Centro di esperienza e di formazione francescana

Centro di esperienza e di formazione francescana Il convento di San Salvatore in Colpersito (sec.

XI) di San Severino Marche custodisce la memoria del passaggio di San Francesco: qui egli convertì il "Re dei versi" e qui riconsegnò la pecorella alle religiose che lo abitavano.

Grazie Fra Gabriele dalla fraternità OFS e amici del Convento.
13/09/2026

Grazie Fra Gabriele dalla fraternità OFS e amici del Convento.

Nei giorni di Domenica 6 e martedì 8 settembre gli amici del convento, la fraternità OFS i parenti, si sono riunitiper u...
13/09/2026

Nei giorni di Domenica 6 e martedì 8 settembre gli amici del convento, la fraternità OFS i parenti, si sono riuniti
per un saluto a Fra Gabriele
che dopo tantissimi anni
di servizio qui a San Severino
si è trasferito al Convento
di Macerata.
Lo ringraziamo per la sua presenza e per il lavoro svolto
qui al Convento di Colpersito.
Gli auguriamo una buona vita
e buon riposo.
Pace e Bene

Spunti francescani sul vangelo domenicaleDOMENICA XXII (30.8.20): PIETRO ANGOLARE O DI INCIAMPO?Mt 16,22-24: Pietro lo p...
29/08/2026

Spunti francescani sul vangelo domenicale

DOMENICA XXII (30.8.20): PIETRO ANGOLARE O DI INCIAMPO?

Mt 16,22-24: Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole ve**re dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua»

Povero Pietro! Si sentiva forte sia del suo riconoscimento dato poco prima alla messianicità di Gesù, dato poco prima, sia della conseguente lode che gli era stata fatta (“Beato te Simone, il Padre te lo ha rivelato”) e sia della missione affidatagli subito dopo: “Tu sei Pietro e su di te fonderò la mia Chiesa”. Si sentiva bravo e forte: aveva proclamato la messianicità e poteva ora guidare Gesù dissuadendolo in quella prospettiva di morte di cui aveva parlato subito dopo ai discepoli. Pietro si stava gloriando della sua posizione, e, sebbene per amore del suo Gesù e nella sicurezza che oramai aveva ottenuto di se stesso, assume un atteggiamento di autorità e potere fino a rimproverare Gesù. Si era appropriato del suo ruolo di “pietra”, mettendo così in luce un’altra verità della sua persona: era diventato “Satana”, che dissuadeva Gesù dal suo cammino, e dunque era diventato “scandalo-ostacolo”. Cosa era avvenuto? Pietro, con la sua “pre-potenza” su Gesù, sicuro di sapere ormai tutto di lui e su di lui, si era trasformato inconsapevole da “pietra angolare” della chiesa a “pietra di inciampo”.

C’è un testo bellissimo e centrale nella visione di Francesco di Assisi dove il Santo richiama i suoi frati al rischio della superbia spirituale, malattia mortale di ogni opera buona. La conclusione del testo è precisa: “Anche se tu fossi più bello e più ricco di tutti (spiritualmente) e se tu operassi cose mirabili, come scacciare i demoni, tutte queste cose ti sono di ostacolo e nulla ti appartiene, e in esse non ti puoi gloriare per niente, ma in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo” (Am V 7-8).
Le opere buone, quelle che nascono dalla fede nel messia e lo testimoniano agli altri, non sono la verifica definitiva della propria identità cristiana né della propria maturità umana. Francesco, forse richiamandosi anche a questa vicenda di Pietro in cui il “beato” e il “satana” si alternarono così strettamente, sapeva molto bene che le opere sono “beni” e “ricchezze” che possono nascondere il loro contrario, diventando occasione di autoglorificazione; e ciò avviene ogni volta che le prestazioni compiute o i ruoli svolti fanno rischiare di sentirsi oramai sopra agli altri, di sentirsi cioè “i prescelti da Dio”; e dentro al cuore, nascosto ma forte, regna uno sguardo nei confronti degli altri di benignità un po’ sprezzante insieme ad un senso malcelato di superiorità.
Al contrario, quali sono le uniche cose di cui possiamo gloriarci, quelle che ci mettono al riparo dall’essere uno “scandalo satanico” agli altri? Nel testo dell’Ammonizione il Santo propone due condizioni sicure, le stesse ricordate da Gesù ai discepoli: innanzitutto riconoscere la propria “infermità”, cioè la propria “insicurezza” e “fragilità” anche se siamo stati chiamati “pietra”; poi abbracciare la logica di vita di Gesù che nella croce trova la sua sintesi: e così prendere ogni giorno sulle proprie spalle, chiamate da Francesco “umiltà e pazienza”, l’infermità e la fragilità nostra e degli altri per renderla umana.

Signore due cose ti chiedo: preservami dall’orgoglio sottile e nascosto, e per questo satanico, di sentirmi una pietra salda e sicura dalla quale guardare gli altri, e non mi fare scandalizzare della mia croce, che mi ricorda la mia infermità e quella dei fratelli. Signore fammi guardare a te riconoscendoti il “messia del dono” e non del “potere”.
fraPM

Spunti francescani sul vangelo domenicaleDOMENICA XXI (23.8.20): IL BUIO LUMINOSO DELLE DOMANDE DIFFICILIMt 16, 13-14: I...
22/08/2026

Spunti francescani sul vangelo domenicale

DOMENICA XXI (23.8.20): IL BUIO LUMINOSO DELLE DOMANDE DIFFICILI

Mt 16, 13-14: In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?».

Arrivano momenti nella vita in cui non si possono più evitare le domande difficili, quelle che si sentono presenti dentro di noi ma si hanno paura di affrontare. È il momento vissuto da Gesù e nel quale soprattutto ha voluto coinvolgere i suoi discepoli: “Voi chi dite che io sia?” Più che la risposta che darà subito dopo Pietro, – una risposta che domenica prossima si vedrà essere non così sicura come sembrerebbe – mi colpisce il probabile imbarazzo che avranno provato i discepoli a quella domanda improvvisa e diretta. Erano con lui da tempo e quella questione era aleggiata più volte nel loro cuore; ma di fatto una sicura risposta non l’avevano ancora data, perché ancora non l’avevano trovata: sentivano un’attrazione per lui ed erano contenti di essere insieme a lui in cammino, ma in fondo non sapevano chi fosse. Chi era per loro Gesù? Immagino che un silenzio profondo, come un buio improvviso, calò su di loro.

Anche Francesco era stato conquistato dal Signore e dal suo volto crocifisso per amore. Voleva seguirlo in una vita di semplicità e di povertà. Eppure era così difficile per lui capire bene cosa dovesse fare, perché ancora non aveva compreso bene chi fosse quel volto crocifisso e glorioso. E allora sgorga nel giovane una preghiera speciale davanti a quel volto, ripetuta spesso lungo la vita, quando si trattava di sapere come seguire le orme del suo Signore.
“Altissimo glorioso Dio,
illumina le tenebre de lo core mio.
Et dame fede dricta,
speranza certa
e carità perfecta,
senno e cognoscemento,
Signore,
che faccia lo tuo santo e verace comandamento!”
Di fronte alle domande della vita, che lo invitavano a rispondere sul mistero di colui che stava seguendo, Francesco sente che aveva un’unica possibilità di rispondere: invocare l’aiuto del Signore. Aveva bisogno di essere aiutato a capire con il cuore, affinché potesse poi anche avere “senno e cognoscimento”, cioè intelligenza e conoscenza. Era consapevole infatti che avere il cuore e la mente illuminati da quel volto erano le condizioni per poi poter “fare i suoi comandamenti”, agire cioè con lo stile di vita di Gesù.
Di fronte al silenzio stupefatto e imbarazzato che ogni volta risentiva in sé davanti alle domande tanto essenziali quanto improvvise, Francesco comprende di non avere una risposta sicura, ma solo molto desiderio e anche tanta paura. E allora per essere illuminato nel cuore e nella mente, ed essere poi forte nell’azione, chiede i tre doni teologali: la fede, la carità e la speranza, i tre elementi che compongono la luce divina, quella che viene dal volto di Cristo e che dà conoscenza e operatività.
Forse anche Pietro prima di rispondere alla domanda da tempo meditata e in quel momento improvvisa e imbarazzante postagli da Gesù avrà fatto la stessa preghiera di invocazione, chiedendo la luce che veniva dalla fede, dalla carità e dalla speranza.

Signore non togliermi troppo velocemente da quel silenzio di imbarazzo in cui mi ritrovo ogni volta che la vita mi obbliga a confrontarmi con le domande essenziali. Lasciami un momento dentro quello smarrimento, perché io sperimenti il “buio santo” della non conoscenza, di quelle tenebre che mi permettono di affidarmi a Te senza condizioni e con quella libertà che, unica, verifica il legame di fiducia che ho con te e con gli altri.
fraPM

Spunti francescana sul Vangelo domenicaleDOMENICA XX (16.820): DONNA, LA TUA FEDE MI HA CAMBIATO!Mt 15,26-28: La donna s...
15/08/2026

Spunti francescana sul Vangelo domenicale

DOMENICA XX (16.820): DONNA, LA TUA FEDE MI HA CAMBIATO!

Mt 15,26-28: La donna siro-fenicia si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini».
«È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».

L’incontro di Gesù con la donna siro-fenicia è un episodio del vangelo di Matteo molto strano. Normalmente lo si legge come un accadimento nel quale Gesù vuole provare la tenuta e la tenacia della fede di quella donna straniera, così da farla crescere nella relazione con lui. Secondo me invece in quell’incontro avvenne proprio il contrario: la forza di lei nell’insistere nella richiesta, contro ogni decenza e opportunità, visto che era non solo donna ma anche straniera, obbligò Gesù ad una crescita nella consapevolezza che l’appartenenza ad Israele non coincideva con l’appartenenza etnica e religiosa, ma ne superava i confini. Quella donna, che per ogni buon ebreo del tempo era una infedele e dunque un “cane”, mostrò a Gesù che la fede in Dio non coincide “con le pecore perdute di Israele”. Quel dialogo fece crescere Gesù verso una visione più ampia sul rapporto tra la misericordia di Dio e la fede dell’uomo, sganciandolo dai confini territoriali e culturali di Israele.

Qualcosa del genere sembrerebbe potersi ritrovare in frate Francesco quando nel 1219 si incontrò con il sultano in Egitto. Andato nelle terre mussulmane con il desiderio di convertire quegli infedeli, e dunque animato probabilmente da sentimenti di diffidenza e di contrapposizione, Francesco si incontrò invece con un uomo, il sultano Malek al-Kamil, che lo sorprese profondamente. Secondo tutte le fonti che raccontano l’episodio, quell’uomo “infedele” fu mosso a un atteggiamento di ascolto e rispetto verso quello “strano cristiano” che veniva a lui non con le armi ma con lo zelo della parola. Nella prima narrazione di quell’evento, testo scritto verso il 1220 da un vescovo che dirigeva le truppe cristiane, si racconta che alla conclusione del loro incontro il sultano “pregò Francesco, in segreto, di supplicare per lui il Signore perché, dietro divina ispirazione, potesse aderire a quella religione che più piacesse a Dio” (Fonti francescane 2212).
Si può immaginare senza difficoltà che Francesco, da uomo andato per convertire il Sultano, fu convertito da lui ad uno sguardo nuovo sull’altro diverso, da considerare non un nemico ma un ricercatore della verità come lo era lui stesso nel suo essere “frate minore”. Il Santo di Assisi, grazie all’atteggiamento ospitale del Sultano, capì che solo con questo spirito di rispetto, di accoglienza e di ascolto la diversità diventava luogo di crescita e di ricerca reciproca verso una verità che è desiderata da tutti, ma posseduta interamente da nessuno. Quando se ne andò dal sultano nessuno si era convertito alla fede dell’altro, ma ambedue aveva accolto e rispettato la reciproca diversità come luogo sacro di una rivelazione che Dio stava facendo ad entrambi.
Il risultato finale di questa esperienza fu la stesura del testo della Regola del 1221, in cui Francesco chiedeva ai suoi frati inviati in missione di applicare quando visto e sperimentato insieme al Sultano: “I frati poi che vanno fra gli infedeli non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio a e confessino di essere cristiani” (Rnb XVI 5).

Signore fammi sospendere il (pre)giudizio sull’altro che, diverso da me, è davanti a me nella sua ricerca di bene (la donna sirofenicia) e di verità (il sultano); perché solo così potrò essere educato ad uno sguardo nuovo su me stesso e sul mondo, e dunque ad uno sguardo buono e vero su di Te.

fraPM

Spunti francescani sul vangelo domenicale DOMENICA XIX (9.8.20): DAMMI IL CORAGGIO DI CAMMINARE SULLE ACQUEMt 14,27-29: ...
08/08/2026

Spunti francescani sul vangelo domenicale

DOMENICA XIX (9.8.20): DAMMI IL CORAGGIO DI CAMMINARE SULLE ACQUE

Mt 14,27-29: Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di ve**re verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!».

Quella notte i discepoli, pur avendo a disposizione una barca, facevano fatica ad attraversare il loro lago tanto conosciuto e frequentato, ma in quel momento divenuto pericoloso perché avverso. E sul finire di quella notte, mentre erano impegnati in una fatica impotente, videro Gesù camminare sulle acque. La reazione di Pietro a quella vista è una miscela di paura e di coraggio. Insieme agli altri suoi compagni ebbe paura, gridando di spavento, eppure ebbe il coraggio di fare quella richiesta assurda: “comandami di ve**re verso di te”, cioè: “comandami di ve**re con te, di seguirti in quella tua insicurezza, con la libertà e leggerezza di lasciare questa povera barca, la cui sicurezza insicura non mi permette di andare molto lontano”. Pietro chiede a Gesù di “comandargli” di ripetere quanto aveva già fatto all’inizio della sua vocazione: di porsi alla sequela di Gesù, in un cammino condiviso con lui, nel quale credere che è possibile non solo camminare sulle acque ma da esse pescare uomini nuovi rinati ad una vita piena.

La sequela di Gesù, che chiede di credere di poter attraversare un lago anche senza barca, spogliandosi di ogni sicurezza e affidandosi a colui che traccia una via sul mare, fu il progetto, lo stile di vita abbracciato anche da Francesco e dai suoi compagni. Il breve testo, scritto come prima breve norma di vita, iniziava con queste parole: “la vita di noi fratelli è questa: seguire le orme e la dottrina del Signore nostro Gesù Cristo il quale dice se vuoi essere perfetto va e vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo e viene e seguimi” (Rnb 1,1-2). Anche Francesco si lasciò invitare dal mistero dell’amore di Dio ad abbandonare la barca della sua famiglia e dalla sua società per avventurarsi da povero, umile e minore verso e dietro Gesù. Ascoltò una parola che gli chiedeva, gli “comandava” di mettersi in cammino senza più sicurezze, perché là, in mezzo all’acqua della povertà e insicurezza, avrebbe incontrato Colui che lo stava aspettando.
Ma camminare sulle acque, senza la stabilità fragile ma anche rassicurante del legno sotto i piedi, diventa a volte una scelta difficile. L’urlo di Pietro, che ebbe paura di quelle acque, sarà l’urlo anche di Francesco quando alla fine della vita, dopo aver camminato a lungo dietro a Gesù, ebbe paura di affondare in una esistenza che sembrava aver perduto significato e consistenza. “Se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato”: è l’ipotesi con la quale Francesco chiude la sua parabola autobiografica della Perfetta letizia. In quella notte, davanti alla porta chiusa che gli impediva di entrare nel suo convento, la sequela del Signore gli fa sperimentare per l’ennesima volta il rischio di affondare nella solitudine, immergendolo nella paura di aver abbandonato la barca del negozio paterno con la sua sicurezza sociale, per una illusione che si stava rivelando piena di delusioni e contraddizioni.

E allora in quella notte Francesco ripeterà l’urlo di Pietro e noi con lui: “Signore salvami dalle mie paure che mi fanno dubitare del senso di quanto sto vivendo, così contrario ai miei desideri e aspettative, dentro un buio che mi fa smarrire. Signore salvami, comandandomi di seguirti! E io verrò ancora là dove tu sei, cioè davanti a me che mi tendi la mano forte e invisibile”.
fraPM

Vi inviamo un doppio invito che le sorelle clarisse fanno a tutti noi. Sara un momento bello per ricordare e celebrare s...
06/08/2026

Vi inviamo un doppio invito che le sorelle clarisse fanno a tutti noi. Sara un momento bello per ricordare e celebrare sorella Chiara di Assisi, la "pianticella" di frate Francesco

06/08/2026
Ieri sera nel nostro convento abbiamo vissuto un momento di festa in musica per celebrare il Perdono di Assisi. Con noi ...
02/08/2026

Ieri sera nel nostro convento abbiamo vissuto un momento di festa in musica per celebrare il Perdono di Assisi.
Con noi il gruppo musicale di Reggio Emilia "Nuova civiltà" che ci ha donato uno spettacolo musicale su San Francesco dal titolo "Francesco vs Francesco".
Grazie ai nostri amici dell'Emilia Romagna, alla fraternità dei cappuccini, alle sorelle Clarisse e a tutti gli amici del convento. La comunione fraterna che ci unisce nella collaborazione ogni anno rende speciale questo momento così importante per la Spiritualità Francescana.
Buon Perdono a tutti voi!

Spunti francescani al vangelo domenicaleDOMENICA XVIII (2.8.26): IL MIRACOLO DEL PANE CHE SEI TUMt 14, 13-14: In quel te...
01/08/2026

Spunti francescani al vangelo domenicale

DOMENICA XVIII (2.8.26): IL MIRACOLO DEL PANE CHE SEI TU

Mt 14, 13-14: In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le f***e, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

Fu un momento difficile per Gesù la notizia tragica della fine violenta del suo maestro Giovanni battista, morto in coerenza con il suo annuncio. In quel momento aveva bisogno di stare da solo e capire quanto stava accadendo: non solo perdeva una persona tanto importante per la sua vita, dalla quale aveva accolto la notizia della prossimità del Regno e con la quale stava condividendo l’annuncio di questa buona notizia, ma anche capiva che quella fine riguardava anche il suo destino e il suo futuro. Stare da solo nel deserto per chiedere a Dio suo Padre il senso di quegli avvenimenti costituiva una necessità assoluta. Lo faceva spesso, soprattutto quando la sua esistenza diventava impegnativa e richiedeva di ottenere una consapevolezza di fede più ampia e profonda per fare delle scelte adeguate. Ma la gente con le loro urgenze non gli permise a lungo di occuparsi di se stesso! La loro povertà si impose sulle proprie esigenze: “sentì compassione” per quelle f***e che gli chiedevano di non “preoccuparsi” di sé, ma di “occuparsi” di loro. Il miracolo della moltiplicazione dei pani diventa il frutto definitivo di questo ribaltamento dei propri piani, un cambiamento a cui Gesù venne “obbligato” dalla compassione provata per quella gente.

In Francesco di Assisi ritroviamo perfettamente l’alternanza tra l’urgenza personale di trovare luoghi appartati e solitari per ricercare il volto di fronte al quale voleva vivere la propria esistenza e la disponibilità ad usare la misericordia nei confronti di coloro che non possedevano nulla se non la loro povertà e i loro bisogni, di coloro cioè che chiedono tutto senza poter ridare nulla in contraccambio. Francesco lo sapeva molto bene. Con i poveri di ogni genere, quelli che ti cercano per sfamare le loro necessità, si hanno solo due possibilità: o si scappa per evitare quella fame disperata di fronte a cui si è sempre senza pane sufficiente, o ci si lascia afferrare dalla compassione anche se si è senza apparenti strumenti per assolvere a quei bisogni. Con i lebbrosi Francesco aveva capito che la risposta alla vita è “fare misericordia”, un atteggiamento misurato secondo un principio di valutazione molto semplice ed efficace: “Beato l’uomo che offre un sostegno al suo prossimo per la sua fragilità, in quelle cose in cui vorrebbe essere sostenuto da lui se si trovasse in un caso simile” (Am 18). “Diventare l’altro”, entrando semplicemente nel suo mondo, “sentendolo da dentro”, costituisce il presupposto essenziale per trovare una forza di azione e delle soluzioni operative che sembrerebbero miracolose: questo spostamento moltiplica ciò che non si ha e permette di trovare vie di vita nel deserto.

Signore sfamami con il pane della compassione, quello che placa la mia fame di vita togliendomi la paura della solitudine quando sono nel deserto. Sfamami con la tua presenza affinché io diventi pane moltiplicato che tu doni alla mia gente. Donami la compassione di un cuore e una mente capace di sentire e capire l’altro nella sua fame di vita, diventando per lui un po’ di umile pane donato.
fraPM

Indirizzo

Viale Dei Cappuccini, 14
San Severino
62027

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