Parrocchia del Sacro Cuore di Gesù - Salerno

Parrocchia del Sacro Cuore di Gesù - Salerno - SANTE MESSE -
F E R I A L E: 8:00; 19:00
P R E F E S T I V O: 19:00
F E S T I V O: 9:00; 11:30;
(1)

15/09/2022

B.V. Maria Addolorata

Giovanni 19,25-27

In quell'ora, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!».
Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

Meditazione

Gesù fu obbediente alla volontà di Dio, sempre, fino alla croce. A motivo della sua umanità - un aspetto che si dimentica facilmente - Gesù ha sofferto, come tutti. Ha conosciuto la solitudine, lo sconforto, la sete, la fame, il tradimento degli amici, ecc. Attraverso le sue sofferenze umane, ha imparato l'obbedienza alla volontà di Dio. È stata la sua obbedienza a renderlo perfetto. Maria, la Madre di Gesù, un essere umano anche lei, ha conosciuto la sofferenza. Nella sua vita
sperimentò ben presto il dolore. Ancora ragazza, non sposata e incinta, non fu risparmiata dalla sofferenza. Ha conosciuto le sofferenze della povertà alla nascita di Gesù, l'angoscia, la solitudine, la morte. Però, come suo Figlio, anche Maria attraverso le sue sofferenze ha imparato l'obbedienza alla Parola di Dio. Dare a Maria il titolo di «Addolorata» significa riconoscerla capace di essere solidale con chi soffre. Mentre l'obbedienza richiama all'uomo d'oggi aspetti negativi, essa merita invece un'attenta riflessione. Se il Figlio di Dio fu obbediente al Padre suo, se Maria, la Madre di Dio, fu anch'essa obbediente al Padre, perché allora non si può anche oggi imparare l'obbedienza attraverso la sofferenza?

14/09/2022

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

Giovanni 3,13-17

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Meditazione

Questa festa, così distante dalla Settimana Santa, ci permette di considerare la Croce di Cristo nel suo aspetto di gloria e di salvezza. La Croce viene esaltata. Quello che era il punto di massimo abbassamento, di dolore, di umiliazione e disprezzo dell’umano, è stato trasformato nella massima esaltazione di Cristo. Mentre si abbassa e si annienta in modo totale, Gesù viene innalzato e glorificato come Figlio che si consegna interamente al Padre. In questo modo si presenta al riconoscimento e all’adorazione di tutti. La Croce diventa così la più grande rivelazione di Dio. Nella sua drammatica visibilità, essa ci mostra che Dio è Amore, dono di sé: il Padre consegna il Figlio all’umanità e il Figlio consegna la propria vita al Padre per amore degli uomini. Questo scambio di amore realizza la salvezza degli uomini; ogni umano dolore viene raccolto, la condanna diventa offerta, il delitto viene trasformato nella donazione della propria vita data in sacrificio. L’episodio raccontato nel libro dei Numeri lo esprime in modo drammatico: il serpente innalzato davanti al popolo diventa salvezza e vita per chi lo guarda. Gesù stesso paragona questa immagine al suo innalzamento in Croce. Gesù in Croce non è soltanto il simbolo dell’uomo perseguitato e oppresso; Egli non si limita a condividere il grido dell’umanità che soffre e muore, mettendosi nella sua stessa condizione e soffrendo come tanti uomini soffrono. Il suo dolore diventa amore, l’ingiustizia diventa perdono, la morte diventa vita. Nel Vangelo di Giovanni tutta la vita di Cristo viene raccontata come rivelazione di Dio. Tutti i gesti che Cristo compie sono segni di salvezza: l’acqua della samaritana, il pane a Cafàrnao, la luce degli occhi al cieco, la vita a Lazzaro. Il compimento di questi segni è nel dono della vita stessa di Cristo, innalzato in croce.

Preghiera: “Ave Crux spes unica”. Ti adoro, o Croce Santa, che fosti ornata del Cor­po Sacratissimo del mio Signore, coperta e tinta del suo Preziosissimo Sangue. Ti adoro, mio Dio, posto in croce per me. Ti adoro, o Croce Santa, per amore di Colui che è il mio Signore. Amen.

13/09/2022

Luca 7,11-17

In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

Meditazione

Gesù risuscita il figlio di una vedova di Nàin. Stavolta, nell'episodio, così com'è raccontato, manca un'esplicita richiesta rivolta a Gesù per compiere il miracolo. Egli stesso prende l'iniziativa, sicuro dei risultati. Gesù sa guardare ai cuori delle persone e la sua compassione si muove quando riconosce cuori retti e puliti. Egli è venuto a guarire, a dare conforto e portare la salvezza per tutti gli uomini. I miracoli sono segni della potenza divina ma hanno sempre, alla base, dei sentimenti di compassione umani. E' il Divino fatto uomo, che agisce come uomo, ha gli stessi sentimenti degli uomini e prova dolore e compassione.
Anche stavolta possiamo trarre un insegnamento chiaro per noi, che viviamo tempi dove si preconfezionano figure d'uomini stereotipate. La nostra vera umanità, d'uomini e donne, si esprime anche nell'essere partecipi dei dolori altrui, nel cercare le strade migliori per alleviarli: ecco perché diciamo che la sequela di Cristo non solo ci prepara un posto per la Vita Eterna ma migliora proprio il nostro essere uomini.

12/09/2022

Luca 7,1-10

In quel tempo, Gesù, quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di ve**re e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di ve**re da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

Meditazione

L’evangelista afferma che il centurione invia alcuni anziani dei Giudei da Gesù per pregarlo di ve**re e di salvare il suo servo. Subito tutti noi immaginiamo che la meta del ve**re di Gesù sarà la casa dell’uomo in cui si trova il malato. Invece, ciò che interessa è semplicemente che Gesù venga, cioè si incammini verso quella casa, dimostrando di voler prendersi cura di quel servo. Infatti, quando ormai Gesù è vicino alla casa, il centurione invia alcuni amici a dirgli di non essere degno che lui entri nella sua casa. Parole forti, in netto contrasto con quelle degli anziani dei Giudei che, parlando di lui a Gesù, lo hanno definito una persona degna, che merita che Gesù gli conceda ciò che gli ha chiesto, perché ama il popolo ebraico e ha costruito la sinagoga. Per questo, guardando Gesù che si incammina, rimane il dubbio che lo faccia spinto da ciò che quest’uomo ha fatto, dal suo essere degno. Le parole del centurione, invece, mettono in chiaro le cose: egli si sente indegno di poter accogliere Gesù nella sua casa, addirittura di stare davanti a lui, ma questa percezione di sé non gli impedisce di dare voce alla sua fede nell’efficacia della parola di Gesù. E Gesù prova meraviglia davanti a quelle parole, una meraviglia che nasce davanti a qualcosa che non ci si aspetta, che lascia spiazzati. Nelle sue parole, poi, troviamo cosa ha suscitato questo sentimento: proprio la fede di quest’uomo. Questo racconto ci invita a fare verità sulla nostra relazione con Dio. Pensiamo che Dio debba interve**re nella nostra vita perché “ce lo siamo meritato” con il nostro impegno, con ciò che facciamo per lui; oppure, davanti a Lui percepiamo la nostra radicale indegnità, che però non ci chiude in noi stessi, ma ci spinge ad affidarci completamente al Padre, sapendo che lui vuole il nostro bene?

11/09/2022

XXIV Domenica del Tempo Ordinario

Luca 15,1-32

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». [Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le pr******te, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».]

Meditazione

Il Vangelo ci svela che non è Gesù che va a cercare i peccatori, ma che sono questi che vanno a lui per ascoltarlo: che cosa li attira? I farisei e gli scribi, poi, non rimangono colpiti dal comportamento di peccatori e pubblicani, ma da quello di Gesù, che attende, accoglie e mangia con i peccatori: perché si comporta così? Proviamo a cercare le risposte a queste domande nelle parabole. In quella della pecora e della dramma perdute, l’uomo e la donna cercano ciò che hanno perduto fino a quando non lo ritrovano, cioè per un tempo indefinito, che potrebbe essere anche “per sempre”. È proprio questo desiderio di ritrovarli che spinge Gesù ad attendere, senza perdere la speranza, e ad accogliere i peccatori. Ma, trattandosi di uomini che si sono perduti, il solo desiderio di Gesù non basta: per questo racconta una seconda parabola in cui i protagonisti sono un padre con due figli, in cui il minore, una volta lasciata la casa paterna, “si perde”. Una volta toccato il fondo, perché “nessuno dona” a lui, il ragazzo si “mette in viaggio” verso se stesso, e ciò che trova è il ricordo di un padre che dona ai suoi salariati, non la giusta quantità di cibo, ma pane in abbondanza. Davanti a questa realtà, riconosce di non essere più degno di essere chiamato figlio, di essere cioè identificato come figlio di un tale padre. Ma i gesti e le parole del padre gli svelano che, invece, egli lo riconosce e lo accoglie come suo figlio. Guardando al cammino di questo ragazzo possiamo intuire cosa spinge i peccatori verso Gesù: nei suoi gesti e nelle sue parole essi scoprono di essere degni di essere chiamati figli del Padre. Il cammino verso la riscoperta della propria figliolanza e della fraternità attende anche il figlio maggiore che, pur non essendosi allontanato da casa, si considera servo e non figlio del padre.

10/09/2022

Luca 6,43-49

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico? Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».

Meditazione

“Dal frutto si riconosce l’albero”: questa è la frase centrale della prima parte del discorso di Gesù. Come dire che, prima di giudicare una persona, una situazione o anche se stessi, è necessario guardare ai frutti che produce. Per capire in cosa consiste l’essere buono o l’essere cattivo può essere utile rileggere la parabola narrata in Lc 19,11-26, in cui ritroviamo i due aggettivi attribuiti a due servi. In 19,13, l’uomo nobile chiama i suoi dieci servi e consegna loro dieci monete d’oro chiedendo di farle fruttare. Al suo ritorno, egli vuole vedere i frutti. In 19,17 è definito “servo buono” quello che è stato fedele nel poco, facendo fruttare la moneta che gli era stata data: non è importante quante monete ha guadagnato, dieci o cinque, l’importante è che quell’unica moneta ne abbia prodotte altre. Invece, in 19,22, Gesù definisce “malvagio” il servo che, pur conoscendo lo stile del suo padrone, non agisce di conseguenza, ma, lasciandosi guidare dalla paura, nasconde la moneta senza farla fruttare. Alla luce di questa parabola, scopriamo che dietro alla produzione di frutti buoni o cattivi c’è una determinata relazione con il Signore. Il buon tesoro a cui attinge l’uomo buono per trarre fuori il bene è quello della fedeltà al Signore nelle piccole cose di ogni giorno, mentre il cattivo tesoro da cui l’uomo cattivo trae fuori il male è una relazione con il Signore alimentata dalla paura. Questa lettura è confermata dalle parole finali di Gesù rivolte a chi va a lui e lo ascolta, quindi a quelle persone che hanno una relazione con lui. A queste persone ribadisce il criterio di discernimento per comprendere se la nostra relazione con lui è buona o cattiva: l’ascolto deve essere seguito dal mettere in pratica, solo in questo modo la casa della nostra vita avrà fondamenta stabili, poste sulla roccia.

09/09/2022

Luca 6,39-42

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Meditazione

Per cercare di comprendere le parole di Gesù è necessario, prima di tutto, ricordare che egli si sta rivolgendo in particolare ai suoi discepoli. Alla luce di questo, il discorso sembra essere un invito a fare un esame di coscienza sul modo in cui essi si relazionano con gli altri. Questa idea è confermata dal fatto che, nel Vangelo di Luca, il titolo di “maestro” è attribuito a Gesù e quello di “discepolo” a coloro che lo seguono. Tenendo conto di ciò, potremmo parafrasare le parole di Gesù: “voi, miei discepoli, non siete più di me, vostro maestro; se formati in tutto, sarete come me”. Alla luce di questo, l’unica guida che ci vede bene per condurre gli altri è Gesù stesso; mentre noi, suoi discepoli, siamo ciechi e solo lasciandoci formare da lui possiamo iniziare a vedere veramente, guardando le cose come le guarda lui. Il primo segnale che stiamo vedendo secondo lo sguardo di Gesù è che percepiamo il nostro limite prima del limite dell’altro, diventiamo coscienti della trave che è nel nostro occhio prima che della pagliuzza che è nell’occhio del fratello. Questo non significa che, all’interno della comunità dei discepoli, non ci possa essere la correzione fraterna. Ma essa è possibile solo se colui che corregge l’altro ha fatto prima un lavoro su di sé, si è lasciato formare in tutto per essere come Gesù, suo maestro. L’esperienza fondamentale che ci plasma come discepoli è quella della misericordia: “siate misericordiosi come e perché il Padre vostro è misericordioso” (cfr. Lc 6,36), di quell’amore che si riversa anche sui nemici (Lc 6,27-31). Una misericordia e un amore di cui ciascuno di noi per primo è stato oggetto, e il farne memoria ci permetterà di purificare il nostro sguardo per guardare il fratello con lo stesso sguardo di misericordia del Padre.

08/09/2022

NATIVITÀ DELLA BEATA VERGINE MARIA

Matteo 1,1-16.18-23

[Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide.
Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asaf, Asaf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozìa, Ozìa generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechìa, Ezechìa generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosìa, Giosìa generò Ieconìa e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabèle, Zorobabèle generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.]
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa Dio con noi.

Meditazione

Se si legge attentamente la genealogia, si nota come l’atto di generare sia sempre attribuito al padre tranne che nel caso di Giuseppe, lo sposo di Maria, «dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo». Questo cambiamento dice la centralità di Maria all’interno del progetto di Dio. Davanti alla genealogia di Gesù, ad un elenco di nomi che, spesso, non ci ricordano proprio niente, si può provare un certo disagio. Eppure è attraverso queste persone, la cui vita è intrisa di grazia e di peccato, che il Dio della storia ha portato a compimento la sua promessa. Se, per esempio, andiamo a considerare le opere compiute dai re di Giuda qui elencati, rischiamo di esser presi dallo sconforto: basti pensare al grande re Davide che, come ci viene ricordato, generò Salomone da colei “che era stata la moglie di Urìa”, un suo soldato che proprio lui fece uccidere. La nostra è una storia in cui la libertà degli uomini si concretizza spesso in scelte di morte e di violenza, più che in scelte di vita e di pace. Eppure, Dio sceglie di rimanere fedele alla sua promessa di continuare a camminare con gli uomini fino a donare il proprio Figlio, perché salvi gli uomini dai loro peccati, svelando il suo amore gratuito, fedele e viscerale. È in questo compiersi del progetto di Dio che si comprende il ruolo di Maria. Nei Vangeli nulla ci viene detto riguardo alla sua nascita, ma l’angelo Gabriele la definisce “piena di grazia”: colei che, da sempre e per sempre, Dio ha ricolmato e plasmato con il suo amore fedele e viscerale. Inoltre, Maria stessa si definisce “serva del Signore”, svelando il suo desiderio di lasciarsi plasmare e guidare da questo amore. Guardando a lei possiamo lasciarci provocare dalle domande che papa Francesco ha proposto nell’omelia dell’8 settembre 2014: «Lascio che Dio cammini con me? Lascio che Lui mi accarezzi, mi aiuti, mi perdoni, mi porti avanti per arrivare all’incontro con Gesù Cristo?».

07/09/2022

Luca 6,20-26

In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

Meditazione

Mettendo a confronto poveri e ricchi, affamati e sazi, piangenti e coloro che ridono, Gesù ci provoca a prendere posizione davanti al capovolgimento dei criteri di valutazione da lui proposto: da che parte stiamo? A quale gruppo apparteniamo? In particolare, è la prima contrapposizione quella che ci invita a fare verità su di noi: «Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno di Dio. Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione». Per capire perché i poveri sono proclamati beati è utile guardare al “guai” rivolto ai ricchi. Essi sono descritti come coloro che hanno già ricevuto la loro consolazione e quindi non aspettano più nulla. Il problema non sono le ricchezze in sé, ma il modo in cui ci si rapporta con esse. Il ricco Zaccheo, infatti, una volta accolto Gesù nella sua casa, sceglie di condividere le sue ricchezze con i poveri e la salvezza entra nella sua casa. Mentre, in due parabole troviamo: un ricco senza nome, il quale non si lascia toccare dalla situazione del povero Lazzaro che sta alla sua porta (Lc 16,19-31); e un ricco che accumula i suoi tesori, al quale viene chiesta la sua vita (Lc 12,16-21). Il “guai” rivolto ai ricchi svela, dunque, la trappola in cui essi possono cadere: fare della ricchezza la propria consolazione, porre in essa la propria fiducia. Alla luce di questo, dunque, i poveri non sono beati a causa della loro povertà, ma perché Dio sceglie di ricolmare le loro mani vuote con il dono del suo Regno. Se vogliamo trovare i segni della presenza di Dio nella storia, della sua regalità, è necessario andare tra i poveri, tra gli ultimi, gli affamati e i piangenti che la nostra società spesso mette ai margini. Lasciamoci provocare da quel “voi”: se sento di appartenere ai gruppi proclamati “beati”, ringrazio il Signore per aver rivolto il suo sguardo sulla mia povertà. Se sento di appartenere ai gruppi a cui è rivolto il “guai”, cerco di mettere in discussione il mio modo di relazionarmi con i beni, aprendomi alla condivisione.

06/09/2022

Luca 6, 12-19

In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C´era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

Meditazione

Guardando Gesù che, prima di scegliere i dodici apostoli, passa tutta la notte in preghiera, viene spontaneo chiedersi: come pregava Gesù, cosa diceva? L’evangelista Luca riporta il contenuto di alcune sue preghiere a cui possiamo guardare per imparare da lui. Il primo testo si trova in Lc 10,1-2 ed è una preghiera di esultanza e di lode che Gesù innalza contemplando il modo sorprendente in cui si manifesta l’opera di Dio. Scriveva il Card. C. M. Martini, nel suo Qualcosa di così personale: «Anche noi siamo invitati a fare spazio alla gioia creativa e sorgiva che è dentro di noi, perché emerga attraverso i blocchi del cattivo umore o della fatica o della noia o dell’insofferenza e perché la verità di noi stessi zampilli a vantaggio di altri come lode ed esultanza» (p. 43). Nel Getsemani, Gesù prega lasciando emergere i suoi desideri più profondi: “se vuoi, allontana da me questo calice”, “non la mia, ma la tua volontà”. È la preghiera nel tempo della prova, in cui siamo chiamati a lasciar emergere tutta l’angoscia e la paura, perché non soffochino il nostro desiderio di continuare a compiere la volontà del Padre. Le ultime parole di Gesù in croce sono una preghiera di affidamento, in cui riprende Sal 30,2.6: nel momento della morte, si consegna completamente al Padre. Scriveva ancora il Card. Martini: «Quando il Signore ci guida verso il culmine della preghiera che è preghiera di affidamento (…), in quel momento abbiamo raggiunto l’atteggiamento fondamentale, primario e sorgivo dell’esistenza, perché l’esistenza dell’uomo è affidarsi e sapersi fidare» (id., p. 54). Guardando a Gesù, possiamo soffermarci a riflettere sul nostro modo di pregare. Ci ricordiamo di portare davanti al Signore la nostra gioia e le nostre paure, affidandoci completamente a lui?

05/09/2022

Luca 6, 6-11

Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C´era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo. Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all´uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo. Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all´uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita. Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.

Meditazione

Non poter utilizzare la mano destra significa non riuscire a svolgere molti lavori, dover dipendere da altri in alcune situazioni, ma permette comunque di mantenere una certa autonomia, di prendersi cura di sé: è un limite con cui si può convivere. Quest’uomo è in sinagoga e ascolta l’insegnamento di Gesù. Oltre a lui, ci sono anche dei farisei e degli scribi che, però, non sono lì per ascoltare, ma per vedere se il Signore guarirà quell’uomo in giorno di sabato. Gli avversari di Gesù danno per scontato che egli si accorgerà di quell’uomo malato e si lascerà toccare da ciò che vedrà: sono lì pronti a coglierlo in fallo. L’aspetto interessante è che Gesù, pur conoscendo il loro piano, non si tira indietro, non fa finta di non vedere, ma accetta di mettere a rischio la propria vita, non solo per quell’uomo malato, ma anche per il bene dei suoi interlocutori. Anche se scribi e farisei hanno lo sguardo fisso su Gesù, egli si rivolge prima di tutto alle loro orecchie, invitandoli a lasciarsi provocare dalla situazione di bisogno che si trova sotto i loro occhi per riconoscere che, se è vero che non è mai lecito, né di sabato, né in altri giorni, fare del male o sopprimere una vita, invece è sempre lecito, quindi anche di sabato, non solo salvare una vita, ma anche fare del bene. Per Gesù, quel bene che è chiesto di rinviare di sabato per poter osservare il riposo sabatico, diventa necessario e preferibile, nel momento in cui permette di donare ad un uomo la pienezza della vita. Alla fine del racconto, è Gesù che volge il suo sguardo intorno mentre chiede all’uomo di stendere la sua mano. La mano dell’uomo è guarita e l’effetto che produce è l’apertura delle bocche di scribi e farisei, che discutono per decidere “cosa fare a Gesù”. Chiediamo al Signore la grazia di lasciarci ammaestrare dalla sua parola, perché ci insegni a guardare la realtà come la guarda lui, a lasciarci toccare da essa, e a parlare come parla lui.

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