Comunità Luterana di Roma - Prediche Predigten

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PREDICA DELLA II DOMENICA DOPO TRINITATIS, 14 GIUGNO 2026Predica: Matteo 11, 25-30                                      ...
14/06/2026

PREDICA DELLA II DOMENICA DOPO TRINITATIS, 14 GIUGNO 2026

Predica: Matteo 11, 25-30
Pastore Dr. Daniel Lenski

Cara Comunità,

il testo per la predicazione di oggi è breve, ma ricco di contenuto. Sono sei versetti, che trattano di conoscenza, potere e forza per noi.

Leggo, dal capitolo 11 del Vangelo di Matteo:

25 In quel tempo Gesù prese a dire: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, Padre, perché così ti è piaciuto. 27 Ogni cosa mi è stata data in mano dal Padre mio; e nessuno conosce il Figlio, se non il Padre; e nessuno conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo.
28 Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. 29 Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo per le anime vostre; 30 poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero».

Cara Comunità,

Gesù comincia con uno squillo di tromba: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli.»

Andiamo per un momento in Galilea. Dietro di noi c'è il Lago di Genezareth; Gesù è seduto su un rilievo e intorno a lui ci sono molte persone: i pescatori, che, nelle lunghe ore notturne, hanno gettato le reti. I lavoratori dei campi, le cui mani portano i segni della coltivazione dei campi. Le donne che sanno quante ore occorrono per preparare da mangiare per una famiglia numerosa.

Forse, qui qualche uomo o qualche donna comincerà ad annuire. Questo Gesù dice che non sono né le poche persone istruite né l'élite sociale ad avere il monopolio dell'interpretazione corretta della volontà di Dio. I teologi, cioè i sapienti dei nostri tempi, chiamano ciò “assioma del cambio di posizione”. Vuol dire che, nel regno di Dio, i ruoli saranno distribuiti diversamente.

Gesù ha forse qualcosa contro una vasta istruzione e una ricerca approfondita dei collegamenti presenti nella Sacra Scrittura? No di certo. Gesù stesso, secondo quanto riferisce Luca, a 12 anni si era talmente immerso in discussioni con gli scribi da dimenticare tutto il resto. Durante la vita, parla con i rappresentanti della teologia del tempo riguardo all'interpretazione corretta dei comandamenti di Dio.

Ma nelle sue parole aleggia la sua esperienza personale. Le persone che, in lui, ascoltano la Parola di Dio, persone che hanno un'apertura interiore alla sua Parola e a una conversione radicale della propria vita, non sono farisei, sadducei o scribi. Sono le persone che sono state formate e improntate dalla vita, dalla dura quotidianità. Sono i “poveri in spirito”, come li chiama la predica del monte. Seguono Gesù, lo ascoltano per ore e sono perfino pronti a lasciare per lui lavoro e famiglia.

Non è un caso che le prime comunità cristiane, anche qui a Roma, fossero particolarmente attraenti per queste persone ai margini della società: donne, schiavi, stranieri.
Non che a formare la comunità fossero solo loro. C'erano anche istruiti, ricchi, padroni di schavi. Con tutte le sfide che una tale varietà comporta per la comunità: domenica scorsa ne abbiamo sentito parlare nel passo tratto dagli Atti degli Apostoli.

Nei Vangeli, Gesù torna di continuo a mettere in chiaro questo: la questione del retroterra formativo o della consistenza della scarsella finisce in secondo piano. Ad essere decisiva è l'impostazione del cuore: sono disposto a farmi cambiare da ciò che percepisco e vivo? Mi fido a intraprendere ancora una volta una via nuova? Sono disposto a vagliare anche ciò che ho imparato?

«Io ti rendo lode, o Padre [...], perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli.»

Martin Lutero, nell'ultima predica del 1546 ad Eisleben, trattò proprio questo passo. Lutero disse:

“Ora il fatto è che a parlare qui è il Signore Cristo, nemico dei saccenti, che non può soffrire nella sua Chiesa cristiana: si chiamano papa, imperatore, re, prìncipi, dottori che padroneggiano la sua Parola divina e regnano, con la loro propria accortezza, nelle questioni alte e grandi della fede e della nostra felicità. Di tali esempi abbiano noi stessi fatto molta esperienza in breve tempo: tali menti accorte se la intendevano tra loro per promuovere un accordo o una riforma con cui ottenere l'unità della Chiesa cristiana […].”

Due cose, cara Comunità, sono chiare, in questo breve passo per la predicazione. Primo: anche Martin Lutero amava le parole chiare. Come Gesù, anche Lutero non fa del suo cuore una spelonca di ladri. Al contrario: il passo, appena letto, della sua predica è uno di quelli diplomatici. Lutero, nella stessa predica, ha parole di tutt'altro genere per il papa; sono definizioni che, oggi, nel dialogo ecumenico non vengono più usate, per fortuna.

Secondo: anche Lutero, con la sua argomentazione, mira alle proprie esperienze: la gran parte dell'élite teologica e sociale del suo tempo non era pronta a seguire i suoi ragionamenti e a fare della Bibbia il criterio centrale dell'annuncio della Parola. Sì, anche Lutero ebbe infine sostenitori istruiti e potenti, come il principe elettore Federico di Sassonia, ed ebbe in Filippo Melantone un aiutante avveduto. Ma, in base alla sua biografia, il riformatore era convinto che noi tutti, per mezzo dello Spirito Santo al momento del nostro battesimo, dobbiamo comprendere e interpretare la Parola di Dio.

Questo concetto è per noi come un filo rosso che si dipana per la storia della Chiesa. Ancora oggi, cantiamo gli inni di Lutero, che furono intonati dalla gente, allora, nelle strade e nelle piazze. Sentiamo il grido dei cristiani in Sudamerica che, nel XX secolo, si opposero alla teologia dei potenti e dei militari e che, dal 1968, svilupparono a Medellin, in Colombia, la “teologia della liberazione”. Liberazione dall'oppressione politica e teologica. Ascoltiamo, nel Sudafrica dell'apartheid, l'appello delle persone alla libertà, cui unirono la loro voce molti cristiani, in opposizione alla teologia ufficiale della Chiesa riformata nederlandese, vicina allo Stato, che difendeva sul piano teologico il sistema dell'apartheid.

In tutte queste epoche, come pure all'epoca di Gesù, riguardo alla questione di quale fosse la vera Parola di Dio ci furono interpretazioni in concorrenza tra loro. In nessun caso dobbiamo farcela troppo semplice e fare dell'opinione delle masse, della pura quantità di seguaci di una dottrina i criteri della correttezza interna. Come protestanti luterani in una diaspora caratterizzata da ambiente cattolico, qui in Italia, sappiamo quanto sia faticoso nuotare contro corrente. Proprio per questo valdesi, luterani e molti altri hanno sempre di nuovo potuto confidare che lo Spirito di Dio tocchi non solo il loro cuore, ma anche il loro intelletto.

Con le sue parole radicali, Gesù guarda a tutti noi. Non come a ospiti e forestieri, ma, in base a quanto sentito nel passo tratto dall'epistola agli Efesini, come a concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio: Dio ci considera in grado di fare qualcosa. Ci ritiene capaci di fare qualcosa. E ci promette qualcosa. In nessun altro passo delle pericopi la pretesa e la promessa di Dio sono così fortemente legate come accade in questo passo. Perché il nostro testo di predicazione finisce con questa promessa forte:

28 Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo.

Questo verso è noto, è stato ricamato innumerevoli volte, si trova in molte chiese e lo troviamo sempre di nuovo. Ma, sullo sfondo di quanto appena detto, guadagna una sfumatura nuova: così come noi tutti abbiamo una competenza basilare per interpretare la Parola di Dio, così pure noi tutti siamo invitati ad andare da Gesù Cristo, da questa Parola viva, per farci fortificare. Come da una fonte d'acqua nel deserto. Il contesto linguistico greco di questo verso ricorda i portatori dell'Oriente antico. Una carovana che, nel corso di un viaggio molto faticoso, finalmente sosta. Come questi portatori, noi tutti siamo invitati a sederci per prendere fiato profondamente.

Quali carichi abbiamo deposto per un momento? Penso alle preoccupazioni di cui sono venuto a conoscenza solo nella nostra comunità nel corso dell'ultima settimana: l'afa della metropoli romana; le difficoltà riguardanti la salute; la preoccupazione per i genitori che invecchiano; paura per la pace del mondo; preoccupazione per le decisioni giuste da prendere al lavoro; tensioni in famiglia; solitudine a scuola. Se cominciassimo a fare la lista delle preoccupazioni, anche qui, nella Chrsituskirche, questa mattina, di certo non avremmo difficoltà a compilarla.

Quando Gesù, in riva al Lago di Genezareth, parla alle persone sedute intorno a lui, allora, per un momento, possiamo aggiungerci a loro e, guardando all'acqua fresca, lasciarci rivolgere la parola così:

28 «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. 29 Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo per le anime vostre».
Sì, anche la sosta ha la sua ragion d'essere. Che si tratti di un buon concerto di un coro, di una telefonata con una buona amica o di un momento di tranquillità al fresco di una delle chiese di Roma. Il carico, forse, non sparirà. Ma noteremo che qui c'è qualcuno che contribuisce a portarlo. E già per questo, il peso sembra più leggero.

Cara Comunità, che testo! Sei versi pieni di contenuto. Sei versi in cui si tratta di conoscenza, potere e forza per noi tutti. Versi che ci infondono coraggio e forza. Ma che ci concedono anche una sosta. Sosta che è come un ristoro fresco in giorni afosi. Quest'estate e in tutti i momenti in cui ne abbiamo bisogno.

Amen.

PREDIGT ZUM 2. SONNTAG NACH TRINITATIS, 14. JUNI 2026Predigttext: Matthäus 11, 25-30Pfarrer Dr. Daniel Lenski Liebe Geme...
14/06/2026

PREDIGT ZUM 2. SONNTAG NACH TRINITATIS, 14. JUNI 2026

Predigttext: Matthäus 11, 25-30
Pfarrer Dr. Daniel Lenski

Liebe Gemeinde,

der heutige Predigttext ist kurz, aber er hat es in sich. Sechs Verse, in denen es um Erkenntnis, um Macht und um Kraft für uns alle geht.

Ich lese aus dem 11. Kapitel des Matthäusevangeliums:

25 Zu der Zeit fing Jesus an und sprach: Ich preise dich, Vater, Herr des Himmels und der Erde, dass du dies Weisen und Klugen verborgen hast und hast es Unmündigen offenbart. 26 Ja, Vater; denn so hat es dir wohlgefallen.
27 Alles ist mir übergeben von meinem Vater, und niemand kennt den Sohn als nur der Vater; und niemand kennt den Vater als nur der Sohn und wem es der Sohn offenbaren will.
28 Kommt her zu mir, alle, die ihr mühselig und beladen seid; ich will euch erquicken. 29 Nehmt auf euch mein Joch und lernt von mir; denn ich bin sanftmütig und von Herzen demütig; so werdet ihr Ruhe finden für eure Seelen. 30 Denn mein Joch ist sanft, und meine Last ist leicht.

Liebe Gemeinde,

Jesus beginnt mit einem Paukenschlag: „Ich preise dich, Vater, Herr des Himmels und der Erde, dass du dies Weisen und Klugen verborgen hast und hast es Unmündigen offenbart.“

Reisen wir für einen Augenblick nach Galiläa. Hinter uns der See Genezareth, Jesus sitzt an einem Hügel, um ihn herum viele Menschen: die früheren Fischer, die in den langen Stunden der Nacht ihre Netze ausgeworfen haben. Die Feldarbeiter, deren Hände gezeichnet sind vom Bestellen des Ackers. Die Frauen, die wissen, wie viele Stunden man benötigt, um das Essen für eine ganze Großfamilie zuzubereiten.

Vielleicht beginnt die eine oder der andere, stumm zu nicken. Dieser Jesus erzählt davon, dass es weder die wenigen Gebildeten noch die gesellschaftliche Elite sind, die ein Monopol darauf haben, den Willen Gottes recht zu deuten. „Positionswechselaxiom“ nennen das die Theologen, also die Weisen der heutigen Zeit. Soll heißen: Im Reich Gottes werden die Rollen anders verteilt sein.

Hat Jesus etwas gegen eine breite Bildung und ein tiefes Ergründen der Zusammenhänge der Schrift? Mit Sicherheit nicht. Jesus selbst, so erzählt es Lukas, war als 12-Jähriger so sehr im Jerusalemer Tempel ins Gespräch mit den Schriftgelehrten vertieft, dass er alles um sich herum vergaß. Zeit seines Lebens spricht er mit den Vertretern der damaligen Theologie über die rechte Auslegung der Gebote Gottes.

Und doch: In seinen Worten schwingt seine eigene Erfahrung mit. Die Menschen, die in ihm die Stimme Gottes hören, die eine innere Offenheit für sein Wort und für eine radikale Umkehr in ihrem eigenen Leben besitzen, sind nicht die Pharisäer, Sadduzäer und Schriftgelehrten. Es sind die Menschen, die durch das Leben, durch den harten Alltag, gebildet und geprägt wurden. Die „geistlich Armen“, wie es in der Bergpredigt heißt. Sie folgen Jesus, hören ihm stundenlang zu und sind sogar bereit, Beruf und Familie für ihn zu verlassen.

Es ist kein Zufall, dass die ersten christlichen Gemeinden – auch hier in Rom – besonders attraktiv für solche Menschen waren, die am Rand der Gesellschaft standen: Frauen, Sklaven, Ausländer. Nicht, und darauf kommt es an, sie alleine bildeten die Gemeinden. Genauso gab es die Gebildeten, die Reichen, die Sklavenhalter. Mit all den Herausforderungen, die solch eine Vielfalt für die Gemeinden bedeutete – am letzten Sonntag haben wir in der Predigt zur Apostelgeschichte davon gehört.

In den Evangelien macht Jesus immer wieder deutlich: Die Frage des Bildungshintergrundes oder der Geldbörse tritt in den Hintergrund. Entscheidend ist die Einstellung des Herzens: Bin ich bereit, mich durch das, was ich spüre und erlebe, verändern zu lassen? Traue ich mich, noch einmal einen neuen Weg zu gehen? Bin ich bereit, auch das, was ich gelernt habe, auf den Prüfstand zu stellen?

„Ich preise dich, Vater […] dass du dies Weisen und Klugen verborgen hast und hast es Unmündigen offenbart.“

Martin Luthers letzte Predigt aus dem Jahr 1546 in Eisleben war genau zu diesem Predigttext. Luther sagte damals:

„Das ist's nun, daß der Herr Christus hier spricht, er sei den Naseweisen feind, er wolle sie nicht leiden in seiner christlichen Kirche, sie heißen Papst, Kaiser, Könige, Fürsten, Doctoren, die ihm sein göttliches Wort meistern und mit ihrer eigenen Klugheit in den hohen, großen Sachen des Glaubens und unserer Seligkeit regieren. Solcher Exempel haben wir selbst viel erfahren in kurzer Zeit, daß solche Klüglinge sich unterstanden, Einigung oder Reformation anzurichten, dadurch in der christlichen Kirche Einigkeit würde […].“

Zwei Dinge, liebe Gemeinde, werden bei diesem kurzen Predigtabschnitt deutlich. Erstens: Auch Martin Luther war ein Freund klarer Worte. Wie Jesus macht Luther aus seinem Herzen keine Mördergrube. Im Gegenteil: Der eben verlesene Ausschnitt aus seiner Predigt ist noch einer der diplomatischen. Luther hat in derselben Predigt noch ganz andere Worte etwa für den Papst gefunden – Bezeichnungen, die wir heute im ökumenischen Dialog zum Glück nicht mehr verwenden.

Zum zweiten zielt auch Luther in seiner Argumentation auf seine eigenen Erfahrungen: Der Großteil der theologischen und gesellschaftlichen Elite seiner Zeit war nicht bereit, seinen Argumenten zu folgen und die Bibel als zentralen Maßstab der Wortverkündigung heranzuziehen. Ja, auch Luther hatte schließlich gebildete und mächtige Unterstützer, wie etwa Kurfürst Friedrich von Sachsen, und kluge Helfer wie etwa Philipp Melanchthon. Aber aus seiner eigenen Biographie heraus war der Reformator davon überzeugt, dass wir alle durch den Geist im Moment unserer Taufe die Voraussetzung dafür haben, das Wort Gottes zu verstehen und zu deuten.

Wie ein roter Faden begegnet uns diese Erkenntnis in der Kirchengeschichte. Noch heute singen wir Luthers Lieder, die damals auf den Straßen und Plätzen von den Menschen angestimmt wurden. Wir hören den Schrei der Christen in Südamerika, die im 20. Jahrhundert aufbegehrten gegen eine Theologie der Mächtigen und des Militärs und die seit 1968 im kolumbianischen Medellín eine „Theologie der Befreiung“ entwickelten. Eine Befreiung aus politischer und theologischer Unterdrückung. Wir hören den Ruf der Menschen nach Freiheit, in den etwa viele Christen im Südafrika der Apartheid miteinstimmten – entgegen der offiziellen Theologie der staatsnahen Niederländisch-Reformierten Kirche, die das Apartheidssystem theologisch verteidigte.

Zu all diesen Zeiten gab es, wie auch zur Zeit Jesu, konkurrierende Deutungen um die Frage, was das rechte Wort Gottes sei. Und keinesfalls dürfen wir es uns zu einfachen machen und alleine die Meinung der Massen, die pure Quantität von Anhängern einer Lehre zum Maßstab ihrer inneren Richtigkeit machen. Als lutherische Protestanten in einer katholisch geprägten Diaspora hier in Italien wissen wir, wie anstrengend das ist, auch gegen den Strom zu schwimmen. Gerade deshalb durften Waldenser, Lutheraner und viele andere immer wieder darauf trauen, dass der Geist Gottes nicht nur ihr Herz, sondern auch ihren Verstand anrührt.

Mit seinen radikalen Worten nimmt uns Jesus alle in den Blick. Nicht als Gäste und Fremdlinge, sondern, wie wir es im Epheserbrief gehört haben, als Mitbürger der Heiligen und Gottes Hausgenossen. Gott traut uns etwas zu. Er mutet uns etwas zu. Und er spricht uns etwas zu. In kaum einer Perikope sind Gottes Anspruch und Zuspruch an uns so stark verbunden wie hier. Denn unser Predigttext endet mit einem starken Zuspruch:

28 Kommt her zu mir, alle, die ihr mühselig und beladen seid; ich will euch erquicken.

Dieser Vers ist bekannt, auf unzähligen Stickereien, in vielen Kirchen begegnet er uns immer wieder. Und doch bekommt er vor dem Hintergrund des eben Gesagten noch einmal eine neue Schattierung: So wie wir alle eine Grundkompetenz darin haben, das Wort Gottes zu deuten, so sind wir alle eingeladen zu Jesus Christus, diesem lebendigen Wort zu kommen, um uns stärken zu lassen. Wie an einer Wasserquelle in der Wüste. Der griechisch-sprachliche Kontext dieses Verses erinnert an Lastenträger im Alten Orient. Eine Karawane, die langer beschwerlicher Reise endlich eine Pause macht. Wie solche Lastenträger sind wir alle eingeladen, uns hinzusetzen, um einmal durchzuatmen.

Welche Lasten müssten wir für einen Moment ablegen? Ich denke an die Sorgen, die ich alleine in unserer Gemeinde in der letzten Woche vernommen habe: die Hitze der römischen Großstadt, gesundheitlichen Herausforderungen, die Sorge um die älter werdenden Eltern, Angst um Frieden in dieser Welt, Sorge um die rechten beruflichen Entscheidungen, Spannungen in der Familie, Einsamkeit auf dem Schulhof. Würden wir beginnen, wir hätten auch heute Morgen hier in der Christuskirche sicherlich keine Schwierigkeit, Sorgen zusammenzutragen.

Wenn Jesus am See Genezareth zu den Menschen spricht, die um ihn herumsitzen, dann dürfen wir uns für einen Moment dazusetzen, auf das frische Wasser blicken und uns genauso ansprechen lassen:

Kommt her zu mir, alle, die ihr mühselig und beladen seid; ich will euch erquicken. 29 Nehmt auf euch mein Joch und lernt von mir; denn ich bin sanftmütig und von Herzen demütig; so werdet ihr Ruhe finden für eure Seelen.

Ja, auch die Pause hat ihre Recht. Sei es bei einem guten Chorkonzert, im Telefonat mit einer vertrauten Freundin oder in einem ruhigen Moment einer der kühlen Kirchen Roms. Die Last wird vielleicht nicht verschwinden. Aber wir merken, dass da noch jemand ist, der sie mitträgt. Und schon dadurch fühlt sich das Gewicht leichter an.

Liebe Gemeinde, was ein Text: Sechs Verse, die es in sich haben. Sechs Verse, in denen es um Erkenntnis, um Macht und um Kraft für uns alle geht. Verse, die uns mutig und stark machen. Aber die uns auch eine Pause gönnen. Eine Pause wie eine kühle Erfrischung an heißen Tagen. In diesem Sommer und in allen Momenten, in denen wir sie brauchen.

Amen.

PREDICA DELLA I DOMENICA DOPO TRINITATIS, 7 GIUGNO 2026Predica: Atti 4,32-37                                            ...
07/06/2026

PREDICA DELLA I DOMENICA DOPO TRINITATIS, 7 GIUGNO 2026

Predica: Atti 4,32-37
Pastore Patrick Spitzenberger

Care Sorelle e cari Fratelli,
di che cosa è fatta una buona comunità? Da che cosa dipende? Qual è il segreto di una comunità viva? Qual è il criterio per valutare come vanno le cose in una comunità? Ed è cosa che si possa fare? È possibile e, se sì, ricorrendo a quali criteri? È il numero dei partecipanti al culto o quello dei membri? No, non siamo una squadra di calcio e, inoltre, proprio qui in Italia si vede che una comunità può funzionare anche con numeri piccoli: è allora, quanti gruppi vengono offerti o quanto è alto il livello della qualità della musica? Oppure è il livello teologico del cammino di una comunità?
Oggi, negli Atti degli Apostoli leggiamo un passo su una delle prime comunità. Ascoltando questo racconto, vi metto in guardia dal diventare invidiosi; cosa facile, dato che molte cose sembrano essere perfette, secondo quanto riporta il redattore degli Atti. Ma ascoltate ora questo passo, tratto dal IV capitolo degli Atti:

32 La moltitudine di quelli che avevano creduto era d'un sol cuore e di un'anima sola; non vi era chi dicesse sua alcuna delle cose che possedeva, ma tutto era in comune tra di loro. 33 Gli apostoli, con grande potenza, rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù; e grande grazia era sopra tutti loro. 34 Infatti non c'era nessun bisognoso tra di loro; perché tutti quelli che possedevano poderi o case li vendevano, portavano l'importo delle cose vendute 35 e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno, secondo il bisogno.
36 Ora Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba (che tradotto vuol dire: «figlio di consolazione»), Levita, cipriota di nascita, 37 avendo un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato, deponendolo ai piedi degli apostoli.

“Erano d'un sol cuore e di un'anima sola”: così era la comunità. Nessuno aveva più degli altri; avevano tutto in comune. “Comunismo d'amore religioso” ha definito questo passo Ernst Tröltsch: un ideale greco dell'epoca di redazione degli Atti, che ci viene illustrato dall'autore.
Un ideale di povertà affascinante: le persone che danno tutto, che sono così limpide, sono sempre affascinanti. Nel corso del tempo. Penso, a tale proposito, quest'anno, all'8° centenario della morte di S. Francesco d'Assisi. Che, fino ad oggi, è una delle figure più luminose e affascinanti, una persona che ha attuato questo ideale in modo credibile per molti. Chi è stato una volta ad Assisi, e sono molti, avrà avvertito il fascino sprigionato da lui e dallo stile di vita semplice dei frati, all'inizio del movimento francescano, fascino che perdura fino ad oggi. Il cristianesimo non può sussistere senza un'etica sociale moderna, senza la questione di come noi viviamo nei fatti ciò che attestiamo nella fede. Il fatto che il Vescovo di Roma abbia scelto di chiamarsi Leone è, per molti osservatori, nome e programma. Il Leone precedente, Leone XIII, fu il primo papa ad emanare un'enciclica sociale.
Ma torniamo al testo. Gli Atti raccontano la storia di Dio con la sua comunità, dagli inizi della prima comunità in poi e noi potremmo continuare a scrivere tale storia, perché anche noi siamo comunità di Dio che attraversa il tempo. Tutti i battezzati ne fanno parte, in così tante Chiese e confessioni, e anche noi siamo in cammino con Dio. L'autore degli Atti confida che Dio sia sempre all'opera, è sempre accanto a noi, quando ci riuniamo come conunità nel suo nome e quando siamo in cammino insieme, come comunità.
Nella prima parte degli Atti, ascoltiamo narrare che gli apostoli, a Gerusalemme, rendono testimonianza di Gesù; lo Spirito Santo viene riversato su di loro e li rende capaci di parlare. Gli fa rendere testimonianza, trasforma la vita e qui, in questi versi, viene richiamato un aspetto ulteriore: la comunione dei beni. I credenti sono talmente orientati a Gesù, nell'attesa del suo prossimo ritorno, da andare oltre la proprietà privata. Molte cose sono di uso comune, tanto che a nessuno manca nulla “perché tutti quelli che possedevano poderi o case li vendevano, portavano l'importo delle cose vendute e lo deponevano ai piedi degli apostoli”. Gli apostoli potevano, con tali mezzi, provvedere a tutti quelli che possedevano di meno.
E ci viene riferito come esempio quello di Giuseppe, il levita cipriota. Vende il suo campo e porta il ricavato agli apostoli. Un mondo perfetto, dunque? Questo testo è una piccola utopia, che vuole mostrarci che a crescere sono le comunità che non dimenticano l'elemento centrale.
Gli Atti descrivono come le giovanissime comunità siano orientate a Gesù e al suo vicinissimo ritorno, tanto che non ha più importanza chi possegga che cosa o quanto denaro ci sia in cassa. Questo suscita la mia invidia, pensando alle discussioni sulle finanze al Sinodo della CELI o anche nelle Chiese tedesche. Ed è vero anche che comunità sane hanno bisogno di buoni mezzi per svolgere il loro lavoro e che certo anche la nostra comunità non potrebbe sussistere se non ci fossero così tante persone a dare il loro contributo di attività volontaria e sul piano finanziario. Come potrebbero, altrimenti, aver luogo, qui culti a lode di Dio, con musica da occasioni solenni, ma anche con tutto il lavoro a favore dei poveri del quartiere, rivolto a persone cui le cose non vanno bene.
La cura di queste persone è, in ogni epoca, compito centrale della Chiesa e della comunità. Non lasciare che giacciano davanti alla porta di casa, come il povero Lazzaro del Vangelo, ma aiutarli con i fatti a camminare e usare la ricchezza della comunità, per quanto esista, per mitigare la povertà e creare spazi in cui la fede possa essere vissuta.
Ma possiamo farlo solo se non dimentichiamo l'elemento centrale. E l'elemento centrale è qui, al centro di questo breve testo. Ricordiamo che all'inizio del testo c'è che la comunità era di persone che “erano d'un sol cuore e di un'anima sola”. Alla fine del testo, c'è l'esempio di Giuseppe, che depone quanto possiede, il proprio denaro ai piedi degli apostoli. Nel mezzo, c'è il versetto 33: “Gli apostoli, con grande potenza, rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù; e grande grazia era sopra tutti loro.”
Questo è l'elemento centrale: la testimonianza della resurrezione di Gesù. Non è amministrare denaro e vendere terreni, ma è rendere testimonianza. Dio si volge a loro nella sua grazia e, poiché essi si orientano a lui, la comunità porta frutto ed egli trasforma la comunità all'interno e all'esterno. Questo testo non è una cronaca storica, ma può esserci di esempio riguardo a come intendere la comunità e la Chiesa; di monito affinché le priorità vengano poste nell'ordine giusto. Per quanto la musica corale delle grandi feste sia bella e utile e per quanto sia importante l'impegno in favore delle persone emarginate dalla società, ad essere centrale è la motivazione che li fa attuare; è quel che c'è al centro e che costituisce il filo conduttore.
E inoltre non deve sempre avvenire quel che l'estensore del passo ha descritto con tanto entusiasmo. Le comunità non devono essere “d'un sol cuore e di un'anima sola”. Al contrario: se in primo piano c'è sempre e solo armonia, le cose possono farsi davvero pericolose, per le comunità e per i singoli membri. No, il filo conduttore è un altro: chi si orienta alla vita, morte e resurrezione di Gesù, potrà costruire comunità, sia che abbia a disposizione grandi mezzi finanziari sia che abbia a disposizione mezzi minimi, perché non giriamo intorno a noi stessi, ma poniamo al centro il Dio vivente.
Cara Comunità di Roma, di che cosa è fatta una buona comunità? Da cosa dipende? Qual è il segreto delle comunità vive? Proprio adesso, quando stiamo andando verso il periodo di sede vacante, è più importante che mai mettere Gesù Cristo al centro, affinché lo magnifichiamo, anche con mezzi finanziari limitati, anche senza pastore titolare. Credo che la pensi così anche il collega che sta per partire. Che siamo comunità guardando a Gesù Cristo. Perché allora siamo un faro che si nutre dell'amore di Dio e magnifichiamo la resurrezione di Gesù. E siamo così, con le nostre possibilità limitate, qui, in questa città, uomini e donne, testimoni coraggiosi del Risorto.
Amen.

Immagine: Vincent van Gogh, Terrazza del caffè la sera, Place du Forum, Arles, Wikipedia

PREDIGT ZUM  1. SONNTAG NACH TRINITATIS, 7. JUNI 2026Predigttext: Apostelgeschichte 4,32-37Pfarrer Patrick Spitzenberger...
07/06/2026

PREDIGT ZUM 1. SONNTAG NACH TRINITATIS, 7. JUNI 2026

Predigttext: Apostelgeschichte 4,32-37
Pfarrer Patrick Spitzenberger

Liebe Schwestern und Brüder,
was macht eine gute Gemeinde aus? Woran hängt es, was ist das Geheimnis lebendiger Gemeinden? Die Richtschnur, an der man misst, wie eine Gemeinde läuft? Und kann man das überhaupt? Geht das und wenn ja mit welchen Kriterien? Ist es die Anzahl der Gottesdienstbesucher oder die Mitgliederzahl? Nein, wir sind ja kein Fußballverein und außerdem sieht man doch gerade hier in Italien, wie Gemeinde auch mit kleineren Zahlen funktioniert. Ist es dann vielleicht, wie viele Gruppen und Kreise angeboten werden oder wie hoch die Qualität der Musik ist? Oder ist es die Frage wie theologisch eine Gemeinde unterwegs ist?
Heute lesen wir in der Apostelgeschichte von einer der ersten Gemeinden und wenn ihr gleich diesen Bericht hört, dann warne ich euch vor, denn man wird leicht neidisch, denn so vieles scheint perfekt zu sein, wie es der Verfasser der Apostelgeschichte berichtet. Aber hört selbst im vierten Kapitel der Apostelgeschichte:

Die Menge der Gläubigen aber war ein Herz und eine Seele; auch nicht einer sagte von seinen Gütern, dass sie sein wären, sondern es war ihnen alles gemeinsam.
33Und mit großer Kraft bezeugten die Apostel die Auferstehung des Herrn Jesus, und große Gnade war bei ihnen allen.
34Es war auch keiner unter ihnen, der Mangel hatte; denn wer von ihnen Land oder Häuser hatte, verkaufte sie und brachte das Geld für das Verkaufte 35und legte es den Aposteln zu Füßen; und man gab einem jeden, was er nötig hatte. 36Josef aber, der von den Aposteln Barnabas genannt wurde – das heißt übersetzt: Sohn des Trostes –, ein Levit, aus Zypern gebürtig, 37der hatte einen Acker und verkaufte ihn und brachte das Geld und legte es den Aposteln zu Füßen.

Ein Herz und eine Seele war also die Gemeinde und nicht einer hatte mehr als der andere, alles hatten sie gemeinsam. „Religiöser Liebeskommunismus“ hat Ernst Tröltsch diesen Abschnitt einmal genannt, ein griechisches Ideal, zur Zeit der Abfassung der Apostelgeschichte, das uns der Autor vor Augen stellt.
Ein faszinierendes Armutsideal. Menschen, die alles geben, so klar sind, faszinieren immer wieder. Durch alle Zeiten hindurch. Da denke ich in diesem Jahr an den 800. Todestag des Heiligen Franziskus von Assisi. Er ist bis heute eine der leuchtendsten und schillerndsten Figuren, ein Mensch, der dieses Ideal für viele glaubhaft verwirklicht hat. Wer einmal in Assisi war – und das werden schon viele gewesen sein – wird auch diese Faszination gespürt haben, die von ihm und der einfachen Lebensweise der Brüder zu Beginn der franziskanischen Bewegung ausging und für manche bis heute geht. Christentum kann nicht bestehen ohne eine moderne Sozialethik, ohne die Frage, wie wir das, was wir im Glauben bezeugen, auch in der Tat leben. Dass sich der römische Bischof Leo genannt hat, ist für viele Beobachter Name und Programm. Der letzte Leo vor ihm, Leo XIII, der erste Papst mit einer Sozialenzyklika.
Aber zurück zum Text. Die Apostelgeschichte ist die Geschichte Gottes mit seiner Gemeinde, von den Anfängen der ersten Gemeinden an und wir könnten diese Geschichte fortschreiben, denn auch wir sind Gemeinde Gottes durch die Zeit hindurch. Alle Getauften gehören dazu in so vielen Kirchen und Konfessionen und auch wir sind mit Gott unterwegs. Der Autor der Apostelgeschichte traut Gott zu, dass er immer noch am Werk ist, mit dabei, wenn wir als Gemeinde in seinem Namen zusammenkommen, wenn wir als Gemeinde miteinander unterwegs sind.
Im ersten Teil der Apostelgeschichte hören wir, wie die Apostel in Jerusalem Zeugnis für Jesus ablegen, der Heilige Geist ist auf sie ausgegossen und macht sie sprachfähig. Er lässt sie Zeugnis ablegen, verändert Leben und hier in diesen Versen wird noch ein weiterer Aspekt in Erinnerung gerufen. Gütergemeinschaft. Die Gläubigen sind so auf Jesus ausgerichtet, in der Erwartung, dass er bald wiederkommt, dass sie das private Eigentum überwinden. Dass sie vieles gemeinsam nutzen, ja dass sogar niemand Mangel hat, denn wer Land oder Häuser hatte, verkaufte sie und brachte das Geld und legte es den Aposteln zu Füßen. Diese konnten damit alle versorgen, die weniger hatten.
Ja und dann hören wir das Beispiel von Josef, dem Levit aus Zypern. Der seinen Acker verkauft und das Geld den Aposteln bringt. Heile Welt also? Dieser Text ist eine kleine Utopie, will er uns doch zeigen, dass Gemeinden wachsen, die das Zentrale nicht vergessen.
Die Apostelgeschichte beschreibt, wie sehr die jungen Gemeinden auf Jesus und sein baldiges Kommen ausgerichtet sind, dass es gar keine Rolle mehr spielt, wer was besitzt, oder wie viel Geld in der Kasse ist. Da werde ich neidisch, wenn ich an die Finanzdebatten der ELKI-Synode oder auch in den deutschen Kirchen im Kopf habe. Und es stimmt auch: Gesunde Gemeinden brauchen gute Mittel, um ihre Arbeit zu tun, ja auch unsere Gemeinde könnte nicht bestehen, gäbe es nicht so viele Menschen, die ihren Beitrag leisten ehrenamtlich und finanziell. Wie sollten sonst hier Gottesdienste zum Lobe Gottes stattfinden, mit festlicher Musik, aber auch alle Arbeit, die sich um die Poveri im Quartier kümmert, an Menschen richtet, denen es nicht gut geht.
Dass wir uns um diese Menschen kümmern, das ist zu allen Zeiten ein zentraler Auftrag von Kirche und Gemeinde. Sie nicht vor der Türe liegen zu lassen, wie den armen Lazarus im Evangelium, sondern helfend zur Tat zu schreiten und den Reichtum der Gemeinde – so er denn existiert – zu nutzen, um Armut zu lindern und Räume zu schaffen, wo Glaube gelebt werden kann.
Aber das können wir nur, wenn wir das Zentrale nicht vergessen. Und das Zentrale ist hier in der Mitte dieses kurzen Textes zu finden. Wir erinnern uns, am Anfang die Rede von der Gemeinde als ein Herz und eine Seele und am Ende das Beispiel mit Josef, der seinen Besitz, sein Geld den Aposteln zu Füßen legt. In der Mitte Vers 33: Und mit großer Kraft bezeugten die Apostel die Auferstehung des Herrn Jesus und große Gnade war bei ihnen allen.
Das ist das Zentrale: Das Zeugnis der Auferstehung Jesu, das ist es. Nicht Geld zu verwalten und Grundstücke zu verkaufen, sondern Zeugnis abzulegen. Gott wendet sich ihnen in Gnade zu und weil sie sich an ihm orientieren, trägt das Gemeindeleben Früchte, es verändert die Gemeinde im Inneren und im Äußeren. Dieser Text ist kein historischer Bericht, nein er kann uns ein Beispiel sein. Ein Beispiel, wie wir Gemeinde und Kirche verstehen, eine Mahnung, dass die Prioritäten richtig gesetzt sind. So schön festliche Chormusik und so hilfreich und wichtig der Einsatz für die Menschen am Rande der Gesellschaft ist, so zentral ist doch aus welcher Motivation es geschieht, was im Zentrum steht, und die Richtschnur ist.
Und übrigens muss auch nicht immer gelten, was der Verfasser so enthusiastisch beschrieben hat. Gemeinden müssen nicht ein Herz und eine Seele sein. Im Gegenteil: Wenn immer nur Harmonie im Vordergrund steht, kann es sogar richtig gefährlich werden. Für Gemeinden und einzelne Mitglieder. Nein, die Richtschnur ist eine andere: Wer sich an Leben, Tod und Auferstehung Jesu orientiert, der wird Gemeinde bauen können, ob mit großen finanziellen Ressourcen oder auf der kleinsten Rille, weil wir uns dann nicht um uns selbst drehen, sondern den lebendigen Gott in den Mittelpunkt stellen.
Liebe Gemeinde in Rom, was macht eine gute Gemeinde aus? Woran hängt es, was ist das Geheimnis lebendiger Gemeinden? Gerade wenn wir jetzt auf das Jahr der Vakatur zugehen, ist das noch einmal wichtiger denn je, dass Jesus Christus im Mittelpunkt steht, dass wir ihn groß machen, auch mit eingeschränkten Ressourcen, auch ohne hauptamtlichen Pfarrer. Ich glaube, das ist auch im Sinne des scheidenden Kollegen. Dass wir im Blick auf Jesus Christus Gemeinde sind. Weil wir dann ein Leuchtturm sind, der sich aus Gottes Liebe heraus speist und wir Jesu Auferstehung groß machen. Und so mit unseren begrenzten Möglichkeiten hier in dieser Stadt mutige Zeuginnen und Zeugen des Auferstandenen sind.
Amen.

Bild: Vincent van Gogh, Cafterrasse am Abend, Place du Forum, Arles, Wikipedia

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