Mons. Lorenzo Loppa

Mons. Lorenzo Loppa Vescovo Emerito della Diocesi di Anagni Alatri

LO SCOPO DI QUESTA PAGINA FACEBOOK NASCE DAL DESIDERIO DI RACCOGLIERE TUTTI I PENSIERI E LE OMELIE DEL VESCOVO EMERITO DI ANAGNI-ALATRI, MONS. LORENZO LOPPA, COSICCHÉ OGNUNO, ASCOLTANDOLI O LEGGENDOLI, POSSA TRARNE SPUNTO PER LA RIFLESSIONE E LA PREGHIERA PERSONALE.

*Tempo Ordinario: 11^ Domenica/A**”Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" (Mt 10,8)*. Sostanza della vita cri...
13/06/2026

*Tempo Ordinario: 11^ Domenica/A*

*”Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" (Mt 10,8)*. Sostanza della vita cristiana è accogliere la vita come dono e gestirla come dono per tutti. Nel Tempo Ordinario ritroviamo il Vangelo di Matteo, che ha come portale del "Discorso della montagna" le Beatitudini, le felicitazioni di Dio ad alcune categorie di persone non per le situazioni che vivono, ma per come le attraversano: *”Beati!...Beati!...Beati!" (Mt 5, 1-12)*. La vera felicità nasce dal riconoscere nella storia l'intervento di Dio, che si china sui poveri, sugli afflitti, sugli umiliati; dal sentirsi bisognosi di Lui; dal collaborare con Lui perché questa felicità si realizzi e raggiunga tutti i Suoi figli. Il segreto della vita di fede è credere nell'amore di Dio, sentirsi amati da Lui ed essere, a nostra volta, sacramento del Suo amore per tutti. La Parola di questa Domenica ci racconta che la nostra è una storia di liberazione. Ogni cammino dalla schiavitù alla libertà, anche il più personale e circoscritto, non è fine a sé stesso, ma diventa significativo per tutta l'umanità.
Al Sinai Israele perviene ad una tappa fondamentale della Sua storia. Da gente raccogliticcia, da parte di un tutto (che si chiamava Faraone) diventa partner di Dio nell'Alleanza. Diventa un popolo. Il patto che Dio offre al Suo popolo si articola su tre elementi: il ricordo della salvezza donata e raggiunta; l'impegno dell'uomo; la Promessa di Dio:
*”Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto ve**re fino a me" (Es 19,4).* L'obbedienza al patto per Israele sarà l'unica garanzia per non tornare in Egitto e servire il Signore, come *”regno di sacerdoti"* e come *”una nazione santa"*, come popolo che appartiene all'unico Dio *(I lett - Es 19, 2-6a)*. Dio però non toglie Israele dall'Egitto per lasciarlo nel deserto, ma per condurlo alla Terra Promessa: se dà inizio ad un processo di liberazione, non è per lasciarlo a metà, ma per portarlo fino in fondo, fino al pieno compimento. Se ci ha portato alla riconciliazione con Lui *”mentre eravamo ancora peccatori" (Rm 5, 6.8)* e *”nemici"*
*”Rm 10,10)*, *”a maggior ragione ora saremo salvati" (Rm 5,9)*. La nostra salvezza è sicura, perché l'amore di Dio non si può smentire e poggia su un fatto incontrovertibile: Cristo è morto per noi peccatori. Un fatto senza possibili confronti con il normale comportamento dell'amore umano. Cristo è morto per una causa perduta: non a causa dei nostri peccati, ma nonostante i nostri peccati. La conclusione è esaltante: se il sacrificio di Cristo è stato, contro ogni logica, efficace per "gente lontana", per peccatori quali eravamo, quanto più lo sarà per individui che non lo sono più. Se l'amore di Dio ha avuto la meglio su tutti i nostri rifiuti, che cosa non riuscirà a realizzare con la nostra collaborazione? Sul Calvario é finita la "lontananza" di Dio, ma anche la nostra inimicizia. Dio "ha sollevato su ali d'aquila" Israele. Ma ha sollevato tutta l'umanità con le braccia spalancate di Cristo sulla Croce per un incontro tra la Terra e il Cielo. Ecco l'amore di Dio Padre per noi, con un nome e un volto preciso: Cristo Gesù, Parola decisiva e definitiva del Padre, morto - stando al testo della Lettera ai Romani - non per la causa del bene ma *”per una causa perduta" (II lett - Rm 5, 6-11)*.
L'antico Israele è diventato il nuovo popolo di Dio, che Cristo ha radunato non perché rimanesse chiuso in sé stesso, ma per inviarlo ai "perduti", agli "oppressi" e ai "lontani" per la loro liberazione. D'altronde chi, scoprendo di essere amato in maniera "f***e" da Dio, non sente il bisogno di essere un riflesso di questa onda di grazia e di luce verso gli altri?
Oggi prendiamo in mano il secondo dei grandi cinque discorsi del vangelo di Matteo: il discorso missionario. Gesù rimane profondamente colpito dalle f***e che accorrono per ascoltarLo: gente stanca, sfinita, abbandonata
*”come pecore senza pastore"*. Anche se di "pastori", sia dal punto di vista politico che religioso, ce ne erano tanti... Ma sicuramente non in grado di indicare un cammino né di offrire ragioni di vita e di speranza! Il compito che il Maestro si trova davanti è troppo vasto...E allora fa' due cose: invita alla preghiera perché il Padre mandi operai nella Sua messe; e, dopo aver "attrezzato" i Suoi discepoli ad essere "pescatori di uomini", sceglie dodici Apostoli, per le Dodici tribù d'Israele e per tutta la terra. La preghiera è importante, è Dio che ha in mano il timone della missione, altrimenti questa potrebbe facilmente trasformarsi in "mestiere", crociata o spettacolo. Ciò che gli Apostoli e i discepoli sono chiamati a prolungare è l'opera del Messia, e non altro. Il loro gruppo, povero e malmesso (tra i Dodici, oltre ad alcuni pescatori, ci sono un ex pubblicano, un ex partigiano, un futuro traditore) deve prendere il posto dei capi ufficiali d'Israele, che sono venuti clamorosamente meno al loro ruolo nei confronti del popolo. L'obiettivo è rappresentato prima di tutto dalle "pecore perdute della casa d'Israele". La missione universale si aprirà più tardi, dopo la Pentecoste *(vangelo - Mt 9,36 - 10,8)*.
La missione è per tutti noi cristiani. Gli "operai" della messe non sono solo i "ministri". Siamo "inviati" per fare nostra la compassione e la tenerezza di Cristo. Come gli Apostoli e i discepoli, siamo incaricati di cercare volti, di chiamare ciascuno per nome, di dare a tutti il senso di un progetto divino che interpella ciascuno di persona. Siamo mandati per abituare le persone a pensare con la propria testa e a rischiare il proprio cuore.
*”Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" ( Mt 10,8)*. Il disinteresse è la nostra credenziale. L'unico fine da perseguire è la maturità di chi ci viene affidato e la crescita della sua libertà. L'unico nostro punto d'onore sarà dare ad ogni uomo la dignità della speranza e gli strumenti per realizzarla. Dopo essere stati gratuitamente "sollevati su ali d'aquila", ora tocca a noi sollevare gratuitamente quanti sono stanchi e sfiniti, facendo diventare più ampia l'onda di compassione del Cristo.
Buona Domenica!

*+ Lorenzo*

07/06/2026
SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO/AQuando nel 1264 Urbano IV istituì la solennità del ”Corpus Domini" - estendendo a tutta la...
06/06/2026

SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO/A

Quando nel 1264 Urbano IV istituì la solennità del
”Corpus Domini" - estendendo a tutta la Chiesa una festa che già si celebrava nella Diocesi di Liegi - chiese a S.Tommaso d'Aquino di comporre i testi della liturgia. E il grande Aquinate ce l' ha messa tutta. Tra i tanti, spicca il testo della Sequenza - il
”Lauda Sion" - che ci immerge nel mistero profondo del ”pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli". Anche l'antifona al ”Magnificat" dei secondi Vespri non è da meno:
”Mistero della Cena! Ci nutriamo di Cristo, si fa memoria della Sua passione, l'anima è ricolma di grazia, ci è dato il pegno della gloria futura". Sempre S.Tommaso, a proposito di questa ricorrenza, poteva scrivere: ”Per mezzo dell'Eucaristia di fa memoria di quell'altissima ca**tà, che Cristo ha dimostrato nella Sua passione... Essa è il compimento delle figure dell'Antica Alleanza, la più grande di tutte le meraviglie operate da Cristo, il mirabile documento del Suo amore immenso per gli uomini (Opusc. 57). Chiedo scusa per l'indugio con cui ho fatto sosta sulla storia di questa Solennità e sul suo grande cantore, peraltro nostro conterraneo. Ma era importante, magari per entrare in punta di piedi all'interno di questo Mistero straordinario che oggi celebriamo.
Quello che il Signore Gesù ha compiuto nell'Ultima Cena è di una tale importanza e di una tale permanente potenza da non essere semplicemente passato, ma da essere presente ”per sempre". L'Eucaristia ”è tutto e dà tutto"! In essa abbiamo a disposizione la pro-esistenza di Cristo - cioè la Sua vita offerta per amore -
i Suoi atteggiamenti, le Sue scelte, i Suoi comportamenti. Il Suo corpo ”dato" e il Suo sangue
”versato" (negli umili segni del pane e del vino) sono cibo e bevanda con cui il Signore ci assimila a Sé. Ma non succede come per il cibo ordinario che assumiamo e che assimiliamo a noi. È Cristo che ci assimila a Sé. Nutrendoci di Sé, ci porta alla comunione con Lui e tra di noi. ”Il corpo spezzato" e ”il sangue versato" capovolgono la logica dominante e ci fanno convinti che i problemi non si risolvono spezzando la vita degli altri, ma mettendo a disposizione la nostra. Il segno che caratterizza in maniera unica questa Solennità è indubbiamente la processione. Tra le tante, quella del
”Corpus Domini" è la più giusta, la più corretta, la più biblicamente fondata. Essa ci racconta del popolo di Dio che è in viaggio verso la Terra Promessa. E Dio cammina in mezzo al Suo popolo e lo guida. Dio desidera
”uscire". Le nostre chiese gli vanno un po' strette. Vuole essere portato alla luce del sole. E desidera che usciamo anche noi, collocando l'Eucaristia "dentro" il nostro itinerario di vita. È volontà del Signore che l'amore e la passione per la vita non siano lasciate sfiorire nelle chiese, e che la disponibilità e la gioia del dono trabocchino sul mondo. La comunione con Cristo e con la Sua esistenza a favore dell'uomo, nell'offerta grata e gratuita di sé stessi, può trasformare il deserto in cui viviamo ”grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata senz'acqua" (Deut 8, 14-16) nella terra fiorita della fraternità e della pace. E questa è la profezia dei tappeti di fiori sui quali si snoda la processione.
Le letture.
Al centro possiamo mettere le parole di Gesù nella sinagoga di Cafarnao, parole chiare, anche se sconcertanti. Cristo propone Sé stesso, la Sua ”carne" e il Suo ”sangue", come nutrimento capace di salvare l'uomo, di portarlo alla ”vita eterna" (vangelo - Gv 6, 51-58). Se la manna del deserto può essere vista come profezia del dono di Cristo (I lett - Dt 8, 2-3. 14b - 16a), la celebrazione eucaristica ne è il memoriale e l'attualizzazione: attorno alla mensa eucaristica ribadiamo la nostra appartenenza a Gesù Cristo, entriamo in comunione con la Sua esistenza offerta per la vita di tutti e diventiamo
”un solo corpo" (II lett - 1Cor 10, 16-17). La prima lettura può aiutarci a mettere a fuoco la situazione che stiamo vivendo e che i notiziari ci raccontano con spietata e disincantata evidenza. Il testo del vangelo ci propone un cibo e una bevanda per un viaggio difficile:
”Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli" (Sequenza).
Il brano della prima Lettera ai cristiani di Corinto mette in evidenza il frutto saporoso dell'Eucaristia: che la Chiesa (e tutta l'umanità) diventino ”un solo corpo"!
Nel passo del Deuteronomio, prima dell'ingresso nella Terra Promessa, Mosè indica al suo popolo, in crisi d'identità, il "luogo" dove ritrovarla: la sua esperienza passata e l'amore di Dio, sperimentato in precedenza, e garanzia per il presente e il futuro, ”Ricordati...Non dimenticare..." (Es 8,12.14). Il lungo cammino di liberazione per un
”deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz'acqua" (Dt 8,15) è stato sostenuto dai doni di Dio, la manna dal cielo e l'acqua dalla roccia. Ricordare e fare memoria dell'azione libera e gratuita di Dio è la sostanza della relazione di fede (I lettura). Oggi allora è la festa della memoria di ciò che ci fa vivere. Per il cammino difficile in cui siamo coinvolti abbiamo a disposizione Gesù Cristo stesso, la cui carne ”è vero cibo" e il cui sangue ”è vera bevanda". Assumiamo la fonte della vita, che ci dona già da adesso ”la vita eterna", e il pegno sicuro della risurrezione. L'Eucaristia è un dono, non un premio. Un dono che ci scoppia dentro, impossibile da contenere: rimaniamo in Gesù, viviamo per Lui.
Ci ritroviamo investiti da una capacità di tenerezza, di donazione, di generosità, di pazienza e di perdono che è impossibile nascondere. Dobbiamo assolutamente riversarla sugli altri (vangelo)! In "questo deserto grande e spaventoso" Cristo ci nutre; nutrendoci ci fa una sola cosa con Lui; facendo di noi una cosa sola con Lui, ci rende una sola cosa tra di noi! L'amore di Cristo, che riceviamo nella Messa, oltre che con il Signore, conduce alla comunione con tutto il Suo corpo.
S.Agostino illustra tale mistero con il rito della comunione. Quando si riceve l'ostia - afferma - a ”Il corpo di Cristo" si risponde ”Amen!". Allora perché questo "Amen" sia veritiero, dobbiamo essere membri fedeli del corpo di Cristo. E il nostro "Amen" è tanto più veritiero quanto più siamo disposti a lasciarci inserire da Cristo, con i molti altri, nel Suo unico corpo. Nel concludere S.Agostino pronuncia queste significative parole: ”Siate quel che ricevete, e ricevete quello che siete: il corpo di Cristo" (Sermo 272).
Il silenzio,
il raccoglimento, l'adorazione,
le funzioni riparatrici...tutto giusto! Ma il "devoto" dell'Eucaristia è un patito di fraternità, di condivisione, di unità; uno capace di perdono e di pazienza; un geloso custode della dignità di tutti...Il profumo della sua vita non sarà sicuramente quello dell'incenso, ma quello inconfondibile del pane e, soprattutto, quello impagabile di... umanità!
Buona Domenica!

+ Lorenzo

Santissima TRINITÀ/ALa Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’ del Vaticano II, mutuando un'espressione di S.Cipriano, af...
30/05/2026

Santissima TRINITÀ/A

La Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’ del Vaticano II, mutuando un'espressione di S.Cipriano, afferma che la Chiesa si presenta come “un popolo che trae la sua unità dall'unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (n.4). C'è da rammaricarsi che, per troppo tempo, in Occidente, il mistero trinitario sia stato oggetto di speculazioni astratte e confinato nella atmosfera rarefatta della metafisica. La tradizione orientale invece non ha mai cessato di presentare la Chiesa come "icona della Trinità". E da quelle parti la vita comunitaria ha sempre tratto dal riferimento al mistero trinitario la spinta a meglio operare. Siamo nella domenica dopo Pentecoste. E quasi per precauzione didattica la Chiesa, nella Liturgia, dopo aver celebrato il memoriale annuo della venuta dello Spirito, ci propone tale Solennità come un riconoscente sguardo retrospettivo sul compimento della salvezza, realizzata dal Padre, attraverso il Figlio, nello Spirito Santo. Il mistero della SS. Trinità non è una fredda astrazione, ma il centro sfavillante da cui sprigiona la nostra vita e l'esistenza del mondo. Non ci troviamo davanti ad una verità da capire, ma da vivere; da avvicinare non con ragionamenti astratti, ma da affidare alla semplicità del dato biblico: Dio è Famiglia! Se ogni essere umano è un mistero, ancor più lo è Dio che sfugge ad ogni verifica. Di Lui si saprà qualcosa solo se Lui stesso lo vorrà comunicare, solo se ci facciamo prendere per mano da Gesù e dal Suo Spirito. Gesù mai e poi mai riconduceva alla propria persona le energie d'amore che liberava, e le riferiva sempre a Colui che chiamava Padre, come fonte di tutto. Quando poi con l'Ascensione è scomparso agli occhi dei Suoi amici, costoro hanno sperimentato che non li aveva abbandonati, ma che era diventato loro compagno di viaggio verso la verità "tutta intera" con la forza del Suo Spirito. Oggi siamo chiamati ad avvicinarci, in maniera trepida e fiduciosa, al mistero di un Dio che ci ama da sempre e si rivela a noi vicino, un Dio che è Famiglia,
“un solo Dio" (come diciamo nel Credo niceno-costantinopolitano), ma non “un Dio solo”, nella cui attività di conoscenza e di comunione vuole che entriamo, perché tutta la nostra vita riceva una nuova impronta e sia trasformata. Il Battesimo ha acceso la nostra familiarità con le Tre divine persone. Essa è la radice nascosta della nostra interiorità di credenti e di ogni tipo di fraternità tra gli uomini. All'inizio c'è un grembo, un abbraccio, una relazione di vita e d'amore da cui tutti proveniamo e a cui tutti dobbiamo tornare. Di più: la Trinità è il nostro programma, la nostra legge di vita. L'essenza di Dio è la comunione, il cui dinamismo profondo è la reciprocità, lo scambio, il superamento di sé, l'incontro, l'abbraccio. Il mistero della SS. Trinità mette insieme l'assoluto della persona e l'assoluto della comunione. Solo il modello trinitario, vissuto nella fedeltà, può permettere di sviluppare una dialettica feconda tra l'unità e la diversità nella comunità ecclesiale. Solo così le strutture, pur se necessarie, saranno a servizio della circolazione della vita e dell'amore.
Le letture bibliche ci rendono persuasi che Dio non ha nulla a che fare con gli idoli dei pagani o con il Dio astratto dei filosofi. È invece un Dio che si interessa del nostro mondo, entra nella storia, cerca l'uomo e da lui si lascia raggiungere. Egli si rivela come
un “Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà" (I lett - Es 34, 4b-6. 8-9). Dalla nube esce una Parola. La massima rivelazione di Dio al mondo è avvenuta in Cristo. Gesù è il nuovo "monte" dell'incontro con Dio, la rivelazione "ultima" dall'alto. Dio non abita più nella nube (Cfr I lettura), ma
“ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16). Se Dio viene nel mondo mandando il proprio Figlio, non lo fa “per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato attraverso di lui" (Gv 3,17). Il Padre, attraverso Cristo, vuole liberare l'uomo da tutte le schiavitù e dargli “la vita eterna" (vangelo - Gv 3, 16-18. Egli, donandoci il Figlio, insieme allo Spirito, vuole rimanere in mezzo a noi come
*”grazia", "amore"* e *"comunione" (II lett - 2Cor 13, 11-13)*. Vado verso la conclusione ritagliando qualche spiraglio di luce dal testo del vangelo.
*”Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito..." (Gv 3,16)*. Siamo al centro del Vangelo di Giovanni e di tutta la rivelazione biblica, ma anche al cuore della nostra fede. Noi siamo cristiani non perché crediamo in Dio o lo amiamo, ma perché crediamo - prima di tutto e soprattutto - che Egli ci ama da sempre.Nel Vangelo il verbo *”amare"* si traduce sempre con un altro verbo forte, concreto: il verbo. *”dare"*, il verbo delle mani che offrono. Il Padre non ha niente di più prezioso del Figlio e si "impoverisce" per noi, lo offre per noi. Quello che non aveva permesso di fare ad Abramo, il sacrificio del figlio, il Padre lo fa per noi. Ha mandato il Figlio, perché solo Lui poteva insegnarci ad essere figli e figlie, fratelli e sorelle.
Il destinatario di queste parole di luce del vangelo di Giovanni é un notabile giudeo che va da Gesù di notte, forse per paura di compromettersi. È vecchio. Ci aspetteremmo di trovare in questo testo una piccola guida pastorale per la terza età. Ma Gesù lo avverte che deve...nascere di nuovo (o dall'alto)!
E si può e si deve nascere di nuovo solo guardando il Figlio e comunicando al Suo amore, che l'ha portato sulla Croce, e all'amore del Padre e dello Spirito. Un mondo nuovo è possibile solo comunicando all'amore di Dio Uno e Trino. Perché la luce della verità e la verità della luce di Cristo entrano nella vita delle persone solo se si sentono amate. Scriveva S.Agostino nel "De Trinitate": *”Se vedi la ca**tà, vedi la Trinità". “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo..." (Gv 3,17)*. A Dio non interessa istituire processi, progettare vendette... La Sua passione è salvare, dare la vita, farci tutti figli nel Figlio. “Dio è amore" (1Gv 4, 8.16). Davanti al mistero di Dio ci sentiamo piccoli, ma abbracciati. In un infinito movimento di comunione. Buona Domenica!

+ Lorenzo

Domenica di PENTECOSTE/A”Mandi il tuo Spirito, Signore, e rinnovi la faccia della terra" (Sal 103). Pentecoste non è un'...
23/05/2026

Domenica di PENTECOSTE/A

”Mandi il tuo Spirito, Signore, e rinnovi la faccia della terra" (Sal 103). Pentecoste non è un'idea, ma il memoriale annuo della venuta dello Spirito nella Chiesa. Termina oggi la grande e unica Domenica di Pasqua. Come lo Spirito inaugura la vita del mondo e la vita pubblica di Cristo, così è presente alla nascita della Chiesa e da' inizio alla sua missione. Pentecoste significa compimento, perfezione, completamento. Dio non è in esilio, lontano dalla Sua creazione, ma è la Vita che trabocca sul mondo. Pentecoste segna l'atto di nascita della Chiesa e di tutte le Chiese.
A Pentecoste la Chiesa nasce da
”un vento gagliardo". La sua vocazione non è la staticità, l'immobilismo, la difesa di sé, ma il dinamismo, la missione, il movimento, il coraggio di comunicare con tutti. E la Chiesa, scaturita dal vento, riceve in consegna il fuoco. Un fuoco che purifica, brucia, riscalda, accende una passione incontenibile, incendia il cuore. Un fuoco che spinge in avanti e in alto. Un fuoco che è principio di gravitazione di tutti e di tutto verso l'Alto. Gli uomini della Pentecoste, prima impauriti e sfiduciati, prendono coraggio e diventano degli innamorati, degli appassionati che non hanno più paura di nulla e di nessuno. La Chiesa, inoltre, a Pentecoste prende in consegna una Parola, ha qualcosa da dire e riesce a farsi capire: raggiunge tutti e annuncia una strategia di perdono e di misericordia operata dall'amore di Dio. ”Il dono delle lingue" significa conoscere le persone, entrare il sintonia con loro, captarne le esigenze, interpretarne le attese, risvegliare in loro una nostalgia. È più facile conoscere le lingue che le persone. Il dono dello Spirito inaugura non solo un nuovo rapporto con Dio, ma anche con gli altri. Lo Spirito Santo è lo Spirito della comunione aperta e senza chiusure. Non è lo Spirito della uniformità, ma della diversità; non della povertà, ma della ricchezza; non della dispersione, ma dell'unità; non del livellamento, ma della valorizzazione di ognuno. È lo Spirito dell'anti-Babele, perché rifà il codice della comunicazione umana. A Babele, una sfida proterva e superba dell'uomo contro Dio - per costruire un'unità monolitica e massificante a scapito delle differenze - si era basata sull'istinto di morte e aveva distrutto l'unità della famiglia umana con la ”confusione" delle lingue. A Pentecoste lo Spirito del Risorto orienta alla universalità vera, quella cioè che non mortifica le differenze, ma le esalta e le integra in un'unità più ricca. Lo Spirito crea una convivialità delle differenze per un'umanità veramente fraterna. È lo Spirito che trasforma il cuore dell'uomo in abitazione della Trinità. È lo Spirito della vita che rianima tutto ciò che è destinato alla morte, pegno della nostra risurrezione e del nostro futuro nel futuro di Dio.
Aggiungo un pensiero sulle tre pagine bibliche di oggi. Il brano tratto dagli Atti degli Apostoli ci racconta l'evento che oggi celebriamo. La venuta dello Spirito è narrata da Luca con l'apparato simbolico delle teofanie dell'AT, in modo particolare di quella del Sinai (La Pentecoste commemorava il dono dell'Alleanza e della Legge). Abbiamo l'impressione che all'autore siano mancate le parole e le immagini per descrivere il Mistero. E allora presenta lo Spirito ”fragore come di vento" e ”lingue come di fuoco" quale fonte di coraggio per gli amici di Gesù, che annunciano le
”mirabilia Dei" in maniera comprensibile ad ogni lingua e cultura. Ognuno ascolta nella propria
”lingua nativa" (I lett - At 2,1-11).
L'apostolo Paolo ricorda ai cristiani di Corinto che lo Spirito è all'opera anche oggi con i Suoi doni nella comunità cristiana: lo Spirito a nessuno dà tutto, ma a tutti dà qualcosa per l'edificazione del corpo di Cristo che è la Chiesa : ”A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune" (1Cor 12,7). La varietà dei carismi esprime la ricchezza che lo Spirito dona alla Chiesa, la necessità del mutuo riconoscimento e della collaborazione reciproca per la realizzazione della comunione e della salvezza (II lett - 1Cor 12, 3b - 7. 12-13). Tramite questi doni la Chiesa ha la possibilità di impegnarsi con decisione nel superamento del male, per essere una forza viva di liberazione.
L'apparizione del Risorto di cui ci dà conto Giovanni nel testo evangelico ci mostra l'opera del Signore per vincere la paura e i dubbi dei Suoi amici. Egli dona loro la gioia e la pace della Pasqua. Mostra le ferite della passione soprattutto perché comprendano che il Suo amore non finirà mai ed è sempre all'opera. È grazie a questo Suo amore, alla comunione di vita con Lui per il dono dello Spirito, che è possibile vincere il male e percorrere la strada della Riconciliazione.
”Ricevete lo Spirito Santo". Non basta che venga donato lo Spirito. Bisogna che sia accolto! Senza Gesù è impossibile arrivare al Padre. Senza lo Spirito è impossibile conoscere e amare Gesù Cristo (vangelo - Gv 20, 19-23).
“Senza lo Spirito Santo Dio è lontano, il Cristo resta nel passato, il Vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l'autorità un potere, la missione una propaganda, il culto un arcaismo, e l'agire morale un agire da schiavi. Ma nello Spirito Santo il cosmo è nobilitato per la generazione del Regno, il Cristo risorto si fa presente, il Vangelo si fa potenza e vita, la Chiesa realizza la comunione trinitaria, l'autorità si trasforma in servizio, la Liturgia è memoriale e anticipazione, l'azione umana viene deificata”
(Atenagora).
Senza lo Spirito è come avere gli occhi, ma vivere nel buio più fitto. Lo Spirito ci rende dimora del Padre e del Figlio. Ci aiuta a vedere la realtà con gli occhi della Pasqua. Consente ai credenti di comprendere come la logica della croce-risurrezione sia la verità ultima, la chiave di lettura della loro vita, il criterio per vivere nella verità. Promessa e pegno di vita nel farci partecipi della Risurrezione di Cristo, lo Spirito spalanca a tutti gli uomini le porte della misericordia divina e raduna i credenti in comunità di peccatori perdonati che hanno un unico Padre. Lo Spirito ancora è memoria viva degli insegnamenti di Gesù e guida sicura alla verità tutt'intera. Fonte inesauribile di giovinezza per la nostra speranza, rinnova la vita dei credenti, della Chiesa, del mondo.
”Credo nello Spirito Santo che è Signore e da' la vita...": anche quando sembra impossibile, anche quando la cattiveria, la prepotenza e la disumanità sembrano averla vinta dappertutto; anche quando il tronco arido della nostra esistenza non sembra favorevole alle gemme, anche allora lo Spirito "è il vento che non lascia dormire la polvere" (D.M. Turoldo) e può suscitare in noi e attorno a noi giorni di primavera e nuovi inizi.
”Vieni Santo Spirito... Nella fatica, riposo; nella calura, riparo; nel pianto, conforto... Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato..." (Sequenza della Messa). Vieni, Spirito-vento, vento irresistibile di primavera, che porti il polline dei fiori dappertutto. E così fioriscono anche i deserti!
Buona Domenica!

+ Lorenzo

Ascensione del Signore/ALa Solennità dell'Ascensione viene non per farci rassegnare ad  un'assenza, ma per convincerci d...
16/05/2026

Ascensione del Signore/A

La Solennità dell'Ascensione viene non per farci rassegnare ad un'assenza, ma per convincerci della forza di una Presenza, alla luce della quale siamo invitati a vivere. L'episodio che Luca racconta due volte (alla fine del suo vangelo e all'inizio del libro degli Atti), non annuncia una fine, ma un inizio per un cammino di speranza operosa degli amici di Gesù nelle vicende della storia. Bisogna comunque riconoscere che quella di oggi è una festa difficile! Si avverte un'aria di smobilitazione e di abbandono, con relativa tristezza; ma anche una voglia ostinata di speranza. Fiducia e smarrimento sembra si litighino il cuore. L'Ascensione di Gesù al Cielo non è sicuramente un episodio a sé stante, ma una delle sfaccettature di quel meraviglioso gioiello che è il mistero pasquale! Morte, Resurrezione, Ascensione e Pentecoste sono aspetti diversi dell'unica Pasqua. Se la Scrittura li presenta come momenti distinti e se - come tali - la liturgia li celebra, è per enucleare meglio la ricchezza contenuta nel passaggio di Gesù da questo mondo al Padre. Tra la Risurrezione e la Pentecoste, l'Ascensione segna l'intervallo di tempo in cui Gesù risorto scompare agli occhi dei Suoi, per iniziare un altro tipo di rapporto talmente efficace che tutto sarà colmato della Sua presenza:
”Una nube Lo sottrasse ai loro occhi" (At 1,9). La nube è simbolo del nostro rapporto con il Signore. È il velo cosmico che lo sottrae al nostro sguardo, ma non Lo allontana dalla nostra vita. Il linguaggio con cui ci viene presentato il mistero dell'Ascensione è quello di venti secoli fa', figlio di una cultura particolarmente segnata dal geo-centrismo e in possesso di schemi linguistico-descrittivi particolari. Se stiamo comunque alla sostanza dei fatti, diciamo che l'Ascensione pone fine alla visibilità storica del Risorto (I lett - At 1, 1-11 e vangelo - Mt 28, 16-20); segna il Suo ritorno al Padre, dal quale riceve la gloria di Figlio e il dominio dell'universo (II lett - Ef 1,17-23); e dà inizio ad un nuovo tipo di presenza, legata al ministero della Chiesa e all'azione del credente (vangelo - Mt 28, 16-20).
Gesù con l'Ascensione non ha tolto il disturbo. Non se n'è andato, se non dai nostri sguardi. Non è andato in alto, ma avanti e nel profondo. Non è andato al di là delle nubi, ma al di là delle forme: ”Colui che discese è lo stesso che ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose" (Ef 4,10). Cristo ha riempito di Sé tutte le cose, e é andato nell'intimo del creato e delle creature.
”Ascensione non è un percorso cosmico-geografico, ma è la migrazione spaziale del cuore, che ti conduce dalla chiusura in te all'amore che abbraccia l'universo" (Benedetto XVI). Cristo è ormai presente dappertutto come forza di ascensione del cosmo. È già dentro di noi:
”Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20). Non siamo dunque testimoni nostalgici di un'assenza, ma servitori infaticabili di una presenza! Non si tratta allora di rimanere imbambolati a guardare il cielo (Cfr At 1,11), ma di fare appello alla nostra responsabilità di battezzati per portare il cielo sulla terra. In questo senso non è esagerato affermare che oggi è la festa del Cielo, ma come senso del nostro cammino e come fondamento del nostro impegno nel mondo. Siamo testimoni della speranza - specialmente in un momento particolarmente difficile come quello che stiamo vivendo, e che ci viene continuamente messo davanti agli occhi senza sconti dai notiziari - per ricordare a tanta gente disorientata che il Cielo non è solo al di là delle nuvole. Ma può essere anche qui tra noi! Non è solo per domani, ma può essere anche oggi! Basterebbe vivere in un altro modo:
con maggiore consapevolezza e pazienza, con responsabilità e coraggio, con generosità e passione per la gioia degli altri, con misericordia. Basterebbe cogliere la logica di gratuità e di senso che il Risorto semina nella vita di tutti i giorni.
La Messa di oggi ci propone due racconti dell'Ascensione. Dal libro degli Atti abbiamo il racconto classico. Nel vangelo di Matteo l'evento è appena suggerito. Il brano degli Atti situa l'Ascensione quaranta giorni dopo la risurrezione di Gesù. Ha così inizio la missione della Chiesa. S.Leone Magno sintetizza così il significato dei quaranta giorni:
”I giorni intercorsi tra la risurrezione del Signore e la sua Ascensione non sono passati inutilmente, ma in essi sono stati confermati grandi misteri e sono state rivelate grandi verità" (Discorso sulla Ascensione, 24).
Faccio qualche piccola osservazione sul vangelo. Prima di tutto si celebra una partenza. Ma non è quella di Gesù, è quella nostra!
”Andate..." (Mt 20,19). Inoltre sembra di essere ritornati all'inizio del primo vangelo. C'è una scena di adorazione, come quella dei Magi (cfr Mt 20,17); a Giuseppe poi era stato annunciato l'Emmanuele, il Dio-con-noi. Qui Gesù assicura: ”Io sono con voi tutti i giorni..." (Mt 28,20). Ancora: quella descritta da Matteo è una scena solenne di investitura con un ordine preciso:
”Andate... battezzate... insegnate..." (Mt 28, 19-20). Non c'è più niente da dire. Resta solo il "da fare"! Infine l'ultima parola di questa grande consegna non riguarda l'attività dei discepoli, ma la parte che svolge il Signore stesso nella missione: ”Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28,20). Da questo momento la presenza invisibile di Cristo si intensifica, raggiungendo una profondità e un'estensione impossibili quando si trovava ancora nel Suo corpo terreno. Grazie allo Spirito Gesù sarà presente nella Parola, nei Sacramenti, nei Fratelli, nella Missione.
Nella Colletta preghiamo così: ”O Padre... poiché nel Tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a Te... (fa') che viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria". Il Cielo comincia qui e oggi, nella misura in cui restituiamo a Cristo il potere che merita, e che Gli è stato affidato dal Padre (Cfr Mt 28,18). E come? Immergendo l'essere umano nell'amore di Dio (”battezzate") e insegnandogli ad amare
(”insegnando a osservare"), a lasciarsi amare prima, e poi a donare amore. Qui c'è tutto il Vangelo.
Con quel miracolo, il più delicato e umano, di condividere speranza e coraggio, forza di ripartire e di ricominciare con tutti, dovunque e sempre!
Buona Domenica!

+ Lorenzo

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