Sulla via della Santità

Sulla via della Santità Pagina dedicata a storie che profumano di santità che già in questa vita hanno lasciato traccia della loro testimonianza.

Testimoni - LAURA DEGAN, Fanciulla (Padova, 13.12.1987 - 11.09.1994)Laura nasce il 13 dicembre 1987, giorno di santa Luc...
24/01/2026

Testimoni - LAURA DEGAN, Fanciulla (Padova, 13.12.1987 - 11.09.1994)

Laura nasce il 13 dicembre 1987, giorno di santa Lucia, nell’ospedale di Padova da Paolo Degan e da Paola Franceschetto. Viene battezzata dal parroco, don Rino, domenica 7 febbraio 1988. È una bambina solare, vivace, felice, che ama giocare, correre, saltare. Ha appena due anni quando il 25 febbraio 1990 i medici le diagnosticano una malattia gravissima e la famiglia decide di portarla al Santuario di San Leopoldo, qui un religioso apre per la piccola la vetrinetta dove viene custodita il saio del Santo: la mamma ne ha preso un lembo e lo ha appoggiato al viso di Laura;, a questo punto la piccola si è inginocchiata e ha così pregato: «Nonno Poldo, aiutami a guarire!».
Il 27 fenbbraio 1990 Laura entra per la prima volta in sala operatoria nel reparto di chirurgia pediatrica dell’Ospedale di Padova: è molto agitata e per acquietarsi decide di chiedere alla mamma di cantarle l’Ave Maria e si addormenta.
Della situazione di Laura viene informato nel 1991 Giovanni Paolo II, al quale Laura fa pervenire disegni e offerte per i bambini poveri e dal Vaticano partono messaggi e corone del Rosario.
L’8 gennaio 1993 è sottoposta a trapianto di midollo, mentre l’11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes, la mamma porta Laura alla basilica di Sant’Antonio, dove si trova il Vescovo, monsignor Antonio Mattiazzo che benedice la piccola malata.
Frequenta la scuola materna, il catechismo fino a tre mesi di scuola elementare. Impara a leggere e scrivere e il 16 maggio 1994 compone una poesia dal titolo La primavera è bella. La famiglia riesce ad ottenere dal parroco la possibilità di anticipare la Prima Comunione, che Laura desiderava tanto ricevere.
La sera del 6 luglio 1994, festa di santa Maria Goretti, Laura venne vestita di bianco e di blu, come il giorno della processione del Corpus Domini del 1993, quando aveva sparso petali di rose per le vie del paese. Espresse i desiderio di poter essere presente anche lei il giorno in cui i suoi compagni di prima elementare avrebbero fatto la loro prima Comunione e chiese: «Posso farla anch’ io con la tunichetta bianca?».
Dal 6 luglio Laura prese la Comunione tutti i giorni, finché fu possibile andò con la sua mamma alla Santa Messa della chiesa del Sacro Cuore di Saccolongo e un giorno proprio la mamma, tenendola in braccio, le spiegò tutta la Via Crucis. Quando non le fu più possibile andare in chiesa, perché costretta a letto, un sacerdote, fra i tanti che conosceva la famiglia Degan, le portava l’Eucaristia che la piccola attendeva con grande apprensione. Capitava che venisse anche celebrata la Snata Messa nella sua cameretta, che era diventata luogo sacro, dove l’amore divino si incontrava con Lauretta. Don Rino ha lasciato scritto: «Quello che mi sorprendeva sempre in questa bambina di pochi anni non era tanto l’atteggiamento raccolto e consapevole che assumeva nel ricevere l’Eucaristia, quanto invece il silenzio e la solitudine che voleva attorno a sé: chiedeva di rimanere sola, di non essere disturbata. Certe cose non si percepiscono se non nel silenzio e con gli occhi del cuore. Non per nulla Gesù, in un impeto di commozione, lodò il Padre con le parole: Ti benedico, o Padre, perché hai rivelato i misteri del Regno di Dio ai piccoli e non ai sapienti!».
Il viso di Laura era ormai sfigurato e stava perdendo la vista. Un giorno, nel giardino degli amici Meggiorin, mentre veniva recitato il Rosario, come tutti i lunedì, per la guarigione della bambina, Laura esclamò ad un tratto: «Guarda un Angioletto! Vedo un Angelo!» e da allora lo vide, fino alla fine, e alla mamma che le chiedeva che cosa si dicevano fra di loro, lei rispose: «Tu parla con il tuo Angelo; io parlo con il mio».
La sera del 1° agosto 1994, verso le 22,30, già in condizioni molto gravi, Lauretta si mise a cantare l’Inno della Madonna di Czestochowa. Una volta venne a farle visita un padre della basilica ci Sant’Antonio, dove Laura era stata più volte pregando sul marmo dove riposa il taumaturgo, portando con sé una reliquia del santo. Ma quale meraviglia quando le venne portato un frammento della Santa Croce di Cristo Gesù.
La sera del 6 agosto, giorno della Trasfigurazione, riceve la Santa Cresima e fra il 9 e 10 dello stesso mese p***e la vista, ma non ci fu lamento; quando si avvicinava al fratellino Marco lo accarezzava e gli diceva che era bellissimo, pur non vedendoci. Lauretta chiese alla mamma di assistere ogni mattina alla Santa Messa perché così facendo i suoi mali diminuivano, la nonna era molto preoccupata dell’assenza della mamma, temeva, infatti, le frequenti emorragie a cui la nipotina andava soggetta. Ma la piccola la rassicurava sempre, affermando che mentre la mamma era in chiesa non poteva accaderle nulla di male.
Una notte si mise a piangere angosciata, dicendo di soffrire molto a causa di fasci di luce fortissimi; in realtà la camera era totalmente al buio; ma, appeso, alla parete c’era un immagine di Gesù Misericordioso, dal qual scaturivano grandi fasci di luce. Quelli che colpivano Laura?
La notte, spesso, non riusciva a riposare, allora ascoltava Radio Maria, in particolare i canti rivolti a Maria Vergine e il santo Rosario, ma le piaceva molto anche ascoltare la voce di Padre Pio, registrata su cassette. Oppure parlava con la mamma o la nonna. Si considerava fortunata perché poteva avere sempre accanto a sé la sua mamma e avere le medicine necessarie, non così, diceva, accadeva ai poveri bambini del Ruanda o della Bosnia.
Il viso bellissimo, innocente e puro divenne tutta una piaga e nei momenti di grande sofferenza chiedeva delle gocce di olio santo da mettere nelle orecchie che sentiva chiuse; oppure faceva richiesta che le venisse bagnato il viso con l’acqua benedetta o che si appoggiassero sulle piaghe alcune foglie di edera del pozzo della Madonna del Sacro Cuore di Saccolongo. La casa ospitava continuamente sacerdoti, religiosi e religiose: ognuno di loro ha mantenuto un ricordo immacolato di Lauretta ed è pronto a testimoniare, come molte altre persone che l’hanno conosciuta, la sua santa piccola esistenza. Casa Degan divenne così luogo di preghiera e si potrebbe dire di espiazione per i peccati altrui.
Parlava con Gesù Bambino, la Madonna e il suo Angelo custode fino ad arrivare a domenica 11 settembre 1994. Alle 13,50 la mamma appoggiò alla sua gola un’immagine di padre Pio. Spirò. Lascia testimonianza la nonna: «Insieme al forte dolore per il distacco che regnava nei nostri cuori anche una grande pace. La tua mamma disse al parroco di suonare le campane a festa. Don Rino, dopo un attimo di perplessità, esaudì questo suo – e certamente anche tuo – desiderio».

Autore: Cristina Siccardi

Note: Per approfondire: Lorenzo Laporta - Mi vestirò da angelo. Laura Degan. Una nonna ci racconta l'incredibile storia di una bambina nella malattia - Ed. Shalom

FONTE: https://www.santiebeati.it/dettaglio/95392

Testimoni - FRANCESCA PEDRAZZINI, Madre di famiglia (Milano, 24.01.1974 - 23.08.2012)Dal carattere forte e dall’umorismo...
12/12/2025

Testimoni - FRANCESCA PEDRAZZINI, Madre di famiglia (Milano, 24.01.1974 - 23.08.2012)

Dal carattere forte e dall’umorismo spiccato, Francesca conduce una vita normale, fatta di famiglia, casa, scuola, parrocchia. Ama disegnare, leggere e stare con gli amici.

Frequenta il liceo scientifico VIII a Milano dove incontra l’esperienza di Gioventù Studentesca e vi partecipa attivamente.

Dopo il diploma, si iscrive a Giurisprudenza alla Cattolica dove instaura numerose amicizie che dureranno tutta la vita e dove continua il suo impegno attivo ed entusiasmante in Gioventù Studentesca.

Francesca vive tutto con grande intensità. Ricorda una sua amica: “La vita della Franci si è sviluppata sempre per superlativi assoluti. Era tutto “issimo”, nel bene e nel male. Molto più nel bene. […] Si entusiasmava delle cose, sempre. Ma non era superficialità né una questione di temperamento: era la sua tensione. Desiderava essere felice in tutto. Pure nel piccolo particolare”.

In università, Francesca incontra Vincenzo. Si innamorano e il 7 dicembre 1995 si fidanzano. Ricorda Vincenzo: “Francesca aveva un modo di vivere, una passione irrefrenabile per le cose e per la vita, che volevo condividere”.

Gli anni passano tra feste, vacanze, compleanni. Il 15 aprile 1998 Francesca si laurea, l’anno seguente si laurea Vincenzo e il 9 settembre 2000 si sposano. Dopo due anni nasce Cecilia, seguita da Carlo e Sofia.

Nel frattempo, Francesca diventa insegnante di diritto alle superiori, scoprendo così la sua vera vocazione lavorativa: si immerge con tutta se stessa in questa nuova esperienza, conquistando tutti, alunni e colleghi.

Francesca cerca la felicità ovunque, si rapporta con le cose e con le persone in modo profondo e allegro insieme. È una donna come tante altre, con i suoi sogni e i suoi problemi.

A metà febbraio 2010, di ritorno da una vacanza con la sua famiglia, Francesca avverte un fastidio al seno destro. È un tumore, piccolo, ma che deve essere asportato. Subito la stanza dell’ospedale si riempie di parenti e amici. Francesca è sopraffatta da così tanto affetto.

L’operazione riesce bene. All’inizio della primavera successiva i medici comunicano a Francesca: “Complimenti, è guarita”. Francesca scrive riguardo alla malattia: “È stata un’esperienza importante per me, mi ha fatto capire quanto ho bisogno di tutto, tutto, persino del mio corpo, che consideri sempre come tuo ma evidentemente non lo è, e di quanto sono un bisogno. Ho vissuto tutto serenamente, sperimentando che davvero siamo sospesi su un pieno su cui possiamo appoggiarci, e non su un vuoto o un dubbio, e questo, nel momento della prova, è molto evidente, perché quando hai paura le tue forze vengono meno e quindi ti accorgi di più che la tua forza è un Altro, cioè se sotto hai un materasso su cui riposare o non hai niente. Non sarebbe stato possibile senza tutto quello che ho vissuto prima, è stata una grande verifica della fede che regge rispetto alla vita. Comunque non mi sono mai sentita una sfigata, ma semmai una preferita. Penso sempre ai dieci lebbrosi, a non essere come i nove che non sono tornati indietro perché la guarigione a loro è bastata. Ma prego sempre di essere come il decimo, che è tornato perché ha capito che la Sua presenza era un dono molto più grande dell’esser guarito. Se no a cosa vale l’esser guariti? Tanto non è che ti va sempre bene e comunque tra cent’anni non ci siamo più… è troppo chiaro che la vita è una chiamata. Non me lo voglio dimenticare questo periodo, nonostante l’invito di tanti a distrarsi, a dimenticare… Invece no. La vita è proprio un’altra cosa. È guardare fino in fondo la circostanza fino a scorgere nel suo fondo il Volto di chi ti chiama… Anzi, io mi cruccio di essere già distratta! Mi sono resa conto che devo rimettermi al lavoro con più energia di prima, perché niente ti garantisce, neanche una sberla così, serve tutta l’energia della mia libertà per vivere davanti al Mistero”.

Francesca riprende così la sua vita normale, fatta di famiglia, lavoro, amici e vacanze.

Tutto fila liscio, anche gli esami di controllo a cui Francesca si sottopone regolarmente vanno bene. A settembre, però, i valori risultano sballati, i marker tumorali sono alti. Servono altri controlli. Francesca è preoccupata, ha paura. Alle amiche dice: “Io la croce non la voglio”.

La diagnosi arriva qualche giorno dopo: metastasi alle ossa e al fegato. Per Francesca inizia un cammino di affidamento al Signore. A quelle stesse amiche dirà: “Amica, io sono in pace, perché Gesù mantiene la promessa di renderci felici. Fai con me questa strada e lo vedremo, ne sono certa”.

Il cammino è faticoso, le chemio sono pesanti, le giornate passano tra letto e divano. Racconta Vincenzo, il marito: “C’erano volte che si chiedeva: «Ma perché proprio io? Perché ha scelto me?» E io mi ricordo che in un momento così, le ho risposto: «Franci, questa è la strada su cui ci ha messo il Signore, dobbiamo fidarci. La tua vita è appesa a un filo, ma come quella di tutti in fondo: nessuno sa quanto ci è dato da vivere». Non so da dove mi sia venuta la forza di dire una cosa del genere, perché ero veramente schiacciato. Dicevo queste cose, e un secondo dopo ero a terra. Ma ringraziavo di riuscire a dirle, anche se non so come. Perché le servivano”.

I dolori sono forti, ma Francesca chiede di ridurre gli antidolorifici “perché se no sono rimbambita, e io voglio capire cosa dicono i miei figli quando mi parlano”.

Racconta Vincenzo: “Per me è stato fondamentale guardare i nostri bimbi, perché loro hanno vissuto questa situazione con una libertà invidiabile, che io desideravo per me. Si accorgevano di tutto, chiaro. E certamente chiedevano: «Quando guarisce la mamma?». Ma non hanno mai avuto un momento in cui rifiutavano quella condizione. La mamma stava così, punto. E loro accettavano questa cosa come un dono, tanto quanto era la mamma prima, quando stava bene. Lo hanno fatto con una serenità che veramente ti stupiva”.

Durante la fase della malattia, Francesca sperimenta la disperazione, la fatica, l’angoscia. Scrive ai suoi amici: “Appena gli esami vanno male mi assale un’angoscia tremenda, per me ma più che altro per mio marito i miei figli e la mia famiglia ed è una cosa che non riesco a vincere. Il futuro mi terrorizza, mi si spezza il cuore a pensare ai miei figli crescere senza mamma (la Sofia ha solo tre anni!!) e mio marito invecchiare da solo. Sono scenari tragici ma c’è poco da ridere e io ci penso tanto. Tutto sommato la più fortunata sarei io, che ho finito la mia prova. Lo so che la paura non è contraria alla fede, anche Gesù ha avuto paura sulla croce, ma è br**ta e io non voglio vivere quello che mi resta (saranno tre mesi, tre anni o trent’anni??? e chi lo sa??) con questa paura nel cuore, determinata dalle circostanze, come se l’abbraccio di Cristo per me e i miei non potesse sconfiggerla. Io voglio avere una fede che davvero c’entra con la vita e questo non vale forse di più nella prova suprema? Se no cerchiamo sempre la soddisfazione dove la cercano tutti; magari gli altri la cercano nei soldi e nel potere e io la cerco nella salute, che sarà senz’altro un bene più nobile ma non è comunque quello che ti dà la soddisfazione. Sono stata sana fino ad ora, ma l’insoddisfazione so bene che cosa sia…”.

Poi però arriva la serenità e la certezza che nulla è perduto. Francesca mette tutto nelle mani del Signore, con sempre meno rabbia e paura. Ricorda una sua amica: “La salvezza. Lei cercava quella, non la guarigione. Domandava il miracolo, certo. L’abbiamo fatto tutti con lei. Ma lei voleva la salvezza: sapere che la morte non è la fine, che non diventiamo nulla. E che la vita vale la pena di essere spesa”.

Ai suoi colleghi, Francesca invia questa mail: “Per quanto mi riguarda, non vi nascondo che è una prova davvero durissima. Cerco di vestire i panni della combattente ma non sempre ci riesco, la tensione è alta e la vita stravolta in un attimo… Però ci sono anche tante certezze. Prima tra tutte, quella che la Madonna non ci abbandona mai e ci porta in braccio nei momenti più duri, e poi che la promessa di felicità con cui siamo stati messi al mondo, ci siamo sposati e abbiamo battezzato i nostri bambini resterà ferma per sempre, quelle che siano le vicende della vita, perché le promesse le ha fatte Chi tutto può. Questo mi libera tanto dall’angoscia che provo guardando mio marito e i bambini, perché è proprio evidente che la vita è un mistero e gli altri non li facciamo felici noi con i progetti anche buoni che abbiamo in serbo per loro, ma ci sono stati donati e un dono restano, anzi sono la prova e l’anticipo del bene che ci è stato promesso”.

La serenità di Francesca si diffonde intorno a lei e contagia tutti. Francesca è accompagnata ogni giorno dalla certezza che le viene dalla fede, la certezza di Cristo che continua a starle accanto.

Nonostante le sue condizioni di salute non siano buone, i medici consentono a Francesca di andare in vacanza in Grecia con la sua famiglia. Francesca è felice, vuole gustare la sua vita fino in fondo: passare del tempo con suo marito e i suoi bimbi è ciò che desidera fare più di qualsiasi altra cosa.

Al ritorno dalla vacanza, però, le sue condizioni peggiorano rapidamente. Francesca sa di essere ormai alla fine. A suo marito confida: “Vince, io sono tranquilla. Non ho paura, perché c’è Gesù. Ora non sono neanche angosciata per te e per i bimbi: so che siete nelle mani di un Altro. Non sono triste. Sono certa di Gesù. Anzi, sono curiosa di quello che il Signore mi sta preparando. Mi spiace solo che la tua prova è più grande della mia. Sarebbe stato meglio il contrario…”.

Francesca saluta tutti: fratelli, genitori, amici, uno ad uno. Saluta anche i suoi bimbi, uno ad uno: “Tra poco la mamma andrà in cielo. In un posto bello, dove c’è Gesù. Avrete un po’ di nostalgia, ma non preoccupatevi: io vi proteggo dal cielo. Mi raccomando, quando vado in Paradiso dovete fare una bella festa, perché è una bella cosa da festeggiare”.

In ospedale, tutti sono stupiti dallo spettacolo di tanti amici attorno a quel letto, a parlare, ridere, piangere, pregare.

Francesca è serena, in pace. Ad un’amica confida: “Io non ho paura. Il Signore mi ha regalato tutto il tempo perché potessi affidare ogni giorno i miei cari alla Madonna. E così è stato. Non ho più paura. La prima paura che mi ha abbandonato è stata quella di morire, poi ero in pena per Vince, i bimbi… Ma ogni giorno è servito. Li ho affidati tutti. Il tempo è prezioso. Non ho paura”.

Il 23 agosto 2012 Francesca entra in coma. Ricorda Vincenzo: “Alla fine ho cominciato a sentire una f***a al petto ad ogni suo respiro. Era come se respirassi con lei, con la stessa fatica. È proprio vero che quando si è sposati in Cristo si diventa una cosa sola”. Poi le dà un bacio e le sussurra all’orecchio: “Non avere paura”. Francesca per un attimo si riprende, apre gli occhi e dice a voce alta: “Io non ho paura”. Sono le sue ultime parole.

Francesca muore così, all’età di 38 anni: contenta, curiosa, certa, radiosa.

Il funerale è una festa, proprio come Francesca aveva desiderato e chiesto. Federico, il fratello di Francesca, ricorda così quel giorno: “È stato uno dei giorni più belli della mia vita. C’era una commozione grandissima, ma con una gioia immensa. Quando salutavo la gente, ero contento. Era palese. Lì ho realizzato che eravamo presi da qualcosa di forte, capace di vincere tutto”.

(testi tratti dal libro Io non ho paura. La storia di Francesca Pedrazzini)

FONTE: https://www.giovaniamc.it/2022/03/26/francesca-pedrazzini-mamma-oltre-il-mistero-della-morte/

Servo di Dio ALBINO BADINELLI - Giovane laico (Santo Stefano d’Aveto, Genova, 06.03.1920 - 02.09.1944)Albino Badinelli n...
19/11/2025

Servo di Dio ALBINO BADINELLI - Giovane laico (Santo Stefano d’Aveto, Genova, 06.03.1920 - 02.09.1944)

Albino Badinelli nasce ad Allegrezze, frazione del comune di Santo Stefano d’Aveto (in provincia di Genova e diocesi di Piacenza-Bobbio), il 6 marzo 1920. Sin dalla prima infanzia decide di entrare nell’Arma dei Carabinieri: nel 1939 inizia gli studi all’Accademia Militare di Torino e, dopo due anni, diventa Carabiniere effettivo. Nel 1944, durante la seconda guerra mondiale, la caserma di Santa Maria del Taro, dov’è stato destinato, viene attaccata e resta isolata: Albino viene quindi invitato a tornare a casa. Per evitare che il suo paese, segnato dai continui scontri tra nazi-fascisti e partigiani, venga dato alle fiamme e che venti ostaggi vengano uccisi, si presenta spontaneamente al Comando fascista. Accusato di diserzione, viene condannato a morte: il 2 settembre 1944, a ventiquattro anni, cade sotto i colpi di arma da fuoco del plotone di esecuzione, perdonando i suoi uccisori. L’inchiesta diocesana della sua causa di beatificazione, volta a dimostrare l’offerta della vita, si è aperta presso la diocesi di Chiavari il 26 febbraio 2022. La tomba di Albino si trova nel cimitero di Allegrezze, a sinistra della ca****la centrale.

Albino Badinelli nasce la mattina del 6 marzo 1920, ad Allegrezze, frazione del comune di Santo Stefano d’Aveto, in provincia di Genova e diocesi di Piacenza-Bobbio. Settimo degli undici figli di Vittorio Badinelli e Caterina Ginocchio, si dedica subito al lavoro in campagna, non esente dalle fatiche e dai sacrifici.
Le sue giornate si spendono tra casa, campagna e chiesa, ma soprattutto alla luce di un tenero ed affettuoso confronto con le figure di mamma e papà. Grazie alla testimonianza dei suoi genitori Albino matura da subito un forte senso di religiosità̀, arricchito da valori cristiani e umani quali la generosità̀, la carità̀, la bontà̀ d’animo e lo spirito di servizio.
Rimane sempre affezionato alle tradizioni religiose proprie della sua terra. Dotato di una discreta voce, contribuisce con il canto a dare solennità̀ alle celebrazioni liturgiche in occasione delle festività̀ e per, quanto possibile, ogni mattina alle messe feriali, mentre nel tempo libero si dedica all’arte e al disegno.
Socio di Azione Cattolica, partecipa con convinzione alle attività del circolo cui appartiene. A cinque anni inizia gli studi elementari, che lo introducono al cammino e alla “vocazione” che, sin dalla tenera età̀, sente maggiormente valida per la sua vita: fare il carabiniere.
Nell’anno 1939 incomincia gli studi all’Accademia Militare di Torino. Una volta terminato il corso, diventa Carabiniere effettivo. È l’anno 1941. Subito viene mandato in servizio a Scicli, in Sicilia, dove rimane per circa tre mesi.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale viene chiamato a prestare servizio militare a Zagabria, in Croazia. In seguito, viene spostato a Santa Maria del Taro, in provincia di Parma, dove rimane per un lungo periodo.
Nel 1944, la sua caserma è vittima di un attacco e resta così isolata e senza collegamenti. In mancanza di comando, Albino è invitato a tornare a casa, dove lo aspettano la madre, il padre e le quattro sorelle, che da mesi sono sulle tracce di un altro fratello disperso in Russia.
Nello stesso periodo, si fidanza con una ragazza del paese, che si chiama Albina come lui. Col permesso dei genitori, la porta alle feste di paese e le dedica molto del suo tempo libero. Le scrive anche molte lettere, che ora sono sepolte con lei nella sua tomba.
Arriva così l’estate del 1944, periodo in cui la comunità̀ avetana, unita ai numerosi sfollati presenti sul territorio, vive i suoi momenti di dolore. Sono i primi giorni di agosto, quando Albino, di ritorno dall’abitato di La Villa, vede divampare improvvisamente una fiamma dal terreno antistante il cancello del cimitero parrocchiale. La paura di quella visione lo fa correre a casa, per domandare aiuto al padre.
I giorni seguenti sono per tutti i più̀ terribili e sofferti. Molti paesi – tra cui la stessa Allegrezze – vengono incendiati e numerose persone perdono la vita negli scontri che si combattono tra nazi-fascisti e uomini appartenenti alla Resistenza.
A seguito di questi avvenimenti, il Comandante della Divisione Monte Rosa annuncia che, se non si presenteranno tutti i giovani “sbandati” appartenenti alla Resistenza e al movimento partigiano, darà ordine di fucilare gli ostaggi e i prigionieri, nonché́ di incendiare il borgo di Santo Stefano d’Aveto.
Albino, pur non facendo parte attivamente della Resistenza, si sente mosso da uno spirito di responsabilità̀ nei confronti dei suoi amici, compaesani e parenti, che nella fede considera suoi fratelli. Visto che in pochissimi si costituiscono ai fascisti, confida ai famigliari: «Devo presentarmi prima che venga ucciso qualcuno, perché́ non avrei più̀ pace. Io devo essere il primo!».
Poco dopo, si presenta spontaneamente al Comando fascista, con sede nella Casa Littoria di Santo Stefano, e viene condotto dal maggiore Cadelo, detto “Caramella”. Nel colloquio che ha con lui, sottolinea i suoi desideri e propositi di pace, uniti alla sua spontanea consegna. Tuttavia, lo stesso ufficiale lo accusa di essere un disertore e pronuncia con voce ferma il comando: «Plotone di esecuzione!».
È il 2 settembre 1944, verso mezzogiorno. Albino chiede di potersi confessare: non gli viene concesso. In compenso, ha la possibilità̀ di confidarsi con monsignor Giuseppe Monteverde sulla via verso il luogo dell’uccisione.
Gli parla dell’affetto che prova per la mamma, la sua famiglia e la sua gente, domandandogli inoltre di far presente che lui stesso perdona i suoi uccisori. Il sacerdote, allora, consegnatoli un crocifisso e impartitagli la benedizione, lo raccomanda alla Madonna di Guadalupe, per la quale in paese c’è grande devozione.
Arrivati davanti al cimitero di Santo Stefano, Albino viene posto con le spalle al muro, pronto per essere freddato. In quel momento il giovane carabiniere, baciato con riverenza il crocifisso e guardando il Cristo che stringe forte a sé, ripete, con profonda fede e umiltà̀, le stesse parole che il Signore dalla Croce rivolse a Dio: «Perdonali, Padre, perché́ non sanno quello che fanno!».
A quel punto tre colpi di arma da fuoco, due al cuore ed uno alla testa, separano per sempre Albino dalla sua vita terrena, durata ventiquattro anni. Il suo gesto di amore supremo è servito a salvare venti ostaggi da morte certa e il paese dalla distruzione.
Sul muro dove Albino venne ucciso oggi sorge una lapide con la scritta: «Sotto il plotone di esecuzione, vittima innocente, il 2 settembre 1944, qui cadeva serenamente perdonando, il Carabiniere Badinelli Albino, figlio della vicina Allegrezze. Oh tu che passi, chinati al suo ricordo e prega per lui e per il mondo la pace».
Monsignor Casimiro Todeschini, allora Arciprete di Santo Stefano, commentando questa fine cruenta, illuminata dalla luce del perdono, esclama: «Con serena e cristiana fortezza, e con le labbra rivolte al Crocifisso, affrontò il plotone di esecuzione perdonando tutti, offrendo il suo sangue per la Chiesa, per la Patria, per la Pace e la redenzione dei popoli».
Da quel giorno il ricordo del sacrificio di Albino non si è ancora spento: a suo nome è stata intitolata una via del Comune, dove si trovano la stazione dei Carabinieri e la scuola. Nel 2015 è stato poi fondato il Comitato Albino Badinelli, per favorire lo sviluppo e la conoscenza della sua testimonianza.
«In questo modo - come afferma una dichiarazione di un testimone - il Carabiniere Albino Badinelli entrò nel novero di quegli eletti che, con il loro sacrificio supremo, resero possibile il nostro riscatto».
Nemmeno la sua fama di santità è venuta meno col passare degli anni, anche grazie al contributo del Comitato a lui intitolato, che ha approfondito la riflessione sulla sua figura e si è reso parte attrice della sua causa di beatificazione e canonizzazione.
Ottenuto il trasferimento della competenza dal Tribunale ecclesiastico della diocesi di Piacenza-Bobbio, nel cui territorio Albino era morto, a quello di Chiavari, diocesi più vicina a Santo Stefano d’Aveto, il Postulatore ha presentato il supplice libello, accettato da monsignor Giampio Devasini, vescovo di Chiavari, il 2 luglio 2021. La Conferenza Episcopale Ligure ha successivamente dato parere favorevole all’introduzione della causa. In seguito, il 21 dicembre 2021, è stato reso noto il Nulla Osta della Santa Sede.
Il 26 febbraio 2022, nella cattedrale di Nostra Signora dell’Orto a Chiavari, si è quindi svolta la prima sessione del processo diocesano volto a indagare l’offerta della vita da parte del Servo di Dio Albino Badinelli.

Autore: Tommaso Mazza ed Emilia Flocchini

FONTE: https://www.santiebeati.it/dettaglio/96816

Suor ROSANGELA, Silvana Gasperini - (1949, Cividate al Piano BG - 03.01.1986, Torino)Nella Torino noir, via Asti è ricor...
22/10/2025

Suor ROSANGELA, Silvana Gasperini - (1949, Cividate al Piano BG - 03.01.1986, Torino)

Nella Torino noir, via Asti è ricordata per un omicidio rimasto impunito, avvenuto nella notte fra il 2 e il 3 gennaio 1986, al civico 32, nell’elegante palazzina liberty dell’Istituto Pro Infantia, sorto nel giugno del 1907 col nome di Pro Infantia Derelicta, dove vengono ospitati bambini orfani, figli di detenuti e di famiglie problematiche. In quell’anno l’Istituto è affidato alle suore terziarie francescane.

Il 3 gennaio 1986, alle 7:00, una religiosa scende al pianterreno e nota la porta dell’ufficio di direzione aperta con la serratura scassinata, come anche il cassetto della scrivania.

Avverte la madre superiora che esce dalla palazzina, suona il campanello di un vicino per chiedere aiuto: «Ci sono i ladri, chiami la polizia». L’uomo accorre, mentre la moglie chiama il 113. Intanto, tutte le suore sono scese nell’ingresso, ma manca suor Rosangela, che dorme in una camera al piano terreno accanto a quella dei bambini.

La superiora chiede all’addetta alle pulizie, appena giunta al lavoro, di andarla a chiamare: forse è rimasta addormentata. La donna raggiunge la camera della monaca ed entra: la trova bocconi sul letto, con la camicia da notte strappata. Al suo urlo accorrono tutte le religiose. Un’altra telefonata al 113: «Hanno ucciso una suora». Arrivano le volanti della Mobile, il vicequestore Piero Sassi, il capo della Omicidi Aldo Faraoni.

La vittima è Silvana Gasperini, di 37 anni, originaria di Cividate al Piano (Bergamo). Il padre, emigrato in Svizzera, fin da bambina l’aveva affidata per gli studi a un istituto religioso elvetico. A diciotto anni, col nome di Suor Rosangela, è entrata nell’Ordine terziario francescano, col proposito di assistere bambini abbandonati ed emarginati. Per qualche mese è rimasta a Susa, nella Casa Madre, poi è stata trasferita in via Asti, a Torino. Il padre è mancato nel 1972, la mamma nel 1979, ha ancora un fratello in Svizzera, zii e cugini nella Bergamasca.

Suor Rosangela, al secolo Silvana Gasperini, in due foto pubblicate da Stampa Sera (Archivio La Stampa on line).
Suor Rosangela è stata vista ancora in vita dalla madre superiora, nella sera del 2 gennaio 1986, verso le 23:30, quando, dopo i saluti, si è ritirata nella sua stanza.

Questa la ricostruzione della tragica notte. Verso le due del mattino, due malviventi si sono introdotti nella palazzina, sono penetrati nell’ufficio della direzione e qui hanno scassinato la serratura del cassetto della scrivania, dove hanno preso circa 400 mila lire. Hanno poi raggiunto la stanza di suor Rosangela per prelevare il salvadanaio coi risparmi dei bambini. Forse cercavano anche dell’oro. La suora si è svegliata e ha tentato di chiedere aiuto, ma uno dei due, con una mano le torce il braccio dietro la schiena, mentre con l’altra le schiaccia il viso contro il cuscino per impedirle di gridare, fino a soffocarla. Poi l’ha gettata sul letto a faccia in giù. La camicia da notte strappata, indica che lei, anche se minuta e fragile, ha cercato disperatamente di difendersi. L’autopsia ha accertato che è stata soffocata tra le due e le tre di notte. Intanto, il complice ha rovistato nei cassetti, ha preso il salvadanaio e un borsello di suor Rosangela con 200 mila lire. Poi sono fuggiti. La Stampa illustra con un disegno di Enrico Pandiani il tragitto compiuto dai malviventi nell’Istituto.

In breve, gli investigatori della Mobile annunciano di aver identificato i responsabili dell’uccisione. Sono due fratelli nomadi, Boban che dice di aver 13 anni (i poliziotti ritengono che ne abbia due di più per la sua corporatura) e Nenado, che ne dichiara 12. Nenado, la sera del 31 dicembre 1985, è stato sorpreso a rubare in un alloggio di corso San Maurizio ed è stato affidato all’istituto di via Asti, secondo la prassi seguita in caso di reati attuati da minori di 14 anni. Suor Rosangela si è occupata di lui: dopo la doccia, gli ha consegnato abiti puliti e lo ha ristorato con caffelatte e biscotti. Il giorno successivo Nenado è fuggito: da una finestra di un locale attiguo alla stanza della religiosa, si è calato nel giardino interno e da qui è salito su una scala appoggiata al muro di cinta, in vicinanza di un albero di fico: ha così potuto scavalcare il muro e saltare nel cortile di un condominio di corso Quintino Sella 45, sul lato opposto dell’isolato. Di qui è uscito superando la cancellata sul corso Sella: lo ha visto un inquilino del condominio.

I ladri sono entrati nella palazzina delle suore percorrendo lo stesso tragitto, ma a ritroso: hanno scavalcato la recinzione del condominio di corso Sella, hanno attraversato il giardino, superato il muretto che confina col cortile dell’Istituto e sono penetrati nella palazzina. È un percorso complicato, difficile da individuare dall’esterno. Certamente conoscevano la pianta dell’edificio e sapevano dov’era la direzione e dov’era custodito il danaro. È sparito un giocattolo, variamente descritto dalle cronache, ad avvalorare la tesi che all’uccisione abbia partecipato un ragazzo.

Il percorso dei ladri-assassini dopo aver scavalcato il muro della parte posteriore dell’Istituto che confina con un condominio di corso Sella (disegno di Enrico Pandiani) (Archivio La Stampa on line).
Quella notte, i fratelli si sono introdotti nell’Istituto e uno di loro ha ucciso la monaca? Oppure il ragazzo ha indicato a qualcuno come arrivare nella stanza della suora e cosa rubare?

Il padre dei due, Miograd, di 34 anni, viene fermato domenica 5 gennaio nel campo nomadi di via Paolo Veronese mentre si nasconde in una baracca non sua. È accusato di aver indotto un minore a commettere reati. Qualche ora prima i poliziotti hanno trovato anche i due ragazzi. Fra il sabato e la domenica, alla ricerca della refurtiva, vengono setacciati una decina di campi che circondano la città. Non si trovano tracce del salvadanaio e neppure del giocattolo che una benefattrice aveva regalato all’Istituto ed era ancora imballato nella sua scatola. I due fratelli, interrogati, negano. Il magistrato ordina una serie di perizie. Non ci sono documenti per provare l’età dei ragazzi e in Questura spiegano ai giornalisti che: «I giovani nomadi dichiarano un’età inferiore a quella reale perché sanno che sotto la soglia dei 14 anni un minore non è punibile». Il professor Torre dell’Istituto di Medicina Legale illustra i metodi per stabilire l’età dei ragazzi, la radiografia panoramica dei denti e l’esame dei nuclei di ossificazione del polso.

A sin.: la camera di Suor Rosangela – Il percorso attraverso il giardino della Pro Infantia seguito dai ladri per entrare (Archivio La Stampa on line).
Mercoledì 22 gennaio padre e figli tornano in libertà dopo 17 giorni. Gli indizi raccolti dalla Mobile contro i tre sono labili. Manca una prova risolutiva. Per il sostituto procuratore che coordina le indagini, la pista dei nomadi resta la più valida: per impedire che Miograd si allontani da Torino chiede al giudice istruttore di imporgli l’obbligo di risiedere in città e di presentarsi periodicamente in Questura. Per quattro anni la polizia segue questa pista, ma l’8 maggio del 1990, Miograd e i suoi due figli sono prosciolti.

Il delitto di via Asti entra fra i cold case.

Si torna a parlare di suor Rosangela quando, nell’aprile del 2000, il regista Dario Argento gira a Torino il suo film Non ho sonno che, secondo i giornali, sarebbe ispirato alla tragica vicenda. L’anno seguente, quando esce il film, appare che la morte della suora non ha corrispondenze con la trama.

L’intervista a Piero Sassi, apparsa su La Stampa di domenica 24 giugno 2001 (Archivio La Stampa on line).
Sempre nel 2001, intervistato dal giornale La Stampa, Piero Sassi «il miglior poliziotto d’Italia», afferma che il caso irrisolto di Suor Rosangela costituisce per lui un grande dispiacere (La Stampa, 24 giugno 2001).

FONTE: https://civico20-news.it/cronaca-nera/la-torino-noir-vista-e-narrata-da-milo-julini-38/19/07/2025/

Indirizzo

Rome

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Sulla via della Santità pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi