31/07/2026
“𝐏𝐎𝐑𝐓𝐀 𝐃𝐄𝐋 𝐂𝐈𝐄𝐋𝐎”
𝑵𝒐𝒏𝒐 𝒈𝒊𝒐𝒓𝒏𝒐 𝒅𝒊 𝑵𝒐𝒗𝒆𝒏𝒂.
Sono stato invitato a proclamare Maria come 𝐏𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐢𝐞𝐥𝐨: quella Porta che si era chiusa nella notte dei tempi e che, attraverso Maria, si riapre.
Il suo «sì» incondizionato al Signore fa in modo che quella Porta si riapra ancora una volta. Per questo, anche quando moriamo, non andiamo verso la morte, ma passiamo da una stanza all’altra: da questa stanza, nella quale oggi viviamo, a quella vera, quella definitiva, quella nella quale non si piange più, non ci sono più problemi, non c’è più dolore.
Maria ci invita a percorrere questo cammino continuo che ha al centro un’unica realtà: 𝐬𝐮𝐨 𝐅𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐆𝐞𝐬𝐮̀.
Uniti a Maria, possiamo diventare sempre più 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢𝐟𝐨𝐫𝐦𝐢, cioè formati a immagine di Cristo. Ciascuno di noi, al termine della propria esistenza, dovrebbe poter dire con l’apostolo Paolo: «𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑖𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑣𝑖𝑣𝑜, 𝑚𝑎 𝐶𝑟𝑖𝑠𝑡𝑜 𝑣𝑖𝑣𝑒 𝑖𝑛 𝑚𝑒». E ancora: «𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑣𝑖𝑣𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑟𝑛𝑒, 𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑣𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑒𝑑𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝐹𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝐷𝑖𝑜, 𝑐ℎ𝑒 𝑚𝑖 ℎ𝑎 𝑎𝑚𝑎𝑡𝑜 𝑒 ℎ𝑎 𝑑𝑎𝑡𝑜 𝑠𝑒 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑚𝑒».
Sono parole bellissime, ma troppo spesso rischiano di rimanere soltanto sulla carta, perché il cammino spirituale è esigente e tutt’altro che semplice. Noi cristiani possiamo anche proclamare con convinzione la nostra fede, ma poi tradurla concretamente nella nostra vita è un’altra cosa. Il vero cammino spirituale, infatti, richiede un continuo 𝐫𝐢𝐧𝐧𝐞𝐠𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐢 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐢, delle nostre pretese, delle nostre sicurezze e del nostro egoismo.
Pensiamo, per esempio, al nostro rapporto con l’altro, con chi ci sta accanto ma è diverso da noi, ha una storia diversa dalla nostra, un modo diverso di pensare, i suoi pregiudizi e le sue fragilità, ma anche tante qualità e tanta ricchezza. Eppure, nonostante viva accanto a noi ogni giorno, spesso lo sentiamo lontano, quasi come se tra noi e lui ci fossero miglia e miglia di distanza.
Perché accade questo?
Perché dobbiamo imparare a riconoscere quella pagliuzza d’oro nascosta in mezzo al fango. Quando ci accostiamo all’altro, infatti, il nostro sguardo si posa troppo facilmente sui suoi difetti, sulla sua superbia, sulle sue mancanze. E allora, che cosa siamo chiamati a fare? Siamo chiamati ad andare oltre ciò che appare, a cercare quel bene che spesso rimane nascosto e, soprattutto, a imparare ad amare.
Quell’amore che tutto vuole, tutto sopporta, tutto scusa, tutto perdona, tutto accoglie. Dico: 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨.
Cos’è, in ultima analisi, l’amore?
L’amore è 𝐬𝐯𝐮𝐨𝐭𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐝𝐢 𝐬𝐞́ 𝐩𝐞𝐫 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐚𝐥𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨.
E allora significa imparare, continuamente, a dire di nuovo quel «sì» all’altro, anche quando ci stanca, anche quando ci viene spontaneo dire un «no» deciso, magari un «no» tremendo. Dobbiamo invece abituarci a dire «sì», ma un sì detto con amore.
E questo amore deve tradursi anche nella nostra vita quotidiana.
La nostra giornata è scandita da molti secondi. Ma quanti di questi sappiamo davvero custodire e vivere pienamente? Quante volte, invece, li lasciamo scorrere nella dissipazione, disperdendo quel poco di bene che, attraverso il cammino spirituale, siamo riusciti a costruire nel nostro cuore? Basta poco: parole inutili, chiacchiere, distrazioni, il continuo susseguirsi di messaggi e sollecitazioni, buone o cattive, che finiscono per disperdere ciò che di prezioso avevamo faticosamente maturato.
Così perdiamo la capacità di fare spazio all’altro nel nostro cuore. Vengono meno quei valori di una ca**tà che 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐩𝐫𝐞, 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐬𝐜𝐮𝐬𝐚, 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐨𝐧𝐚 𝐞 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐚𝐦𝐚.
Dobbiamo ritornare continuamente a questa realtà.
Maria ci aiuta a fare in modo che la nostra esistenza, umana e spirituale, abbia come centro il Cristo.
La nostra vita è fatta di infiniti istanti. Come possiamo viverli? Come possiamo riempirli di qualcosa che abbia davvero valore?
Anche qui dobbiamo stare attenti. Possiamo riempirli con piccole 𝐠𝐢𝐚𝐜𝐮𝐥𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞, brevi invocazioni che ci riportano continuamente al Signore.
Ne suggerisco una che è stata attribuita a Gesù e che fu fatta propria da suor Consolata Betrone di Torino:
«𝑮𝒆𝒔𝒖̀, 𝑴𝒂𝒓𝒊𝒂, 𝒗𝒊 𝒂𝒎𝒐, 𝒔𝒂𝒍𝒗𝒂𝒕𝒆 𝒂𝒏𝒊𝒎𝒆».
In pochi secondi invochiamo Gesù e Maria e affidiamo a Dio la salvezza delle anime.
Perché, in fondo, qual è la nostra vita? 𝐄̀ 𝐬𝐚𝐥𝐯𝐚𝐫𝐞 𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨.
La salvezza delle anime passa attraverso il sacrificio, attraverso l’offerta di noi stessi. E quale sacrificio più bello possiamo offrire nei tanti momenti in cui non abbiamo nulla da fare, oltre alla preghiera del Santo Rosario e alla partecipazione alla Santa Messa?
Naturalmente, questa invocazione non sostituisce nulla di tutto questo. Ma può accompagnare ogni momento della nostra giornata.
Che cosa c’è di più bello di 𝐆𝐞𝐬𝐮̀, 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐚𝐥𝐯𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐚𝐧𝐢𝐦𝐞?
Vi invito a farne la vostra bandiera.
Tanti secondi che rischiamo di vivere oziosamente, nel chiacchiericcio e nella dissipazione, possono diventare invece un’offerta d’amore:
«𝑮𝒆𝒔𝒖̀, 𝑴𝒂𝒓𝒊𝒂, 𝒗𝒊 𝒂𝒎𝒐, 𝒔𝒂𝒍𝒗𝒂𝒕𝒆 𝒂𝒏𝒊𝒎𝒆».
E, se qualcuno avesse qualche dubbio, il Vangelo ci mette in guardia con parole molto serie: «𝐷𝑖 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎 𝑜𝑧𝑖𝑜𝑠𝑎 𝑔𝑙𝑖 𝑢𝑜𝑚𝑖𝑛𝑖 𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑔𝑖𝑢𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜».
Non possiamo pensare: «Ma Gesù sta esagerando».
Il giudizio può essere severo, perché non basta ascoltare: 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐚 𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐩𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐥𝐚 𝐏𝐚𝐫𝐨𝐥𝐚.
Pensiamo alle vergini che non seppero essere prudenti. La loro imprudenza ebbe un prezzo molto alto. Quando andarono a bussare alla porta dicendo: «Signore, aprici!», si sentirono rispondere: «𝑵𝒐𝒏 𝒗𝒊 𝒄𝒐𝒏𝒐𝒔𝒄𝒐».
E negli altri passi del Vangelo troviamo una parola ancora più forte. Ci sono uomini e donne che diranno: «Ma come? Siamo venuti nelle piazze, ti abbiamo ascoltato, siamo stati con te». Eppure la risposta sarà ancora: «𝑵𝒐𝒏 𝒗𝒊 𝒄𝒐𝒏𝒐𝒔𝒄𝒐».
Perché all’ascolto della Parola non è seguita la pratica.
E allora noi dobbiamo fare in modo che, attraverso Maria, 𝐢𝐥 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐜𝐮𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐮𝐧 𝐜𝐢𝐞𝐥𝐨. Il nostro cuore deve diventare un piccolo paradiso per l’altro, un luogo nel quale l’altro possa sentirsi accolto, amato, compreso.
Dobbiamo arrivare al punto che l’altro, incontrandoci, possa dire:
«𝐈𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐭𝐞 𝐦𝐢 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐨 𝐯𝐞𝐫𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞».
Se riusciremo a vivere così, allora Maria sarà davvero per noi la Porta del Cielo: perché attraverso di lei impareremo ad aprire il nostro cuore a Cristo e, in Cristo, ad aprirlo a ogni fratello.