17/10/2026
*Tempo Ordinario: 29^ Domenica/A*
*”Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22,21)*.
Le parole con cui si conclude il vangelo di oggi hanno influenzato la storia della civiltà e sono state punto di riferimento di innumerevoli controversie politiche e religiose. Ma, proprio per questa loro immersione nel groviglio dei conflitti e delle utilizzazioni di parte, è necessario recuperarne lo straordinario messaggio leggendole senza seconde intenzioni e con la sapienza dello Spirito.
Ci troviamo in un passaggio particolare del vangelo di Matteo, esattamente nell'ambito di alcune grandi controversie gerosolimitane, con le quali l'aristocrazia religiosa e intellettuale giudaica si confronta con Gesù su punti nevralgici della fede e dell'interpretazione della legge, con lo scopo di screditare l'autorevolezza del Suo insegnamento. Dinnanzi al Maestro si trovavano due pretese radicali: quella rappresentata dai romani e dagli erodiani, che rivendicava tutto il potere a Cesare, un potere sacro che entrava in maniera prepotente anche nella sfera della coscienza; e, dall'altra parte, quella degli irriducibili teocratici di Israele, che rivendicavano tutto il potere a Dio, disconoscendo qualsiasi autonomia al potere politico.
*”È lecito o no pagare il tributo a Cesare?" (Mt 22,17)*: era una domanda capziosa ed esplosiva nel quadro carico di tensione di un nazionalismo giudaico esasperato. Un "no" di Gesù l'avrebbe messo dalla parte degli zeloti contro i romani. Un "sì" avrebbe compromesso la Sua integrità di maestro religioso contro il Suo popolo. Gesù si sottrae alla trappola tesaGli da gente, che aveva le tasche piene di monete di Cesare e chiede di vedere una moneta. Sul denaro d'argento era impressa l'immagine dell'imperatore (a quel tempo regnava Tiberio); sul lato opposto c'era l'iscrizione "Divo Caesari", "Al divino Cesare (appartiene)". La risposta di Gesù è lapidaria, con un doppio cambio di prospettiva: mentre i Suoi interlocutori usano il verbo "pagare", Lui lo muta in "restituire"; inoltre taglia netto le due parole dell'iscrizione, in quanto Cesare non è Dio! *”Restituite a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22,21)*. La frase, pur nella sua chiarezza, non è una formula magica e risolutiva. Gesù non pone un'alternativa secca mettendo Cesare contro Dio. Non dice
"o...o", ma "e...e". Non Dio o Cesare. Ma Dio e Cesare. Esiste l'ambito della politica e l'ambito della coscienza. Dio non accetta alcun omaggio religioso che sia sostitutivo della giustizia e dell'onestà, dei più elementari doveri civili. Gesù traccia una linea precisa che discrimina la nostra condizione calata nel provvisorio, che da una parte è sotto l'emblema di Cesare (lo stato democratico); dall'altra rimanda ad una condizione ulteriore, che attiene al futuro, il cui principio è la coscienza. E qui siamo oltre i confini del potere politico.
Il cristiano riconosce l'autorità civile e la rispetta con lealtà in ciò che fa di bene, organizzando la convivenza degli uomini. Ma Cesare non deve farsi illusioni. Il cristiano non è alleato del potere, ma dell'uomo. Quando il potere politico si propone come assoluto e impone una scelta contro la coscienza, troverà il rifiuto. D'altronde tutto è di Dio, non nel senso che Lui se ne appropria, ma che lo dona a tutti.
Le persone e la loro coscienza sono di Dio.
"Restituire a Dio" ciò che è di Dio significa - oltre i doveri e gli obblighi civili - vivere la libertà e la fraternità possibile qui e ora. Dio non esautora l'uomo dalle sue responsabilità in ordine al bene comune, ne è invece
l'origine. Solo chi restituisce a Dio ciò che è di Dio, sa cosa dare a Cesare. Ciò che è di Dio, cioè il frutto di cui il Padre gode, è la libertà dei figli e l'amore dei fratelli.
Diamo uno sguardo d'insieme alle pagine bibliche della Domenica.
Uno dei problemi più spinosi e dibattuti fino a poco tempo fa è stato il rapporto tra fede e politica. La Parola di oggi sottolinea che non esiste solo una lettura laica della storia: anche la fede ha diritto ai suoi criteri interpretativi *(I lett - Is 45, 1.4-6)*. Essa comunque non può disconoscere, accanto al potere divino, il potere umano, che deve anzi accettare a tutti i livelli nella sua specifica competenza
*(vangelo - Mt 22, 15-21)*. La comunità cristiana inoltre conosce anche rapporti diversi da quelli semplicemente socio-politici: la fede, la speranza e la carità, che sono "un seme di futuro" nella storia, e un anticipo nel tempo della comunità universale in comunione con Dio, a cui tutta l'umanità è chiamata *(II lett - 1Ts 1, 1-5b)*. In estrema sintesi abbiamo:
- una lettura teologica della storia *(I lettura)*;
- il riconoscimento del potere politico *(vangelo)*;
- la proposta di valori alternativi *(II lettura)*.
La pagina del Secondo Isaia è una interpretazione teologica della storia.
Il Dio biblico agisce nella storia e tutto ciò che salva il popolo diventa strumento e manifestazione dell'agire divino, come il re persiano Ciro, a cui viene attribuito il titolo di "Cristo", eletto dal Signore. Cosa era successo?
Durante l'esilio in Babilonia la speranza di Israele si era affievolita, quasi spenta. Improvvisamente invece la salvezza e la liberazione giunsero inaspettate per mano del nuovo re di Persia, che non conosceva il Signore, un miscredente che, senza saperlo, lavorava a favore del popolo di Dio. Fu grazie a lui e alla sua politica "liberale" che nel 538 a.C. gli Ebrei poterono fare ritorno in patria. Così anche un non credente, senza saperlo, può diventare "servo del Signore"!
L'oracolo isaiano, mentre aiuta Israele ad uscire da un gretto nazionalismo e ad aprirsi ad orizzonti più vasti, proclama l'assoluta libertà di Dio nella scelta di vie e mezzi per il Suo operare nella storia.
A volte le cose giuste possono essere fatte da persone "sbagliate", e le persone "lontane" possono essere state utili alla causa di Dio e del Suo popolo più di tanti "amici" dichiarati con le loro donazioni interessate *(I lettura)*.
La fede però, pur avendo il diritto di riconoscere l'intervento di Dio nella storia e di dare una propria valutazione dei fatti, non può negare o sottovalutare la responsabilità e il potere che spettano all'uomo. L'uomo gestisce la storia tramite il potere politico con cui promuove e difende il bene comune.
*(Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è nei Dio" (Mt 22,21)*.
Abbiamo già detto.
Il cristiano deve essere in prima fila per quanto riguarda il bene comune. Ma il Signore della sua coscienza è solo Dio, e la sua identità è un'identità filiale e fraterna. Faccio solo un piccolo esempio di lealtà civile, tratto dalla domanda rivolta a Gesù sul tributo.
Il Signore risponde: *”Restituite a Cesare..." (Mt 22,21)*.
"Restituisci", perché sei in debito. Se pensiamo a tutto quello che abbiamo ricevuto nel campo dell'istruzione, della salute, dell'educazione, della cultura...Siamo in debito verso famiglia, amici, insegnanti, educatori. Siamo in debito verso il nostro Paese...verso volontari, benefattori...
La nostra vita è un tessuto di debiti...Non solo con lo Stato, ma con la società intera...
Allora la prima forma di solidarietà è restituire e "pagare le tasse", come si dice, per smantellare quel mondo di illegalità abitato dai furbi che guardano con commiserazione gli ingenui. Ma Cesare non è Dio! Le persone appartengono a Dio *(vangelo)*.
Allora il potere politico non può pretendere una fiducia indiscriminata, e non può obbligare a vivere di speranza, di perdono, di carità. La fede operosa, la carità laboriosa, la speranza affidabile sono valori alternativi ai vari rapporti nell'ambito socio-politico. L'apostolo Paolo elogia i cristiani di Salonicco perché sono fedeli maturi e convinti, in quanto non hanno delegato nessuno a decidere al loro posto *(II lettura)*.
Ad essi Paolo regala un appellativo di fronte al quale impallidiscono tutti gli altri titoli:
*”Fratelli amati da Dio" (1Ts 1,4)*. Questa fortuna non riguarda anche noi? Buona Domenica!
*+ Lorenzo*