05/09/2026
*Tempo Ordinario: 23^ Domenica/A*
La Chiesa è comunità di riconciliazione in cui ciascuno è responsabile della fede e della santità dei propri fratelli e sorelle. All'interno del "Discorso sulla vita comunitaria" è situato il brano dell'evangelista Matteo sulla correzione fraterna. E conservare la comunione fraterna significa in fondo salvare l'efficacia della preghiera della Chiesa, subordinata alla concordia che regna nella comunità, garanzia della presenza dell'Emanuele che intercede per essa
*(Cfr Mt 18, 15-20)*.
"Fatti gli affari tuoi!".
Talvolta questa espressione fiorisce sulle nostre labbra, condannandoci alla ingannevole autosufficienza dell' "ognuno per sé". Ricordiamo tutti la risposta terribile e disumana di Caino al Signore che gli chiedeva conto di suo fratello Abele:
*”Sono forse io il custode di mio fratello?" (Gen 4,9)*. Invece Gesù ci sfida a sentirci responsabili gli uni degli altri, profondamente e concretamente solidali, fino al punto di metterci in guardia reciprocamente qualora qualcuno commettesse ingiustizie.
La presenza del male non riguarda solo la Chiesa del passato o la società di altri tempi:
è un problema con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni.
Che atteggiamento dobbiamo assumere nei confronti di un fratello o una sorella che si comportano male nuocendo alla vita comunitaria?
Nei primi secoli i cristiani erano un'esigua minoranza, e di conseguenza si preoccupavano in modo particolare della loro reputazione; ma più che per la stima degli altri, essi erano guidati dall'esigenza forte della concordia e dall'unione provenienti dalla ca**tà divina. Scaturisce di qui la procedura adottata per estirpare ogni radice di male e rimuovere ogni causa di disaccordo tra cristiani. C'è in questa procedura qualcosa di antico, di lontano. Ma dobbiamo sapere che in essa la comunità giudaico - cristiana del vangelo di Matteo aveva tentato di tradurre, in termini quasi giuridici, il precetto di Gesù sull'amore vicendevole. È una prassi per la disciplina comunitaria che unisce saggiamente prudenza e pazienza,
e che rivela la preoccupazione di permettere l'ascolto e il dialogo, perché a ciascuno vengano offerte le più ampie possibilità di rimanere nella comunione. La comunità non deve comportarsi come un tribunale che sanziona una colpa con la condanna, ma deve agire in base alla misericordia che supera i puri confini del diritto e tende a riconciliare. E anche se il fratello o la sorella fossero ostinati nell'errore, la comunità non deve mai privarli del sostegno della preghiera.
Ma vediamo prima, insieme al testo di Matteo, anche le altre due pagine bibliche.
Il diritto non basta a regolare i rapporti tra le persone. Questi potranno essere soddisfacenti solo se vissuti in una logica di amore, che dà senso, unità e compimento ai diversi precetti morali e sociali *(II lett - Rm 13, 8-10)*. Ciò non esclude, anzi implica la chiara denuncia del male, sia personale che comunitario, e l'invito al suo superamento *(I lett - Ez 32, 1. 7-9)*, e ogni tipo di azione - dal rapporto personale a quello istituzionale - che sia atta a recuperare il fratello o la sorella, o almeno a metterli in condizione di non nuocere alla collettività *(vangelo - Mt 18, 15-20)*.
I testi biblici di oggi collocano la correzione fraterna nel contesto più vasto di una responsabilità ampia che ognuno di noi ha nei confronti di chi, in buona o cattiva fede, sbaglia e commette il male. A cominciare dalla denuncia.
Il profeta Ezechiele, costituito dal Signore
"sentinella" di Israele
*(Cfr 33,7)*, ha il compito di "denunciare" la mancanza di fede del suo popolo, di ammonire, di richiamate il peccatore per distoglierlo dalla sua condotta. Egli non può restare indifferente o neutrale di fronte al male che vede intorno a sé. Deve assumere un preciso atteggiamento di richiamo per convertire. Sa che il silenzio rende corresponsabili degli errori altrui. Al profeta, come anche a ciascuno di noi, il Signore rivolge un ammonimento: un giorno risponderete non soltanto dei vostri errori personali, ma anche di quelli degli altri. La legge umana punisce la mancata assistenza a chi è in pericolo di morte; la legge di Dio punisce la mancata assistenza a chiunque rischia di perdere l'amicizia di Dio a causa del peccato *(I lettura)*.
La figura della "sentinella" è solo un elemento del compito del cristiano. Non si tratta solo di avvertire. Si tratta di essere custodi concreti dei propri fratelli, perché essi sono "un guadagno", un tesoro, una ricchezza: *”Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello" (Mt 18,15)*.
Nel processo del recupero, emerge anzitutto l'idea che con il male non ci deve essere alcuna tolleranza, anche se con chi ha sbagliato occorre sempre comprensione e rispetto. Costui in primo luogo va ammonito faccia a faccia; se necessario, si procederà in un secondo momento al confronto con più persone; solo alla fine, se anche ciò risulterà insufficiente, potrà interve**re la Chiesa con la sua autorità. Occorre comprensione, ma anche decisione.
La procedura, registrata da Matteo, non va confusa con un processo. Si tratta piuttosto di una mano tesa ostinatamente e delicatamente verso l'altro che minaccia di allontanarsi e di separarsi. Prima ancora di far capire al fratello o alla sorella che hanno sbagliato, occorre convincerli che sono amati, nonostante tutto. La ca**tà, la pazienza, la misericordia, il rispetto sono le luci attraverso le quali chi ha sbagliato può scoprire il proprio errore di rotta. Più che richiamarlo all'ordine, occorre richiamarlo a lasciarsi amare.
"La correzione fraterna" è l'antidoto alla mormorazione e al pettegolezzo, e implica l'abbandono di qualsiasi atteggiamento di superiorità *(vangelo)*.
Alla base della nostra responsabilità di "sentinelle" e di "custodi" ci deve essere una logica d'amore. Il diritto è necessario, ma non è tutto. Solo l'amore fa sì che la denuncia non diventi rivincita e che la correttezza esteriore non sia puramente formale.
L'apostolo Paolo sostiene che abbiamo un debito con tutti, quello dell'amore
*(Cfr Rm 13,8)*. E tale debito non sarà mai onorato una volta per tutte. La ca**tà è un credito che gli altri vantano nei nostri confronti, sempre e ovunque. E ciò che ci autorizza ad entrare nella vita degli altri è la fraternità che tentiamo di vivere, non la verità che crediamo di possedere.
*”Non siate debitori di nulla a nessuno se non dell'amore vicendevole" (Rm 13,8)*: il debito della vita, il debito di esistere si paga con l'amore. Tutto sulla terra si paga con il denaro. Solo il senso della vita si paga con l'amore! Buona Domenica!
*+ Lorenzo*