15/08/2025
FESTA DELL'ASSUNZIONE DI MARIA
Riflessione sul vangelo di oggi.
(Lc 1,39-56)
Lo specifico di noi cristiani è la speranza della resurrezione, la certezza che la morte non ha l’ultima parola sulle vicende degli uomini e della creazione intera. E questo per una ragione molto semplice, ricordataci da Paolo: «Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1Cor 15,20); è lui «il primo nato tra quelli che sono morti» (Col 1,18), è lui che ci ha aperto la strada e ora ci attende. Eppure dobbiamo riconoscere la nostra enorme fatica ad aderire a questa realtà. In altre parole, crediamo davvero nella vita eterna che ci attende dopo la nostra morte?
La festa dell’Assunzione della Vergine Maria, del suo Transito da questo mondo al Padre si colloca proprio al cuore di questa domanda. Nel tentativo di rispondere ad essa la chiesa ha compreso fin dai primi secoli che in Maria, madre del Risorto, era anticipata la meta che attende ogni essere umano: l’assunzione di tutto l’umano e di ogni essere umano nella vita di Dio, per sempre. E così la grande Tradizione della chiesa è giunta gradualmente a proclamare Maria al di là della morte, in quella dimensione altra dell’esistenza che non sappiamo chiamare se non «cielo»: Maria è terra del cielo, è primizia e immagine della chiesa santa nei cieli!
Affermare questo di Maria non richiede di compiere complesse indagini sull’evento della sua morte. Al contrario, per chi ha un cuore capace di ascolto, è sufficiente andare all’inizio della vicenda di Maria, narrato nel brano evangelico di oggi: l’incontro tra Elisabetta e Maria, celebrato da quest’ultima con il canto del Magnificat. È un testo dalle inesauribili profondità che ci dice una cosa semplicissima e fondamentale: la vita eterna per ciascuno di noi comincia qui e ora, a misura della nostra capacità di amare ed essere amati, un amore che manifesta la verità della nostra fede e della nostra speranza.
Dopo l’annuncio dell’incarnazione ricevuto dall’angelo, a cui aveva risposto: «Eccomi, sono la serva del Signore, si compia in me la sua Parola» (cf. Lc 1,38), senza alcun indugio Maria, che già porta nel suo grembo Gesù, si reca presso la cugina Elisabetta; essa è animata dal desiderio di essere vicina a una donna sterile eppure incinta per opera della misericordia di Dio, cui nulla è impossibile.
L'anziana Elisabetta riconosce prontamente la fede di Maria dicendole: «Beata te che hai creduto che le parole del Signore si compiono!».
Maria risponde a questa acclamazione intonando il Magnificat, leggendo cioè nell’oggi le meraviglie operate in lei da Dio, le grandi opere di salvezza riassunte e ricapitolate nel frammento della sua esistenza; la sua esultanza sa aprirsi al non ancora di quella giustizia che sarà piena solo nel Regno, quando finalmente gli affamati saranno ricolmi di beni e gli ultimi saranno i primi… Tutto ciò si radica in qualcosa di concretissimo. Maria riconosce lo sguardo di amore di Dio su di lei: «Dio ha guardato l’umiltà, la piccolezza della sua serva», con quell’amore che chiede solo di essere accolto.
La fede di Maria e il suo amore, un amore che si fa agire concreto per gli altri perché concretamente è stato sperimentato su di sé, dicono meglio di tante parole la sua capacità di vita piena, quella vita che non può esaurirsi qui sulla terra. Questo farsi carne dell’amore di Dio e questo ingresso di ogni carne nello spazio di Dio è quanto dovremmo ricordare cantando ogni sera il Magnificat. Questo dovremmo vivere e sperare ogni giorno, per noi e per tutti.