Ofs Sant'Antonio Roma

Ofs Sant'Antonio Roma Fraternità Sant'Antonio al Laterano
Via Merulana 124 Roma Siamo la fraternità Sant'Antonio, ci riuniamo almeno una volta al mese. Pace e bene.

Se vuoi incontrarci, su questa pagina puoi trovare gli appuntamenti che ci diamo almeno una volta al mese.

24/04/2026
01/04/2026

P. Giuseppe Buffon e gli auguri per la Pasqua 2026. Condividiamo volentieri.

Congratulazioni vivissime, fr. Giuseppe Buffon.
14/03/2026

Congratulazioni vivissime, fr. Giuseppe Buffon.

Il prof. Giuseppe Buffon nuovo Rettore Magnifico della Pontificia Università Antonianum

L’11 marzo 2026 il Dicastero per la Cultura e l’Educazione, nella persona del card. José Tolentino de Mendonça, ha nominato il prof. Giuseppe Buffon, O.F.M., Rettore Magnifico della Pontificia Università Antonianum per il triennio 2026-2029.

Già Decano della Facoltà di Teologia e Vicerettore della Pontificia Università Antonianum, il prof. Buffon è nato a Cison di Valmar, comune della provincia di Treviso ,il 06 gennaio 1963 e ha conseguito il dottorato in Storia della Chiesa presso la Pontificia Università Gregoriana

Con l’emozione nel cuore il nuovo Magnifico Rettore ha scritto questo messaggio

La più profonda e sentita gratitudine vorrei esprimere a tutti e a ciascuno per aver accolto il processo di discernimento che ha visto coinvolta la mia persona. A ognuno in particolare grazie per aver riconosciuto in me sia tratti favorevoli allo sviluppo dell’Antonianum sia limiti che potrebbero costituire ostacolo nel cammino per il progresso dell’istituzione. Mi pare importante però che tutti insieme rimaniamo solidali nel continuare tale discernimento, avendo cura di considerare ogni singolo aspetto della nostra comunità accademica e proposta scientifica. Si dice che Agostino Gemelli, il “magnifico terrore” dell’Università cattolica avesse detto che anche i suoi difetti erano stati funzionali, perfino provvidenziali al successo dell’Ateneo del Sacro Cuore. Non oserei mai replicare una tale sfrontatezza, ma mi parrebbe augurabile che anche le fragilità che ci caratterizzano, me per primo, potessero diventare occasione per una crescita individuale e comunitaria, fraterna, al fine di incrementare l’unione collaborativa, il servizio reciproco per una sempre maggior attenzione al “grido” della “casa comune”. In fondo ogni organizzazione e la fraternità, in particolare, trova realizzazione dalla percezione di un limite che richiede soccorso, cura intelligente e affettuosa. La stessa minorità mi pare la lettura positiva della penuria, spesso esito di un’ingiustizia intollerabile. Si tratta in fondo della traduzione francescana del vangelo delle beatitudine. “Avanti i poveri”, così Nathan André Chouraqui – già vicesindaco di Gerusalemme ma algerino e cittadino francese, naturalizzato israeliano – traduceva quel “beati”, che può risultare odioso a chi davvero conosce il limite imposto dall’ingiustizia dal maltrattamento insolente dei potenti. Che quell’Avanti diventi il nostro punto di partenza e il nostro riferimento continuo, affinché tutto sia cammino, ricerca del nuovo, creatività di fronte agli ostacoli, gioia di chi scorge la pienezza nell’Oltre e accetta sempre di muovere un nuovo passo. Il nostro incedere sarà canto, canto dei poveri, dei miti, dei pacifici e costruttori della casa comune.

Grazie fin d’ora a ciascuno

Il mercoledì delle ceneri, per la nostra fraternita' è coinciso con l' ultimo saluto a Guido, confratello da tantissimi ...
20/02/2026

Il mercoledì delle ceneri, per la nostra fraternita' è coinciso con l' ultimo saluto a Guido, confratello da tantissimi anni. Sarai sempre nei nostri cuori e nelle nostre preghiere, fratello carissimo.
R.I. P.

26/12/2025

Domenica 28 dicembre la fraternità si riunisce. Appuntamento alla S. Messa delle h.10,00. Pace e bene.

25/12/2025

Omelia di Benedetto XVI
nella Solennità del Natale del Signore, 24 dicembre 2010
Cari fratelli e sorelle!
"Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato“ – con questa parola del Salmo secondo, la Chiesa inizia la liturgia della Notte Santa. Essa sa che questa parola originariamente apparteneva al rituale dell’incoronazione dei re d’Israele. Il re, che di per sé è un essere umano come gli altri uomini, diventa “figlio di Dio” mediante la chiamata e l’insediamento nel suo ufficio: è una specie di adozione da parte di Dio, un atto di decisione, mediante il quale Egli dona a quell’uomo una nuova esistenza, lo attrae nel suo proprio essere. In modo ancora più chiaro la lettura tratta dal profeta Isaia, che abbiamo appena ascoltato, presenta lo stesso processo in una situazione di travaglio e di minaccia per Israele: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere” (9,5). L’insediamento nell’ufficio del re è come una nuova nascita. Proprio come nuovo nato dalla decisione personale di Dio, come bambino proveniente da Dio, il re costituisce una speranza. Sulle sue spalle poggia il futuro. Egli è il detentore della promessa di pace. Nella notte di Betlemme, questa parola profetica è diventata realtà in un modo che al tempo di Isaia sarebbe stato ancora inimmaginabile. Sì, ora è veramente un bambino Colui sulle cui spalle è il potere. In Lui appare la nuova regalità che Dio istituisce nel mondo. Questo bambino è veramente nato da Dio. È la Parola eterna di Dio, che unisce l’una all’altra umanità e divinità. Per questo bambino valgono i titoli di dignità che il cantico d’incoronazione di Isaia gli attribuisce: Consigliere mirabile – Dio potente – Padre per sempre – Principe della pace (9,5). Sì, questo re non ha bisogno di consiglieri appartenenti ai sapienti del mondo. Egli porta in se stesso la sapienza e il consiglio di Dio. Proprio nella debolezza dell’essere bambino Egli è il Dio forte e ci mostra così, di fronte ai poteri millantatori del mondo, la fortezza propria di Dio.
Le parole del rituale dell’incoronazione in Israele, in verità, erano sempre soltanto rituali di speranza, che prevedevano da lontano un futuro che sarebbe stato donato da Dio. Nessuno dei re salutati in questo modo corrispondeva alla sublimità di tali parole. In loro, tutte le parole sulla figliolanza di Dio, sull’insediamento nell’eredità delle genti, sul dominio delle terre lontane (Sal 2,8) restavano solo rimando a un avvenire – quasi cartelli segnaletici della speranza, indicazioni che conducevano verso un futuro che in quel momento era ancora inconcepibile. Così l’adempimento della parola che inizia nella notte di Betlemme è al contempo immensamente più grande e – dal punto di vista del mondo – più umile di ciò che la parola profetica lasciava intuire. È più grande, perché questo bambino è veramente Figlio di Dio, veramente “Dio da Dio, Luce da Luce, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”. L’infinita distanza tra Dio e l’uomo è superata. Dio non si è soltanto chinato verso il basso, come dicono i Salmi; Egli è veramente “disceso”, entrato nel mondo, diventato uno di noi per attrarci tutti a sé. Questo bambino è veramente l’Emmanuele – il Dio-con-noi. Il suo regno si estende veramente fino ai confini della terra. Nella vastità universale della santa Eucaristia, Egli ha veramente eretto isole di pace. Ovunque essa viene celebrata si ha un’isola di pace, di quella pace che è propria di Dio. Questo bambino ha acceso negli uomini la luce della bontà e ha dato loro la forza di resistere alla tirannia del potere. In ogni generazione Egli costruisce il suo regno dal di dentro, a partire dal cuore. Ma è anche vero che “il bastone dell’aguzzino” non è stato spezzato. Anche oggi marciano rimbombanti i calzari dei soldati e sempre ancora e sempre di nuovo c’è il “mantello intriso di sangue” (Is 9,3s). Così fa parte di questa notte la gioia per la vicinanza di Dio. Ringraziamo perché Dio, come bambino, si dà nelle nostre mani, mendica, per così dire, il nostro amore, infonde la sua pace nel nostro cuore. Questa gioia, tuttavia, è anche una preghiera: Signore, realizza totalmente la tua promessa. Spezza i bastoni degli aguzzini. Brucia i calzari rimbombanti. Fa che finisca il tempo dei mantelli intrisi di sangue. Realizza la promessa: “La pace non avrà fine” (Is 9,6). Ti ringraziamo per la tua bontà, ma ti preghiamo anche: mostra la tua potenza. Erigi nel mondo il dominio della tua verità, del tuo amore – il “regno della giustizia, dell’amore e della pace”.
“Maria diede alla luce il suo figlio primogenito” (Lc 2,7). Con questa frase, san Luca racconta, in modo assolutamente privo di pathos, il grande evento che le parole profetiche nella storia di Israele avevano intravisto in anticipo. Luca qualifica il bambino come “primogenito”. Nel linguaggio formatosi nella Sacra Scrittura dell’Antica Alleanza, “primogenito” non significa il primo di una serie di altri figli. La parola “primogenito” è un titolo d’onore, indipendentemente dalla questione se poi seguono altri fratelli e sorelle o no. Così, nel Libro dell’Esodo (Es 4,22), Israele viene chiamato da Dio “il mio figlio primogenito”, e con ciò si esprime la sua elezione, la sua dignità unica, l’amore particolare di Dio Padre. La Chiesa nascente sapeva che in Gesù questa parola aveva ricevuto una nuova profondità; che in Lui sono riassunte le promesse fatte ad Israele. Così la Lettera agli Ebrei chiama Gesù “il primogenito” semplicemente per qualificarLo, dopo le preparazioni nell’Antico Testamento, come il Figlio che Dio manda nel mondo (cfr Eb 1,5-7). Il primogenito appartiene in modo particolare a Dio, e per questo egli – come in molte religioni – doveva essere in modo particolare consegnato a Dio ed essere riscattato mediante un sacrificio sostitutivo, come san Luca racconta nell’episodio della presentazione di Gesù al tempio. Il primogenito appartiene a Dio in modo particolare, è, per così dire, destinato al sacrificio. Nel sacrificio di Gesù sulla croce, la destinazione del primogenito si compie in modo unico. In se stesso, Egli offre l’umanità a Dio e unisce uomo e Dio in modo tale che Dio sia tutto in tutti. San Paolo, nelle Lettere ai Colossesi e agli Efesini, ha ampliato ed approfondito l’idea di Gesù come primogenito: Gesù, ci dicono tali Lettere, è il Primogenito della creazione – il vero archetipo dell’uomo secondo cui Dio ha formato la creatura uomo. L’uomo può essere immagine di Dio, perché Gesù è Dio e Uomo, la vera immagine di Dio e dell’uomo. Egli è il primogenito dei morti, ci dicono inoltre queste Lettere. Nella Risurrezione, Egli ha sfondato il muro della morte per tutti noi. Ha aperto all’uomo la dimensione della vita eterna nella comunione con Dio. Infine, ci viene detto: Egli è il primogenito di molti fratelli. Sì, ora Egli è tuttavia il primo di una serie di fratelli, il primo, cioè, che inaugura per noi l’essere in comunione con Dio. Egli crea la vera fratellanza – non la fratellanza, deturpata dal peccato, di Caino ed Abele, di Romolo e Remo, ma la fratellanza nuova in cui siamo la famiglia stessa di Dio. Questa nuova famiglia di Dio inizia nel momento in cui Maria avvolge il “primogenito” in fasce e lo pone nella mangiatoia. Preghiamolo: Signore Gesù, tu che hai voluto nascere come primo di molti fratelli, donaci la vera fratellanza. Aiutaci perché diventiamo simili a te. Aiutaci a riconoscere nell’altro che ha bisogno di me, in coloro che soffrono o che sono abbandonati, in tutti gli uomini, il tuo volto, ed a vivere insieme con te come fratelli e sorelle per diventare una famiglia, la tua famiglia.
Il Vangelo di Natale ci racconta, alla fine, che una moltitudine di angeli dell’esercito celeste lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama.” (Lc 2,14). La Chiesa ha amplificato, nel Gloria, questa lode, che gli angeli hanno intonato di fronte all’evento della Notte Santa, facendone un inno di gioia sulla gloria di Dio. “Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa”. Ti rendiamo grazie per la bellezza, per la grandezza, per la tua bontà, che in questa notte diventano visibili a noi. L’apparire della bellezza, del bello, ci rende lieti senza che dobbiamo interrogarci sulla sua utilità. La gloria di Dio, dalla quale proviene ogni bellezza, fa esplodere in noi lo stupore e la gioia. Chi intravede Dio prova gioia, e in questa notte vediamo qualcosa della sua luce. Ma anche degli uomini parla il messaggio degli angeli nella Notte Santa: “Pace agli uomini che egli ama”. La traduzione latina di tale parola, che usiamo nella liturgia e che risale a Girolamo, suona diversamente: “Pace agli uomini di buona volontà”. L’espressione “gli uomini di buona volontà” proprio negli ultimi decenni è entrata in modo particolare nel vocabolario della Chiesa. Ma quale traduzione è giusta? Dobbiamo leggere ambedue i testi insieme; solo così comprendiamo la parola degli angeli in modo giusto. Sarebbe sbagliata un’interpretazione che riconoscesse soltanto l’operare esclusivo di Dio, come se Egli non avesse chiamato l’uomo ad una risposta libera di amore. Sarebbe sbagliata, però, anche un’interpretazione moralizzante, secondo cui l’uomo con la sua buona volontà potrebbe, per così dire, redimere se stesso. Ambedue le cose vanno insieme: grazia e libertà; l’amore di Dio, che ci previene e senza il quale non potremmo amarLo, e la nostra risposta, che Egli attende e per la quale, nella nascita del suo Figlio, addirittura ci prega. L’intreccio di grazia e libertà, l’intreccio di chiamata e risposta non lo possiamo scindere in parti separate l’una dall’altra. Ambedue sono inscindibilmente intessute tra loro. Così questa parola è insieme promessa e chiamata. Dio ci ha prevenuto con il dono del suo Figlio. Sempre di nuovo Dio ci previene in modo inatteso. Non cessa di cercarci, di sollevarci ogniqualvolta ne abbiamo bisogno. Non abbandona la pecora smarrita nel deserto in cui si è persa. Dio non si lascia confondere dal nostro peccato. Egli ricomincia sempre nuovamente con noi. Tuttavia aspetta il nostro amare insieme con Lui. Egli ci ama affinché noi possiamo diventare persone che amano insieme con Lui e così possa esservi pace sulla terra.
Luca non ha detto che gli angeli hanno cantato. Egli scrive molto sobriamente: l’esercito celeste lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli…” (Lc 2,13s). Ma da sempre gli uomini sapevano che il parlare degli angeli è diverso da quello degli uomini; che proprio in questa notte del lieto messaggio esso è stato un canto in cui la gloria sublime di Dio ha brillato. Così questo canto degli angeli è stato percepito fin dall’inizio come musica proveniente da Dio, anzi, come invito ad unirsi nel canto, nella gioia del cuore per l’essere amati da Dio. Cantare amantis est, dice sant'Agostino: cantare è cosa di chi ama. Così, lungo i secoli, il canto degli angeli è diventato sempre nuovamente un canto di amore e di gioia, un canto di coloro che amano. In quest’ora noi ci associamo pieni di gratitudine a questo cantare di tutti i secoli, che unisce cielo e terra, angeli e uomini. Sì, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa. Ti ringraziamo per il tuo amore. Fa che diventiamo sempre di più persone che amano insieme con te e quindi persone di pace. Amen.

07/12/2025

BENEDETTO XVI
8 dicembre 2011
La Chiesa l'8 dicembre celebra solennemente il concepimento immacolato di Maria. Come dichiarò il beato Pio IX nella Lettera apostolica Ineffabilis Deus del 1854, Ella «fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale». Tale verità di fede è contenuta nelle parole del saluto che le rivolse l’Arcangelo Gabriele: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1, 28). L’espressione «piena di grazia» indica l’opera meravigliosa dell’amore di Dio, che ha voluto ridarci la vita e la libertà, perdute col peccato, mediante il suo Figlio Unigenito incarnato, morto e risorto. Per questo, fin dal II secolo in Oriente e in Occidente, la Chiesa invoca e celebra la Vergine che, col suo “sì”, ha avvicinato il Cielo alla terra, diventando «generatrice di Dio e nutrice della nostra vita», come si esprime san Romano il Melode in un antico cantico. Nel VII secolo san Sofronio di Gerusalemme elogia la grandezza di Maria perché in lei lo Spirito Santo ha preso dimora, e dice: «Tu superi tutti i doni che la magnificenza di Dio abbia mai riversato su qualunque persona umana. Più di tutti sei ricca del possesso di Dio dimorante in te». E san Beda il Venerabile spiega: «Maria è benedetta fra le donne, perché con il decoro della verginità ha goduto della grazia di essere genitrice di un figlio che è Dio».
Anche a noi è donata la «pienezza della grazia» che dobbiamo far risplendere nella nostra vita, perché «il Padre del Signore nostro Gesù Cristo – scrive San Paolo – ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale … e ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati … predestinandoci a essere per lui figli adottivi» (Ef 1, 3-5). Questa figliolanza la riceviamo per mezzo della Chiesa, nel giorno del Battesimo. A tale proposito santa Hildegarda di Bingen scrive: «La Chiesa è, dunque, la vergine madre di tutti i cristiani. Nella forza segreta dello Spirito Santo li concepisce e li dà alla luce, offrendoli a Dio in modo che siano anche chiamati figli di Dio». E, infine, tra i tantissimi cantori della bellezza spirituale della Madre di Dio, spicca san Bernardo di Chiaravalle il quale afferma che l’invocazione «Ave Maria piena di grazia» è «gradita a Dio, agli angeli e agli uomini. Agli uomini grazie alla maternità, agli Angeli grazie alla verginità, a Dio grazie all’umiltà».

Rivolgiamo la nostra fervida preghiera a colei che intercede presso Dio, perché ci aiuti a celebrare con fede il Natale del Signore ormai vicino.

29/11/2025

Domenica 30 novembre la fraternità si riunisce. Appuntamento alle h. 10,00 in basilica, anche per chi volesse conoscerci. Pace e bene.

12/11/2025

Beato Gabriele Ferretti Sacerdote dell’Ordine dei Minori
SANTO DEL GIORNO
Festa: 9 novembre
Ancona, 1385 - 12 novembre 1456
Nacque in Ancona dalla nobile famiglia Ferretti nel 1385. Il Conte Liverotto, suo padre, e Alvisia, sua madre, educarono Gabriele alle più squisite virtù cristiane, specialmente alla purezza che traspariva dal suo comportamento angelico. A 18 anni si fece Religioso francescano dell'Ordine dei Frati Minori. Nel chiostro studiò filosofia e teologia con raro profitto, per cui ordinato Sacerdote, si dedico con frutto alla predicazione, convertendo molti peccatori. Ebbe da Dio il privilegio di conoscere il futuro, e il dono di guarire gli ammalati col semplice segno della Croce o al contatto della sua tonaca. Nutrì tenera devozione alla Vergine Santissima, che spesso gli appariva col Bambino Gesù tra le braccia nel silenzio della cella o nel bosco del Convento. Il 12 novembre 1456, dopo una vita piena di virtù e di miracoli a favore degli umili e dei sofferenti, dolcemente spirava. S. Giacomo della Marca, ai funerali solennissimi, ne tesseva l'elogio dinanzi al Vescovo, al Senato e al popolo Anconetano. Presso le Sue spoglie incorrotte, che si venerano nella Chiesa dei Frati Minori in Ancona, si moltiplicano da secoli grazie e miracoli; e i malati benedetti con l'olio della lampada del Beato Gabriele, ottengono la sua celeste protezione.
Martirologio Romano: Ad Ancona, beato Gabriele Ferretti, sacerdote dell’Ordine dei Minori, che rifulse nell’assistenza ai bambini e ai malati, nell’obbedienza e nell’osservanza della regola.
Il Conte Frate e l’ultimo Papa Re: legati tra loro da un seppur legame di parentela, accomunati dallo stesso destino di gloria, culminato con la beatificazione di entrambi. A legare, innanzitutto, il beato Gabriele e il beato Pio IX è il cognome, Ferretti, anche se li separano quasi 400 anni.Gabriele, infatti, nasce ad Ancona nel 1385, in un ambiente nobile ed aristocratico ma non per questo meno cristiano. Famiglia numerosa, la sua, ben dieci figli maschi, che nonostante una tradizione di devozione alla Chiesa ed al Papa non reagisce molto bene all’idea di Gabriele di farsi frate, frate di “Santo Francesco”, di cui nelle Marche e soprattutto ad Ancona sembra ancora aleggiare lo spirito, sicuramente il fascino ed il richiamo. Una cosa è l’inclinazione di Gabriele per le cose di chiesa, la spiccata pietà, le numerose devozioni che contraddistinguono gli anni della fanciullezza e dell’adolescenza; altra cosa buttare alle ortiche titoli nobiliari e patrimoni di famiglia in cambio del rozzo saio francescano. In qualche maniera, nella scelta non facile di Gabriele si ripete il dramma della scelta di San Francesco, che alla sua facoltosa famiglia preferisce “madonna Povertà”. Gabriele, una volta frate e sacerdote, comincia a distinguersi: non certo per i suoi nobili natali, soprattutto per la sua fervida intelligenza che gli procura incarichi delicati e preziosi, da maestro dei novizi a Vicario Provinciale dell’Ordine. Se poi queste doti di natura si fondono con una serena concentrazione in Dio, una soda pietà, una tenera devozione alla Madonna, ecco completato il quadro di un frate che predica con successo, trascina le f***e, ravviva la fede sopita, ottiene conversioni. Padre Gabriele percorre a piedi, in lungo e in largo, le Marche: prima come predicatore, poi come Vicario Provinciale: fonda conventi, in altri rinnova o rinvigorisce la vita religiosa, dappertutto lascia una scia di santità che affascina la gente. Qualcuno prova anche a mettergli i bastoni fra le ruote, come quella volta ad Osimo, dove con la maldicenza lo cacciano dalla città, dove poi torna poco dopo, osannato dalla gente. E quando lo vogliono mandare in Bosnia a predicare contro i manichei, si muove addirittura il consiglio comunale di Ancona per chiedere al papa di non lasciar partire un frate così. Che intanto invecchia, ma non perde il buon umore, l’umiltà e la ca**tà. La salute invece declina e il suo corpo, al quale con fatiche e penitenze ha chiesto davvero troppo, diventa fragile. Spira in un mare di luce il 12 novembre 1456 e sulla sua tomba inizia subito una processione di infermi, molti dei quali tornano a casa guariti. Nel 1753 Benedetto XIV decreta l’onore degli altari per il Conte Frate che, proclamato compatrono di Ancona, viene festeggiato il 12 novembre.

Il Cantico delle creature compie ottocento anni.
22/07/2025

Il Cantico delle creature compie ottocento anni.

13/07/2025

VII. LA PRATICA DEL BENE DEVE ACCOMPAGNARE LA SCIENZA

1 Dice l’Apostolo: «La lettera uccide, lo spirito invece dà vita». 2 Sono morti a causa della lettera coloro che unicamente bramano sapere le sole parole, per essere ritenuti i più sapienti in mezzo agli altri e potere acquistare grandi ricchezze e darle ai parenti e agli amici. 3 Cosi pure sono morti a causa della lettera quei religiosi che non vogliono seguire lo spirito della divina Scrittura, ma piuttosto bramano sapere le sole parole e spiegarle agli altri. 4 E sono vivificati dallo spirito della divina Scrittura coloro che ogni scienza che sanno e desiderano sapere, non l’attribuiscono al proprio io, ma la restituiscono, con la parola e con l’esempio, all’altissimo Signore Dio, al quale appartiene ogni bene.

AMMONIZIONI DI FRANCESCO D'ASSISI

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