05/04/2024
II Domenica di Pasqua B
Il Risorto e la testimonianza del mio gemello
Oggi è la domenica in cui coloro, che erano stati battezzati durante la veglia pasquale, deponevano le loro vesti bianche, concludendo così la loro iniziazione cristiana. Il vangelo in tutti i tre anni A,B e C è Gv 20,19-31, che presenta due manifestazioni del Risorto ai discepoli nell’arco della settimana: la prima la sera dello stesso giorno della scoperta del sepolcro vuoto, l’altra otto giorni dopo. Diverse sono le tematiche proposte: importanza della domenica, il dono della pace da parte del Risorto, la gioia dei discepoli, il dono dello Spirito, la missione affidata ai discepoli di perdonare i peccati. Una speciale attenzione è riservata alla figura di Tommaso, al quale sono particolarmente legato. Egli non è presente la sera della domenica di Pasqua, quando Gesù risorto si manifesta agli altri discepoli. Non sappiamo il motivo dell’assenza, ma di fatto non c’è. Qualche giorno prima si era reso disponibile ad andare a morire insieme a Gesù (11,16), ma poi è scappato come gli altri. Anche lui deve fare i conti con la paura, un sentimento abbastanza presente nel quarto vangelo, un atteggiamento che fa vedere il mondo come elemento ostile. Ricordiamo la paura della gente nel poter dare testimonianza pubblica di Gesù (7,13), la paura dei genitori del cieco guarito (9,12), la paura ora dei discepoli, che temono la stessa sorte del loro Maestro, a motivo dei Giudei. Tommaso, il “gemello” di Gesù, non è riuscito a capire il gesto della morte di Gesù, fa fatica a concepire una vita oltre la morte. Il brano del vangelo riporta due incontri di Gesù Risorto con i suoi discepoli. Due scene con due obiettivi diversi: con il primo incontro Gesù intende rompere l’isolamento e la paura dei discepoli, dando loro la pace e lo Spirito e affidando la missione del perdono dei peccati; con il secondo incontro accondiscende alla richiesta di Tommaso e loda la fede di coloro che crederanno senza vedere.
Gesù e i discepoli il giorno di Pasqua
«La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo,mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me,anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”».
Siamo alla sera del giorno di Pasqua. Il primo elemento significativo del testo è il dato cronologico: “la sera di quello stesso giorno, il primo della settimana”. Vengono richiamati gli episodi narrati precedentemente presso il sepolcro vuoto con una proiezione alla pagina che segna l’inizio della creazione. La risurrezione di Gesù crea un tempo nuovo rispetto al “cronos” della cronaca umana. Si aggiunge ora la venuta di Gesù risorto in mezzo ai suoi discepoli, riuniti in un luogo, con le porte sprangate, impauriti, incapaci di difendere pubblicamente il loro Maestro, ingiustamente crocifisso. E’ sera: un richiamo all’esodo, all’intervento di Dio per riscattare e liberare Israele dal potere del nemico. Nella mattinata Maria di Magdala, Pietro e il discepolo amato sono stati al sepolcro e hanno visto la pietra rotolata, il lenzuolo che aveva avvolto il corpo di Gesù e il sudario. I discepoli si trovano ora chiusi in casa per paura dei Giudei. Non ci è dato di sapere quanti e chi siano questi discepoli. Ci viene comunicato dopo che manca Tommaso: è fuori, lui non ha paura dei Giudei, non ha paura di esporsi, di confrontarsi con chi non ha accettato Gesù. Questo inizio ci fa comprendere che l’evento che l’autore sta descrivendo è qualcosa che interessa tutta la comunità, tutti i futuri discepoli di Gesù. Come nell’episodio precedente Maria di Magdala rappresentava la comunità, così ora “i discepoli” rappresentano coloro che aderiranno alla proposta di Gesù. Suscita certamente non poche difficoltà questa immagine di comunità, di Chiesa, nascosta, senza il coraggio di spendere una parola a favore di uno condannato ingiustamente, impaurita dall’insuccesso, dalle difficoltà di una società “liquida”, sempre diversa. Significativamente la presenza del Risorto è descritta con il verbo “ve**re”. Già Giovanni il Battista gli aveva reso testimonianza mostrandolo come “colui che viene dopo” ma è più importante di lui, lo aveva presentato ai suoi discepoli come l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (Gv 1,15.27). Con questo titolo la sposa dell’Apocalisse lo invoca con insistenza (Ap 1,4.8; 22,20).
“Venne Gesù e stette in mezzo a loro”. Non si dice che Gesù appare e poi scompare, ma si registra una presenza che cambia la vita della comunità, una presenza continua all’interno della comunità. I discepoli fanno esperienza di una nuova presenza di Gesù Risorto, di un nuovo modo di percepire la sua presenza, una presenza che non tiene conto dei limiti del tempo e dello spazio. Si realizza l’annuncio promesso nel primo discorso di addio: “Non vi lascerò orfani, verrò a voi”. Colui che viene assume una posizione eretta, “sta”, ad indicare che è vivo. Gesù si pone “in mezzo” alla sua comunità e dice: “Pace a voi!”. Il saluto ebraico “Shalom” esprime serenità, gioia, felicità. Con questo saluto realizza quanto aveva promesso. Poi mostra non il viso per farsi conoscere, ma le sue mani trapassate dai chiodi e il costato trafitto. La mani rappresentano ciò che noi compiamo, realizziamo. Gesù mostra le sue mani per ricordare i gesti che ha compiuto per manifestare l’amore di Dio. E così la destra del Signore continua a compiere meraviglie (cfr Sal 118,6), prodigi, continua a toccare, curare, abbracciare, benedire. Le mani di Gesù lavano i piedi dei discepoli, in un atteggiamento di servizio. Le mani dunque non devono distruggere, aggredire, violentare, ma soltanto servire. Devono essere queste mani la nostra carta d’identità. Non si tratta di un gesto apologetico come a voler mostrare continuità con il passato, ma della visibilità di un mondo nuovo, quello definitivo, segnato dalla passione, dall’amore, dalla vita donata, il nostro mondo futuro. Alle mani si aggiunge il riferimento al costato dal quale erano usciti sangue e acqua, segni della vita nuova, dello Spirito. Le mani e il costato non devono essere dimenticati, ma dovranno raccontare una storia d’amore, quella di Dio per noi. Questa visione suscita una gioia intensa e profonda nei discepoli. E anche qui si realizza la promessa di Gesù: “La vostra afflizione si cambierà in gioia” (16,20), una gioia che nessuno potrà togliere. E così i discepoli vincono la paura dei Giudei e ritrovano la gioia della vita. Poi Gesù rinnova il saluto di pace e aggiunge un mandato per tutti i suoi discepoli, perché siano suoi collaboratori e comunichino agli altri l’amore di Dio, il condono dei peccati. Gesù “soffia” sui suoi discepoli lo Spirito Santo, ripetendo il gesto narrato nel testo di Genesi, quando Dio crea l’uomo (Gen 2,7), gli comunica la sua vita. Lo Spirito donato dal Risorto è il principio della vita nuova, nel segno di una riconciliazione piena con il perdono dei peccati. Missione dei discepoli è far scomparire il peccato, far sorgere un mondo più giusto. I discepoli sono inviati per mostrare le mani, le loro mani, segnate anch’esse dalla passione e dall’amore per l’uomo, mani per costruire un mondo migliore. Un compito davvero eccezionale, ma anche impegnativo.
Gesù e i discepoli otto giorni dopo
«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo disse: “Pace a voi». Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Gli rispose Tommaso: “Mio signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”».
Come giustificare l’assenza di Tommaso durante la prima apparizione del Risorto? Il testo precisa che i discepoli di Gesù stavano in un luogo, con le porte chiuse, “per timore dei Giudei”, hanno cioè paura delle autorità che hanno condannato a morte il Maestro e ora sono preoccupati della loro sorte. Tommaso, chiamato Didimo, che significa “gemello” (dalla radice ebraica Ta’am, in greco Didimo, presente anche in 11,16 e 21,2) è il discepolo che nell’episodio della risurrezione di Lazzaro ha dichiarato di essere disposto a morire con Gesù, a seguirlo fino alla morte, a subire la sua stessa sorte. Gemello, ovvero il più simile a Gesù, è uno dei Dodici, testimone della moltiplicazione dei pani, ma non ancora capace a comprendere il gesto della morte di Gesù, incapace anche a concepire una vita dopo la morte. C’è da pensare dunque che sia assente in questa circostanza, perché esce allo scoperto, perché non ha paura delle autorità giudaiche, non sta dunque con gli altri chiuso in casa. A Tommaso non basta un semplice annuncio, non gli serve la testimonianza dei discepoli. Egli vuole vivere un’esperienza personale e diretta con il Risorto, per credere ritiene di dover vedere i segni dei chiodi e mettere la mano nel suo costato, vuole avere la garanzia dell’identità tra il Risorto e il Crocifisso. Tommaso non accetta che si possa parlare di un Gesù risorto, senza accennare al suo passato, alla sua morte in croce. Si ribella ad una esclusione di un’esperienza promessa anche a lui (Gv 14,19:“Voi mi vedrete”). Anche lui vuole vedere personalmente il Risorto, anzi pretende di poterlo toccare nella sua realtà fisica, esige una prova personale e palpabile.
E così, otto giorni dopo, ancora di domenica, come il giorno di Pasqua, quando la comunità è radunata, Gesù si rende presente e accontenta la richiesta di Tommaso. Nonostante la prima apparizione, le porte sono rimaste chiuse. Il cammino di fede è davvero lungo e deve fare i conti con le nostre lentezze, le nostre paure, i dubbi, gli insuccessi, gli ostacoli di vario genere. Non si tratta di una apparizione privata: Tommaso deve recuperare anzitutto il senso della comunità, deve reinserirsi all’interno della comunità, deve imparare che il luogo dove potere vedere il Risorto è la comunità. Ed è proprio a lui che è rivolta tutta l’attenzione. Gesù non lo rimprovera per la sua richiesta, anzi si rende disponibile a soddisfarla, esorta però Tommaso a “non essere incredulo, ma credente”. «Gli rispose Tommaso: “Mio Signore, mio Dio!”». Come si può notare, l’evangelista non riporta che Tommaso si sia avvicinato a Gesù per toccarlo, ma riferisce la sua professione di fede. In questa maniera Tommaso esprime la sua piena adesione al suo Maestro, riconoscendolo come il suo Kirios, il Signore e Dio. Il Signore è quello che nella lavanda dei piedi ha compiuto un umile servizio e ha annunciato ai discepoli la sua morte come espressione suprema di amore. Tommaso qui lo accetta e lo fa suo programma di vita. Il possessivo “mio” manifesta il suo totale consenso al progetto di Gesù, la disponibilità a lasciarsi plasmare dallo Spirito di vita per dive**re il “gemello” di Gesù, essere come lui, disposto davvero a morire come lui. Le mani e il costato diventano il luogo della fede. Tommaso deve comprendere che le piaghe non rappresentano soltanto una continuità con il passato, ma anche il suo superamento. Le piaghe del mondo, così come quelle del Cristo, non rappresentano il segno di una sconfitta, ma un modo nuovo per mostrare l’amore di un Dio che continua a voler bene ad ogni uomo, nonostante tutto. Ed è proprio questo nuovo linguaggio dell’amore, che apre il cuore di Tommaso e gli fa proclamare la più alta e bella espressione di fede: «Mio Signore e mio Dio». Tommaso non ha bisogno di toccare, di mettere la mano nel costato. Neppure noi metteremo le dita nelle piaghe del Cristo, ma le metteremo nelle piaghe del mondo, se vogliamo con Tommaso esprimere la fede nel Risorto. Il testo continua con una beatitudine che guarda al futuro, all’esperienza di coloro che giungeranno alla fede, non come Tommaso e gli altri discepoli attraverso la visione, ma unicamente attraverso il messaggio di quei credenti che annunceranno al mondo l’amore di Gesù. La comunità è il luogo più naturale dove potere incontrare il Risorto, la celebrazione eucaristica il momento più significativo dove potere come Tommaso manifestare la nostra totale adesione a Gesù.
Scopo del vangelo
«Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome».
L’evangelista chiude l’incontro di Gesù con i suoi discepoli e il libro del vangelo sottolineando che non ha voluto riferire semplice cronaca, ma azioni e insegnamenti che hanno l’obiettivo di suscitare la fede. I dubbi di Tommaso e degli altri discepoli sono anche i nostri dubbi. Tommaso è nostro gemello, gemello di chi fa fatica a credere, di chi desidera prove più concrete della Risurrezione di Cristo. Sia chiaro per tutti: l’incontro con il Risorto può essere fatto solo nella comunità dei discepoli, quando sono riuniti per lo spezzare il pane e l’ascolto della Parola. Ci possiamo fidare di queste narrazioni, perché gli avvenimenti descritti hanno come protagonisti non persone più fortunate, ma persone che come noi fanno fatica a credere, persone che compiono itinerari di fede tra mille difficoltà, nella paura, nel dubbio. Persone davvero come noi. Gli apostoli, Maria di Magdala, Tommaso, il discepolo amato, sono delle belle testimonianze di fede, perché ciascuno di noi possa “credere” che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo possa avere la vita nel suo nome. Possiamo dunque con fiducia accogliere il kerigma, l’annuncio pasquale, per incontrare Gesù risorto.
Il Vangelo e noi
Il brano del vangelo non nasconde il primo insuccesso della comunità, che però non chiude la porta in faccia a Tommaso assente alla prima apparizione del Risorto. Questa accoglienza contrasta molto con l’atteggiamento di alcuni nostri gruppi, intenti a coltivare unicamente il loro orticello, escludendo quelli che la pensano in modo diverso. Tommaso mi è particolarmente simpatico, è il mio gemello, irremovibile e tenace difensore delle proprie idee.
Credere è un atto complesso; è un dire di sì alla vita, sempre; è accettare di essere raggiunti da una presenza, quella di un Dio, che parla solo il linguaggio dell’amore. Ci si può pure fidare di Dio, ma è estremamente difficile credere alla testimonianza di alcuni che dicono di avere visto il Signore e continuano a vivere nella paura, chiusi “per timore dei Giudei”, incapaci di annunciare agli altri la vittoria di Dio sulla morte, muti senza il coraggio di prendere le difese a favore del loro Maestro ingiustamente condannato.
Non nascondo la mia particolare simpatia per l’apostolo Tommaso, protagonista del vangelo odierno. E’ a conoscenza della scoperta della tomba vuota, dell’incontro di Gesù con Maria di Magdala e con Pietro e il discepolo amato. Tommaso ha bisogno di qualcosa di più di un semplice annuncio di risurrezione, ha bisogno di ritrovare una comunità aperta, coraggiosa, rinnovata dalla potenza dello Spirito, non chiusa tra quattro pareti, ma in cammino, tra le strade polverose del mondo, in mezzo al fango delle miserie umane. Una comunità che si sporca le mani. Una comunità che trova il coraggio di annunciare il suo primo insuccesso, la vigliaccheria di una fuga. Una comunità che annuncia certo il Risorto, ma che non dimentica il passato, il dramma della passione e morte di Gesù. Tommaso vuole credere, ma non gli basta la testimonianza dei suoi compagni, esige un’esperienza diretta con il Risorto, vuole vedere i segni della passione, i segni dei chiodi, avere la garanzia dell’identità del Risorto. Tommaso deve riunirsi ai suoi, deve recuperare il senso della comunità, deve accettare il limite di quella comunità, se vuole fare esperienza del Risorto. Tommaso è gemello di chi fa fatica a credere, di chi soffre, di chi registra nella Chiesa scelte assai discutibili, di chi continua a sognare un mondo diverso senza scalate al potere. Una Chiesa che, allora come oggi, teme il confronto, ha paura del diverso, si mostra a volte incapace a dare risposte ai vari interrogativi suscitati da un mondo alle prese di nuove problematiche. Una Chiesa meno interessata a prendersi cura del fratello gemello, che resta a casa e non frequenta le nostre assemblee. Una Chiesa arroccata, isolata, più facilmente diventa aggressiva, non sempre all’altezza di comprendere le novità della scienza, anche in campo teologico. Non è la Chiesa che vorrei, ma è la mia Chiesa, quella che amo, quella che mi propone ogni giorno la vita nuova in Cristo, quella che mi suggerisce di annunciare il vangelo della vita, quella che mi invita ad essere sale e luce per il mondo.
E’ urgente ritrovarsi, confrontarsi, uscire dal silenzio, recuperare la gioia di un dialogo in un clima di libertà, per avviare scelte coraggiose per l’annuncio del Vangelo.
Preghiera
Uomo di Galilea,
Unto del Signore,
credo fermamente in Te,
davvero libero dai legami familiari,
dai condizionamenti dei tuoi discepoli,
fedele interprete della Legge,
rispettoso dell’uomo,
libero anche dalla prigione di una tomba.
Tu sei il Vivente, perché sei l’amore.
Chi ama, come Te, non conoscerà mai la morte.
Io non pretendo di amarti,
ma sono aperto a lasciarmi amare,
pronto ad accogliere il tuo immenso amore.
Faccio fatica a credere all’annuncio di una comunità,
chiusa tra quattro mura per paura del confronto.
Aiutami a vedere la tua presenza nelle tante piaghe aperte
di una società malata.
Senza di te non c’è vera pace.
Don Gino Faragone