01/09/2026
FRATELLO ENZO SI È ADDORMENTATO
Ho conosciuto fratello Enzo circa venticinque anni fa, a Bose.
Prima ancora di incontrarlo, mi ero nutrito dei suoi libri. Alcune delle sue parole avevano già cominciato ad accompagnare il mio cammino cristiano. Poi, un giorno, quelle parole hanno avuto un volto.
Il suo.
E fin dal primo incontro è accaduto qualcosa che ancora oggi non so spiegare bene. Ci siamo riconosciuti.
Non so dire perché.
So soltanto che, da quel momento, tra noi è nata un’amicizia che per me è stata un dono immenso.
Enzo mi ha voluto bene. E non è una frase che dico oggi perché è morto.
Me lo ha fatto sentire tante volte.
Mi ha regalato il suo tempo, la sua attenzione, la sua confidenza. Gli incontri, gli esercizi spirituali, le conversazioni, le lunghe lettere. E poi quelle parole affettuose, incoraggianti, che arrivavano spesso proprio quando ne avevo bisogno.
Aveva una grande considerazione di me.
Ancora oggi mi chiedo da dove venisse.
Forse era semplicemente il modo in cui Enzo sapeva guardare le persone: non si fermava a ciò che erano in quel momento, ma sembrava vedere ciò che potevano diventare.
E quella sua stima, ne sono certo, era soprattutto frutto del suo affetto.
Questo è uno dei doni più grandi che mi ha lasciato: essere stato guardato con benevolenza da un uomo che stimavo profondamente.
Tra noi c’era poi qualcosa di curioso.
Ci incontravamo senza esserci dati appuntamento.
Le nostre strade si incrociavano continuamente, come se ci fosse qualcuno — o Qualcuno — che si divertisse a farci trovare nello stesso posto.
Quando presi possesso della parrocchia di Scario, Enzo era lì.
E ricordo ancora il modo in cui seppe donare il Vangelo a quella comunità: con quella sapienza mite e profonda che appartiene agli uomini che hanno imparato ad ascoltare lo Spirito.
Io devo molto a fratello Enzo.
Come uomo.
Come cristiano.
Come sacerdote.
Ma soprattutto gli devo qualcosa che non riesco a mettere dentro una formula: gli devo una parte della mia storia.
Bose ha significato moltissimo per la Chiesa e per tante donne e tanti uomini che, attraverso quella comunità e attraverso la parola di Enzo, hanno ritrovato la Scrittura, la ricerca di Dio, il gusto della domanda, la fraternità.
Ma io ho conosciuto Enzo anche quando la sua vita è entrata in una stagione più difficile.
Il tempo dell’esilio.
E forse proprio lì ho conosciuto ancora di più l’uomo.
Ho visto la sofferenza. Ho visto l’ingiustizia di alcune incomprensioni. Ho visto quanto può costare a un uomo sentirsi messo da parte proprio da coloro ai quali aveva consegnato una parte della propria vita.
Eppure Enzo non si lasciava definire da quello che gli stava accadendo.
Ricordo un episodio.
Era a Scario. Qualche giorno prima era arrivata da Roma una lettera che invitava i vescovi a non invitare Enzo nelle loro diocesi.
Un sacerdote della mia diocesi, sapendo che Enzo era nella mia parrocchia, mi consigliò di stare attento, di non farlo predicare, per evitare problemi.
A tavola raccontai tutto a Enzo.
E lui rise.
Rise di cuore.
E io con lui.
Non era una risata per negare il dolore.
Era qualcosa di più grande.
Era la libertà di chi non permette agli altri di decidere la misura della propria anima.
Quella sera ho pensato che Enzo fosse proprio così: capace di volare sopra le piccole meschinità degli uomini senza smettere di voler loro bene.
Forse è anche per questo che gli ho voluto così bene.
Perché in lui non ho incontrato soltanto un maestro.
Ho incontrato un fratello.
Un amico.
Una persona che mi ha fatto sentire, in modo discreto e tenace, che la mia vita aveva valore.
E adesso che non posso più telefonargli, né aspettarmi una sua lettera, né ritrovarmelo davanti quando le nostre strade si incroceranno ancora una volta per caso, sento dentro una gratitudine immensa.
Il dolore c’è.
Ma sotto il dolore c’è soprattutto grazie.
Grazie, Enzo.
Per i libri che mi hanno accompagnato.
Per il Vangelo che mi hai aiutato a cercare.
Per le parole che mi hai regalato.
Per il tempo.
Per la stima.
Per l’affetto.
Per l’amicizia.
Per avermi voluto bene così, semplicemente.
Forse è questo che rimane davvero di una persona quando se ne va: non ciò che ha scritto, non ciò che ha costruito, nemmeno ciò che gli altri diranno di lei.
Rimane il bene che ha lasciato dentro qualcuno.
E tu, fratello Enzo, dentro di me ne hai lasciato tanto.
Ora ti sei addormentato nelle braccia del Veniente.
Tu che hai passato la vita ad aspettarlo, a cercarlo, a indicarlo agli altri.
Adesso non devi più cercarlo.
È Lui che ti ha trovato.
E io, fratello mio, continuo a credere che prima o poi le nostre strade si incroceranno ancora.
Questa volta senza bisogno di un appuntamento.
Arrivederci, Enzo.
Ti voglio bene. Agnello