Comunità Luterana di Roma - Prediche Predigten

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PREDICA DELLA XIV DOMENICA DOPO TRINITATIS, 6 SETTEMBRE 2026 Predixa: Luca 19, 1-10  Pastore Martin Wallraff 1  Gesù, en...
08/09/2026

PREDICA DELLA XIV DOMENICA DOPO TRINITATIS, 6 SETTEMBRE 2026

Predixa: Luca 19, 1-10
Pastore Martin Wallraff

1 Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città. 2 Un uomo, di nome Zaccheo, il quale era capo dei pubblicani ed era ricco, 3 cercava di vedere chi era Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura. 4 Allora, per vederlo, corse avanti e salì sopra un sicomoro, perché egli doveva passare per quella via. 5 Quando Gesù giunse in quel luogo, alzati gli occhi, gli disse: «Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua».
6 Egli si affrettò a scendere e lo accolse con gioia. 7 Veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: «È andato ad alloggiare in casa di un peccatore!» 8 Ma Zaccheo si fece avanti e disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo». 9 Gesù gli disse: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio di Abraamo; 10 perché il Figlio dell'uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto».

“Cercava di vedere chi era Gesù”: questa frase, cara Comunità, è il nucleo del Vangelo che abbiamo appena ascoltato. Al tempo stesso, è il testo della predicazione. “Cercava di vedere chi era Gesù”. Il piccolo Zaccheo non vuole nient'altro, in effetti: non vuole essere guarito dalla lebbra né tornare a vedere o a camminare. Vuole solo questo: vedere Gesù. Perché lo vuole?
Possiamo definirla una specie di curiosità. Gesù era diventato una celebrità locale. La gente accorreva, quando veniva, dove veniva, e Zaccheo c'è anche lui. Poiché è di bassa statura, deve arrampicarsi su un albero per vedere Gesù.
La mia predica, in effetti, gira intorno solo a questa paroletta, “curiosità”. La parola ha una connotazione negativa, di solito. Lo sappiamo per gli incidenti in cui i curiosi hanno reso più difficile l'intervento dei soccorsi. Circolare, non c'è niente da vedere. Oppure: non ha senso fissare la scena se si tratta solo di provare il sentimento piacevole che ciò che è accaduto qui non sia toccato a me. Non ha nessun senso fissare la scena, anche se, in effetti, si tratta di Schadenfreude, sentimento tanto tedesco che questo sostantivo viene usato anche in altre lingue.
Ma c'è qualcosa che è una “voglia di vedere”. Che non deve avere una connotazione così negativa. Il nostro basso Zaccheo non vuole vedere alcun genere di guai né vuole rallegrarsi di qualcosa di brutto. Proprio al contrario: desidera vedere chi sia Gesù. Quindi, vuole comprendere meglio chi sia davvero questo predicatore e salvatore. E non lo fa con il mezzo della riflessione o della fede, ma dello sguardo, appunto con la “voglia di vedere”. C'è un po' di curiosità e un po' di speranza di salvezza in senso lato.
Questo tema si addice particolarmente bene ai partecipanti del corso estivo e dell'anno di studi del Centro Melantone. Perché forse concorderanno con me, quando dico che l'incontro con la città di Roma costituisce una sfida e un'opportunità soprattutto per la voglia di vedere. Fin da quando, studente, conobbi Roma, ho sempre trovato che l'incontro con Roma consiste nel vedere. Occhi aperti in ogni via che conduce attraverso la città! Si tratta di portare dentro di sé, risucchiandolo per mezzo degli occhi, tutto ciò che vi è di estraneo e di bello, anche di insolito e, talvolta, di repulsivo, proprio in quanto teologo o teologa. Naturalmente, ci sono anche sfide confessionali; momenti, in cui ci si rende conto di quanto si vede come protestanti. Ma, almeno per me, ciò non è stata, di norma, la differenza confessionale in senso dogmatico.
Certo, siffatte differenze esistono: nella mariologia, riguardo il papato, nella concezione del ministero della Chiesa. Ma tutte queste sono differenze che si descrivono presto a livello intellettuale e che non spiegano davvero quanto c'è da vedere. E inoltre vale la vecchia frase ecumenica, così spesso citata: le cose che ci uniscono sono più di quelle che ci dividono.
Più importante di questo punto confessionale è, credo, un'altra cosa: tendiamo a costruire il nostro essere cristiani, con molta forza, sul concetto di “fede”. Com'è la mia fede; che cosa questo o quello significa per la mia fede; che cosa mi rafforza o mi affligge nella fede. Non è questo l'approccio di Zaccheo. “Cercava di vedere chi era Gesù”. Per lui si tratta di vedere. Il suo riferimento a Gesù è una pura voglia di vedere. Non intendo dire che anche noi dovremmo fare così. Non posso dirlo, assolutamente, senza segare il ramo su cui sono seduto. Perché, in quanto teologo universitario, io vivo proprio del fatto che si rifletta e si studi e che quanto visto sia descritto e rielaborato in modo conseguente. Non nego tutto questo. Ma lasciamoci coinvolgere, per un momento, dalla voglia di vedere. Prima che arrivino tutta la fede e le riflessioni, cioè questi atti del tutto cognitivi, andiamo a vedere, semplicemente, chi sia Gesù. Se le tante raffigurazioni, in questa città, guidano a lui o ne allontanano. Se il vedere sul luogo sia qualcosa di diverso dal vedere in Internet e nella lezione ben preparata con Powerpoint. Se essere cristiani non sia solo credere, ma anche vedere. L'episodio di Zaccheo continua con Gesù che passa davvero; il testo dice che Gesù, “alzati gli occhi, gli disse”. Quindi Gesù non ha guardato in alto in modo casuale, ma ha visto davvero Zaccheo, gli ha prestato attenzione. Lo ha visto come persona e si è anche rivolto a lui come persona.
Quelli ferrati nello studio della Bibbia, tra gli ascoltatori, adesso diranno: no, questo nel testo non c'è. Bella questione. Secondo quanto abbiamo sentito nella lettura, è scritto solo “alzati gli occhi, gli disse”. Ma la maggior parte dei manoscritti hanno questa termine che si riferisce al vedere, anche riguardo a Gesù, quindi è un vedere reciproco. Zaccheo desidera vedere Gesù e Gesù alza gli occhi e lo vede. Così ha tradotto anche Lutero, in modo perfino più bello: “Gesù alzoò gli occhi e lo guardò”. Se questo “guardare”, che è un vedere consapevole, sia davvero parte del testo originario o non lo sia, non è questione che approfondirò qui; possiamo lasciarla serenamente agli specialisti. E se pure fosse no, si deve dire che chi l'ha aggiunto aveva di sicuro in mente qualcosa di preciso.
Gesù e Zaccheo: è un rapporto che si fonda in modo essenziale sul vedere. Uno brama vedere chi sia l'altro e l'altro alza gli occhi e lo guarda. Questo è forse più importante di o precede ogni forma di proclamazione di fede religiosa, dell'appellativo di “Signore” o “rabbi” o dell'invocazione “abbi pietà di me” o “salvami”. Tutto questo viene dopo e ne deriva.
La cosa più importante, la prima cosa è, in ogni caso, imparare a vedere l'altro. Considerarlo come essere umano e guardarlo negli occhi. Questo vale, inoltre, anche per la storia. Si deve vederla per prima cosa e poi riflettere. Questo è il motivo per cui offriamo corsi estivi e anni di studio. Inoltre, è anche il motivo per cui il corso, con quello che è stato di gran lunga il maggior numero di domande, è stato il corso alla fine del periodo della pandemia. Ciò che si vede qui non si vede allo stesso modo in Internet o nel manuale o via Zoom. La voglia di vedere, nel miglior senso del termine, ci porta a Roma e va bene così. Nei grandi luoghi del turismo vige, di solito, un vedere unilaterale. Per la Ca****la Sistina è uguale se vi sfilino migliaia di persone o migliaia di persone più il mio piccolo io. Ma, facendo astrazione dal turismo e dall'overtourism, ci sono sempre luoghi del vedere e dell'essere visti. Non dev'essere come una visione di Gesù, in cui Gesù aza gli occhi e vede te. Ci sono anche molte altre possibilità, in cui il vedere conduce anche all'essere visti; in cui il vedere diventa dialogo e il dialogo conduce a un dialogo di fede.
Ma, in conclusione, devo accennare ancora al versetto biblico che si addice al tema e su cui, di certo, qualcuno mi interpellerà, bevendo acqua fresca in giardino, dopo il culto. Gesù, dopo Pasqua, dice a Tommaso: “Beti coloro che, pur non avendo visto, crederanno.”
Non è questo, forse, il contrario del vedere di Zaccheo? Non è questa la prova della pura teoria, del puro pensiero senza la vista del corpo?
Non lo so. Credo davvero che si dovrebbe dire: beati coloro che non vedono, ma credono. Abbiamo bisogno di entrambe le cose e le vogliamo entrambe. Vogliamo vedere. Sì, bramiamo vedere Gesù, vedere chi sia. Ma non vogliamo fermarci a questo. Vediamo quel che viene ancora dopo il vedere. Crediamo che il vedere sia l'inizio, ma che non sia tutto. Sappiamo che, dopo il vedere, vengono ancora molte cose. Perché l'essenziale è invisibile agli occhi. Ma questo non vuol dire che non si debba dirigere lo sguardo, che non si debbano aprire gli occhi, apprezzando ciò che è visibile. Auguro questo a noi tutti, nel corso di questa settimana e di questi giorni a Roma.
Amen.

Immagine: Gesù e Zaccheo, Venezia, Basilica di S. Marco

PREDIGT AM 14. SONNTAG NACH TRINITATIS, 6. SEPTEMBER 2026 Predigttext: Lukas 19,1-10  Pfarrer Martin Wallraff 1 Und er g...
08/09/2026

PREDIGT AM 14. SONNTAG NACH TRINITATIS, 6. SEPTEMBER 2026

Predigttext: Lukas 19,1-10
Pfarrer Martin Wallraff

1 Und er ging nach Jericho hinein und zog hindurch. 2 Und siehe, da war ein Mann mit Namen Zachäus, der war ein Oberer der Zöllner und war reich. 3 Und er begehrte, Jesus zu sehen, wer er wäre, und konnte es nicht wegen der Menge; denn er war klein von Gestalt. 4 Und er lief voraus und stieg auf einen Maulbeerfeigenbaum, um ihn zu sehen; denn dort sollte er durchkommen. 5 Und als Jesus an die Stelle kam, sah er auf und sprach zu ihm: Zachäus, steig eilend herunter; denn ich muss heute in deinem Haus einkehren. 6 Und er stieg eilend herunter und nahm ihn auf mit Freuden.
7 Da sie das sahen, murrten sie alle und sprachen: Bei einem Sünder ist er eingekehrt. 8 Zachäus aber trat herzu und sprach zu dem Herrn: Siehe, Herr, die Hälfte von meinem Besitz gebe ich den Armen, und wenn ich jemanden betrogen habe, so gebe ich es vierfach zurück. 9 Jesus aber sprach zu ihm: Heute ist diesem Hause Heil widerfahren, denn auch er ist ein Sohn Abrahams. 10 Denn der Menschensohn ist gekommen, zu suchen und selig zu machen, was verloren ist.

„Und er begehrte Jesum zu sehen, wer er wäre.“ Das ist, liebe Gemeinde, der Kernsatz des Evangeliums, das wir gerade gehört haben. Es ist zugleich der Predigttext. „Er begehrte Jesum zu sehen, wer er wäre.“ Der kleine Zachäus will eigentlich nichts anderes: nicht vom Aussatz geheilt werden oder wieder sehen können, oder wieder gehen können. Nur einfach dies: Er begehrte Jesum zu sehen. Warum will er das?
Wir können das als eine Art von Schaulust bezeichnen. Jesus war unterdessen eine lokale Berühmtheit. Die Leute laufen zusammen, wenn er kommt, wo er kommt, und Zachäus ist auch dabei. Weil er klein ist, muss er auf einen Baum klettern, um Jesus zu sehen.
Meine Predigt geht eigentlich nur um dieses kleine Wörtchen „Schaulust“. Das Wort ist ja meist negativ konnotiert. Wir kennen das von Unfällen, wo die Schaulustigen den Rettungskräften die Arbeit erschweren. Gehen Sie weiter, es gibt hier nichts zu sehen. Oder jedenfalls: Es hat keinen Sinn hinzustarren, wenn es nur um das wohlige Gefühl geht, dass mir das nicht passiert ist, was da passiert ist. Es hat auch keinen Sinn hinzustarren, wenn es eigentlich um Schadenfreude geht, ein Gefühl, das so deutsch ist, dass es auch in anderen Sprachen genau mit diesem Ausdruck verwendet wird.
Und doch gibt es so etwas wie eine „Schau-Lust“. Sie muss ja gar nicht so negativ konnotiert sein. Unser kleiner Zachäus will ja gar nicht irgendwelche Schadensfälle sehen oder sich über Unschönes freuen. Ganz im Gegenteil. Er begehrte Jesum zu sehen, wer er wäre. Also besser zu verstehen, wer dieser Prediger und Heiland eigentlich ist. Und er tut das nicht im Medium des Nachdenkens oder des Glaubens, sondern im Medium des Schauens, eben der „SchauLust“, der Lust am Hinschauen. Da gibt es ein Stück Neugier, und da gibt es ein Stück HeilsHoffnung im eher diffusen Sinn.
Dieses Thema passt besonders gut für die Teilnehmenden des Sommerkurses und des Studienjahres des Centro Melantone. Denn sie werden mir vielleicht zustimmen, wenn ich sage: Die Begegnung mit der Stadt Rom ist eine Herausforderung und eine Chance vor allem für die Schau-Lust. Seit ich die Stadt als Student kennengelernt habe, habe ich immer gefunden: Es geht ums Sehen bei der Begegnung mit Rom. Augen auf bei jedem Weg durch die Stadt! Es geht darum, all das Fremde und all das Schöne, auch das Ungewöhnliche und manchmal das Abstoßende mit den Augen in sich hineinzusaugen, gerade auch als Theologe oder Theologin. Natürlich gibt es dabei auch konfessionelle Herausforderungen, Momente, in denen man merkt, wie sehr man als Protestant sieht. Aber zumindest für mich war das in aller Regel nicht die konfessionelle Differenz im dogmatischen Sinne.
Gewiss gibt es solche Differenzen, in der Mariologie, beim Papsttum, in der Auffassung vom kirchlichen Amt. Aber das sind alles Differenzen, die man auf einer intellektuellen Ebene relativ
schnell beschreiben kann und die nicht wirklich erklären, was es da alles zu sehen gibt. Und zudem gilt der alte, so oft angeführte Satz aus der Ökumene: Es ist so viel mehr, was uns verbindet, als was uns trennt.
Wichtiger als dieser konfessionelle Punkt ist, glaube ich, ein anderer: Wir neigen dazu, unser Christsein sehr stark über das Konzept „Glauben“ abzubilden. Wie mein Glaube ist, was dies oder jenes für meinen Glauben bedeutet, was mir Stärkung oder Anfechtung im Glauben ist. Das ist nicht der Ansatz des Zachäus. „Er begehrte Jesum zu sehen, wer er wäre.“ Bei ihm geht es ums Sehen. Sein Jesus-Bezug ist reine Schau-Lust. Ich will nicht sagen, dass wir das auch so machen sollten. Ich kann das gar nicht sagen, ohne den Ast abzusägen, auf dem ich sitze. Denn als akademischer Theologe lebe ich ja gerade davon, dass reflektiert und studiert wird, dass das Gesehene beschrieben und kohärent verarbeitet wird. Das alles leugne ich nicht. Aber lassen wir uns doch einen Moment von der Schau-Lust mitnehmen. Bevor das ganze Glauben und Reflektieren kommt, also diese ganzen kognitiven Akte: lasst uns doch einfach einmal sehen, wer Jesus ist. Ob die vielen Bilder in dieser Stadt zu ihm hinführen oder von ihn ablenken. Ob das Sehen vor Ort etwas anderes ist als das Sehen im Internet und in der gut gemachten Powerpoint der Vorlesung. Ob Christsein nicht nur Glauben ist, sondern auch Sehen. In der Zachäus-Geschichte geht es weiter, denn Jesus kommt nun tatsächlich vorbei, und dann heißt es: „Jesus blickte auf, sah ihn und sagte.“ Also: Jesus hat nicht nur irgendwie nach oben geschaut, sondern er hat Zachäus wirklich gesehen, er hat auf ihn geachtet. Er hat ihn als Person gesehen und dann auch als Person angesprochen.
Die ganz Bibelfesten unter den Zuhörenden werden jetzt sagen: Nein, das steht da gar nicht im Bibeltext. Das ist eine gute Frage. Wie wir den Text gerade als Lesung gehört haben, lautete er nur: Jesus blickte auf und sagte. Aber die meisten Handschriften haben dieses Wort vom Sehen, auch bei Jesus, also das gegenseitige Sehen. Zachäus begehrte Jesum zu sehen, und Jesus blickte auf und sah ihn. So hat auch Luther übersetzt, vielleicht sogar noch schöner: „Jesus sah auf und ward seiner gewahr.“ Ob dieses „gewahr werden“, also das bewusste Sehen, wirklich Teil des Urtextes ist oder nicht, will ich hier nicht vertiefen, wir dürfen es getrost den Spezialisten überlassen. Selbst wenn nicht, muss man sagen: Wer das zugefügt hat, hat sich ganz sicher etwas dabei gedacht.
Jesus und Zachäus – das ist eine Beziehung, die wesentlich auf dem Sehen beruht. Der eine begehrte den anderen zu sehen, wer er wäre, und der andere blickte auf und wurde seiner gewahr. Das ist vielleicht wichtiger oder jedenfalls früher als jede Form des religiösen Bekennens, der Anrede als „Herr“ oder „Rabbi“ oder der Bitte „Erbarme dich meiner“ oder „Rette mich“. Das alles kommt später und ist abgeleitet.
Das Wichtigste und das Erste ist in jedem Fall, den anderen sehen zu lernen. Ihn als Mensch wahrzunehmen und ihm in die Augen zu sehen. Das gilt übrigens auch für die Geschichte. Man muss sie erst sehen und dann reflektieren. Das ist der Grund, weshalb wir Sommerkurse und Studienjahre anbieten. Es ist übrigens auch der Grund, warum der Kurs mit den allermeisten Bewerbungen – mit großem Abstand – am Ende des Pandemie-Zeit war. Was man hier sieht, sieht man nicht genauso auch im Internet oder im Lehrbuch oder via Zoom. Die Schau-Lust im 3
besten Sinn des Wortes bringt uns nach Rom, und das ist gut so. An den großen Orten des Tourismus ist es meist ein einseitiges Schauen. Der sixtinischen Kapelle ist es egal, ob dort Tausende vorbei defilieren oder Tausende plus mein kleines Ich. Aber abseits des Tourismus und des over-tourism gibt es immer wieder Orte des Sehens und des Gesehen Werdens. Es muss nicht gleich eine Jesus-Vision sein, in der Jesus aufblickt und dich sieht. Es gibt auch so viel andere Möglichkeiten, wo das Sehen auch zum Gesehen Werden führt, das Sehen zum Gespräch wird und das Gespräch in einen Glaubensdialog führt.
Aber zum Schluss muss ich doch noch das eine Bibelwort anführen, das zum Thema passt und auf das mich ganz sicher jemand ansprechen würde beim kühlen Wasser im Garten nach dem Gottesdienst. Zu Thomas sagt Jesus nach Ostern: Selig sind, die nicht sehen und doch glauben.
Ist das nicht das Gegenteil des Zachäus-Sehens? Ist das nicht der Beleg für die reine TheorieSchiene, das rein Geistige ohne das körperliche Sehen?
Ich weiß es nicht. Ich glaube eigentlich, es sollte heißen: Selig sind, die nicht nur sehen, sondern auch glauben. Wir brauchen beides, und wir wollen beides. Wir wollen sehen. Ja, wir begehren Jesum zu sehen, wer er wäre. Aber wir wollen nicht dabei stehen bleiben. Wir sehen, was hinter dem Sehen noch kommt. Wir glauben, dass Sehen ein Anfang ist, aber nicht alles. Wir wissen, dass hinter dem Sehen noch so viel kommt. Denn das Wesentliche ist für die Augen unsichtbar. Aber das heißt ja nicht, dass man nicht hinsehen soll, dass man nicht die Augen öffnen, das Sichtbare auskosten soll. Das wünsche ich uns allen in dieser Woche und in diesen Tagen in Rom.
Amen.

Bild: Jesus und Zacchäus, Venedig, Markusdom

PREDICA DELLA XIII DOMENICA DOPO TRINITATIS, 30 AGOSTO 2026Predica: Atti degli Apostoli 6, 1-7                          ...
30/08/2026

PREDICA DELLA XIII DOMENICA DOPO TRINITATIS, 30 AGOSTO 2026

Predica: Atti degli Apostoli 6, 1-7
Prof. Dr. Jens Schröter
Theologische Fakultät der Humboldt-Universität zu Berlin

Il testo per la predicazione della domenica odierna, cara Comunità, è tratto dal sesto capitolo degli Atti; recita:

1 In quei giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio da parte degli Ellenisti contro gli Ebrei, perché le loro vedove erano trascurate nell'assistenza quotidiana. 2 I dodici, convocata la moltitudine dei discepoli, dissero: «Non è conveniente che noi lasciamo la Parola di Dio per servire alle mense. 3 Pertanto, fratelli, cercate di trovare fra di voi sette uomini, dei quali si abbia buona testimonianza, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. 4 Quanto a noi, continueremo a dedicarci alla preghiera e al ministero della Parola».
5 Questa proposta piacque a tutta la moltitudine; ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicola, proselito di Antiochia. 6 Li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
7 La Parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente in Gerusalemme; e anche un gran numero di sacerdoti ubbidiva alla fede.

Non possiamo occuparci di tutto, cara Comunità, tanto meno contemporaneamente. Perciò la ripartizione del lavoro è assolutamente necessaria. E di ciò sembra trattarsi, nel nostro testo di predicazione. Gli apostoli hanno abbastanza da fare ad annunciare il Vangelo, non possono anche occuparsi delle incombenze spicciole, quotidiane dell'organizzazione della comunità. Anche oggi, un pastore, una pastora non può assolvere a tutti i compiti che bisogna affrontare in una comunità. Magari è meglio che non cerchi di farlo di persona, ma che il lavoro sia redistribuito su più spalle. Un pastore, per esempio, potrebbe sentirsi troppo sotto pressione se dovesse preparare un dolce goloso o una zuppa gustosa per una festa comunitaria. Non servirebbe a nessuno, tanto meno alla comunità. I doni sono ripartiti in modo differente: ogni uomo e donna può e deve portare le proprie capacità, affinché l'insieme abbia successo.
E così sembra essere stato anche agli inizi del cristianesimo. Anche qui la ripartizione del lavoro fu la soluzione trovata per questioni e problemi che si presentavano. Questo, ad ogni modo, ci riferisce il testo per la predicazione, riguardo alla comunità di Gerusalemme. Fu la primissima comunità cristiana. Fondata subito dopo gli eventi della Passione e di Pasqua. All'inizio, fu guidata dai dodici apostoli, discepoli di Gesù, venuti con lui a Gerusalemme dalla Galilea. Così riferiscono gli Atti, fornendo uno scorcio interessante sul periodo di nascita del cristianesimo.
All'inizio del testo si trova una piccola annotazione, che si tenderebbe a saltare, ma che è rilevante e notevole per il proseguimento. “Moltiplicandosi il numero dei discepoli”: così è detto nell'incipit. E alla fine, dopo il piccolo episodio sul problema della gestione degli aiuti, si ripete: “la Parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava”. Problemi col calo dei membri di chiesa non se ne conoscevano, evidentemente, allora; al contrario. Il messaggio del Vangelo prendeva piede, entusiasmava le persone e si faceva strada. Molti entrarono nella comunità; così tanti da non poterli più gestire e da dover sviluppare regole per incanalare l'afflusso. Immaginate! Era la situazione simile a quella che c'è in piazza S. Pietro a Natale o a Pasqua per la benedizione del Papa. Anche lì la gente affluisce in massa da ogni Paese, per vivere l'esperienza di persona. Ne abbiamo un'idea anche noi, su scala minore, pensando al nostro Bazar dell'Avvento. Non è piazza S. Pietro, ma per noi, comunità evangelica di Roma, è notevole.
Qualcosa di simile dev'essere accaduto, allora, anche a Gerusalemme, se si seguono gli Atti degli Apostoli. Gente veniva da ogni dove per ascoltare gli apostoli. Erano affascinati dal messaggio del Vangelo e si univano alla comunità. Ora, gli apostoli non sono il Santo Padre e Gerusalemme, all'epoca dei primi cristiani, non era la Roma dei nostri giorni. Ma era un centro religioso, quello dell'ebraismo. Qui, in mezzo a questo centro religioso e politico, sorse la prima comunità cristiana. Qui gli apostoli annunciarono il messaggio di Gesù Cristo. E trovarono così tanto riscontro che la comunità dovette affrontare la questione di come guidare e organizzare tutto questo.
Il messaggio del Vangelo, che è una prima cosa che possiamo trarre dal nostro testo, è un messaggio pieno di energia, attraente. Quest'energia, questa forza di attrazione non l'ha persa nemmeno ai nostri tempi. Il Vangelo continua a diffondere fiducia, a infondere forza per vivere. Ma, come accade per le istituzioni che hanno accumulato molti anni, sulla gioia, sull'ispirazione, sull'aspetto salvifico del Vangelo si deposita la polvere degli uffici, dei documenti e delle prescrizioni. Allora, il messaggio di cui si tratta deve essere riscoperto in modo nuovo, spolverato e fatto ascoltare. Per questo c'è la comunità, per questo c'è la Chiesa, prima di tutto e soprattutto. Dobbiamo chiarircelo di continuo. Il testo per la predicazione della domenica odierna ci offre per questo un'occasione benvenuta.
La comunità di Gerusalemme nacque, dunque, diventando sempre più numerosa. Non perché possedesse edifici splendidi, in cui le masse affluissero o perché avesse ogni genere di manifestazioni attraenti per suscitare attenzione, ma perché viveva e annunciava in modo credibile il messaggio del Vangelo.
Questo messaggio afferma che la vicinanza salvifica di Dio libera gli esseri umani dalla paura e dalla colpa; che possiamo confidare che Dio ci sia venuto vicino in Gesù Cristo; che ci ha accettato così come siamo: esseri umani fallibili, imperfetti; che ci ha donato la forza del suo Spirito affinché ne viviamo; che condurrà la nostra vita e questo mondo a una fine buona. E infine che questo messaggio vale per tutti gli esseri umani, a prescindere da dove vengano, da che cosa rechino e da come appaiano.
Questo messaggio ha convinto, entusiasmato e motivato le persone. Gli ha trasmesso la certezza che sia bene e salutare, per loro, confidare che Dio ha buone intenzioni con noi e che non siamo soli con preoccupazioni e paure della vita. È impressionante come il messaggio di Gesù Cristo abbia dispiegato tanto velocemente una tale forza; come vincesse ogni resistenza e, infine, trasformasse tutto l'impero romano. Per arrivare a quel punto ci volle molto tempo, ma qui, nella comunità inizialmente piccola di Gerusalemme, che cresce in fretta, ci compaiono davanti agli occhi gli inizi di questo cammino oltremodo stupefacente e affascinante.
La crescita rapida della comunità non fu però solo la storia di un successo. Recò con sé anche problemi. È di uno di questi problemi che narra il nostro testo: il problema dell'assistenza. Ciò che è celato dietro di esso possiamo immaginarlo, grosso modo: nella comunità cristiana gerosolimitana si organizzò presto un servizio di assistenza ai poveri, proprio com'era uso dell'ebraismo. Le vedove erano tra questi bisognosi, perché con la morte del marito era venuto meno anche il fondamento della loro sussistenza. I sistemi sociali che noi conosciamo oggi non esistevano, nel mondo antico. L'assistenza alle persone bisognose ricadeva sulle famiglie, su associazioni o su comuntà religiose. Così era anche per la comunità cristiana di Gerusalemme, che con l'assistenza alle vedove aveva creato un'istituzione che conoscevano grazie all'ebraismo, da cui tutti i suoi membri provenivano.
Nell'ebraismo e nel cristianesimo, fin da allora, è cosa ovvia aiutare i membri di comunità bisognosi, curarsi di loro, sostenerli. Ciò si vede nell'istituzione dell'assistenza ai poveri, nell'elemosina che, fin da allora, è radicata nell'ebraismo e nel cristianesimo. Si vede anche nel fatto che ci si occupasse anche dei defunti, se non c'era nessuno a provvedere alla sepoltura. Le catacombe ebraiche e cristiane, qui a Roma, nacquero proprio per questo motivo: come cimiteri sotterranei, consentivano di procurare una sepoltura a tutti i membri delle comunità. Il grande numero di catacombe cristiane, qui a Roma, è anche testimonianza impressionante di come le comunità cristiane si fossero sviluppate e fossero cresciute numerose anche qui, nella capitale di allora e di oggi.
Il fatto che le comunità cristiane, anche oggi, siano impegnate in modi modi nell'ambito sociale è, pertanto, un aspetto dell'etica cristiana che risale fino ai primordi del cristianesimo. Anche nella nostra comunità ci sono progetti di questo genere, soprattutto nel lavoro per i poveri e nel progetto Orsacchiotto. Sono rivolte a persone di questa città che hanno bisogno di aiuto perché non hanno da mangiare a sufficienza o perché hanno pochi vestiti o perché necessitano di altro genere di aiuto. Queste attività sono paragonabili al servizio di assistenza ai bisognosi della prima comunità di Gerusalemme. Sono testimonianze del fatto che la catena di trasmissione della misericordia di Dio alle persone che hanno bisogno di aiuto fa parte del segni distintivi basilari della nostra fede.
Ma la comunità gerosolimitana giunse al limite delle sue possibilità, ci dice il nostro testo. Poiché la comunità diventava sempre più grande, l'assistenza alle vedove non poteva più essere garantita. Che cosa fare, allora? A questo punto, salta agli occhi che il nostro testo nomina la distinzione tra vedove di lingua greca ed ebrei che parlano ebraico. All'inizio, si vede che tutti gli appartenenti alla comunità cristiana di Gerusalemme sono, naturalmente, di origine ebraica. I non ebrei arrivano solo in un secondo momento. A Gerusalemme, non dissimilmente da quanto avviene oggi, in quell'epoca c'erano ebrei di diversa provenienza. Venivano da diversi Paesi e s'insediavao, un po' come avviene oggi, nella città che era sede della fede ebraica e in cui sorgeva il Tempio, il santurario più importante dell'ebraismo. Gli ebrei di lingua greca venivano da diverse regioni del Mediterraneo, dove all'epoca il greco era ampiamente diffuso. Forse avevano una collocazione sociale migliore di quella degli ebrei di lingua ebraica, che erano venuti a Gerusalemme dalla rurale Galilea, con Gesù. Perciò, diversamente dalle vedove dei galilei, che parlavano non greco ma ebraico ossia aramaico, potevano rinunciare al sostegno della comunità. Non era del tutto giusto, perché anch'esse in effetti avevano diritto all'aiuto. Ma la comunità, evidentemente, dovette decidere di mettere questa regola. Quando le risorse di assottigliano, tali decisioni, talvolta, sono inevitabili. È questo che c'è dietro il conflitto riferito dal nostro testo.
Ma come rapportarsi a una tale situazione? La soluzione, riportata dal nostro testo, suona più o meno così: per prima cosa, istituiamo una commissione, poi vedremo. Questa sarebbe la soluzione che troverebbero, probabilmente, i politi tedeschi e forse anche quelli italiani o le autorità ecclesiastiche. Ma non è quel che s'intende qui. Il nostro testo dice, invece, che il conflitto sorto fu risolto in modo molto produttivo. I sette uomini, di cui si elencano i nomi, che per inciso sono tutti nomi greci, e che quindi erano parte dei già citati ebrei grecofoni, svolgono da subito le funzioni di secondo organo della comunità, il primo essendo quello dei dodici apostoli.
Che si occupassero solo delle questioni assistenziali della comunità, è cosa di cui si può a buon diritto dubitare, anche se il nostro testo vuole suscitare quest'impressione. Di due di questi uomini, cioè di Stefano e di Filippo, sentiremo parlare, in modo più preciso, più in là. Compaiono come annunciatori e missionari, che testimoniano il Vangelo di Gesù Cristo a Gerusalemme e altrove. Non sono quindi specializzati nell'assistenza ai poveri a Gerusalemme, ma sono testimoni attivi del Vangelo e annunciatori attivi sul piano missionario. Nel testo, quindi, si avverte una certa tensione. Essa si mostra anche nel fatto che il problema dell'assistenza non fu risolto semplicemente istituendo un gruppo di addetti, perché le risorse non aumentarono per questo solo fatto. Inoltre, non viene riferito come fu risolto il problema sorto.
La ripartizione del lavoro di cui parla il testo, quindi, va più in profondità. Nel suo nucleo, è la differenziazione di forme diverse di annuncio del Vangelo. Accanto agli apostoli, compaiono i sette, con la loro forma peculiare di diffusione del Vangelo. Anche questo aspetto, quello della varità delle forme con cui viene annunciato il Vangelo, non è cambiato fino ad oggi. Si può riconoscere nelle nostre Chiese, qui a Roma e altrove.
È dunque uno scorcio di storia degli inizi della comunità di Gerusalemme, quello che ci descrive il nostro testo di oggi. Ci mette davanti agli occhi che cosa, nella comunità cristiana, contava fin dall'inizio e conta ancora oggi. Sostegno di coloro che hanno bisogno del nostro aiuto; prestare attenzione alla comunione e alla solidarietà, alla disponibilità a trovare soluzioni costruttive ai conflitti e, non per ultimo, alla varietà delle forme in cui il Vangelo viene annunciato e vissuto. La comunità di Gerusalemme ha tratto profitto, evidentemente, dalla situazione di conflitto descritta. Ciò è sottolineato alla fine del passo degli Atti: la comunità cresceva, il Vangelo si diffondeva.
Gli altri testi della domenica odierna gettano ulteriori fasci luminosi su questo argomento: il versetto settimanale afferma che un giorno saremo misurati sul modo con cui avremo agito verso i più deboli, su come avremo prestato attenzione ai bisognosi. Il testo tratto dall'Antico Testamento riporta le regole date da Dio al suo popolo per la vita comune, affinché sia santo. Al centro, c'è il comandamento dell'amore. La parabola del Buon Samaritano, tratta dal Vangelo di Luca, presenta infine un caso concreto di amore del prossimo. Il samaritano non si chiede chi sia, l'uomo che giace, derubato e senza forze, sul ciglio della strada. Si cura di lui, gli dà ciò di cui ha bisogno in quella situazione d'emergenza.
Il nostro testo per la predicazione, tratto dagli Atti, ci mostra in tal modo, insieme con altri testi di questa domenica, come noi, comunità cristiana, possiamo vivere in questo mondo. Questi testi ci mostrano che cosa è importante nel rapporto tra noi e nella testimonianza del Vangelo nel mondo e per il mondo. Lasciamo che questi testi, dei primi tempi del cristianesimo e dell'Antico Testamenco, ci si ispirino a testimoniare in modo vivido e a vivere la nostra fede qui e oggi. Che il Signore ci aiuti a farlo.
Amen.

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Via Toscana 7
Rome
00187

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