11/05/2026
Chi è il santo?
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Si è parlato della storia dell’amore, della dialettica del massimo e del realismo dell’amore di Cristo.
Tutti siamo chiamati a prendere sul serio tali principi e ad attuarli in noi: è, questa, una vocazione universale.
Ma prendere sul serio tale vocazione significa accettare le conseguenze pratiche della esigenza divina manifestata nel suo piano di amore, metterci anche noi sulla linea della dialettica del massimo, abbandonando il nostro minimismo spirituale, accettare la provocazione all’amore totale racchiusa nella realtà della croce di Cristo.
Dove conduce tale cammino?
Non certo nel contentarsi del minimo indispensabile per salvarsi dall’inferno o per vivere in grazia o per compiere i cosiddetti «doveri del buon cristiano».
L’amore è sguardo al Padre che ci ha amato fino al punto di non risparmiare il proprio figlio per noi (Rm 8, 32); è ascolto della Parola divina, Gesù Verbo Incarnato, il quale è venuto a rivelare il mistero ineffabile di un Padre che ci ama infinitamente e vuole la totalità del nostro amore; è docilità all’azione dello Spirito che, dentro di noi, implora verso l’alto e forma, come in Maria, le fattezze del divino e, fuori di noi, ci parla attraverso la rivelazione passata e il magistero attuale della gerarchia della Chiesa.
Quando tale amore non sia teoria ma incarnazione di vita noi lo chiamiamo santità e colui che ne è portatore è il santo.
Ma chi può autodefinirsi portatore di tale pienezza e quindi santo, e quale autorità ha, in terra, il potere di dare un tale giudizio nei confronti di chi non ha ancora varcato la soglia dell’eterno?
Nessuno e nessuna. Ciò significa che tutti viviamo nello stato di povertà congenita e con l’esperienza della nostra miseria ma, insieme, dobbiamo avere la volontà e il desiderio fattivo di lasciarci afferrare dall’amore trascinante di Cristo verso la pienezza dell’incontro con il Padre.
Cogliamo qui il punto cruciale della nostra santità umana.
Siamo delle povere creature ‑ S. Paolo direbbe, vasi di argilla (2Cor 4, 7) ‑ che attratti dalla voce del Padre (S. Ignazio scriveva: «L’acqua viva mormora dentro di me e mi dice “vieni al Padre”», Rom. VII) ci sforziamo con sincerità e umiltà di camminare verso di Lui con la totalità del nostro essere.
Totalità: e qui ritorna il precetto del Vecchio e del Nuovo Testamento: con tutto il cuore, lo spirito, l’anima, le forze.
Del nostro essere: e cioè di noi stessi; che è quanto dire: anima e corpo; individuo, collettività e società; spirituale e materiale; pensiero, sentimento, volontà; tempo ed eternità.
Siamo coinvolti in ogni nostra parte e in ogni nostro momento in questa tensione verso la pienezza dell’amore che il Padre ci ha mostrato nel Figlio. Ed è quindi logico che anche i comuni termini di dovere, peccato, sanzioni e cose del genere, pur conservando la loro oggettiva verità, siano superati da chi ha scelto altre mete e altre misure.
E questo non perché si abbia la certezza di essere arrivati, giacché S. Paolo è esplicito nel suo ammonimento: chi sta in piedi si guardi con attenzione, perché potrebbe cadere (1Cor 10, 12); ma perché l’esigenza dell’amore, apparsa a noi nella tragica realtà di un Cristo crocifisso per amore, non ci consente di «misurare» una risposta di amore ad un amore datoci senza misura.
Chi è santo?
Nessuno, perché nessuno può dire di essere arrivato alla pienezza della corrispondenza dell’amore.
Chi è il santo?
Ogni uomo che con la sincerità e la passione di cui è capace la sua anima cerca di camminare decisamente verso tale pienezza.
Il santo allora è un uomo non completo che aspira alla completezza; l’affamato di un amore che egli possiede già, ma solo parzialmente; una creatura bisognosa dei fratelli a cui cerca di dare non il superfluo della sua abbondanza ma tutto ciò che gli è possibile; un uomo immerso nell’oggi ma che guardando l’eterno cerca di anticiparlo, secondo le sue possibilità, nel tempo che egli vive.
Egli è l’uomo di Dio, di cui sente sempre più prepotente il bisogno; è l’uomo degli uomini che sente appassionatamente suoi fratelli.
Il santo è il capolavoro di Dio e degli uomini; colui di cui ha bisogno Dio e che, insieme, esprime l’ideale degli uomini.
Il santo è il luogo dove s’incontra il divino e l’umano; è la continuazione nel tempo dell’amore redentivo e cioè del Verbo che si è fatto carne per inserirci nel suo processo di amore.
È per questo che solo Gesù, uomo‑Dio, è il vero santo. Ma dopo di Lui e nella sua forza, tutti devono camminare verso l’amore del Padre e sono quindi chiamati alla santità.
Guglielmo Giaquinta
L'amore è rivoluzione, edizioni Pro Sanctitate
www.guglielmogiaquinta.org