Parrocchia BMV Loreto Sciacca

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01/05/2024

Preghiera

Invia su ciascuno di noi, Signore, il tuo Santo Spirito:
siamo ancora fortemente barricati al passato,
le nostre vite non respirano futuro,
non sogniamo cieli nuovi e terre nuove.
I nostri occhi non riescono a intravedere percorsi nuovi,
che tu intendi farci percorrere.
Siamo davvero ciechi e sordi:
non riusciamo a vedere e sentire i bisogni di tanti uomini.
Vieni, Spirito di Dio:
apri i nostri cuori e spalanca le nostri mani.
Fa’ che non possa perdermi nel sentiero del vangelo
per predicare sempre una parola di libertà.
Il vangelo non può diventare un’arma in mano ai potenti
per rendere gli uomini umili e obbedienti.
Fa’ che non perda mai il coraggio per denunciare gli inganni
e accompagnare i passi incerti di tanti nostri fratelli più deboli.
Ti ringrazio, Signore, per i fratelli che mi hai posto accanto
e che testimoniano che l’amore è più forte della morte.

Don Gino Faragone

18/04/2024

IV Domenica di Pasqua
Un pastore vero puzza di pecora
Il Vangelo (Gv 10,11-18) di questa quarta domenica di Pasqua è un breve tratto del discorso, fatto da Gesù a Gerusalemme, in occasione della festa dei Tabernacoli, che si celebrava in autunno in ricordo del tempo dell’esodo, quando Israele dimorava sotto le tende. Sul piano letterario, il discorso del Pastore bello si inserisce all’interno della sezione di Gv 7-10 dove si consuma il dramma del rifiuto da parte dei Giudei e si arriva alla costituzione della nuova comunità. Il cap. 10 è in stretta relazione con la narrazione della guarigione del cieco nato, che alla fine professa la sua fede in Gesù come Messia e per tale motivo viene espulso dalla sinagoga (Gv 9,1-38). La conclusione del capitolo presenta la discussione di Gesù con i farisei sulla cecità. Costoro pensavano di essere guide del popolo, capaci di insegnare la legge di Dio. In realtà, essi erano ciechi, incapaci di riconoscere la luce che veniva nel mondo per rischiarare le tenebre dell’errore. Il discorso si inserisce qui per offrire alcuni criteri per distinguere i veri pastori dai mercenari. L’immagine del pastore è abbastanza frequente nel Primo Testamento per indicare la cura e la tenerezza di Dio verso il suo popolo. Pensiamo al clima di fiducia che si respira nel famoso Salmo 23, dove l’orante si affida completamente alla guida di Dio, suo pastore, che non gli lascerà mai mancare i verdi pascoli e le acque tranquille. Ma pensiamo anche ai testi che riportano il ritorno dall’esilio, dove Dio è presentato come un pastore che raduna il gregge e lo fa pascolare, “porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11). I farisei non si interessano del gregge a loro affidato, ma cercano gloria gli uni dagli altri, hanno paura della novità che interpretano come un attentato a Dio, alla verità. Non importa se qualcuno soffre per questo loro atteggiamento di chiusura. La loro dottrina, che ritengono immutabile e infallibile, è più importante dell’esperienza dell’uomo, che si apre con cuore libero alla novità perenne del vangelo. Hanno il potere di buttare fuori dalla sinagoga chi scopre di vedere una luce nuova in Cristo, e con questo comportamento mostrano davvero di essere loro i ciechi. Chi ha recuperato la vista, chi ha riconosciuto in Gesù il suo “Signore” non può stare ancora sottomesso al sistema oppressivo di questi falsi pastori, tanto pericolosi quanto i lupi che attentano alla vita delle pecore. Gesù si presenta come il pastore autentico, vero, in contrasto con quei mercenari, usurpatori, che sono entrati nel recinto “da un’altra parte” e si sono attribuiti in modo arbitrario il ruolo di guidare il popolo. Essi rubano, profittano, non mostrano nessun attaccamento nei confronti del gregge, mentre il pastore vero intende solo offrire la sua vita per le pecore. L’iconografia classica del “pastore bello”, in genere con raffigurazioni sdolcinate, non riesce a tradurre l’accusa severa che Gesù rivolge ai capi religiosi per come guidano e proteggono coloro che sono stati loro affidati. In greco non viene utilizzato l’aggettivo “agatos”, buono, ma “kalos”, bello, non in senso estetico, ma per indicare il pastore vero, autentico, effettivo, ideale, generoso, in grado di realizzare la promessa di Dio. Nel Primo Testamento il termine “pastore” designa i re, i capi, i responsabili delle comunità. Sullo sfondo di questo discorso non si può non vedere il durissimo rimprovero del profeta Ezechiele nei confronti dei pastori d’Israele colpevoli della dispersione del gregge: “Guai ai pastori d’Israele: sfruttano le pecore invece di alimentarle. Non si prendono cura di quelle inferme, non fasciano quelle ferite, non vanno in cerca di quelle smarrite. Le guidano con crudeltà e violenza. Il gregge è allo sbando è preda di tutte le bestie selvatiche e nessuno se ne cura… Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita; fascerò quel¬la ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte, le pascerò con giustizia” (34,3-4.15-16). Gesù con l’immagine del “pastore bello” sta allo stesso modo denunciando i capi, le autorità religiose giudaiche, che usavano le strutture religiose per soffocare e schiacciare l’uomo, anziché liberarlo. Alla fine del discorso i Giudei che hanno capito perfettamente la denuncia lo dichiareranno un pazzo e cercheranno di catturarlo per lapidarlo. Sono accuse pesanti quelle che Gesù rivolge alle autorità del tempo, che rispondono definendolo “indemoniato e fuori di sé”. Ci troviamo dunque davanti a un discorso duro e scandaloso, che val la pena recuperare, accantonando un’immagine più popolare di un Gesù rassicurante e sdolcinato. Il pastore biblico conduce una vita assai dura, ai margini della società, escluso e impedito a frequentare i luoghi sacri, perché ritenuto un impuro, l’ultimo della scala sociale.

Il pastore e il mercenario
«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede ve**re il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore».
Il brano inizia con una solenne dichiarazione: l’espressione “Io sono” è la stessa formula usata da Dio (Es 3,14) nel momento in cui si rivela a Mosè, non dando una definizione di sé, ma manifestando il progetto di volere liberare il popolo d’Israele, schiavo in Egitto. Dio si rivela come Uno che intende stare vicino al suo popolo. Per comprendere meglio l’immagine del pastore, dobbiamo pensare ai grandi personaggi della storia d’Israele, ai patriarchi, a Mosè, a Davide, che erano pastori. Ma anche lo stesso Dio si presenta come il pastore d’Israele. Purtroppo, spesso i pastori d’Israele dimenticano la ragione della loro vocazione e trasformano il loro servizio in potere. Nei confronti di costoro i profeti non sono certo teneri: “I suoi guardiani sono tutti ciechi, non capiscono nulla. Sono cani muti …avidi, pastori che non capiscono nulla” (Is 56,10s). Gesù mostra di volere realizzare la profezia di Ezechiele, andando a cercare il cieco guarito e dichiarando di essere disposto a volere offrire la vita per le pecore. Gli altri sono falsi profeti, che si spacciano per inviati da Dio e speculano sulla buona fede e la semplicità della gente. Sono mercenari, svolgono questa attività solo perché pagati, non si interessano delle pecore, abbandonano il gregge quando arriva il lupo, vogliono solo salvare se stessi. Il pastore autentico invece spende la sua vita stando in mezzo alle pecore e le difende davanti alle minacce del lupo. Per ben quattro volte viene sottolineato il dono della vita che il Pastore bello offre al suo gregge. Allo stesso modo, Gesù rivendica per sé questo titolo, mostrando così il disegno di volersi offrire per la vita del popolo. Come già annunciato dal profeta, egli è colui che cercherà le pecore, si prenderà cura di ciascuna di esse, passerà in rassegna le sue pecore e le radunerà da tutti i luoghi dove erano state disperse. Ma Gesù supera le prospettive del profeta, aggiungendo che è disposto anche a dare la sua vita per le pecore. Gesù si autodefinisce come il “pastore bello”, vero modello di pastore. Bellezza qui da contemplare nell’atteggiamento di Gesù che non utilizza il gregge per suo vantaggio, ma lo custodisce e lo sottrae dalle insidie del lupo. Per ben quattro volte dice di volere offrire la vita per le pecore. Giovanni utilizza il verbo “tithemi”, che possiamo tradurre con “porre, deporre e disporre”, verbo che richiama il gesto di Gesù nel lavare i piedi agli apostoli, quando depone le sue vesti per poi riprenderle (Gv 13,4.12). La disponibilità di Gesù è totale ed è orientata alla salvezza di coloro che credono in lui e si affidano a lui. Egli non si comporta come un mercenario, non ha interessi personali da proteggere, non fugge davanti ai lupi, non abbandona le sue pecore, sa rischiare per esse, non gli interessa salvare se stesso, perciò non scenderà dalla croce per salvare se stesso. Appare fortemente in contrasto la figura losca del mercenario, pastore prezzolato, preoccupato solo di se stesso, che di fronte al pericolo fugge e abbandona le pecore. Per lui il gregge è un bene da sfruttare unicamente a proprio vantaggio. Questo comportamento vigliacco accentua quello opposto del Pastore Bello, che vive un legame di particolare intimità, di solidarietà con le pecore.

Gesù pastore innamorato
«Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare».
Tra il pastore e le pecore, c’è un rapporto intimo di conoscenza reciproca, un forte legame, una comunione profonda di vita. Un rapporto che riproduce in qualche modo il rapporto indicibile d’amore che lega il Padre a Gesù. Tra il pastore e le pecore c’è un’intima relazione, che non è rotta dagli sbandamenti e dalle ribellioni del gregge. Ogni pecora ha un nome, una sua storia e sa riconoscere la voce del suo pastore. Gesù pastore conosce amorevolmente i difetti, i limiti, i tic, le fisime, ma anche i pregi e le buone intenzioni di ogni singola pecora. Ama stare con le sue pecore, soffre con e per loro, condivide con loro tutto. Val la pena ricordare che il verbo “conoscere” nel linguaggio biblico non sta ad indicare un’operazione intellettiva, ma un’esperienza, un rapporto d’intimità, di amicizia. Un’amicizia, quella attuata da Gesù, che si traduce nella sequela e nella reciproca conoscenza. Per verificare oggi questa particolare relazione tra il pastore e le pecore, occorre stare attenti alle reazioni delle pecore, perché conoscono la voce del pastore, ed esaminare l’atteggiamento di colui che si presenta come pastore, se davvero è disposto a dare la vita per le pecore. Gesù dichiara di essere il pastore non solo d’Israele, ma anche di tutti i popoli. Egli in una prospettiva universale intende raggiungere ogni uomo e dare la sua vita per ogni uomo. Egli intende liberare ogni uomo da qualsiasi struttura, compresa quella religiosa, che gli impedisce la piena realizzazione della sua dignità. A differenza delle autorità religiose giudaiche che impongono norme, riti, sacrifici per essere graditi a Dio, Gesù propone la sua parola come strumento di vera libertà, di pienezza di vita. Solo in Lui si manifesta la grandezza e lo splendore dell’amore di Dio. E’ Lui il nuovo santuario della gloria di Dio. Aperto a tutti.

Gesù: una bella persona che dà la vita
«Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
Questi versetti introducono il tema della salvezza universale. La nuova comunità non sarà composta solo dai Giudei, ma anche dai pagani, da tutti gli uomini che cercano Dio con cuore sincero, che ascolteranno la voce di Gesù e crederanno in Lui. La formazione di questa nuova comunità presuppone la morte di Gesù, l’offerta della sua vita, come atto di amore. A differenza delle autorità religiose giudaiche che impongono norme, riti, sacrifici per essere graditi a Dio, Gesù propone la sua parola come strumento di vera libertà, di pienezza di vita. Solo in Lui si manifesta la grandezza e lo splendore dell’amore di Dio. E’ Lui il nuovo santuario della gloria di Dio. Aperto a tutti.

Il Vangelo e noi

Concludo con una espressione di K. Barth: “Cogitor ergo sum” (sono pensato, dunque esisto). La vita può essere apprezzata in rapporto al pensiero: valgo se sono un essere pensante, valgo se sono pensato, ovvero ricordato, apprezzato, stimato, riconosciuto nel ruolo, amato. Valgo se mi si riconosce la libertà di pensiero, se non mi si impedisce di cercare la verità, che non si identifica con una dottrina, che non può essere formulata con un linguaggio incapace di comunicare. Se vogliamo restare sull’immagine utilizzata dalla liturgia odierna, non possiamo non concordare che siamo ben lontani dal comprendere la situazione del rapporto tra pastore e gregge descritta nel testo liturgico. E poi mal sopportiamo di essere rappresentati come pecore. Non possiamo continuare a presentare un messaggio, anche se desunto da testi biblici, senza tener conto delle continue evoluzioni del linguaggio. Le parole di Gesù non sono più comprensibili come lo erano ai suoi tempi in Palestina. E’ facile rifugiarsi nella ripetitività, segno di pigrizia mentale, di grave ignoranza. Davvero oggi siamo attrezzati di tanti strumenti che ci permettono una intelligente operazione di rinnovamento: occorre il coraggio di usarli a partire dai seminari e dalle nostre facoltà teologiche. Che bello percepire di essere personalmente conosciuti, di essere amati da Dio, di valere più dei passeri del cielo e dei gigli del campo! Ma è ancor più bello avvertire che la mia vita è preziosa per lui, il pastore coraggioso che sa affrontare anche i lupi. Io sono importante per lui. Tutti siamo importanti per lui.
Che dire oggi dei nostri pastori? Che dire di quei pastori che preferiscono circondarsi di pecore docili, pastori che sognano solo comunità di “pecoroni”? Che dire di quei pastori che riducono la lavanda dei piedi solo ad un bel rito da celebrare il giovedì santo? Cosa pensare poi di coloro hanno ridotto il servizio in potere, di coloro che cercano affannosamente i primi posti? Che dire ancora di quei pastori, pieni di paura, che sanno vedere sempre e dovunque il lupo, che impediscono al gregge di nutrirsi di pascoli abbondanti fuori dal recinto? Che dire poi dei pastori colpevoli della morte delle loro pecore? I veri pastori sanno che ci sono diversi pascoli, paesaggi nuovi da esplorare, sentieri meno conosciuti ma ugualmente belli da attraversare. Capita oggi sempre più spesso che sono le pecore ad indicare ai pastori i pascoli buoni. E se al posto delle pecore si perdono i pastori, a chi il dovere di andarli a cercare?

Preghiera
Non mancano i pastori,
ma, allora come oggi,
tanti sono ladri e briganti,
non sanno relazionarsi con il gregge,
non conoscono le pecore
e non sono disposti a perdersi e ad offrire la loro vita.
Tu, Signore, sei un pastore buono:
mi conosci, ti prendi cura di me, mi ami per come sono,
con le mie fragilità, le mie ferite e le mie qualità.
Di te posso fidarmi.
Amaramente ho registrato qualche fallimento,
che mi ha permesso di verificare la qualità delle mie relazioni,
di contare il numero esiguo di amici.
Gli altri hanno preferito continuare la loro corsa,
alla ricerca di visibilità, di potere, di ruoli più prestigiosi.
Un pastore è tale se rimane con le pecore, se puzza di pecora.
Signore, fa’ che non manchino mai pastori veri nella tua Chiesa!
Fa’ che possa riconoscere sempre la tua voce,
che porta senza fine il timbro caratteristico della compassione!

Don Gino Faragone

16/04/2024

Preghiera
Non mancano i pastori,
ma, allora come oggi,
tanti sono ladri e briganti,
non sanno relazionarsi con il gregge,
non conoscono le pecore
e non sono disposti a perdersi e ad offrire la loro vita.
Tu, Signore, sei un pastore buono:
mi conosci, ti prendi cura di me, mi ami per come sono,
con le mie fragilità, le mie ferite e le mie qualità.
Di te posso fidarmi.
Amaramente ho registrato qualche fallimento,
che mi ha permesso di verificare la qualità delle mie relazioni,
di contare il numero esiguo di amici.
Gli altri hanno preferito continuare la loro corsa,
alla ricerca di visibilità, di potere, di ruoli più prestigiosi.
Un pastore è tale se rimane con le pecore, se puzza di pecora.
Signore, fa’ che non manchino mai pastori veri nella tua Chiesa!
Fa’ che possa riconoscere sempre la tua voce,
che porta senza fine il timbro caratteristico della compassione!

Don Gino Faragone

13/04/2024

Solo grazie!
Unisco la mia voce
al coro che proclama, o Dio, la tua santità.
E’ bello ritrovarsi, mio Signore, davanti alla tua presenza,
sollevare lo sguardo in alto,
tendere le mie braccia,
aprire le mie mani
e dirti: “Grazie!”.
Grazie per il dono della vita,
della mia famiglia.
Grazie per i tanti fratelli
che mi hanno aiutato a scoprire il dono della tua grande bontà.
Grazie per la Chiesa,
che mi ha permesso di entrare nel grembo della tua misericordia,
di svelarmi il tuo immenso amore per ogni uomo.
Grazie per quelle volte in cui mi hai aperto gli occhi
per vedere le piaghe di tanti crocifissi,
vittime del nostro raffinato orgoglio.
Grazie anche per chi ha ostacolato il mio cammino,
per chi ha accorciato i giorni della mia vita.
Signore, se tu non fossi stato con me mi sarei davvero perso.
Rendimi aperto all’ascolto, all’apprendimento.
Fa’ che possa continuare a seminare la tua parola,
indirizzare allo sfiduciato una parola di speranza.
Aiutami ad ascoltare quelle persone che si sentono abbandonate,
in attesa di un riscatto.
Fa’ che possa raccogliere le tante lacrime causate dalla nostra indifferenza.
Grazie, o Dio, per i tanti momenti di deserto, di solitudine.
O Signore, continua a darmi un cuore pieno di gratitudine,
sognando un mondo di pace.
Ancora grazie per questo altro anno di vita. Buon compleanno a me!

Don Gino Faragone

12/04/2024
10/04/2024

Preghiera

E’ una testimonianza toccante,
quasi paradossale, quella che tu, Gesù, manifesti ai tuoi discepoli.
Vuoi essere riconosciuto attraverso i segni di fedeltà alla volontà del Padre.
Vuoi che guardiamo le tue ferite: espressioni di un amore grande.
Ci inviti a trovare il coraggio per guardare anche le nostre ferite,
le nostre fragilità, a non scandalizzarci delle nostre debolezze.
E’ lì che ti possiamo riconoscere.
In una storia che altri vedono come fallimentare.
Le nostre piaghe sanguinano
nell’indifferenza di chi ci sta accanto.
Gesù, tu sei con noi
per aiutarci a comprendere le Scritture, la nostra storia, la nostra vera grandezza.
Tu davvero sei capace di andare oltre.
Sembri assente, ma sei assolutamente presente.

Don Gino Faragone

05/04/2024

II Domenica di Pasqua B
Il Risorto e la testimonianza del mio gemello

Oggi è la domenica in cui coloro, che erano stati battezzati durante la veglia pasquale, deponevano le loro vesti bianche, concludendo così la loro iniziazione cristiana. Il vangelo in tutti i tre anni A,B e C è Gv 20,19-31, che presenta due manifestazioni del Risorto ai discepoli nell’arco della settimana: la prima la sera dello stesso giorno della scoperta del sepolcro vuoto, l’altra otto giorni dopo. Diverse sono le tematiche proposte: importanza della domenica, il dono della pace da parte del Risorto, la gioia dei discepoli, il dono dello Spirito, la missione affidata ai discepoli di perdonare i peccati. Una speciale attenzione è riservata alla figura di Tommaso, al quale sono particolarmente legato. Egli non è presente la sera della domenica di Pasqua, quando Gesù risorto si manifesta agli altri discepoli. Non sappiamo il motivo dell’assenza, ma di fatto non c’è. Qualche giorno prima si era reso disponibile ad andare a morire insieme a Gesù (11,16), ma poi è scappato come gli altri. Anche lui deve fare i conti con la paura, un sentimento abbastanza presente nel quarto vangelo, un atteggiamento che fa vedere il mondo come elemento ostile. Ricordiamo la paura della gente nel poter dare testimonianza pubblica di Gesù (7,13), la paura dei genitori del cieco guarito (9,12), la paura ora dei discepoli, che temono la stessa sorte del loro Maestro, a motivo dei Giudei. Tommaso, il “gemello” di Gesù, non è riuscito a capire il gesto della morte di Gesù, fa fatica a concepire una vita oltre la morte. Il brano del vangelo riporta due incontri di Gesù Risorto con i suoi discepoli. Due scene con due obiettivi diversi: con il primo incontro Gesù intende rompere l’isolamento e la paura dei discepoli, dando loro la pace e lo Spirito e affidando la missione del perdono dei peccati; con il secondo incontro accondiscende alla richiesta di Tommaso e loda la fede di coloro che crederanno senza vedere.

Gesù e i discepoli il giorno di Pasqua

«La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo,mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me,anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”».

Siamo alla sera del giorno di Pasqua. Il primo elemento significativo del testo è il dato cronologico: “la sera di quello stesso giorno, il primo della settimana”. Vengono richiamati gli episodi narrati precedentemente presso il sepolcro vuoto con una proiezione alla pagina che segna l’inizio della creazione. La risurrezione di Gesù crea un tempo nuovo rispetto al “cronos” della cronaca umana. Si aggiunge ora la venuta di Gesù risorto in mezzo ai suoi discepoli, riuniti in un luogo, con le porte sprangate, impauriti, incapaci di difendere pubblicamente il loro Maestro, ingiustamente crocifisso. E’ sera: un richiamo all’esodo, all’intervento di Dio per riscattare e liberare Israele dal potere del nemico. Nella mattinata Maria di Magdala, Pietro e il discepolo amato sono stati al sepolcro e hanno visto la pietra rotolata, il lenzuolo che aveva avvolto il corpo di Gesù e il sudario. I discepoli si trovano ora chiusi in casa per paura dei Giudei. Non ci è dato di sapere quanti e chi siano questi discepoli. Ci viene comunicato dopo che manca Tommaso: è fuori, lui non ha paura dei Giudei, non ha paura di esporsi, di confrontarsi con chi non ha accettato Gesù. Questo inizio ci fa comprendere che l’evento che l’autore sta descrivendo è qualcosa che interessa tutta la comunità, tutti i futuri discepoli di Gesù. Come nell’episodio precedente Maria di Magdala rappresentava la comunità, così ora “i discepoli” rappresentano coloro che aderiranno alla proposta di Gesù. Suscita certamente non poche difficoltà questa immagine di comunità, di Chiesa, nascosta, senza il coraggio di spendere una parola a favore di uno condannato ingiustamente, impaurita dall’insuccesso, dalle difficoltà di una società “liquida”, sempre diversa. Significativamente la presenza del Risorto è descritta con il verbo “ve**re”. Già Giovanni il Battista gli aveva reso testimonianza mostrandolo come “colui che viene dopo” ma è più importante di lui, lo aveva presentato ai suoi discepoli come l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (Gv 1,15.27). Con questo titolo la sposa dell’Apocalisse lo invoca con insistenza (Ap 1,4.8; 22,20).
“Venne Gesù e stette in mezzo a loro”. Non si dice che Gesù appare e poi scompare, ma si registra una presenza che cambia la vita della comunità, una presenza continua all’interno della comunità. I discepoli fanno esperienza di una nuova presenza di Gesù Risorto, di un nuovo modo di percepire la sua presenza, una presenza che non tiene conto dei limiti del tempo e dello spazio. Si realizza l’annuncio promesso nel primo discorso di addio: “Non vi lascerò orfani, verrò a voi”. Colui che viene assume una posizione eretta, “sta”, ad indicare che è vivo. Gesù si pone “in mezzo” alla sua comunità e dice: “Pace a voi!”. Il saluto ebraico “Shalom” esprime serenità, gioia, felicità. Con questo saluto realizza quanto aveva promesso. Poi mostra non il viso per farsi conoscere, ma le sue mani trapassate dai chiodi e il costato trafitto. La mani rappresentano ciò che noi compiamo, realizziamo. Gesù mostra le sue mani per ricordare i gesti che ha compiuto per manifestare l’amore di Dio. E così la destra del Signore continua a compiere meraviglie (cfr Sal 118,6), prodigi, continua a toccare, curare, abbracciare, benedire. Le mani di Gesù lavano i piedi dei discepoli, in un atteggiamento di servizio. Le mani dunque non devono distruggere, aggredire, violentare, ma soltanto servire. Devono essere queste mani la nostra carta d’identità. Non si tratta di un gesto apologetico come a voler mostrare continuità con il passato, ma della visibilità di un mondo nuovo, quello definitivo, segnato dalla passione, dall’amore, dalla vita donata, il nostro mondo futuro. Alle mani si aggiunge il riferimento al costato dal quale erano usciti sangue e acqua, segni della vita nuova, dello Spirito. Le mani e il costato non devono essere dimenticati, ma dovranno raccontare una storia d’amore, quella di Dio per noi. Questa visione suscita una gioia intensa e profonda nei discepoli. E anche qui si realizza la promessa di Gesù: “La vostra afflizione si cambierà in gioia” (16,20), una gioia che nessuno potrà togliere. E così i discepoli vincono la paura dei Giudei e ritrovano la gioia della vita. Poi Gesù rinnova il saluto di pace e aggiunge un mandato per tutti i suoi discepoli, perché siano suoi collaboratori e comunichino agli altri l’amore di Dio, il condono dei peccati. Gesù “soffia” sui suoi discepoli lo Spirito Santo, ripetendo il gesto narrato nel testo di Genesi, quando Dio crea l’uomo (Gen 2,7), gli comunica la sua vita. Lo Spirito donato dal Risorto è il principio della vita nuova, nel segno di una riconciliazione piena con il perdono dei peccati. Missione dei discepoli è far scomparire il peccato, far sorgere un mondo più giusto. I discepoli sono inviati per mostrare le mani, le loro mani, segnate anch’esse dalla passione e dall’amore per l’uomo, mani per costruire un mondo migliore. Un compito davvero eccezionale, ma anche impegnativo.

Gesù e i discepoli otto giorni dopo

«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo disse: “Pace a voi». Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Gli rispose Tommaso: “Mio signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”».

Come giustificare l’assenza di Tommaso durante la prima apparizione del Risorto? Il testo precisa che i discepoli di Gesù stavano in un luogo, con le porte chiuse, “per timore dei Giudei”, hanno cioè paura delle autorità che hanno condannato a morte il Maestro e ora sono preoccupati della loro sorte. Tommaso, chiamato Didimo, che significa “gemello” (dalla radice ebraica Ta’am, in greco Didimo, presente anche in 11,16 e 21,2) è il discepolo che nell’episodio della risurrezione di Lazzaro ha dichiarato di essere disposto a morire con Gesù, a seguirlo fino alla morte, a subire la sua stessa sorte. Gemello, ovvero il più simile a Gesù, è uno dei Dodici, testimone della moltiplicazione dei pani, ma non ancora capace a comprendere il gesto della morte di Gesù, incapace anche a concepire una vita dopo la morte. C’è da pensare dunque che sia assente in questa circostanza, perché esce allo scoperto, perché non ha paura delle autorità giudaiche, non sta dunque con gli altri chiuso in casa. A Tommaso non basta un semplice annuncio, non gli serve la testimonianza dei discepoli. Egli vuole vivere un’esperienza personale e diretta con il Risorto, per credere ritiene di dover vedere i segni dei chiodi e mettere la mano nel suo costato, vuole avere la garanzia dell’identità tra il Risorto e il Crocifisso. Tommaso non accetta che si possa parlare di un Gesù risorto, senza accennare al suo passato, alla sua morte in croce. Si ribella ad una esclusione di un’esperienza promessa anche a lui (Gv 14,19:“Voi mi vedrete”). Anche lui vuole vedere personalmente il Risorto, anzi pretende di poterlo toccare nella sua realtà fisica, esige una prova personale e palpabile.
E così, otto giorni dopo, ancora di domenica, come il giorno di Pasqua, quando la comunità è radunata, Gesù si rende presente e accontenta la richiesta di Tommaso. Nonostante la prima apparizione, le porte sono rimaste chiuse. Il cammino di fede è davvero lungo e deve fare i conti con le nostre lentezze, le nostre paure, i dubbi, gli insuccessi, gli ostacoli di vario genere. Non si tratta di una apparizione privata: Tommaso deve recuperare anzitutto il senso della comunità, deve reinserirsi all’interno della comunità, deve imparare che il luogo dove potere vedere il Risorto è la comunità. Ed è proprio a lui che è rivolta tutta l’attenzione. Gesù non lo rimprovera per la sua richiesta, anzi si rende disponibile a soddisfarla, esorta però Tommaso a “non essere incredulo, ma credente”. «Gli rispose Tommaso: “Mio Signore, mio Dio!”». Come si può notare, l’evangelista non riporta che Tommaso si sia avvicinato a Gesù per toccarlo, ma riferisce la sua professione di fede. In questa maniera Tommaso esprime la sua piena adesione al suo Maestro, riconoscendolo come il suo Kirios, il Signore e Dio. Il Signore è quello che nella lavanda dei piedi ha compiuto un umile servizio e ha annunciato ai discepoli la sua morte come espressione suprema di amore. Tommaso qui lo accetta e lo fa suo programma di vita. Il possessivo “mio” manifesta il suo totale consenso al progetto di Gesù, la disponibilità a lasciarsi plasmare dallo Spirito di vita per dive**re il “gemello” di Gesù, essere come lui, disposto davvero a morire come lui. Le mani e il costato diventano il luogo della fede. Tommaso deve comprendere che le piaghe non rappresentano soltanto una continuità con il passato, ma anche il suo superamento. Le piaghe del mondo, così come quelle del Cristo, non rappresentano il segno di una sconfitta, ma un modo nuovo per mostrare l’amore di un Dio che continua a voler bene ad ogni uomo, nonostante tutto. Ed è proprio questo nuovo linguaggio dell’amore, che apre il cuore di Tommaso e gli fa proclamare la più alta e bella espressione di fede: «Mio Signore e mio Dio». Tommaso non ha bisogno di toccare, di mettere la mano nel costato. Neppure noi metteremo le dita nelle piaghe del Cristo, ma le metteremo nelle piaghe del mondo, se vogliamo con Tommaso esprimere la fede nel Risorto. Il testo continua con una beatitudine che guarda al futuro, all’esperienza di coloro che giungeranno alla fede, non come Tommaso e gli altri discepoli attraverso la visione, ma unicamente attraverso il messaggio di quei credenti che annunceranno al mondo l’amore di Gesù. La comunità è il luogo più naturale dove potere incontrare il Risorto, la celebrazione eucaristica il momento più significativo dove potere come Tommaso manifestare la nostra totale adesione a Gesù.

Scopo del vangelo

«Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome».

L’evangelista chiude l’incontro di Gesù con i suoi discepoli e il libro del vangelo sottolineando che non ha voluto riferire semplice cronaca, ma azioni e insegnamenti che hanno l’obiettivo di suscitare la fede. I dubbi di Tommaso e degli altri discepoli sono anche i nostri dubbi. Tommaso è nostro gemello, gemello di chi fa fatica a credere, di chi desidera prove più concrete della Risurrezione di Cristo. Sia chiaro per tutti: l’incontro con il Risorto può essere fatto solo nella comunità dei discepoli, quando sono riuniti per lo spezzare il pane e l’ascolto della Parola. Ci possiamo fidare di queste narrazioni, perché gli avvenimenti descritti hanno come protagonisti non persone più fortunate, ma persone che come noi fanno fatica a credere, persone che compiono itinerari di fede tra mille difficoltà, nella paura, nel dubbio. Persone davvero come noi. Gli apostoli, Maria di Magdala, Tommaso, il discepolo amato, sono delle belle testimonianze di fede, perché ciascuno di noi possa “credere” che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo possa avere la vita nel suo nome. Possiamo dunque con fiducia accogliere il kerigma, l’annuncio pasquale, per incontrare Gesù risorto.

Il Vangelo e noi

Il brano del vangelo non nasconde il primo insuccesso della comunità, che però non chiude la porta in faccia a Tommaso assente alla prima apparizione del Risorto. Questa accoglienza contrasta molto con l’atteggiamento di alcuni nostri gruppi, intenti a coltivare unicamente il loro orticello, escludendo quelli che la pensano in modo diverso. Tommaso mi è particolarmente simpatico, è il mio gemello, irremovibile e tenace difensore delle proprie idee.
Credere è un atto complesso; è un dire di sì alla vita, sempre; è accettare di essere raggiunti da una presenza, quella di un Dio, che parla solo il linguaggio dell’amore. Ci si può pure fidare di Dio, ma è estremamente difficile credere alla testimonianza di alcuni che dicono di avere visto il Signore e continuano a vivere nella paura, chiusi “per timore dei Giudei”, incapaci di annunciare agli altri la vittoria di Dio sulla morte, muti senza il coraggio di prendere le difese a favore del loro Maestro ingiustamente condannato.
Non nascondo la mia particolare simpatia per l’apostolo Tommaso, protagonista del vangelo odierno. E’ a conoscenza della scoperta della tomba vuota, dell’incontro di Gesù con Maria di Magdala e con Pietro e il discepolo amato. Tommaso ha bisogno di qualcosa di più di un semplice annuncio di risurrezione, ha bisogno di ritrovare una comunità aperta, coraggiosa, rinnovata dalla potenza dello Spirito, non chiusa tra quattro pareti, ma in cammino, tra le strade polverose del mondo, in mezzo al fango delle miserie umane. Una comunità che si sporca le mani. Una comunità che trova il coraggio di annunciare il suo primo insuccesso, la vigliaccheria di una fuga. Una comunità che annuncia certo il Risorto, ma che non dimentica il passato, il dramma della passione e morte di Gesù. Tommaso vuole credere, ma non gli basta la testimonianza dei suoi compagni, esige un’esperienza diretta con il Risorto, vuole vedere i segni della passione, i segni dei chiodi, avere la garanzia dell’identità del Risorto. Tommaso deve riunirsi ai suoi, deve recuperare il senso della comunità, deve accettare il limite di quella comunità, se vuole fare esperienza del Risorto. Tommaso è gemello di chi fa fatica a credere, di chi soffre, di chi registra nella Chiesa scelte assai discutibili, di chi continua a sognare un mondo diverso senza scalate al potere. Una Chiesa che, allora come oggi, teme il confronto, ha paura del diverso, si mostra a volte incapace a dare risposte ai vari interrogativi suscitati da un mondo alle prese di nuove problematiche. Una Chiesa meno interessata a prendersi cura del fratello gemello, che resta a casa e non frequenta le nostre assemblee. Una Chiesa arroccata, isolata, più facilmente diventa aggressiva, non sempre all’altezza di comprendere le novità della scienza, anche in campo teologico. Non è la Chiesa che vorrei, ma è la mia Chiesa, quella che amo, quella che mi propone ogni giorno la vita nuova in Cristo, quella che mi suggerisce di annunciare il vangelo della vita, quella che mi invita ad essere sale e luce per il mondo.
E’ urgente ritrovarsi, confrontarsi, uscire dal silenzio, recuperare la gioia di un dialogo in un clima di libertà, per avviare scelte coraggiose per l’annuncio del Vangelo.

Preghiera
Uomo di Galilea,
Unto del Signore,
credo fermamente in Te,
davvero libero dai legami familiari,
dai condizionamenti dei tuoi discepoli,
fedele interprete della Legge,
rispettoso dell’uomo,
libero anche dalla prigione di una tomba.
Tu sei il Vivente, perché sei l’amore.
Chi ama, come Te, non conoscerà mai la morte.
Io non pretendo di amarti,
ma sono aperto a lasciarmi amare,
pronto ad accogliere il tuo immenso amore.
Faccio fatica a credere all’annuncio di una comunità,
chiusa tra quattro mura per paura del confronto.
Aiutami a vedere la tua presenza nelle tante piaghe aperte
di una società malata.
Senza di te non c’è vera pace.
Don Gino Faragone

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Sciacca
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