20/08/2026
570/ in un
*Custodire l’intelligenza*
di don Enrico Parazzoli
Nell'era dei media digitali e dell'informazione disintermediata, la capacità di diffondere idee ha superato di gran lunga la verifica dei fatti. Constatiamo tutti i giorni che l'emotività sostituisce la veridicità. Chiunque, attraverso un click, può amplificare affermazioni privo di qualsiasi riscontro, facendo leva su reazioni viscerali e istintive come la paura, l'ostilità e il senso di minaccia.
Come abbiamo visto anche recentemente - nella comunicazione di molte persone che dovrebbero occuparsi di politica - questa dinamica diventa particolarmente aggressiva (e sfacciata) quando tocca temi identitari sensibili. Penso in particolare al tema della 'razza' e dell'appartenenza, che - superati dall'antropologia, ma ancora potenti sul piano simbolico - vengono usati per creare contrapposizioni rigide ("noi" contro "loro"). O ancora al tema dell'identità nazionale, dove la valorizzazione della cultura si trasforma in uno strumento di esclusione o di ostilità aggressiva. Al fondo c'è il tema della polarizzazione emotiva, che rinuncia alla strada del ragionamento complesso.
Sembrerà banale dirlo, ma in questo scenario il dovere etico imprescindibile, la virtù essenziale da esercitare, è la rettitudine del pensiero. Farsi promotori (coraggiosi!) di un approccio critico, basato sui fatti e sul rispetto della dignità umana, non è un mero esercizio teorico, ma la condizione fondamentale per tutelare i diritti di ogni individuo. e garantire un percorso di integrazione reale e sostenibile all'interno della società.
Non tanto 'contro' qualcuno, ma in favore della verità e dignità di ogni essere umano.
📸 dal web