15/03/2026
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Nella novena di San Giuseppe oggi si prega per l'accoglienza, ecco uno stralcio con la bellissima testimonianza della nostra Diana.
PAROLE DI TESTIMONIANZA
Diana è cresciuta all’interno della
congregazione, col tempo si è interessata nell’accoglienza ed è responsabile della Casa Famiglia Murialdo a Viterbo.
Ho sempre pensato a quanto fosse
complicato per san Giuseppe affidarsi alle parole di Dio e seguirle quando erano estremamente incomprensibili, fin da quando ha accettato Maria pur portando in
grembo un bambino non suo. Da 24 anni sono la responsabile della Casa Famiglia Murialdo a Viterbo, dove vivono ragazzi adolescenti. È spesso complicato andare oltre i fatti che viviamo sulla nostra pelle.
Quando un ragazzo è colmo di rabbia e lancia saette dagli occhi è difficile vedere in lui il bello che sta nascondendo con tutte le
proprie forze. Ho visto porte spaccate, trasformarsi in abbracci liberatori e pianti disperati, ma l’attimo in cui l’educatore che è
lì non deve fermarsi al comportamento, ma
al significato che lo guida, è veramente complicato. San Giuseppe non si è mai
fermato all’evento, ma è andato oltre e ne ha
visto il significato ed a quello ha risposto. E’
una grande testimonianza per educatori
che ogni giorno dobbiamo dare significato a
provocazioni, agiti, impulsi che adolescenti,
e per di più feriti dalla vita, mettono in atto.
San Giuseppe poi è l’uomo che non si è mai
spaventato di “andare”: andare verso un
matrimonio non usuale, andare in Egitto per
salvare un figlio non suo. “Andare” verso ciò
che non conosciamo, lasciando sicurezze
alle spalle è quello che provo andando verso
un ragazzo che sembra “spacciato”, a cui
nessuno riesce a dare fiducia e per cui pare
tempo perso ogni tentativo. E invece san
Giuseppe ci indica che là dove mai avresti
pensato di andare devi stare, lasciando
luoghi comuni e stereotipi stigmatizzanti.
Mi sono sempre chiesta quel giorno al
tempio, quando Gesù è scomparso e lo
avevano cercato ovunque, cosa ha pensato
san Giuseppe quando, dopo aver trovato
Gesù ed essere stati tanto in pensiero, si è
sentito dire: «Perché mi cercavate? Non
sapevate che devo occuparmi delle cose del
Padre mio?». Mi torna in mente ogni volta
che un ragazzo mi dice “ma tu chi sei per
dirmi questo? Non sei mia madre, non sei
mio padre, che vuoi da me”. Sicuramente san
Giuseppe dentro di sé avrà pensato che era
vero: non era suo figlio! Ma nel cuore eccome
se lo era, eccome se lo sentiva parte di sé ed
era in grado di fare di tutto per il suo bene.
Ma san Giuseppe è andato oltre le parole e,
forse neanche capendo bene cosa stava
accadendo, si è rinforzato del suo sentirsi
padre, del sapere che Gesù aveva la sua
missione, ma lui lo amava come proprio
figlio.
Amarlo come proprio figlio! Concetto
fantastico, ma quanto è complicato! Più
volte mi son sentita chiedere da qualche
ragazzo a chi volessi più bene, se a mio figlio
naturale o a lui. Io ho risposto sempre che
anche se non era mio figlio nulla mi impediva
di amarlo come se lo fosse. Non è scontato
né semplice, ma san Giuseppe ci è un
esempio. Per ragazzi che vivono in casa
famiglia, che non conoscono l’essere
protetti, amati, guidati, coccolati, sostenuti
come figli, san Giuseppe ci è da guida. San
Lenardo Murialdo ci ha detto di essere
amici, fratelli e padri dei ragazzi “più poveri
ed abbandonati”, ma quando poi hai davanti
ragazzi che te lo chiedono realmente di
esserti “figlio” non è semplice, anche perché
te lo chiedono con tutto il proprio carico di
storia, traumi, difficoltà e ferite. Te lo
chiedono mettendoti alla prova
continuamente perché non si fidano degli
adulti o in generale di un mondo da cui non
sono stati protetti. Essere messi alla prova è
frustrante, doloroso, pesante, ma penso che
solo “l’amarlo come proprio figlio” ci da
l’energia di rimanere lì, davanti al ragazzo,
superando tutti gli ostacoli e vivendo con lui
ogni attimo, fino a che possa sentirci
sinceramente “padri”.
San Giuseppe in questo ci è guida: lui ha
rischiato la propria vita per essere padre di
un figlio non suo, affrontando viaggi
all’epoca pericolosi, anche solo affidandosi
a un sogno, fidandosi.
Sognare! Sognare il ragazzo che ha in sé e
che ora non sa neppure di essere. Sognare il
suo futuro anche se lui non riesce neanche
a guardare il presente. Sognare il diamante
che è in lui ora che sembra che ci sia solo
carbone. San Giuseppe, l’uomo che credeva
nei sogni, ci deve guidare a sognare al posto
dei ragazzi e poi trasmettere questa
possibilità di sognare a ognuno di loro,
perché se la vita gli ha tolto la possibilità di
credere che si possa sognare, noi abbiamo
il dovere di trasmettere a loro la fiducia di
poterlo ancora fare e di credere che i sogni
si possono anche realizzare, sperimentando
che non sono soli: ci siamo noi, amici, fratelli,
ma soprattutto padri per loro!