accolto l'invito e partecipare al banchetto. La fede deve avere influsso sulla vita. Più che il certificato di battesimo è decisiva la vita battesimale. L'abito non è un vestito: è un cambiamento interiore, è diventare
"una nuova creatura", attraversando la vita per rivestirsi di Cristo, assimilando i Suoi gesti, il Suo sguardo, le Sue parole, i Suoi sentimenti!

Come l'apostolo Paolo che porta avanti la sua battaglia per il Vangelo. Di fronte alla centralità di Cristo tutto per lui passa in secondo ordine; da Lui riceve la forza per sconfiggere i condizionamenti della fame e della sazietà, della povertà e della ricchezza: ”Tutto posso in Colui che mi dà forza" (Fil 4,13). Strappato dalla Parola ad affanni troppo meschini, si coinvolge nella causa del Regno senza riserve. Egli sa che il futuro dell'uomo non va barattato, ma semplicemente costruito (II lettura).

Il Vangelo di questa Domenica ci aiuta a non sbagliarci su Dio. Noi pensiamo che Egli ci chiama a servirLo, e invece è Lui che ci serve!
Lo temiamo come Colui che esige sacrifici e rinunce, e invece è il Dio a cui quello che sta più a cuore è la nostra gioia!
Nei momenti difficili siamo presi dal dubbio che sia ai margini della vita, e invece è saldo al cuore della nostra esistenza!
Dio bada più alla nostra sofferenza che ai nostri errori. Tiene più alla nostra felicità che non alla nostra fluttuante e piuttosto risicata fedeltà! Buona Domenica!

+ Lorenzo

*Tempo Ordinario: 27^ Domenica/A*Piantata sulle colline del mondo, la Chiesa è la vigna del Signore. Ogni giorno passa i...
03/10/2026

*Tempo Ordinario: 27^ Domenica/A*

Piantata sulle colline del mondo, la Chiesa è la vigna del Signore. Ogni giorno passa il vendemmiatore nelle persone che cercano il coraggio di vivere e stendono la mano in cerca di frutti. Che cosa raccolgono? Vino che dà gioia o una bevanda imbevibile?
Anche oggi l'immagine della vigna è al centro della Parola.
La storia degli uomini non è abbandonata a sé stessa, ma è interna ad un patto, l'Alleanza tra Dio e l'umanità. La Scrittura usa vari paradigmi per esprimere tale patto: uno dei più importanti è quello della vigna, che "il padrone" ha curato con immenso amore e dalla quale si aspetta dei frutti.
Con l'allegoria della vigna la Liturgia ci conduce oggi a fare un serio esame di coscienza sulla storia della salvezza e, a cominciare da Israele, sul popolo di Dio che ne è segno e strumento. Se l'Alleanza viene spezzata da parte dell'uomo - se nella vigna invece che *”giustizia"* c'è *”spargimento di sangue" (Cfr Is 5,7)* - Dio non si arrende.
Persegue il Suo disegno di vita ristabilendo l'Alleanza, e sostituendo gli strumenti con una "spregiudicatezza" di cui la storia d'Israele, e quella di alcuni momenti della storia della Chiesa, sono una lezione!
Il cammino del popolo d'Israele è tutto agitato all'interno da questa tensione. Da una parte la Promessa di Dio, che ha come sua posta essenziale la crescita della creazione secondo giustizia; dall'altra il popolo che, avendo ricevuto la Promessa, si appropria di tale elezione facendone uno strumento di distinzione e di prepotenza. Allora sorgono i profeti, i vignaioli, gli inviati di Dio i quali denunciano questo stravolgimento dell'Alleanza: il loro destino è la punizione, l'emarginazione, l'uccisione. La parabola dei vignaioli omicidi descrive un momento di crisi radicale nella vita di Gesù, il Messia, e nello sviluppo della storia della salvezza *(Cfr Mt 21, 33-43)*.
Dopo aver parlato attraverso i profeti ai responsabili della vigna d'Israele, da ultimo Dio manda il proprio Figlio per annunciare la vendemmia degli "ultimi tempi": occorre portare frutto, e soprattutto che il popolo di Dio accolga il Messia. Ma i figli non si dimostrano migliori dei padri. Come quelli che avevano perseguitato i profeti, gli scribi e i farisei si preparano ad assassinare l'erede della vigna e a rompere l'Alleanza perdendo il privilegio dell'elezione. La parabola termina con una minaccia: la Chiesa del Risorto sostituirà Israele rilevandone la missione, e farà fruttificare la vigna.
Bisogna però che i nuovi vignaioli corrispondano a loro volta alle attese del Signore che aspetta i frutti. E qui scaturisce l' invito pressante per noi, cristiani del XXI° secolo, ad essere una vigna che non delude!

E proprio il testo del profeta Isaia ci fa toccare con mano la delusione di un lavoratore-amante non corrisposto dalla sua vigna, fatta segno da parte sua di mille attenzioni e di innumerevoli cure. *”Il canto della vigna" (Cfr Is 5, 1-7)* è un inno alla cura amorosa di Dio per il Suo popolo. Ma Israele ha risposto con un rifiuto ostinato. Per cui giungerà inesorabilmente la condanna *(I lett - Is 5, 1-7)*.
L'infedeltà però si paga: il Regno e la gestione del progetto di salvezza passano in mano ai pagani *(vangelo - Mt 21, 33-43)*.
Certamente la Chiesa come tale, secondo la promessa di Gesù non verrà mai meno *(Cfr Mt 16,18)*. Ma non così le singole Chiese locali: esse continueranno come strumenti di salvezza solo nella misura e fino a quando resteranno fedeli alle consegne avute, cioè finché rimarranno al servizio della verità, della giustizia, dei valori che promuovono e salvano l'uomo *(II lett - Fil 4, 6-9)*.

Nel canto struggente di un amante deluso per una vendemmia sfortunata c'è un'oscura minaccia: la vigna verrà abbandonata a sé stessa, lasciata senza protezione e diventerà uno scempio *(Cfr Is 5,6)*. Questa minaccia terribile trova riscontro al tempo di Gesù in queste parole:
*”Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il Regno di Dio e sarà dato ad un popolo che ne produca i frutti" (Mt 21,43)*. L'infedeltà di Israele, in particolare dei Suoi capi, non si limita alla sterilità nella vita religiosa e morale e all'incomprensione dei profeti, ma sfocia addirittura nell'uccisione del Figlio.
L’abuso denunciato verso i "contadini" è quello di un comportamento da "proprietari". Hanno dimenticato di aver avuto la vigna "in concessione" allo scopo di produrre frutti, ma non a proprio vantaggio bensì a vantaggio degli altri *(vangelo)*.
E quali frutti?
Le parole dell'apostolo Paolo ai cristiani di Filippi sono molto chiare: *”In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, quello che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri*. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi" *(Fil 4, 8-9)*. Il versetto n.8 è stato ritenuto come
la "magna charta" dell'umanesimo cristiano. A farci caso, non si tratta di valori tipici del cristianesimo. Sono tutti valori umani. Che cosa invece abbiamo noi cristiani più degli altri? Cristo Signore, crocifisso e risorto, vicino a ognuno di noi, piena rivelazione del Padre e senso del nostro cammino, vita e speranza nostra e del mondo. Cristo Gesù - a pensarci bene - non ci chiede nulla di eccezionale. Ci suggerisce, attraverso lo Spirito, il possibile che dobbiamo produrre e l'impossibile che dobbiamo attendere dal Padre! A noi cristiani viene chiesto di essere fedeli a Dio e all'uomo. Si tratta di "misurare" la nostra fede con l'essere umano; di mettere tutto ciò che abbiamo
(le nostre liturgie, le nostre catechesi, le nostre teologie, i nostri organismi e i nostri programmi) a
confronto con l'uomo per il quale la nostra esistenza è senza senso, e che passa davanti alle nostre chiese e alle nostre comunità scuotendo la testa, perché non vi sente il respiro delle sue speranze. In realtà è sempre la stagione del raccolto.
Mi avvio verso la conclusione con un augurio: le persone, che bussano alle nostre porte in cerca di frutti - quali pane, Vangelo, giustizia, coraggio, luce - possano trovare in noi vino buono e forza di vivere e di ricominciare. E la ricompensa? Straordinaria: *”E il Dio della pace sarà con voi!" (Fil 4,9)*. Buona Domenica!

*+ Lorenzo*

Martedì 29 settembre, su invito del parroco di Strangolagalli, don Luigi Crescenzi, nella Chiesa di San Michele Arcangel...
01/10/2026

Martedì 29 settembre, su invito del parroco di Strangolagalli, don Luigi Crescenzi, nella Chiesa di San Michele Arcangelo, il Vescovo Emerito di Anagni-Alatri, Mons. Lorenzo Loppa ha presieduto la Santa messa in onore del Santo Patrono cui è intitolata la Chiesa. Erano presenti le autorità civili e militari e tanti fedeli. Durante l’omelia, il vescovo ha avuto parole di ringraziamento per il parroco don Luigi, l’amministrazione comunale, nella persona del Sindaco, Mauro Celli, per il gradito invito. Al termine della celebrazione si é svolta la processione in onore di San Michele Arcangelo per le vie cittadine.

Tempo Ordinario: 26^ Domenica/ASiamo cristiani di sostanza o di facciata? La Parola di oggi ci aiuta a rispondere con si...
26/09/2026

Tempo Ordinario: 26^ Domenica/A

Siamo cristiani di sostanza o di facciata? La Parola di oggi ci aiuta a rispondere con sincerità. La parabola dei due figli, a cui il padre chiede di andare a lavorare nella vigna, è tipica del vangelo di Matteo (Cfr 21, 28-32).
Ci racconta di un padre che si ritrova in casa un figlio ribelle e uno servile. Il primo, poco incline a sottomettersi immediatamente, davanti alla richiesta, gli butta in faccia un ”Non ne ho voglia" (Mt 21,29), ma poi si pente e obbedisce. Il secondo gli dice subito di sì, ma non fa nulla (Cfr Mt 21,30). Tutti e due i figli si pentono: il primo del no, il secondo del sì.
Ma, pur essendo così diversi tra loro, hanno qualcosa in comune: la stessa idea del Padre come un padre-padrone, uno che comanda, a cui sottomettersi o ribellarsi. A nessuno dei due viene in mente che la vigna è anche loro, e che tutto quello che produrrà sarà anche a loro vantaggio. Qualcosa però cambia l'atteggiamento del primo: ”Si pentì", afferma Gesù (Cfr Mt 21,29). Cioè cambia modo di vedere e di stare davanti al padre e alla vigna. Il padre allora non è più un despota a cui ribellarsi o da ingannare, ma una persona che lo chiama a collaborare per una vendemmia importante e per una festa di tutta la famiglia. Cambia anche il modo di considerare il suo lavoro, che non è quello di un salariato, ma quello di un figlio. La vigna è proprietà di tutta la famiglia e il lavoro sarà un impasto di fatica e di speranza. ”Chi dei due ha fatto la volontà del padre?" (Mt 21,31): è il centro della parabola!
E tale volontà non è semplicemente quella di essere obbedito. È piuttosto quella di avere dei figli che collaborino alla custodia e alla coltivazione della vigna, alla maturazione del mondo per frutti di bontà, di generosità, di coraggio, di pace, di comprensione, di misericordia e di perdono. Oggi siamo invitati da questa parabola a riflettere sul vero senso dell'obbedienza.
C'è chi appare indisciplinato e scomposto, ma sostanzialmente è animato da un amore reale. E c'è chi ha l'inchino facile, ma normalmente si ritrova una schiena piuttosto restia a portare i pesi.
Evidentemente Dio gradisce coloro che dicono "sì" e fanno "sì". Tuttavia è evidente che tra chi non ha la parola giusta sulla bocca, ma offre un impegno convincente, e chi dice e non fa, le Sue preferenze vadano al primo. La parabola rappresenta l'inesorabile condanna di un cristianesimo "declamatorio", gonfio di parole, formule, riunioni- fiume, ma vuoto di fatti concreti.
L'ortodossia (il corretto modo di pensare e di credere) è importante. Ma decisiva, per la misura evangelica della nostra vita, è l'ortoprassi (il corretto modo di agire). ”Chi fa la verità viene alla luce", dice Gesù a Nicodemo (Gv 3,21). È la pratica di vita, e non la teoria, la via per conoscere Dio, l'uomo, il senso della vita. È il pane spezzato a chi ha fame, il bicchiere d'acqua offerto a chi ha sete, il pianto asciugato a chi soffre... Si può pure incespicare nel campo delle formule teologiche, ma quello che decide è il comportamento concreto: ”Quando mai ti abbiamo visto affamato, assetato, forestiero, n**o, malato o in carcere e ti abbiamo assistito?"
(Cfr Mt 25, 37-40). Si può amare Gesù Cristo senza riconoscerLo. La gloria di Dio non viene compromessa, se non ci troviamo a nostro agio tra le formule teologiche. Ma la Sua immagine viene offuscata, se neghiamo un atto di misericordia!

Alcuni dei temi possibili per una lettura sintetica della Liturgia della Parola:
- "Ortodossia e ortoprassi";
- "Il sì non è una parola";
- "Libertà, responsabilità, obbedienza".

Oggi si sbandiera la libertà in ogni dove, per cui la parola "obbedienza" sembra quasi offensiva. Ma si può gestire la propria esistenza in modo assolutamente autonomo, senza un riferimento a valori precisi? La Parola afferma che il disordine morale porta l'uomo alla rovina (I lett - Ez 18, 25-28), che il Cristo raggiunge la pienezza della vita attraverso "una discesa" vertiginosa nella valle della condizione umana, con tutti i suoi limiti e condizionamenti (II lett - Fil 2, 1-11), che non basta - in ordine alla salvezza - un'adesione puramente verbale e di facciata ai valori, ma è necessaria la loro traduzione nella vita concreta (vangelo - Mt 21, 28-32).

Nessuno è senza futuro, purché lo voglia. Il profeta Ezechiele, dopo aver sottolineato la solidarietà e la corresponsabilità che legano i membri di una comunità, in questo testo mette in evidenza la responsabilità individuale. Per cui è possibile liberarsi del passato, diventare padroni del proprio destino e artefici di futuro. Se non sei quello che dovresti essere, non devi incolpare l'albero genealogico o i condizionamenti sociali. Ezechiele vuole farci capire che quello che siamo può essere la conseguenza di una libera decisione che abbiamo preso in passato o che assumiamo oggi. I "no" di ieri non legano cuore e cervello. Un semplice "sì" ha il potere di cancellare tutti i "no" precedenti (I lettura).

Dopo l'ingresso messianico a Gerusalemme e la purificazione del Tempio, Gesù cerca frutti da un albero di fico, ma vi trova solo foglie (Cfr Mt 21, 18 e ss.).
I sacerdoti e i notabili del popolo sono come il fico, che ha tante foglie e nessun frutto...e non si convertiranno mai, fino a quando si crederanno giusti!
I peccatori non fanno la volontà di Dio, ma non possono fingersi giusti. "Fare la volontà del Padre", lavorare nella vigna, significa riconoscersi figli e vivere da fratelli e sorelle. Questo è possibile solo a chi si converte. Ma si converte solo chi sente disagio del proprio male. "Pubblicani è pr******te" hanno la patente di peccatori riconosciuti. Noi, fino a che non ci identifichiamo con loro, non abbiamo nemmeno la dignità di riconoscerci come tali. Il "sì" della bocca è assolutamente insufficiente (vangelo).

Un test attendibile circa l'autenticità del nostro "sì" è quello della vita comunitaria. Troppo spesso il tessuto della vita ecclesiale viene lacerato da rivalità, spirito di competizione, ambizione.
”Non fate nulla per rivalità e vanagloria... Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Gesù Cristo" (Fil 2, 3-5), scongiura l'apostolo Paolo. L'affermazione di sé, il protagonismo, l'invidia e il voler essere un gradino superiore agli altri sono un virus molto forte che insidia spesso la vita delle nostre comunità. Il "sì" della carità implica necessariamente il "no" dell'umiltà. Ossia il "no" opposto all'amor proprio e alla vanità. Non basta avere sulle labbra la parola amore. Occorre possedere "dentro" il sentire di Gesù Cristo, la Sua abissale ambizione di diventare ultimo e servo di tutti, coltivando la vigna del Signore e non il nostro io. Anche perché non avremo mai finito di cominciare ad essere cristiani. E ritrovare ogni mattina il nostro convinto "sì", che non è una semplice parola!
Buona Domenica!

+ Lorenzo

Per rivivere quel giorno emozionante!🥰
22/09/2026

Per rivivere quel giorno emozionante!🥰

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Il 22 settembre 2002, nella splendida cornice della Cattedrale di Anagni, il Card. Camillo Ruini consacrava Vescovo Mons...
22/09/2026

Il 22 settembre 2002, nella splendida cornice della Cattedrale di Anagni, il Card. Camillo Ruini consacrava Vescovo Mons. Lorenzo Loppa che assumeva la guida pastorale della città dei Papi e la successiva domenica 29, quella di Alatri con il tradizionale ingresso a dorso di una mula bianca. A seguire alcune immagini di quelle giornate memorabili. A Mons. Loppa gli auguri degli amministratori di questa pagina Filippo Rondinara e Loppa Giovanna per il suo 24mo anniversario di ordinazione episcopale! GRATIS ACCEPISTIS, GRATIS DATE!

Tempo Ordinario: 25^ Domenica/ADio è diverso! È un Dio buono, non un padrone! Non è un contabile, perché un Dio ragionie...
19/09/2026

Tempo Ordinario: 25^ Domenica/A

Dio è diverso! È un Dio buono, non un padrone! Non è un contabile, perché un Dio ragioniere non converte nessuno. È un Dio della vita e della bontà senza un perché, che trasgredisce le regole del mercato, che ci stordisce di sorprese.
Se non segue la logica della giustizia, è per dare di più, per garantire il "denaro" insperato ("la paga" della vita) a tutti i Suoi figli.
Per tre Domeniche di seguito Gesù ci racconta parabole sulla vigna. Quella di oggi è un po' indigesta. Dobbiamo ammettere che proviamo un certo disagio di fronte al fatto che, tra gli operai ingaggiati in varie ore del giorno per lavorare nella vigna, quelli dell'ultim'ora - che hanno fatto appena in tempo a sporcarsi le mani - ricevano dal padrone il salario intero come gli altri. Non ci sembra giusto il comportamento del padrone che non accetta le rimostranze di quelli che sono stati assunti al mattino, disprezzando spudoratamente le regole più elementari della giustizia. Se il Regno dei cieli è simile a tutto questo, si tratta di "un mondo" al di fuori dei nostri principi di coerenza e di logica. E la cosa risulta ancora più grave, perché Gesù racconta questa storia per giustificarsi e difendersi dalle malelingue che gli rimproveravano la frequentazione di persone di dubbia onestà e di facili costumi. Veramente la parabola di oggi ci sconcerta! Ma bisogna lasciarla così! Eppoi non è certo che si possa capire tutto!
Ma andiamo con ordine e vediamo le letture, mettendo in parallelo la prima e il Vangelo. Dio è ”Il totalmente Altro"! Dio è diverso! Non è riducibile ai nostri schemi, i Suoi pensieri non sono i nostri pensieri e le Sue vie non sono le nostre vie (I lett - Is 55, 6-9).
Noi definiamo i reciproci rapporti in base alle prestazioni effettive, parametro che inconsciamente trasferiamo anche alla vita religiosa e al nostro rapporto con il Signore. Dio invece agisce secondo criteri inattesi di gratuità assoluta (vangelo - Mt 20, 1-16). Ci avviciniamo alla Sua logica quando, nella personale unione a Cristo, ci dedichiamo decisamente al servizio della comunità ecclesiale e del mondo, cercando di accumulare non benemerenze o anniversari, ma disponibilità e servizio
verso tutti (II lett - Fil 1, 20c - 24. 27a).

I versetti della prima lettura costituiscono l'epilogo del libro del Secondo-Isaia (capp. 40-55) e testimoniano la fine dell'esilio in Babilonia. La narrazione era iniziata con un invito alla consolazione (Cfr Is 40). Termina con un'esortazione a
”cercare il Signore" (Cfr Is 55,6). Le strade e i progetti di Dio non sono le strade e i progetti dell'uomo.
Israele pensava di poter disporre liberamente di Dio, di poterLo incontrare con certezza nel culto del tempio e nella fedeltà alle pratiche religiose.
L'amara esperienza dell'esilio lo portò a ricredersi sulle sue sicurezze. Israele toccò con mano come i disegni di Dio siano ben diversi da quelli dell'uomo. Certo, Dio rimane Colui che ”è vicino" e che si fa ”trovare" (Cfr Is 55,6);
ma si manifesta anche come Colui che non è manipolabile, il totalmente Altro (Cfr Is 55, 8-9). L'invito profetico a ”cercare il Signore" allora cessa di esprimere l'andata al Tempio per significare
”conversione", abbandono delle proprie vie per fare ritorno a quelle del Signore, incamminandosi verso la patria e la
libertà. L'unico atteggiamento possibile per Israele rimane la fede in JHWH, l'umile ricerca della Sua Parola che libera e salva, proprio nel momento più insperato (I lettura).

”Tu sei un Dio misterioso e nascosto..." (Is 45,15): la diversità di Dio e la Sua
”lontananza" dai nostri modi di osservare la realtà risaltano in modo particolare nella parabola evangelica degli operai, mandati in diverse ore del giorno, a lavorare nella vigna (Cfr Mt 20, 1-16).
Essa vuole descrivere la generosità di Dio e la libertà con cui agisce (Cfr Mt 20,14).
Pur rispettando la giustizia (dona la paga pattuita), il proprietario la sa anche superare dando agli ultimi la ricompensa dell' intera giornata (Cfr Mt 20,9).
Faccio qualche sottolineatura.
Davanti a Dio non è questione di merito, di quantità o qualità di lavoro, e nemmeno di anzianità di servizio (ad es. venticinquesimi, cinquantesimi, giubilei...). Come la chiamata al lavoro nella vigna è grazia, anche "il salario" è dono! L'impegno personale è fuori discussione ed è presupposto. Ma la ricompensa appartiene alla gratuità e alla generosità di Dio, non al calcolo puntiglioso delle prestazioni...
È incredibile, se ci pensiamo bene: si accetta senza fiatare la Trinità, la transustanziazione, la risurrezione dei morti... Ma la larghezza del cuore di Dio fa problema! Certe persone "religiose" fanno fatica a perdonare a Dio... il Suo perdono!
Per il Signore, più che l'anzianità di servizio, è decisiva la freschezza del servizio. Se volessimo scovare il fulcro della parabola, dovremmo andare alle battute finali e all'ultima parola che "il padrone" rivolge ad uno degli operai, immagino uno dei più esagitati, invitandolo a ritirare il suo "giusto" salario: ”Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure sei invidioso perché io sono buono?" (Mt 20, 13-15). Alla lettera potremmo tradurre così:
”Oppure il tuo occhio è cattivo perché io sono buono” (Mt 20,15). Tutti i guai dipendono dal fatto che i nostri occhi siano più vicini al cervello che al cuore. Il rimedio consiste non solo nel collocare gli occhi più vicini al nostro cuore, ma soprattutto al cuore di Dio. Dio non è un socio di affari con cui possiamo barattare la salvezza. Non la prestazione fa da copertura alla vita del credente, ma la gratuità del Dono
(vangelo). Un'interpretazione bella della parabola è quella offerta dall'apostolo Paolo (cfr Fil 1, 20c -24. 27a). Di fronte all'alternativa tra il continuare a vivere e il martirio, non fa il calcolo dei suoi meriti. L'unica sua preoccupazione, più che aggiungere anni, è quella di accumulare servizio, ossia un guadagno per gli altri (II lettura).
Il mistero del Padre della luce, del Dio di Gesù Cristo, si schiude per noi solo se andiamo verso l'essere umano (il lavoro nella vigna). Nel Vangelo il mistero di Dio e il mistero dell'uomo sono legati a filo doppio. La conoscenza e l'amore per il Signore vanno di pari passo con la conoscenza e l'amore per l'essere umano.
”Tu sei un Dio misterioso e nascosto..." (Is 40,15): più si restituisce a Dio la Sua santità e la Sua diversità, più ci si inginocchia in silenzio davanti alla Sua luce inaccessibile, più si rispetta l'essere umano, promuovendo la sua dignità e libertà e abbattendo muri e barriere che rendono ancora così disumana l'umanità! Buona Domenica!

+ Lorenzo

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