Comunità Sacra Famiglia di Vigna Pia - Roma

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IL “SACRO CERVELLO DI GESÙ”padre Ezio Lorenzo Bono Commento al Vangelo della###I Domenica del Tempo Ordinario (Anno B 03...
30/10/2024

IL “SACRO CERVELLO DI GESÙ”
padre Ezio Lorenzo Bono
Commento al Vangelo della
###I Domenica del Tempo Ordinario (Anno B 03/11/2024)
Mc 12,28-34

I.
In questi giorni è stata pubblicata la nuova enciclica di Papa Francesco dal titolo “Dilexit Nos” e cioè “Ci ha amati”, nella quale riflette il tema centrale dell'amore di Cristo per l'umanità, un amore rappresentato in modo speciale nel Sacro Cuore di Gesù. Il cuore, simbolo universale di amore e compassione, è da secoli al centro della devozione cristiana, poiché rappresenta la misericordia e l'umanità del Cristo. Ma io mi chiedo: perché ci si è sempre concentrati sul “Sacro Cuore” e mai sul “Sacro cervello” di Gesù?
In questi ultimi anni è apparsa una disciplina emergente detta neuroteologia. Il noto neuroscienziato Andrew Newberg, ha esplorato come pratiche religiose e spirituali attivino specifiche aree cerebrali, mostrando che il cervello umano sembra “configurato” per il trascendente. Un altro neuroscienziato, Patrick McNamara, invece, ha esaminato l'effetto delle esperienze religiose sulla nostra identità, sostenendo che l'amore e la spiritualità possono unificare la persona e creare un “Sé ideale” attraverso il circuito religioso che coinvolge amìgdala e corteccia prefrontale. Questi studi mostrano in modo interessante come anche la mente sia intimamente coinvolta nelle esperienze di fede, offrendo un nuovo punto di vista su cosa significhi amare Dio.
II.
Nel Vangelo di questa domenica, uno scriba interroga Gesù su quale sia il comandamento più grande, e Gesù risponde dicendo che è quello di amare Dio non solo con il cuore, l'anima e le forze, ma anche con tutta la mente. Lo scriba traduce il comando di amare con tutta la mente con l'espressione “amare con l'intelligenza,” suggerendo una dimensione cognitiva dell'amore. Pertanto dobbiamo esaminarci se amiamo Dio solo con il sentimento, o mettiamo anche la mente e il discernimento al servizio della nostra fede?
Amare con la mente significa vivere una fede matura e consapevole, che integra cuore e ragione e sa rendere ragione della nostra fede. La mente ci permette di riconoscere e discernere i modi più sani e giusti di amare, evitando un attaccamento irrazionale o emotivo. È un invito a non separare l'aspetto emotivo da quello razionale dell'amore per Dio e per il prossimo, come tra l'altro, suggerisce lo stesso Papa Francesco nell'enciclica.
III.
In conclusione.
Nel Prologo al IV Vangelo, Giovanni afferma: “In principio era il Logos.” Qui, “Logos” significa “parola” ma anche “ragione” o “intelligenza,” e rappresenta la sapienza divina che ha creato il mondo. In una sorprendente interpretazione visiva di questa idea, Michelangelo nella Creazione di Adamo nella Ca****la Sistina, raffigura Dio all'interno di una forma simile a un cervello, e non in una forma simile a un cuore.
Pensare alla dimensione razionale della nostra fede non è un dettato della teologia o della neuroteologia, ma è il comandamento di Dio stesso ricordato da Gesù, che non vuole essere amato solo con tutto il cuore e tutta l'anima, ma anche con tutta la nostra mente.
Sviluppare una devozione oltre che al Sacro Cuore di Gesù, anche al “Sacro cervello di Gesù” ci porterebbe a crescere con una fede meno sentimentale e più ragionevole.
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IL PAESE DEI CIECHI (H.G. WELLS)       padre Ezio Lorenzo Bono  Commento al Vangelo della### Domenica del Tempo Ordinari...
25/10/2024

IL PAESE DEI CIECHI (H.G. WELLS)
padre Ezio Lorenzo Bono
Commento al Vangelo della
### Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (27/10/2024)
Mc 10,46-52

I.
Nel suo racconto "Il Paese dei Ciechi", Herbert George Wells narra di una valle isolata delle Ande in Ecuador, dove gli abitanti, a causa di una malattia, hanno tutti perso la vista. In seguito a una frana, la valle è rimasta completamente separata dal mondo esterno. Dopo diverse generazioni, gli abitanti si sono adattati alla cecità, sviluppando altri sensi e abilità in modo formidabile. Col passare del tempo, hanno dimenticato l'esistenza di un mondo al di fuori del loro.
Un giorno, un giovane di Bogotà di nome Nuñez, un uomo vedente, precipita accidentalmente nella valle durante un'arrampicata. Trovandosi di fronte agli abitanti ciechi, Nuñez cerca di spiegare loro il mondo esterno e cosa significhi "vedere", ma essi non comprendono il suo linguaggio. Lo considerano un diverso, perché parla di cose sconosciute e prive di senso, come i colori e la luce. Inoltre, lo ritengono un incapace perché non possiede le stesse abilità che loro hanno sviluppato grazie alla cecità.
II.
Nel Vangelo di questa domenica, incontriamo un altro cieco, Bartimeo. Lui, però, non si conforma alla sua condizione e desidera uscire dalla cecità. Quando sente che Gesù sta passando, grida con tutte le sue forze: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!" Gli altri cercano di farlo tacere, ma lui non si arrende. Gesù lo fa' chiamare e gli chiede: "Cosa vuoi che io faccia per te?". Non è una domanda scontata. Abbiamo visto nel Vangelo di domenica scorsa la risposta di Giacomo e Giovanni alla stessa domanda di Gesù. Bartimeo, invece, risponde: "Rabbunì, che io veda di nuovo!". E la sua vista, ma ancora di più la sua vita, vengono completamente trasformate. Bartimeo, recuperata la vista, non torna alla sua vecchia vita da mendicante, ma si mette a seguire Gesù.
Anche a noi Gesù chiede cosa vogliamo che Lui faccia per noi. Ma spesso, invece di comportarci come Bartimeo, incurante delle pressioni esterne, ci lasciamo intimidire e zittire da coloro che, nella nostra società, preferiscono continuare a vivere da ciechi e cercano di soggiogare gli altri alla loro cecità, proprio come i ciechi del racconto di Wells che volevano sottomettere e piegare Nuñez per conformarlo alla loro condizione.
III.
In conclusione.
Nuñez, dopo un po' di tempo, inizia ad adattarsi alla vita del "Paese dei Ciechi". Un giorno si innamora della figlia del capo del villaggio e chiede la sua mano. Per poter sposare la sua amata, a Nuñez viene chiesto di farsi rimuovere gli occhi, così da adattarsi perfettamente alla vita del "Paese dei Ciechi". Anche la donna che ama lo invita a sottoporsi a quell'operazione, così da poter vivere insieme e "essere felici per sempre".
Secondo voi, cosa farà Nuñez? Si comporterà secondo il motto che dice che "per amore si fa tutto"? Anche in questo caso, non svelerò il finale del racconto per non rovinare la sorpresa a chi non ha ancora letto il libro. Tuttavia, possiamo intuire quale sarà la sua scelta. Basta chiederci cosa sceglieremmo noi al suo posto: accecarci per amore, adattandoci a un mondo di cecità, oppure mantenere la nostra capacità di vedere e rischiare di perdere l'amore?
Ricordo quando ero in Africa, i giovani cristiani che volevano sposare una ragazza musulmana dovevano abbandonare la loro religione e abbracciare l'islamismo. La cosa curiosa, però, era che nessun giovane musulmano rinunciava alla sua fede per sposare una cristiana. I giovani cristiani che si convertivano all'islamismo dicevano che lo facevano come sacrificio per amore. In realtà, rinunciavano a qualcosa che non avevano mai avuto realmente. Per gli abitanti del "Paese dei Ciechi", perdere la vista è una cosa da nulla, perché non sanno cos'è e non l'hanno mai avuta. Così accade a coloro che perdono la fede in Cristo: in realtà, non l'hanno mai avuta. Di fronte a tanti che non credono più, non dobbiamo preoccuparci perché hanno perso la fede, ma piuttosto perché, in realtà, non l'hanno mai avuta.
E allora, accecarci per adattarci anche noi ad un mondo di tenebre, o aguzzare la vista per camminare nella luce di Cristo? A noi la scelta.

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COME NEL "SIGNORE DEGLI ANELLI"       padre Ezio Lorenzo BonoCommento al Vangelo della XXIX Domenica del Tempo Ordinario...
15/10/2024

COME NEL "SIGNORE DEGLI ANELLI"
padre Ezio Lorenzo Bono
Commento al Vangelo della
XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (20/10/2024)
Mc 10,35-45

I.
Nel celebre libro "Il Signore degli anelli" (eletto da un sondaggio come «libro del millennio») si parla della bella amicizia tra Frodo e Sam. Frodo, nella sua missione di portare l'anello del potere fino al Monte Fato per distruggerlo nel fuoco e salvare il mondo intero, è accompagnato dal suo amico fedele Sam che lo segue senza manie di protagonismo e desideri di gloria, ma mosso solo dal suo amore per lui. Lo sostiene in ogni momento, nonostante i pericoli, le fatiche e le insidie del viaggio. Non cerca mai di prendere il posto dell'amico o di essere l'eroe della storia, ma è lì, sempre al suo fianco, pronto a dare tutto per lui. In questo viaggio, più Frodo si avvicina alla meta, il suo fardello diventa sempre più insostenibile e Sam si dimostra più che un semplice compagno di avventure: è un vero esempio di amicizia e lealtà, sta sempre vicino a lui e non lo abbandona mai.
II.
Nel Vangelo di questa domenica troviamo i due discepoli, Giacomo e Giovanni, che si avvicinano a Gesù con la loro richiesta di stare alla sua destra e sinistra nella sua gloria. Ci è sempre stata presentata questa richiesta come una pretesa ambiziosa, mossa dalla volontà di primeggiare sugli altri. Ma se guardiamo da un altro punto di vista, notiamo che ciò che chiedono non è il potere, il comando o il prestigio, bensì la vicinanza, stare vicino a Gesù. Giacomo e Giovanni amano profondamente Gesù e desiderano stare il più possibile vicini a Lui, partecipare non solo alla sua missione, ma anche al suo destino. E come biasimarli? Chi di noi non desidererebbe stare vicino al Signore sempre, fianco a fianco?
Gesù non rimprovera i due discepoli di essere ambiziosi, ma li porta a riflettere su ciò che comporta lo stare vicini a Lui: "Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?". La loro risposta è commuovente: "Lo possiamo". Non è una risposta arrogante, è una risposta d'amore. Loro sono sicuri del loro amore per Gesù e lo dimostrano non solo a parole ma anche nei fatti: Giacomo è il primo apostolo che donerà la sua vita per Gesù con il martirio, e Giovanni rimarrà accanto a Gesù fino ai piedi della croce, correndo il rischio di essere anche lui arrestato e ucciso. Lui vuole solo stare sempre vicino all'amato Maestro come nell'ultima cena quando appoggia il capo sul suo petto.
III.
In conclusione.
L'autore del “Signore degli anelli”, John Ronald Reuel Tolkien, fervente cattolico amante dell'eucarestia, non ha mai nascosto l'analogia sottesa tra il suo racconto e la morte e resurrezione di Gesù. Ha coniato il termine “eucatastrofe” (buona catastrofe) riferito alla morte di Gesù, definendola una buona catastrofe perché ha originato il grande evento della resurrezione. Questa “eucatastrofe” primaria, secondo Tolkien, viene riflessa analogamente nelle eucatastrofi secondarie, che ritroviamo in varie storie e miti, come nella conclusione del romanzo del “Signore degli anelli” (finale che ancora una volta non rivelerò per rispetto di chi non ha ancora letto il libro).
Nel suo viaggio verso il Monte Fato, Frodo è esausto, non ce la fa più a continuare. Ed è proprio in quel momento che Sam fa un gesto straordinario, un atto di puro amore e dedizione, dicendogli: "Non posso portare l'Anello per te, ma posso portare te!”. Carica l'amico sulle spalle e lo porta verso la meta. Sam non si sostituisce a Frodo, non cerca di prendere il suo posto nella missione, ma aiuta l'amico a portare il peso del suo fardello, e cioè potremmo dire che ha bevuto il suo calice e ricevuto il suo battesimo. Sam non può sostituirsi a Frodo, perché solo lui può compiere quella missione. Allora prende parte alla missione caricando l'amico sulle spalle. Così anche noi, non possiamo sostituire Gesù nella sua missione redentrice, ma possiamo prendere parte a questa missione, caricando Gesù sulle nostre spalle nel cammino della nostra vita, e cioè “bere il suo calice” e ricevere il suo battesimo.
E allora con amore coraggioso, come Giacomo e Giovanni chiediamo anche noi a Gesù di farci stare accanto a Lui, se non proprio alla sua destra e sinistra che è “per coloro per i quali è stato preparato", abbastanza vicini a Lui da poter sentire il suo profumo.

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GLI SGUARDI DI JOHNNY VALENTINE       padre Ezio Lorenzo BonoCommento al Vangelo della XXVIII Domenica del Tempo Ordinar...
08/10/2024

GLI SGUARDI DI JOHNNY VALENTINE
padre Ezio Lorenzo Bono
Commento al Vangelo della
XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B 13/10/2024)
Mc 10,17-30

I.
Johnny Valentine è un giovane e popolare “social influencer” e “content creator” con 2,5 di followers su Instagram e ben 8 milioni su TikTok. È diventato famoso per i suoi reel virali che lo ritraggono in incontri improvvisi con persone sconosciute, alle quali rivolge, in silenzio, uno sguardo incantato e penetrante, mentre in sottofondo passa la sua bella canzone molto coinvolgente dal titolo “Slip away”, che rende magico ogni incontro. Le persone, sia esse giovani o anziani, uomini o donne, rimangono visibilmente sorprese e quasi sconvolte dall'intensità di quello sguardo e reagiscono per lo più con timidezza, incredule che qualcuno le possa guardare in quel modo così attento e profondo. Johnny crea una connessione non verbale che dimostra quanto potente possa essere il contatto visivo nel trasmettere emozioni e trasforma da vero artista la ripresa di questi brevi incontri in una forma di arte espressiva e di raffinata performance.
II.
Sono sempre stato affascinato dal racconto evangelico di questa domenica dove Gesù incontra il giovane ricco. L'evangelista ci regala una delle frasi più belle del Vangelo: “Allora Gesù, fissatolo lo amò”. Me lo sono immaginato in mille modi come fosse quello sguardo amante di Gesù che si innamora dell'anima delle persone, e le fa innamorare di Lui. Dopo 2000 anni, Gesù guarda con amore tante persone che lo seguono e si innamorano ancora di Lui. Ma ci sono anche altri che non si lasciano conquistare, come quel giovane del Vangelo il quale, pur attratto e affascinato da Gesù, se n'è andato via. Ma dove se ne sarà andato? Che fine avrà fatto? Non sappiamo più niente di lui, nemmeno il nome. Sparito nel nulla. Sembra quasi che sia questo il messaggio che il racconto evangelico ci vuole dare: quando non rispondiamo all'amore, spariamo nel nulla, non rimane più nulla di noi, neppure il nome.
III.
Per concludere.
In uno dei suoi reel Johnny osserva che il 60% delle persone si innamora al primo sguardo. Il filosofo Marcel Jousse, noto per la sua antropologia del gesto, sosteneva che la prima forma di comunicazione non è la parola, ma il gesto. Gesù, 2000 anni prima, ci mostra che la comunicazione più eloquente è quella fatta di sguardi. Ma gli sguardi, seppur intensi e profondi, rimangono qualcosa di fugace se non si trasformano in una scelta di vita. Anche Johnny Valentine, nella sua bella canzone “Slip away” che accompagna tutti i suoi reel, ripete più volte: “Don't let it slip away” (Non lasciarlo scivolare via) e si chiede come un'avventura fugace possa trasformarsi in qualcosa di duraturo. Anche lui ha capito, come Anna Karenina che abbiamo visto domenica scorsa, che senza impegno e continuità, tutto svanisce in un istante.
Perché solo innamorarsi, non basta. Bisogna dare vita all'amore.
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L’ADULTERIO DELL’ANIMA DI ANNA KARENINApadre Ezio Lorenzo Bono   Commento al Vangelo della XXVII Domenica del Tempo Ordi...
01/10/2024

L’ADULTERIO DELL’ANIMA DI ANNA KARENINA
padre Ezio Lorenzo Bono
Commento al Vangelo della
XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B 06/10/2024)
Mc 10,2-16

I.
Lo scrittore russo Lev Tolstoy non fu solo un grande romanziere, ma anche filosofo ed educatore.
Nel suo meraviglioso romanzo Anna Karenina (presente in tutte le classifiche dei libri da leggere almeno una volta nella vita) parla del tradimento di questa con il conte Vronskij, mostrando che non si trattò solo di un tradimento nei confronti del marito, ma anche di sé stessa e della sua famiglia, provocando uno squilibrio interiore. Tolstoj descrive con grande maestria il peso crescente di questa scelta, che dall’iniziale fuoco di passione si trasforma, a poco a poco, in un abisso di solitudine e disperazione. Anna si ritrova intrappolata in una rete di inganni e sensi di colpa, fino a che la sua vita non si spezza in un finale tragico (che non svelerò per rispetto di chi ancora non ha letto il romanzo).
Tolstoy come un vero educatore, mostra che l’adulterio, nella sua essenza, è molto più di un tradimento esterno: è una frattura interiore, una divisione dell'anima, non è solo la rottura di un patto con l'altro, ma di un patto con sé stessi e con Dio. Quando ci allontaniamo da questo impegno sacro, non ci stiamo allontanando solo da una persona, ma dalla nostra stessa chiamata all'amore vero.

II.
Il Vangelo di questa domenica ci parla dell’indissolubilità del matrimonio. E Gesù, con altrettanta maestria, ci porta a comprendere nel profondo il significato del matrimonio.
Ai farisei che “gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie”, Gesù chiede sorprendentemente non “Che cosa vi ha ordinato Dio?”, ma “Cosa vi ha ordinato Mosè”, facendo quindi una netta separazione tra ciò che dice Dio e ciò che dice l’uomo. Mosè aveva permesso di ripudiare la moglie consegnandole un libello per proteggere la donna, permettendole così di poter sposarsi di nuovo e non essere condannata a rimanere da sola o ad essere perseguitata. Ma Gesù riporta e riparte dall’inizio: “all’inizio non era così”. Riporta i suoi interlocutori al disegno primordiale di Dio che creò l’uomo maschio e femmina. È significativo che Gesù non si rifà al racconto jahvista (maschilista) della creazione della donna tratta dalla costola dell’uomo, ma a quello sacerdotale, dove Dio creò l’uomo maschio e femmina, a sua immagine e somiglianza, perché diventassero una sola carne. Questo è il sogno primordiale di Dio sull’uomo (maschio e femmina), e quindi non è possibile l’entrata di un altro/a: Ad-ulterio, dal latino “ad-alter”, vuol dire proprio “darsi ad (un) altro. Gesù afferma l’indissolubilità non come un cappio al collo del matrimonio, ma come la sua condizione di possibilità: un amore o è per sempre e fedele, o non è amore. Non si ama a tempo determinato o parzialmente. Nella relazione tra l’uomo e la donna, non possono intromettersi altri (ad-alter) se no salta la relazione. In questo modo si condanna ogni forma di bigamia o poligamia: “i due diventeranno una carne sola”, non i tre, i cinque…
E questo vale per ogni tipo di relazione importante. Possiamo essere “ad-ulteri” anche nella relazione con Dio, quando si intromettono altri dei o idoli. Per questo si condanna ogni forma di politeismo e idolatria. Anche nell’amore per Dio non c’è posto per l’ad-ulterio, per un altro dio o idolo. L’amore tra l’uomo e la donna è segno (“sacramento”) dell’amore tra l’uomo e Dio e quindi non c’è posto per “alter”, non c’è posto per l’ad-ulterio.
Anche altri tipi di relazione possono ve**re “ad-ulterati”, quando si intromette qualcosa che va contro la relazione. In questo caso non si tratta tanto di un’altra persona che si intromette, ma di un ostacolo capace di inficiare e uccidere la relazione. Pensiamo per esempio al rapporto di amicizia: se si intromette la sfiducia, il tradimento, il sospetto, etc., questo “alter” può adulterare la relazione fino a farla morire. Nel rapporto con i compagni di lavoro o altro, se si intromette l’ “alter” dell’invidia, della gelosia, della maldicenza, etc. può adulterare e far morire la relazione. In ogni rapporto interpersonale, se lasciamo intromettersi qualsiasi alter che è contro la relazione, come discriminazioni, pettegolezzi, calunnie, insincerità, etc., la relazione si adultera e muore.

III.
Per concludere, la cosa più importante nella vita non è acquisire beni o abilità, ma la capacità di intessere autentiche relazioni interpersonali. Se falliamo nel rapporto con l’altro, allora falliamo in tutto. Se falliamo come marito o moglie nella relazione con il coniuge, come creature nei confronti del nostro Creatore, o come amici e compagni nei confronti degli altri, diventiamo “ad-ulteri”, adulteriamo l’anima, permettendo a un "alter" di infiltrarsi nelle nostre relazioni e distruggerle.
Anna Karenina pensava che la passione con Vronskij avrebbe soddisfatto il suo desiderio di felicità. Presto il disincanto ha preso il sopravvento: ha scoperto che l’amore non è semplicemente la soddisfazione di una passione o di un desiderio temporaneo, ma ha capito, troppo tardi, che l’amore autentico è impegno. Un impegno verso sé stessi, verso la famiglia, verso gli altri e verso Dio.

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NON L’HAI ANCORA CAPITO?padre Ezio Lorenzo Bono Commento al Vangelo dellaXXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B - 29/...
26/09/2024

NON L’HAI ANCORA CAPITO?
padre Ezio Lorenzo Bono
Commento al Vangelo della
XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B - 29/09/2024)
Mc 9,38-43.45.47-48

I.
Nel suo recente viaggio in Asia, Papa Francesco si è pronunciato nuovamente riguardo al pluralismo religioso, come ha fatto molte altre volte, suscitando ancora una volta reazioni da parte della componente più conservatrice della Chiesa. Alcuni movimenti conservatori sostengono che l'apertura del Papa verso le altre religioni possa diluire l'importanza del cristianesimo. Alcuni arrivano persino a dire: “Questo non è il nostro Papa”, esprimendo una chiara opposizione alle sue posizioni sul dialogo interreligioso e sulla pluralità religiosa. Uno dei temi principali di contestazione riguarda l'idea che tutte le religioni possano essere viste come “linguaggi” che portano a Dio, in quanto esiste un unico Dio, e le diverse fedi offrono percorsi differenti per avvicinarsi a Lui.
Tuttavia, Papa Francesco non intende affermare che tutte le religioni siano uguali o che il cristianesimo perda la sua centralità. Il suo messaggio si concentra sull'importanza della fraternità universale, del rispetto reciproco tra le fedi, e sulla necessità di costruire ponti di dialogo per promuovere la pace e la giustizia nel mondo. Questo approccio è in perfetta armonia con il Concilio Vaticano II, che riconosce la possibilità che persone di altre fedi possano anch'esse essere toccate dalla grazia di Dio, pur mantenendo la centralità del cristianesimo nella salvezza.
Il grande teologo cattolico Karl Rahner ha introdotto l'idea di “cristiani anonimi”, ampliando la comprensione tradizionale della salvezza cristiana. Rahner riconosce che la grazia di Dio opera non solo all'interno delle comunità esplicitamente cristiane, ma anche in coloro che, pur non conoscendo Cristo o non identificandosi formalmente come cristiani, vivono comunque in accordo con i valori cristiani.
Anche l'antica idea di"Extra Ecclesiam nulla salus" ("Al di fuori della Chiesa non c'è salvezza"), originariamente letta in modo più rigoroso e esclusivo, oggi viene interpretata in un senso più inclusivo e dialogico. Si afferma che la salvezza è mediata dalla Chiesa, ma Dio può salvare anche chi non è visibilmente membro della Chiesa, purché viva secondo la propria coscienza e la verità che ha conosciuto. Si ritiene che queste persone possano essere unite misteriosamente alla Chiesa, anche se non ne fanno parte in modo visibile. In questo modo, si “allarga” il concetto di Chiesa, intesa come “corpo di Cristo”, di cui Cristo è il capo e l'umanità intera sono le membra.
II.
Niente di nuovo sotto il sole. Fin dai primi tempi, come ci racconta San Paolo, ci sono state divergenze di opinioni all'interno della Chiesa. Lo vediamo anche nel Vangelo di questa domenica, che ci parla del tentativo degli apostoli di escludere o interdire chi non appartiene alla loro cerchia perché "non è dei nostri". Gesù però li corregge subito: “Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi” (Mc 9,39-40).
Gesù, quindi, accoglie tutti, non fa discriminazioni tra "i nostri" e "gli altri". Per Lui, tutti sono "nostri", tutti appartengono a Cristo, perché tutti sono stati creati in Cristo Gesù, anche quelli che non lo sanno o non conoscono Cristo. Questi sono i "cristiani anonimi", cioè tutti gli uomini creati in Cristo, ma che non portano espressamente il nome di "cristiani". Di conseguenza, oltre a dire che “Fuori dalla Chiesa non c'è salvezza”, possiamo affermare con forza che “Fuori da Cristo non c'è salvezza”. Questo, Papa Francesco lo sa molto bene: solo Cristo è la Via, la Verità e la Vita, ma ciò non implica l'esclusione di nessuno, perché tutti sono stati creati in Cristo Gesù.
III.
In conclusione, allora perché dovrei appartenere alla Chiesa, se posso salvarmi anche fuori di essa?
Se mi pongo questa domanda, è segno che non ho capito proprio nulla. Sarebbe come se, dopo tanti anni vissuti insieme a una persona che amiamo, questa ci dicesse: “Perché dovrei continuare a stare con te, se posso essere felice anche senza di te?”. La nostra risposta, con profonda delusione, sarebbe: “Dopo tanti anni, non l'hai ancora capito?”.

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LO STATO DI FLUSSO (Mihaly Csikszentmihalyi)       padre Ezio Lorenzo Bono Commento al Vangelo della XXII Domenica del T...
27/08/2024

LO STATO DI FLUSSO (Mihaly Csikszentmihalyi)
padre Ezio Lorenzo Bono
Commento al Vangelo della XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (01/09/2024)
Vangelo: Mc 7,1-8.14-15.21-23

I.
Durante la partita di qualificazione agli Europei 2024 del 4 luglio scorso, Cristiano Ronaldo ha dimostrato una straordinaria capacità di controllo non solo del suo corpo ma anche della sua mente. Prima di calciare il rigore decisivo contro la Slovenia, un cinturino al suo polso ha registrato un calo sorprendente dei suoi battiti cardiaci, scesi da 170 a 100 in pochi istanti. Ronaldo era completamente immerso in uno "stato di flusso" (flow state), una condizione in cui l'atleta è così assorbito nel compito da non percepire nulla di ciò che avviene attorno a lui.
L'idea di "flusso" o corrente che trascina (flow) è stata teorizzata nel 1975 dallo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi (si legge: mihài cìk-sent-mihàgli) nel suo libro “Flow: Psicologia dell'esperienza ottimale”, per significare uno stato di immersione totale e di coinvolgimento in un'attività al punto da perdere la consapevolezza del tempo, della fame, della fatica, e provando una sensazione di gioia e soddisfazione. Il flow per Csikszentmihalyi è: “uno stato in cui le persone sono così coinvolte in un'attività che nient'altro sembra avere importanza; l'esperienza è così piacevole che le persone continueranno a farlo anche a caro prezzo, solo per il gusto di farlo.”
Ma come raggiungere questo stato di flow? Innanzitutto, avendo degli obiettivi chiari e concentrandosi sul presente. È essenziale prendere coscienza di entrare in uno stato di positività dove tutto "scorre" o “fluttua” (flow) intensamente e tranquillamente, e imparare a prendere il controllo per poter evocare questo stato a piacimento. Tutti abbiamo vissuto momenti di flow, e quando ci troviamo in questo stato si nota subito, perché le nostre prestazioni migliorano notevolmente. Le principali condizioni che ci permettono di entrare nel flow sono la calma, la felicità e l'energia. Occorre essere persone positive e con molto entusiasmo. (Si dice anche che un altro side effect del flow è che aiuta a dimagrire! Infatti si è talmente concentrati su quello che si sta facendo, che si perde la percezione della fame, il cervello non ha tempo di mandare i segnali al nostro stomaco ed il rapporto con il cibo diventa distaccato).
Questo stato di flusso (flow), o esperienza ottimale, nell'ambito sportivo è detto anche “trance agonistica”, e nell'ambito spirituale “estasi” (dal greco ἔκστασις, fuori dallo stato, o «uscire di sé»): è il rapimento dell'anima che si innalza alla contemplazione del divino ed entra in immediata comunione con Dio. Varie religioni orientali avevano già riconosciuto questa esperienza da molti secoli.
II.
Il Vangelo di questa domenica ci parla a modo suo di un flow, di un flow cristiano (non di Cristiano Ronaldo), vale a dire di uno stato di concentrazione libero da tanti impedimenti. Nella diatriba con i farisei e gli scribi sull'impurità e la purezza, Gesù afferma che «Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro». Quindi Gesù dichiara che tutte le cose e animali sono puri. Sta all'uomo evitare di commettere impurità. E Gesù fa l'elenco di tutti “i propositi di male” che escono dall'uomo: “impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza”. Capite bene che con tutti questi ostacoli l'uomo rimane soffocato, non può vivere bene la sua vita e non può concentrarsi nel fare qualcosa di buono. È necessario quindi purificarsi, abbandonare tutta questa negatività entrando in uno stato di flusso (flow state) positivo, un'estasi (“uscire di sé”) per concentrare tutta la nostra attenzione in Dio.
Così come il Flow richiede di liberarci da distrazioni esterne, la purezza di cui parla Gesù richiede di liberarci dalle impurità interiori che ci imprigionano. Quando il nostro cuore è libero da queste negatività, possiamo vivere in una condizione di totale presenza e concentrazione, non solo nelle nostre attività quotidiane, ma anche nella nostra relazione con gli altri e con Dio. Ecco che il Flow cristiano è simile a vivere in uno stato di purezza spirituale. Chi vive in purezza non è malvagio, non è dissoluto, invidioso, calunniatore, omicida, ladro, avido, superbo, etc.
III.
Per concludere.
Si racconta che Ronaldo, quando era ancora giovane e giocava per il Manchester United, durante un allenamento, mentre tutti i suoi compagni di squadra erano esausti e pronti a tornare a casa, decise di rimanere in campo. Continuò ad allenarsi da solo, ripetendo tiri e dribbling all'infinito, fino a quando fu il custode dello stadio a spegnere le luci per fargli capire che era ora di andare. Questo episodio mostra la sua incredibile etica del lavoro e il suo desiderio di perfezionarsi, e ci ricorda anche l'importanza della perseveranza e della volontà nel perseguire i propri obiettivi. Ronaldo è diventato uno dei più grandi giocatori della storia non grazie alla fortuna o a qualche artificio, ma grazie alla sua dedizione costante.
Tuttavia, oltre al suo grande impegno, Ronaldo riconosce che c'è un altro elemento che lui stesso ha menzionato più volte nelle sue interviste: la consapevolezza che, nonostante tutto il suo sforzo e la sua dedizione, c'è sempre anche un elemento di "benedizione", qualcosa di più grande che lo ha accompagnato e lo accompagna nella sua carriera. Ha suscitato clamore l'anno scorso in Arabia Saudita, il segno della croce che Ronaldo si è fatto dopo aver segnato un gol. Un gesto assolutamente proibito in un paese musulmano e che ha avuto una diffusione virale sui social network. Ma lui, da fervente cattolico come tutta la sua famiglia, non ha avuto paura di mostrare al mondo la sua fede, mentre noi, a volte, ci vergogniamo di mostrarci cristiani anche solo al nostro vicino di casa.
Se Ronaldo è riuscito a “comandare” il suo corpo fino a ridurre i battiti cardiaci, dimostrando una straordinaria capacità di concentrazione, anche noi, con la stessa dedizione e impegno, possiamo lavorare per ridurre o eliminare le negatività che Gesù, nel Vangelo di oggi, ci invita a sconfiggere. La volontà umana è potente, come ci ha mostrato Ronaldo, ma non è onnipotente. Ci sono battaglie interiori, quelle contro le impurità del cuore, dell'anima, e della mente, che sappiamo bene essere dure da sconfiggere e che non possiamo vincere da soli. È necessaria una grande volontà accompagnata dalla Grazia per purificare il nostro cuore, superare le tentazioni e vivere in uno State Flow che per noi cristiani è lo Stato di grazia.
Come Ronaldo, con la sua disciplina a volte maniacale, la sua dedizione e la sua concentrazione riesce ad ottenere risultati straordinari, allo stesso modo noi siamo chiamati a un impegno costante nella nostra vita spirituale, sapendo che non dobbiamo fare tutto da soli.
Csikszentmihalyi conclude dicendo che possiamo dividere le persone in due grandi gruppi: quelle preoccupate, cioè le persone che si danno da fare, tuffandosi nel fiume e lasciandosi fluire, e quelle annoiate che, invece, rimangono a ristagnare sulla riva. E tu, a quale squadra appartieni?

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