Comunità Luterana di Roma - Prediche Predigten

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PREDICA DI DOMENICA TRINITATIS, 31 MAGGIO 2026Predica: Numeri 6, 22–27                                                  ...
31/05/2026

PREDICA DI DOMENICA TRINITATIS, 31 MAGGIO 2026

Predica: Numeri 6, 22–27
Prof. Dr. Jens Schröter
Theologische Fakultät der Humboldt-Universität zu Berlin

In questa predica, cara Comunità, spingiamo lo sguardo alla fine. Non alla fine del mondo, né alla fine della nostra vita, ma alla fine del culto. E non solo di quello di oggi, ma di ogni culto che celebriamo. Ogni culto finisce con la benedizione. Prima di andare ognuno per conto proprio, ci poniamo ancora una volta sotto la Parola di Dio; ci facciamo promettere che ci benedica e ci custodisca. Benedetti, andiamo poi nella nuova settimana. Il desiderio che Dio sia con noi, che possa proteggerci e custodirci, conclude quindi la celebrazione di tutti i nostri culti e, naturalmente, anche oggi non è diverso. Ma qualcosa, oggi, è diverso. Oggi, la benedizioni non è collocata solo alla fine del culto, ma è anche il contenuto del testo della predicazione. Nel libro dei Numeri, al VI capitolo, leggiamo quanto segue:

22 Il SIGNORE disse ancora a Mosè: 23 «Parla ad Aaronne e ai suoi figli e di' loro: "Voi benedirete così i figli d'Israele; direte loro: 24 'Il SIGNORE ti benedica e ti protegga! 25 Il SIGNORE faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio! 26 Il SIGNORE rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace!'". 27 Così metteranno il mio nome sui figli d'Israele e io li benedirò».

Naturalmente, conosciamo queste parole di benedizione, cara Comunità. Le conosciamo talmente bene che, forse, non ascoltiamo più con attenzione ciò che ci viene promesso, di nuovo in ogni culto. Noi tutti sappiamo che cosa succederà, quando il pastore alza le mani in segno di benedizione. Pronuncerà le parole ben note, che abbiamo ascoltato tanto spesso. Ma, o magari proprio perché le conosciamo così bene, è bene che le ascoltiamo di nuovo, con attenzione, e che riflettiamo su quale sia davvero il loro contenuto. Perché la benedizione di Dio non è qualcosa di collaterale o d'insignificante. Invece, è fondamentale, in senso stretto, per la nostra vita; è qualcosa con cui dobbiamo fare i conti e cui possiamo affidarci. La benedizione non è semplicemente un desiderio benintenzionato, come quello che la domenica sia bella o che la nuova settimana sia piacevole. La benedizione di Dio è invece fonte di forza per ciò che ci si prospetta. Pone la nostra vita su una base solida; ci dona la certezza che Dio ci sosterrà anche nel corso della settimana che viene. Motivo sufficiente, dunque, per ascoltare queste parole con attenzione, in particolare per l'augurio e la promessa con cui concludiamo i nostri culti. Qual è dunque il contenuto effettivo di questa benedizione di Dio, che ci facciamo promettere sempre di nuovo? Guardiamo anzitutto con attenzione la parola stessa. Cosa che, in questo caso, è particolarmente utile, perché con il termine tedesco “Segen”, “benedizione”, non riusciamo ancora a comprendere ciò che intende la Bibbia. In tedesco, “segnen”, latino “signum”, significa “fare un segno”. Con ciò s'intende, di solito, il segno della croce mentre si recita la benedizione. Se parliamo di “benedizione”, di “fare un segno [di croce]”, lo facciamo solo in ambito ecclesiastico, liturgico. Nei culti, nelle celebrazioni di nozze o di funerali; talvolta, anche in occasione della benedizione di cose profane. Ogni tanto si sente dire, a proposito di qualche defunto, che “ha benedetto l'elemento terreno” per dire che “è passato a miglior vita”; in effetti, non si vuol dire altro che è morto, benché in origine s'intedesse qualcosa di molto più profondo e cioè che qualcuno augurava benessere a tutti coloro che lasciava in terra, prima di andare nella vita eterna.
Ci avviciniamo al contenuto biblico se guardiamo alle parole italiane “benedire” e “benedizione”, simili alle loro sorelle francesi e spagnole. Il significato è: “dire qualcosa di buono, di positivo, di bello”. E questo già corrisponde al contenuto del significato profondo della benedizione biblica. Ma se facciamo un altro passo avanti e guardiamo alle parole ebraiche che traduciamo con “benedizione” o “benedire”, allora il contenuto della benedizione diventa ancora più chiaro. In ebraico, “benedizione” e “benedire” sono, rispettivamente, beracha e barach, con cui s'intendono vita riuscita, protezione e custodia, benessere, salute e fiducia. Ciò abbraccia tutti gli ambiti della nostra esistenza: il benessere psichico e fisico, la sicurezza e la protezione e anche il benessere materiale. Tutto ciò è inteso nelle tre frasi del nostro testo odierno per la predicazione, che costituiscono la formula di questa benedizione.
“ll Signore ti benedica e ti protegga”. All'inizio, c'è la promessa di vita in pienezza e di protezione. Possiamo confidare di non essere soli. Che cammineremo sotto la protezione di Dio per tutte le vie della nostra vita. In questo possiamo confidare, di nuovo, ogni settimana.
“Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te”. Lo splendore del volto di Dio ci indica la via, ci scalda e ci avvolge, affinché ci sentiamo protetti in lui.
“Il Signore alzi il suo volto su di te e ti dia la pace”. Dio è con noi, con la sua presenza di grazia. La sua pace, la sua shalom, è intorno a noi, ci fa andare lieti e sereni incontro alle sfide della vita.
Così possiamo comprendere le tre richieste di benedizione che costituiscono il centro del nostro testo e che ci facciamo dire alla fine di ogni culto; richieste di benedizione con cui prendiamo forza per la settimana che abbiamo davanti. Vita in pienezza, protezione, caldo, protezione: tutto questo ci accompagnerà nel cammino.

Ma sappiamo che, nella nostra vita, non tutto è sempre presente nel modo migliore. Non è che ci siano solo sicurezza, protezione e sensazione di benessere. Talvolta, ci sono malattie che ci creano problemi e siamo tormentati da dolori, limitazioni, debolezze. Che non sia abbiano preoccupazioni materiali dipende dalle circostanze in cui ci troviamo al momento e che non sempre possiamo domnare: rapporti familiari, posto di lavoro, eventi inaspettati della vita e possono recare con sé cambiamenti incisivi.
Nel nostro ambiente personale e anche nei rapposti sociali, politici, economici non ci sono solo cose che ci mettono d'umore fiducioso e allegro. Proprio negli anni scorsi e anche nel nostro immediato presente ci sono stati e ci sono molteplici motivi di preoccupazione per la pace, per la salvaguardia della Natura, per la tenuta della nostra società. Dov'è la benedizione di Dio?, potremmo domandarci. E proprio per questo è importante che, ancora una volta, guardiamo più attentamente quale sia il contenuto della benedizione di Dio per questo mondo e per noi in modo personalissimo.
La benedizione di cui parla la Bibbia non nega assolutamente le parti difficili, opache e, talvolta, deludenti della nostra vita. La Bibbia parla di persone nelle più diverse condizioni esistenziali. Sofferenza e morte non sono estranee ai redattori dei testi biblici, come pure non lo sono sventura, inermità, fame e disperazione. La Bibbia narra di guerre in cui fu coinvolto il popolo d'Israele; di carestie; di rovesci della sorte nelle storie individuali e di grandi paure. La benedizione di Dio non significa che tutto questo ci sarà risparmiato. Proprio al contrario. La Bibbia dice: la vita, con i suoi alti e bassi, con i suoi successi e sfortune, con ciò che è riuscito e ciò in cui abbiamo fallito, è sotto la benedizione di Dio. Dio benedice la nostra vita, con tutto ciò che ne fa parte, anche con le sue contrarietà e afflizioni e nonostante tutto ciò in cui abbiamo mancato.
La benedizione biblica è tutt'altro che una vuota promessa di salvezza. Non dice semplicemente: andrà tutto bene. La benedizione di Dio, invece, pone la nostra vita sotto un segno particolare. Possiamo confidare di essere protetti presso Dio, origine e meta della nostra esistenza. La benedizione di Dio significa che egli non abbandona il mondo a se stesso. Possiamo confidare che tutto il nostro agire sia circondato dalla promessa di Dio che la sua potenza sia si molto superiore a quella dei potenti di questo mondo.
Proprio perciò tale benedizione è parte delle disposizioni che Dio impartisce al suo popolo quando stringe con lui il patto. Questo patto fonda una relazione di fedeltà, affidabilità e fiducia. Il popolo non è solo; può confidare che Dio sarà con lui, anche e proprio quando si smarrisce. Le vie che il popolo d'Israele, il popolo ebraico farà nel corso della sua storia, fino ad arrivare al presente, furono e sono caratterizzate da molte interruzioni e nuovi inizi, da espulsione e dispersione, da persecuzioni e grande dolore sopportati dal popolo. Ma Dio non ha mai abbandonato il suo popolo. La sua benedizione è sempre sul suo popolo, anche e proprio nelle maggiori sventure.

L'origine della benedizione di Dio ci riporta indietro fino agli esordi della storia di Dio col suo popolo. Dio benedisse Abraamo, promettendogli che da lui sarebbe venuto un grande popolo. Dio benedisse Giacobbe, rinnovando la promessa. La fedeltà di Dio diventa così riconoscibile nella sua benedizione. E vi ha tenuto fede, fino ad oggi. Questo dice anche il nostro testo per la predicazione odierna, che ci introduce in una situazione particolarissima del popolo d'Israele e della benedizione che gli viene promessa.

Dio, come abbiamo sentito, dice a Mosè che benedirà il popolo d'Israele e come lo farà. Mosè dovrà trasmetterlo al fratello Aronne e ai suoi figli: è per tale motivo che questa benedizione è detta “benedizione di Aronne”. Aronne è considerato il fondatore del sacerdozio in Israele. La benedizione procede da lui e viene promessa al popolo d'Israele. La benedizione di Dio può così essere trasmessa anche dalle persone. Perciò noi oggi possiamo promettercela.
Dio dà l'incarico di benedire quando il popolo si trova in mezzo al deserto. L'incontro con Dio su Sinai, monte sul quale il popolo di Dio riceve i comandamenti, avviene in una situazione di nuovo inizio radicale. Israele è partito dall'Egitto, ma non è ancora arrivato nella Terra Promessa. È una situazione di passaggio particolare, caratterizzata da incertezza e piena di timori su quel che accadrà. Il periodo nel deserto fu anche un periodo di tentazioni. Il popolo si sentiva abbandonato da Dio e anche da Mosè, perché restava così tanto sul monte. Avrebbero preferito affidarsi a qualcos'altro, qualcosa di visibile, tangibile invece di attendere a lungo il ritorno di Mosè dal monte su cui era salito per incontrare Dio. E così si fecero un'immagine, il proverbiale “vitello d'oro”, per offrire preghiere a questo, invece che al Dio lontano, invisibile.

Questa situazione rivela molto di ciò che sta a cuore a Dio e alla sua benedizione e che è ciò che Aronne dovrà promettere al popolo su mandato di Dio: egli sarà con loro anche e proprio nei periodi lunghi e difficili. Quando la vita passa per lunghi tratti di territori ardui da attraversare. Quando si sono allontanati da Dio, hanno deviato e seguito altri dei. La benedizione è la promessa di Dio che dice: io non vi lascio soli; io sono con voi, qualunque cosa accada. E c'è anche un monito: non fatevi irritare dal fatto che la vita ha in serbo anche tratti in cui si patisce la sete e afflizioni. Confidate in Dio, che vi guiderà in modo sicuro e che sarà al vostro fianco nell'incertezza e nella sventura; confidate in Dio che guida il vostro piede in modo sicuro affinché la vostra vita sia piena e integra.

Anche il Nuovo Testamento parla di benedizione. Quando Gesù risorto è con i discepoli per l'ultima volta, li benedice su un monte: è una scena che ricorda l'incontro di Mosè con Dio sul Sinai. Gesù promette ai discepoli che, dopo che sarà stato elevato da Dio, invierà lo Spirito Santo affinché li assista. Promette di essere con loro, di proteggerli e custodirli fino alla fine del mondo.
Quando noi, oggi, festa della Trinità, riflettiamo sulla benedizione di Dio, allora ciò conferisce un'importanza specialissima a questa domenica al cui centro c'è la Trinità di Dio. Anche per noi sarà valida questa benedizione, la benedizione di Dio, che ha eletto Israele, stringendo con lui il suo patto. La storia di Dio col suo popolo è perciò lo spazio vasto in cui noi ci collochiamo quando anche a noi è promessa la benedizione. Possa Dio custodirci ed avere grazia nei nostri riguardi, tutti i giorni della nostra vita.
Amen.

PREDIGT ZUM TRINITATISFEST, 31. MAI 2026Predigttext: 4. Mose 6,22–27Prof. Dr. Jens SchröterTheologische Fakultät der Hum...
31/05/2026

PREDIGT ZUM TRINITATISFEST, 31. MAI 2026

Predigttext: 4. Mose 6,22–27
Prof. Dr. Jens Schröter
Theologische Fakultät der Humboldt-Universität zu Berlin

In dieser Predigt, liebe Gemeinde, blicken wir schon einmal voraus auf das Ende. Nicht auf das Ende der Welt, auch nicht auf das Ende unseres Lebens, sondern auf das Ende des Gottesdienstes. Und zwar nicht nur des heutigen, sondern eines jeden Gottesdienstes, den wir feiern. Jeder Gottesdienst endet mit dem Segen. Bevor wir wieder auseinandergehen, stellen wir uns noch einmal unter Gottes Wort, lassen uns zusprechen, dass er uns segnen und behüten möge. Als Gesegnete gehen wir dann in die neue Woche. Der Wunsch, dass Gott mit uns sein, uns schützen und bewahren möge, beschließt so die Feier all unserer Gottesdienste, und natürlich ist das auch heute nicht anders. Etwas aber ist heute anders. Heute steht der Segen nicht nur am Ende des Gottesdienstes, sondern er ist auch der Inhalt des Predigttextes. Im Buch Numeri, im 4. Buch Mose, im 6. Kapitel, heißt es folgendermaßen:

„Und der HERR redete mit Mose und sprach: Sage Aaron und seinen Söhnen und sprich: So sollt ihr sagen zu den Israeliten, wenn ihr sie segnet: Der HERR segne dich und behüte dich; der HERR lasse sein Angesicht leuchten über dir und sei dir gnädig; der HERR h**e sein Angesicht über dich und gebe dir Frieden. Denn ihr sollt meinen Namen auf die Israeliten legen, dass ich sie segne.“

Natürlich kennen wir diese Segensworte, liebe Gemeinde. Wir kennen sie sogar so gut, dass wir vielleicht gar nicht mehr genau hinhören, was uns da zugesprochen wird, in jedem Gottesdienst aufs Neue. Wir alle wissen, was kommt, wenn der Pfarrer die Hände zur Segensgeste hebt. Er wird die vertrauten Worte sprechen, die wir schon so oft gehört haben. Und doch, oder vielleicht auch gerade weil wir sie so gut kennen, ist es gut, wenn wir wieder einmal genau hinhören und darüber nachdenken, was eigentlich der Inhalt dieser Worte ist. Denn Gottes Segen ist ja nicht irgendetwas Nebensächliches oder Belangloses. Er ist vielmehr für unser Leben im eigentlichen Sinn grundlegend, etwas, mit dem wir rechnen und auf das wir uns verlassen dürfen. Der Segen ist nicht einfach ein gutgemeinter Wunsch, so wie wir uns einen schönen Sonntag oder eine angenehme neue Woche wünschen. Gottes Segen ist vielmehr die Kraftquelle für das, was vor uns liegt. Er stellt unser Leben auf eine sichere Basis, gibt uns die Gewissheit, dass Gott uns auch durch die kommende Woche tragen wird. Grund genug also, dass wir einmal wieder genau hinhören und darauf achten, mit welchem Wunsch und mit welcher Zusage wir unsere Gottesdienste beschließen. Was also ist das eigentlich, dieser Segen Gottes, den wir uns immer wieder neu zusprechen lassen?
Schauen wir erst einmal etwas genauer auf das Wort selbst. Das ist in diesem Fall besonders lohnend, denn mit dem Deutschen Wort „Segen“ kommen wir dem noch nicht so recht auf die Spur, was die Bibel sagt. Im Deutschen heißt „segnen“ eigentlich: ein Zeichen, lateinisch: signum, machen. Gemeint ist damit in der Regel das Kreuzzeichen beim Sprechen des Segens. Wenn wir von „Segen“ und „segnen“ sprechen, tun wir das eigentlich nur in kirchlichen, liturgischen Zusammenhängen. In Gottesdiensten, bei Trauungen oder Trauerfeiern, manchmal auch bei der Segnung weltlicher Dinge. Gelegentlich kann man hören, jemand, der verstorben ist, habe „das Zeitliche gesegnet“, aber das hat meint eigentlich nichts anderes, als dass er eben gestorben ist – obwohl damit ursprünglich etwas viel Tiefgründigeres gemeint war: nämlich, dass jemand all denen, die er auf der Erde zurücklässt, Wohlergehen wünscht, bevor er ins ewige Leben eingeht.
Etwas näher kommen wir dem biblischen Gehalt, wenn wir auf die italienischen Worte benedire und benedizione schauen, die es ähnlich auch im Französischen und Spanischen gibt. Sie meinen „etwas Gutes, Positives, Schönes sagen“. Dem Inhalt und der tiefen Bedeutung, um die es beim biblischen Segen geht, entspricht das schon eher. Wenn wir aber noch einen Schritt weitergehen und auf die hebräischen Worte schauen, die wir mit „Segen“ oder „segnen“ übersetzen, wird der Inhalt des Segens noch viel deutlicher. Im Hebräischen heißt Segen und segnen beracha und barach. Gemeint ist damit die Zusage von gelingendem Leben, von Schutz und Bewahrung, von Wohlergehen, Heil und Zuversicht. Das umfasst alle Bereiche unseres Daseins: das seelische und körperliche Wohlbefinden, Sicherheit und Geborgenheit, auch materiellen Wohlstand. All das ist gemeint in den drei Sätzen unseres heutigen Predigttextes, die diesen Segen formulieren.
„Der Herr segne dich und er behüte dich.“ Am Anfang steht der Zuspruch von Lebensfülle und Bewahrung. Wir dürfen darauf vertrauen, dass wir nicht allein sind. Dass wir unter Gottes Schutz alle Wege unseres Lebens gehen. Das wir darauf vertrauen dürfen, jede Woche neu.
„Der Herr lasse leuchten sein Angesicht über dir.“ Der Schein von Gottes Angesicht weist uns den Weg, er wärmt uns und umgibt uns, damit wir uns in ihm geborgen wissen.
„Der Herr h**e sein Angesicht auf dich und gebe dir Frieden.“ Gottes ist bei uns mit seiner gnädigen Gegenwart. Sein Friede, sein Schalom, ist um uns, lässt uns heiter und gelassen den Herausforderungen des Lebens begegnen.
So können wir die drei Segensbitten verstehen, die im Zentrum unseres Predigttextes stehen und wir uns am Ende eines jeden Gottesdienstes sagen lassen; mit denen wir uns stärken für die Woche, die vor uns liegt. Lebensfülle, Schutz, Wärme, Geborgenheit, all das soll uns begleiten auf unseren Wegen.

Und doch wissen wir: In unserem Leben steht nicht immer alles zum Besten. Es ist nicht so, dass da nur Sicherheit, Geborgenheit und wohlfühlen wären. Manchmal machen uns Krankheiten zu schaffen, Schmerzen, Einschränkungen, Schwächen plagen uns. Ob wir materiell sorglos sind, hängt von den Umständen ab, in denen wir uns gerade befinden und die wir auch nicht immer in der Hand haben: von familiären Verhältnissen, von unserer Arbeitsstelle, von Ereignissen, die sich unerwartet im Leben ereignen und einschneidende Veränderungen mit sich bringen können.
In unserem persönlichen Umfeld und auch, wenn wir auf die gesellschaftlichen, politischen, wirtschaftlichen Verhältnisse schauen, gibt es nicht nur Dinge, die uns zuversichtlich und heiter stimmen. Gerade in den zurückliegenden Jahren und auch in unserer unmittelbaren Gegenwart gibt es vielfach Grund zur Sorge um den Frieden, um die Bewahrung der Natur, um den Zusammenhalt in unserer Gesellschaft. Wo bleibt da Gottes Segen? So mögen wir fragen. Und gerade darum ist es wichtig, dass wir noch einmal etwas genauer darauf schauen, was es auf sich hat mit dem Segen Gottes für diese Welt und für uns ganz persönlich.
Der Segen, von dem die Bibel spricht, leugnet die schwierigen, unübersichtlichen und manchmal enttäuschenden Seiten unseres Lebens keineswegs. Die Bibel spricht vom Menschen in ganz unterschiedlichen Lebenslagen. Leiden und Tod sind den Verfassern der biblischen Texte ebenso wenig fremd wie Not und Hilflosigkeit, Hunger und Verzweiflung. Die Bibel erzählt von Kriegen, in die das Volk Israel verstrickt war, von Hungersnöten, von persönlichen Schicksalsschlägen und großen Ängsten. Der Segen Gottes bedeutet nicht, dass uns all dies erspart bleiben würde. Gerade im Gegenteil. Die Bibel sagt: Das Leben mit all seinen Höhen und Tiefen, mit den Erfolgen und den Missgeschicken, mit dem Gelungenen und dem, worin wir versagt haben, steht unter Gottes Segen. Gott segnet unser Leben mit allem, was dazu gehört, auch mit seinen Widrigkeiten und Anfechtungen und trotz allem, worin wir uns verfehlt haben.
Der biblische Segen ist alles andere als ein leeres Heilsversprechen. Er sagt nicht einfach: es wird schon alles gut werden. Gottes Segen stellt unser Leben vielmehr unter ein besonderes Vorzeichen. Wir dürfen darauf vertrauen, dass wir geborgen sind bei Gott, dem Ursprung und Ziel unseres Daseins. Gottes Segen bedeutet: er überlässt diese Welt nicht sich selbst. Wir dürfen darauf vertrauen, dass all unser Tun umfangen ist von Gottes Zusage, dass seine Macht weiter reicht als diejenige der Machthaber dieser Welt.
Genau darum ist dieser Segen Teil der Verfügungen, die Gott seinem Volk gibt, als er mit ihm seinen Bund schließt. Dieser Bund stiftet eine Beziehung der Treue, der Verlässlichkeit und des Vertrauens. Das Volk ist nicht allein, es darf sich darauf verlassen, dass Gott mit ihm sein wird, auch und gerade, wenn es sich verirrt. Die Wege, die das Volk Israel, das jüdische Volk gehen wird in seiner Geschichte, bis hinein in unsere Gegenwart, waren und sind geprägt von vielen Abbrüchen und Neuanfängen, von Vertreibung und Zerstreuung, von Verfolgungen und großem Leid, die das Volk erdulden musste. Aber Gott hat sein Volk niemals verlassen. Sein Segen steht immer über seinem Volk, auch und gerade in der größten Not.

Der Ursprung von Gottes Segen führt uns zurück bis an die allerersten Anfänge der Geschichte Gottes mit seinem Volk. Gott hat Abraham gesegnet und ihm zugesagt, dass aus ihm ein großes Volk hervorgehen soll. Gott hat Jakob gesegnet und damit seine Zusage erneuert. Gottes Treue wird so erkennbar in seinem Segen. Dabei ist es geblieben, bis heute. Das sagt auch unser heutiger Predigttext, der uns hineinführt in eine ganz besondere Situation des Volkes Israel und des Segens, der ihm zugesprochen wird.

Gott, so haben wir es vorhin gehört, sagt Mose, dass und wie das Volk Israel gesegnet werden soll. Mose soll dies an seinen Bruder Aaron und dessen Söhne weitergeben, darum heißt dieser Segen auch „aaronitischer Segen“. Aaron gilt als der Begründer des Priestertums in Israel. Der Segen geht von ihm aus und wird dem Volk Israel zugesprochen. Gottes Segen kann so auch von Menschen weitergegeben werden. Darum dürfen auch wir ihn uns heute zusprechen.
Gott gibt den Auftrag zum Segnen, als sich das Volk mitten in der Wüste befindet. Die Gottesbegegnung am Sinai, dem Berg, an dem das Volk von Gott die Gebote erhält, erfolgt in einer Situation radikalen Neubeginns. Israel ist aufgebrochen aus Ägypten, aber noch nicht angekommen im gelobten Land. Es ist eine eigenartige Zwischensituation, geprägt von der Unsicherheit und voller Befürchtungen, was da kommen mag. Die Zeit in der Wüste war auch eine Zeit der Versuchungen. Das Volk fühlte sich verlassen von Gott und auch von Mose, weil er so lange auf dem Berg blieb. Sie wollten sich lieber anderem anvertrauen, Sichtbarem, Greifbarem, statt immer länger darauf zu warten, dass Mose endlich wieder herunterkommen würde vom Berg, zu dem er zu seiner Gottesbegegnung hinaufgestiegen war. Und so haben sie sich ein Bild gemacht, das sprichwörtlich gewordene „goldene Kalb“, um dieses anzubeten, statt des fernen unsichtbaren Gottes.

Diese Situation gibt viel davon zu erkennen, worum es bei Gott uns seinem Segen geht. Was Aaron dem Volk im Auftrag Gottes zusprechen soll, ist die Zusage, dass er bei ihnen sein wird, auch und gerade wenn die Zeiten lang und schwer werden. Wenn das Leben durch unwegsames Gelände und lange Durststrecken führt. Wenn sie sich von Gott entfernt haben, auf Abwege geraten sind und anderen Göttern nachlaufen. Der Segen ist Gottes Zusage: Ich lasse euch nicht allein, ich bin bei euch, was immer auch kommen mag. Und er ist auch eine Mahnung: Lasst euch nicht irritieren davon, dass das Leben auch Durststrecken und Anfechtungen bereithält. Vertraut auf Gott, der euch sicher geleiten und euch beistehen wird in Unsicherheit und Not, der euren Fuß sicher geleitet, damit euer Leben heil werde.

Vom Segen Gottes spricht auch das Neue Testament. Als der auferstandene Jesus das letzte Mal mit seinen Jüngern zusammen ist, segnet er sie auf einem Berg –eine Szene, die an die Gottesbegegnung Moses auf dem Sinai erinnert. Jesus sagt den Jüngern zu, dass er ihnen nach seiner Erhöhung Gottes Beistand, den heiligen Geist, senden wird. Dass er bei ihnen sein, sie schützen und bewahren wird, bis an der Welt Ende.
Wenn wir heute, am Trinitatisfest, über Gottes Segen nachdenken, dann gibt das diesem Sonntag, an dem die Dreieinigkeit Gottes im Zentrum steht, eine ganz besondere Bedeutung. Auch für uns soll dieser Segen gelten, der Segen Gottes, der Israel erwählt und mit ihm seinen Bund geschlossen hat. Gottes Geschichte mit seinem Volk ist darum der weite Raum, in den wir uns hineinstellen, wenn auch wir uns den Segen zusprechen lassen. Gott möge uns bewahren und uns gnädig sein, alle Tage unseres Lebens.
Amen.

PREDICA DELLA DOMENICA DI PENTECOSTE, 24 MAGGIO 2026Predica: Atti 2, 1-21                                               ...
24/05/2026

PREDICA DELLA DOMENICA DI PENTECOSTE, 24 MAGGIO 2026

Predica: Atti 2, 1-21
Pastore Dr. Michael Jonas

1 Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. 2 Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov'essi erano seduti. 3 Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. 4 Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.
5 Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei, uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo. 6 Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7 E si stupivano e si meravigliavano, dicendo: «Tutti questi che parlano non sono Galilei? 8 Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa? 9 Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia cirenaica e pellegrini romani, 11 tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue». 12 Tutti si stupivano ed erano perplessi, dicendo l'un l'altro: «Che cosa significa questo?» 13 Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono pieni di vino dolce».
Discorso di Pietro alla Pentecoste
14 Ma Pietro, levatosi in piedi con gli undici, alzò la voce e parlò loro così: «Uomini di Giudea, e voi tutti che abitate in Gerusalemme, vi sia noto questo e ascoltate attentamente le mie parole. 15 Questi non sono ubriachi, come voi supponete, perché è soltanto la terza ora del giorno; 16 ma questo è quanto fu annunciato per mezzo del profeta Gioele:
17 "Avverrà negli ultimi giorni", dice Dio, "che io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona".

Cara Comunità riunita per la festa,
Cara Isabella e Caro Giacomo!

Noi esseri umani amiamo ciò che è spettacolare. Se qualcosa ci impressiona, allora si tratta di esperienze, sorprese, cose speciali che non ci aspettavamo.
Quando qualcosa arriva nei notiziari, non si tratta di eventi usuali, della vita normale, ma di grosse sorprese che spesso, purtroppo, sono anche negative.
Voi Confermandi, guardando indietro all'anno scolastico, probabilmente non pensate a Matematica o Italiano e a ciò che avete imparato in quelle tante ore di lezione, ma pensate a ciò che è stato speciale: gite e iniziative, magari anche scontri e conflitti tra voi studenti.
Noi esseri umani ricordiamo anzitutto l'aspetto spettacolare.
Anche nella Bibbia si vedono storie spettacolari.
Gesù che cammina sulle acque senza affondare; Dio che manda il diluvio che ricopre tutta la terra; apparizioni di angeli; Mosè con lampi e tuoni; le tenebre che scesero alla morte di Gesù.
La Bibbia, o per meglio dire ciò che noi riteniamo in memoria della Bibbia, non è costituito da storie della vita quotidiana, ma sempre da ciò che è speciale.
Non leggiamo resoconti su che cosa Gesù mangiasse a colazione o su quanto a lungo dormisse; no, leggiamo racconti di miracoli spettacolari e di parole nuove sorprendenti.
Ciò che rende la Bibbia interessante per molte persone sono le storie spettacolari che riguardano forze naturali, miracoli di guarigione e svolte esistenziali.
E ciò che rende la Bibbia tanto interessante la rende anche estranea a noi.
Perché è proprio questa spettacolarità che non sperimentiamo, nella nostra vita!
Non c'eravamo quando avvenne il Diluvio e non fummo salvati nell'arca di Noè. Non attraversammo il Mar Rosso insieme con Mosè. Non mangiammo la manna nel deserto, mandata da Dio, e nemmeno un po' dei pani moltiplicati da Gesù per migliaia di persone. Non c'eravamo, quando Gesù chiamò Lazzaro, che era morto, ad uscire dal sepolcro e nemmo quando egli stesso, dopo la morte in croce, comparve ai suoi discepoli.
Tutto questo è spettacolare e ci impressiona. Ma tutto questo forma anche una distanza perché la nostra vita, e anche la nostra fede, spesso sono meno eccitanti.
Ciò basta a molte persone per mettere da parte Dio, Gesù e la storia narrata nella Bibbia. Leggere o ascoltare tutto questo è bello, ma ha ben poco a che fare con la mia vita normale.
Tutto questo è come un film che guardo grazie a Netflix o al cinema. È eccitante e spettacolare. Ma so che è solo un film. In cui io non recito.

L'evento che è dietro alla nostra festa odierna di Pentecoste è pure un miracolo tipicamente biblico. È spettacolare e suscita stupore: allora a Gerusalemme e anche tra noi, quando oggi ascoltiamo questo:
all'improvviso, si udì un rombo provenire dal cielo, come quello di una forte tempesta, che riempì la casa dove si trovavano i discepoli.
E poi appare, in modo prodigioso, il fuoco: su ogni testa compare una fiammella. Che spettacolo!
E poi, un altro miracolo: all'improvviso, tutti parlano e capisono lingue diversissime. Sembra che i discepoli, da un momento all'altro, sappiano tutte le lingue del mondo, senza aver preso lezioni.
Questa è una cosa che vi sarebbe utile a scuola: non aver bisogno di tanta energa per imparare, in diversi anni, quattro o cinque lingue, ma conoscere da un momento all'altro, senza studiarle, tutte le lingue del mondo.
Purtroppo, un tale miracolo non è mai avvenuto né alla Scuola Germanica Roma né in alcuna delle altre scuole in tutto il mondo.

Anche qui, vediamo il miracolo spettacolare nella Bibbia. Stupiamo, ma notiamo che è lontanissimo dalla nostra vita.

Cara Comunità,
non comprenderemmo correttamente il racconto del giorno della Pentecoste se guardassimo all'insieme solo come a uno spettacolo. Si tratta di qualcosa di più che di fuoco e tempesta o del dono delle lingue.

Quando entra in gioco lo Spirito Santo, non si tratta di esperienze straordinarie.
L'agire di Dio non è la tempesta e non è nel fuoco.
Lo Spirito Santo non regala spettacoli.
Il grande miracolo che avviene a Pentecoste è che le persone comprendono qualcosa.
Il grande miracolo è che per le persone diventa chiaro quale sia l'aspetto decisivo della vita.
Il racconto degli Atti degli Apostoli non si limita a narrare della tempesta e del fuoco o delle diverse lingue.
Tutto questo sarebbe solo uno spettacolo degno di nota.
Il racconto della Pentecoste raggiunge lo scopo quando Pietro comincia a parlare e fa una dichiarazione precisa.
Il racconto della Pentecoste tramanda il miracolo effettivo: le persone comprendono quel che Dio vuole da loro. Le persone comprendono quel che Dio ha in serbo per loro. Le persone comprendono che Gesù sarà la guida della loro vita.

Cari Confermandi, vedete, il vero miracolo, nella vita, non è costituito dagli spettacoli della Natura o da successi, ma dal fatto che noi comprendiamo nel modo giusto.
Perché il fatto che gli esseri umani si comprendano nel modo giusto è più che altro l'eccezione.
Il fatto che gli esseri umani comprendano se stessi sempre nel modo giusto, non è automatico. E i teenager se ne rendono conto nel loro cammino per diventare adulti.
Il fatto che gli esseri umani comprendano Dio nel modo giusto, e quindi anche il senso della loro vita, il perché siano qui e verso dove siano diretti, anche questo è piuttosto raro.
Ma se accade, allora è un miracolo; allora, è qualcosa di donato da Dio; allora, è qualcosa che viene operato dallo Spirito di Dio.
Il vero miracolo di Pentecoste, cara Comunità, non è uno spettacolo.
Il vero miracolo di Pentecoste è verità e chiarezza.
Il vero miracolo di Pentecoste non è una storia biblica lontana, remotissima.
Il vero miracolo di Pentecoste può accadere anche qui e oggi, tra noi.
Dio ti dice chi tu sei. E tu hai chiarezza riguardo all'intera tua vita.
Gesù Cristo ti viene incontro e tu trovi il tuo cammino attraverso la vita e, ciò che conta, in lui.
Questo è ciò che lo Spirito Santo porta a noi.
Questo è il cuore della sua azione – e tutto il resto sono apparizioni secondarie, che siano o no spettacolari.

A Pentecoste, il tema è comprendere ed essere compresi.
E, nella nostra vita, se siamo onesti, non si tratta di niente di diverso: noi vogliamo comprendere e vogliamo esssere compresi dagli altri.
Dio ce lo rende possibile. Sì, senza di lui questo non funziona nel modo giusto.
Pentecoste non è uno spettacolo, ma è un momento donato di chiarezza e verità.

E così, cara Comunità riunita per la festa di Confermazione, questa benedizione di Isabel e di Giacomo, oggi, non è un momento magico, ma è un momento proprio realistico.

Siamo onesti: noi siamo quelli che siamo, con i nostri punti di forza e le nostre debolezze e Dio è colui che ci conosce fin nelle nostre ultime fibre.
Dio è colui davanti al quale possiamo stare con le nostre parti negative, perché non ci lascia cadere, come molti altri fanno, se non funzioniamo più o se non piacciamo più.

Isabel e Giacomo, oggi voi non vivete un momento magico, ma un momento assolutamente realistico.
Voi, oggi, qui, siete davanti a persone che hanno camminato e cammineranno con voi.
Voi siete davanti a Dio, davanti al quale potete stare come siete.

Non venite trasformati in qualche modo o assoggettati a un incantesimo, ma venite accolti come quelli che siete davvero. Questa è la promessa che ricevete oggi; e questo è anche, effettivamente, il cuore della fede evangeliica.
Così si vive.
Parole oneste di persone oneste, che vogliono essere oneste con se stesse – e tutto questo davanti a un Dio che vi conosce, che vi vuole e che non pretende da voi nient'altro che questa onestà nei suoi confronti.
Gesù mette in ordine tutto ciò che non quadra.
Questo è il filo rosso della vostra vita. Che oggi vi viene donato.
Che viene ripetutamente messo in mano a tutti noi. E se ciò avviene sempre di nuovo, se riconosciamo la linea nella nostra vita, allora ad operare è lo Spirito Santo.
E gli spettacoli del mondo possiamo lasciarli ad altri.
Amen.

Immagine: István Dorffmeister. Pentecoste, Hungarian National Gallery, Budapest

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