10/05/2025
IV Domenica di Pasqua
Il Buon Pastore!
Celebriamo oggi la Quarta Domenica di Pasqua, tradizionalmente chiamata Domenica del Buon Pastore ed è dedicata alle vocazioni. È una festa luminosa e carica di speranza: celebrare il Buon Pastore significa riconoscere la presenza viva di Cristo in mezzo al suo Popolo, una presenza che guida, accompagna, cura e consola.
Questa celebrazione assume un significato ancora più profondo per la nostra Chiesa, che proprio in questi giorni accoglie con gratitudine il nuovo Successore di Pietro: Papa Leone XIV. I Signori Cardinali, docili all’azione dello Spirito Santo, hanno indicato il nuovo Pastore della Chiesa universale. E come affermano i Padri del Concilio Vaticano II, il Papa è “il principio perpetuo e visibile e il fondamento dell’unità, tanto dei Vescovi quanto della moltitudine dei fedeli” (Lumen Gentium, 23). In lui riconosciamo il volto del Buon Pastore che, nella fragilità di un uomo, porta sulle spalle il peso dell’intero gregge.
Le caratteristiche del Buon Pastore sono scolpite nella Scrittura. Le troviamo nel profeta Ezechiele, nel capitolo 34, dove Dio stesso promette di essere il pastore del suo popolo: “Radunerò le pecore disperse, le condurrò al riposo, curerò quelle ferite, cercherò quella smarrita”. E nell’Apocalisse, san Giovanni ci ricorda che il Pastore guiderà il suo popolo alle fonti delle acque della vita, e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi.
Sì, la Chiesa piange. Le sue lacrime oggi non sono solo un ricordo del passato, ma sono lacrime vive e presenti. Piange con i poveri, i migranti, le vittime della guerra e delle ingiustizie. Piange con chi è stato abusato, tradito, scartato. Piange per la secolarizzazione, per l’indifferenza alla fede, per l’abbandono dei sacramenti. Piange per i conflitti interni, per la mancanza di unità tra i cristiani, per le ferite profonde inflitte da chi avrebbe dovuto curare.
Eppure, in queste lacrime, non c’è solo dolore. C’è anche speranza. Perché Dio asciuga ogni lacrima, e queste stesse lacrime, come dicevano i Padri, sono semi di resurrezione. I cristiani perseguitati e dimenticati, i martiri del nostro tempo, testimoni silenziosi della fede, sono le radici nascoste della santità della Chiesa.
In questa prospettiva, la Chiesa ha bisogno — oggi più che mai — di un pastore misericordioso e compassionevole, un pastore che sappia ascoltare, accogliere, condividere. Un pastore che non divide, ma unisce; che non esclude, ma include. Un pastore che promuove la corresponsabilità e il coinvolgimento di tutti i fedeli, ciascuno con i propri doni, nella missione comune.
Ce lo ricorda anche la prima lettura, con Paolo e Barnaba in missione: la salvezza è universale. Dio non fa preferenze: giudei o pagani, siamo tutti suoi figli. Non conta dove si nasce, ma come si risponde. Quello che importa è accogliere con umiltà Dio e la sua Parola, permettere che trasformi il nostro cuore.
Con i Cardinali, ieri, il Papa Leone XIV, nella sua Messa pro Ecclesia, ha pronunciato parole che ci toccano profondamente. Ha detto che chi nella Chiesa ha un ministero di autorità deve “sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Cristo sia conosciuto e glorificato” (cfr Gv 3,30). E oggi, nel suo discorsi ai Cardinali ha aggiunto: “Il Papa, da San Pietro fino a me, suo indegno Successore, è un umile servitore di Dio e dei fratelli, non altro che questo.”
Sono parole che richiamano fortemente l’eredità spirituale di Papa Francesco, che ha voluto una Chiesa povera per i poveri, una Chiesa, i cui pastori abbiano l’odore delle pecore, che non parli solo di misericordia, ma la viva.
Il pastore vero, ci dice il Vangelo di oggi, non si vanta delle sue prediche né crede che le pecore siano sue. Le pecore sono un dono del Padre. Gesù afferma con forza: “Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti” (Gv 10,29). E le accoglie con amore oblativo, quell’amore che si dona senza calcoli, senza chiedere nulla in cambio. Come ha detto Papa Benedetto XVI, è questo l’amore che deve caratterizzare il ministero del pastore: un amore che si consuma per il bene degli altri.
Preghiamo per le vocazioni!
Ma non dimentichiamo che la preghiera, da sola, non basta: essa dev’essere accompagnata da gesti concreti, da uno stile di vita che generi vocazioni, che le sostenga, che le faccia fiorire. È vero, le vocazioni vengono da Dio, ma Dio non parte dal nulla. Dio chiama, ma ha bisogno di un terreno fertile: famiglie generose, comunità vive, cuori aperti alla vita e alla fede. Senza figli, non ci saranno mai vocazioni. Senza giovani da amare, da educare, da accompagnare, come potrà la Chiesa vedere sorgere nuovi pastori, missionari, consacrati?
La Chiesa, madre dell’Occidente, non può smettere di partorire per Cristo.
Non può rinunciare a generare figli nella fede, a coltivare sogni di santità, a seminare vocazioni nella carne e nel cuore del suo popolo. Preghiamo, sì, con fervore! Ma preghiamo mettendo in gioco la nostra vita, le nostre famiglie, le nostre parrocchie, perché diventino giardini vocazionali, luoghi di ascolto della voce del Pastore, e grembi aperti alla vita e al Vangelo.
Sorelle e fratelli, voglio lasciarvi con le parole che Papa Francesco rivolse ai giovani alla Giornata Mondiale della Gioventù, nel 2023: “Nella Chiesa c’è spazio per tutti, per tutti! Nessuno è inutile, nessuno è superfluo. Così come siamo, tutti.” E Gesù, in uno di questi passi del vangelo, ci insegna la stessa cosa: “Andate e portate tutti, giovani e vecchi, sani e malati, giusti e peccatori: tutti, tutti, tutti.” Questa è la nostra Chiesa: una casa per tutti, un corpo in cui ogni carisma è al servizio dell’unità.
Preghiamo dunque il Signore perché, per intercessione della Vergine di Pompei, custodisca il Santo Padre, il nuovo Pastore universale, e tutta la Chiesa. Che ci doni pastori secondo il suo cuore, capaci di amare fino alla fine, e un popolo fedele, pronto a seguirli sulle orme del Buon Pastore.
P. Jose Kangwe (MS)
(IV Domenica di Pasqua)