Lampada ai miei passi

Lampada ai miei passi Incontri con la Parola di Dio a cura di Tommaso Stenico

Omelia nella 12 domenica per annum «Non abbiate paura!»___________________✠ Dal Vangelo secondo Matteo 10,26-33In quel t...
18/06/2026

Omelia nella 12 domenica per annum
«Non abbiate paura!»

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✠ Dal Vangelo secondo Matteo 10,26-33

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».


Il Vangelo di questa XII domenica invita a non temere.
― «Non abbiate paura degli uomini».
― «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo».
― «Non abbiate dunque paura».
[A solo titolo informativo si pensi che nella Sacra Scrittura il concetto di “non temere” – “non avere paura” ricorre 365volte! Una volta per ogni giorno dell’anno].

Matteo scandisce queste esortazioni come fossero l’antifona di un salmo.
La comunità alla quale l’evangelista rivolgeva le sue catechesi era ancora turbata e addolorata dal ricordo delle persecuzioni rivolte ad alcuni dei suoi componenti. Fin dal suo sorgere fu sottoposta a contestazione da parte dei farisei, degli scribi e delle autorità religiose giudaiche. Poi dovette far di conto con gli imperatori di Roma almeno fino a Costantino. E Matteo intese rassicurare tutti facendo appello alle parole di Gesù che mai abbandona i suoi discepoli.

Per questi ricordi la paura di cui parla il Vangelo non è la paura che ogni uomo avverte di fronte agli avvenimenti imprevisti della vita che sono tanti e diversi come, a esempio, il timore per la propria sicurezza e dei propri cari, la paura di non farcela nella sofferenza, e soprattutto la paura della morte. La paura di cui qui parla il Vangelo è quella che accompagna i cristiani nel corso della loro missione evangelizzatrice e di testimonianza cristiana. Non si tratta di una paura irragionevole; essa è fondata sull’esperienza storica della pessima accoglienza che i contemporanei riservarono a Gesù e agli apostoli e che è continuata attraverso i secoli fino a oggi.

I tre inviti a non temere sono correlati a efficaci contrapposizioni:
― nascosto/svelato,
― segreto/conosciuto,
― tenebre/luce,
― corpo/anima,
― riconoscere/rinnegare.

Nel primo detto il discepolo è invitato a non temere coloro che lo perseguitano, perché «nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto». Il detto significa che l’innocenza dei discepoli ora perseguitati apparirà un giorno con chiarezza ed essi saranno pienamente riabilitati.

Nel secondo detto Gesù ha invitato i discepoli a proclamare nella luce ciò che egli ha detto loro e «quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze». Dopo l'evento pasquale tutto ciò che il Giovane Rabbi di Nazaret aveva insegnato ai discepoli anche riservatamente essi avrebbero dovuto proclamarlo pubblicamente e alla luce del giorno con franchezza e coraggio.

Nel terzo detto Gesù invitò i discepoli a non temere coloro «che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima», ma «piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo». Gesù prospettò ai discepoli la possibilità di una morte violenta, ma li esortò a non temere gli uomini che possono al massimo privarli della vita fisica. Avrebbero dovuto temere piuttosto Dio che nel giudizio potrebbe condannarli alla dannazione eterna. La vita terrena per Gesù non è nulla in confronto alla vita imperitura che il Padre darà in cielo.

Infine Gesù esortò ad avere fiducia nella provvidenza. Gesù assicurò che neppure uno di due passeri, per poco che possano valere, «cadrà a terra senza il volere del Padre vostro». I discepoli non devono perciò aver paura, perché essi valgono più di molti passeri. Gesù ricorda, inoltre, ai discepoli che perfino i capelli del loro capo sono tutti contati. Ciò significa che anche gli aspetti più secondari e a prima vista indifferenti della vita umana sono conosciuti e guidati da Dio a un fine di bene e di salvezza.

Per Gesù vi è una sola certezza: Dio è Padre e ha premura per tutti i suoi figli: essi non potranno subire alcun danno senza che egli lo permetta, e qualora lo permettesse ciò è certamente per poter conferire loro un bene maggiore.

Cari Amici,
«Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli». È richiesta a ciascuno di noi la testimonianza cristiana. Non vergogniamoci di essere cristiani. Annunciamo la bellezza di essere cristiani. La vita cristiana vissuta nella fede è una cosa grande! La vita cristiana è una vita vera e bella. La vita cristiana è bella perché vera e vera perché si esprime nella bellezza. A ogni cristiano è richiesto una gioiosa testimonianza cristiana non solo nelle Chiese, non nelle sacrestie, non solo nei nostri gruppi, comunità o associazioni, ma nella piazza, al bar, in ufficio. Rinnegare Gesù significa rifiutare il progetto divino della salvezza.

La fede deve avere il coraggio di contagiare la vita. Il dramma della nostra fede è proprio questo. Quello di essere timidamente rintanati in angusti spazio del privato e del sacro. Paolo VI denunciò con cuore appassionato che «La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca», dove il termine cultura è da intendersi come l’insieme delle realtà esperienziali della vita. La fede riguarda la vita quotidiana nella trama complessiva degli avvenimenti, personali e colletti­vi, che la caratterizzano.

C'è strabismo quando si guarda nello stes­so tempo in direzione diverse. Soffre di strabi­smo il cristiano che nella vita privata proclama il suo credo, va a Messa, prega … ma nella sua vita quotidiana agisce etsi Deus non daretur: come se Dio non esistesse. L’esperienza di credente deve essere una cosa sola con la prassi quotidiana nell'impegno storico, culturale, politico, economico, affettivo. Nella vita di fede lo strabismo è una malattia pe­ricolosa. Non si può fare riferimento a Dio solo in alcuni momenti della vita quotidiana.

Nei confronti di Dio la paura non ha ragione di essere! Non si deve avere paura di essere cristiani, anche se la testimonianza cristiana esige coraggio e coerenza.
Uno dei temi di riflessione di questi ultimi tempi è quella relativa allo smarrimento del senso religioso, del calo dei fedeli frequentanti l’eucarestia e i sacramenti in genere, lo scarso significato che i cristiani danno alla Parola di Dio, l’indifferenza nei confronti del magistero della Chiesa, l’assenza di una aperta e convita testimonianza cristiana.

Non v’è dubbio che dietro tutto questo vi sia una generale crisi di fede che attanaglia soprattutto il mondo occidentale. Qualche teologo pastoralista attribuisce a questa disaffezione e abbandono al fatto che si è avuto un cristianesimo di devozione per molti secoli e non un cristianesimo alimentato dalla Parola di Dio. Un cristianesimo di devozione e di riti che avevano molta importanza nella vita delle persone, ma che non è mai stato e non è, ora, sufficiente.

Mentre si fa urgente e indispensabile la ripresa di un’autentica, chiara, pratica evangelizzazione occorre recuperare il senso vivo della testimonianza da parte dei credenti. Al contrario l’impressione è quella secondo cui coloro che credono vivano la propria fede dentro un processo individuale, intimistico sottratto alla vista dei più. Insomma chi crede interiorizza la propria fede in termini personalistici. In tal modo che avremo sì delle comunità cristiane vive, ma certamente minoritarie.

Allora, mentre si irrobustisce la propria fede, è indispensabile assumere un impegno di aperta e pubblica testimonianza.
Una testimonianza gioiosa e felice.
Una testimonianza del Dio dell’amore, del Dio della verità, del Dio della vita, di un Dio vicino all’uomo, a ogni uomo.

E non soltanto in esecuzione rigida di leggi e comandamenti, ma prima di tutto come esperienza di bellezza profonda e di pace spirituale.
Da tutto questo nasce il desiderio di seguire concretamente la volontà di Dio anche con scelte e faticose rinunce.
La fede cristiana ci vuole avvolgere di una bellezza che ci spinga a ripensare la nostra vita e riorientarla a Dio.
Senza questa adesione profonda e convinta a Dio e alla sua Parola la vita cristiana evaporerà.

Dobbiamo tornare a testimoniare con audacia una vita cristiana bella e luminosa; ad annunciare e testimoniare un “Dio bello” che ama ogni uomo che viene in questo mondo; un Dio che per amore ha sacrificato il proprio Figlio, il quale ha dato la sua vita “solo per amore”!
Tornare a un Dio che amando l’uomo, dall’uomo attende e si aspetta una risposta d’amore: «quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze».

Dilexit nos In 25 frasi_________________________LETTERA ENCICLICADILEXIT NOSDEL SANTO PADREFRANCESCOSULL’AMORE UMANO E D...
17/06/2026

Dilexit nos In 25 frasi
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LETTERA ENCICLICA
DILEXIT NOS
DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
SULL’AMORE UMANO E DIVINO
DEL CUORE DI GESÙ CRISTO


1. Il suo cuore aperto ci precede e ci aspetta senza condizioni, senza esigere presupposti per poterci amare e proporre la sua amicizia (1).

2. La mera apparenza, la dissimulazione e l’inganno danneggiano e pervertono il cuore. Al di là dei tanti tentativi di mostrare o esprimere qualcosa che non siamo, tutto si gioca nel cuore: lì non conta ciò che si mostra all’esterno o ciò che si nasconde, lì siamo noi stessi. E questa è la base di qualsiasi progetto solido per la nostra vita, poiché niente di valido si può costruire senza il cuore. Le apparenze e le bugie offrono solo il vuoto. (6)

3. Se il cuore è svalutato, si svaluta anche ciò che significa parlare dal cuore, agire con il cuore, maturare e curare il cuore. Quando non viene apprezzato lo specifico del cuore, perdiamo le risposte che l’intelligenza da sola non può dare, perdiamo l’incontro con gli altri, perdiamo la poesia. E perdiamo la storia e le nostre storie, perché la vera avventura personale è quella che si costruisce a partire dal cuore. Alla fine della vita conterà solo questo. (11)

4. Il cuore rende possibile qualsiasi legame autentico, perché una relazione che non è costruita con il cuore è incapace di superare la frammentazione dell’individualismo (17)

5. Solo il Signore ci offre di trattarci come un “tu” sempre e per sempre. Accettare la sua amicizia è una questione di cuore e ci costituisce come persone nel senso pieno del termine. (25)

6. Il Cuore di Cristo è estasi, è uscita, è dono, è incontro. In Lui diventiamo capaci di relazionarci in modo sano e felice e di costruire in questo mondo il Regno d’amore e di giustizia. Il nostro cuore unito a quello di Cristo è capace di questo miracolo sociale. (28).

7. Lui ha voluto abitare come uno di noi. Che riversi i tesori della sua luce e del suo amore, affinché il nostro mondo, che sopravvive tra le guerre, gli squilibri socioeconomici, il consumismo e l’uso anti-umano della tecnologia, possa recuperare ciò che è più importante e necessario: il cuore. (31)

8. Il Cuore di Cristo, che simboleggia il suo centro personale, da dove scaturisce il suo amore per noi, è il nucleo vivo del primo annuncio. Là è l’origine della nostra fede, la molla che mantiene vive le convinzioni cristiane. (32).

9. Cristo mostra che Dio è prossimità, compassione e tenerezza (35).

10. Dato che per noi è difficile fidarci, perché siamo stati feriti da tante falsità, aggressioni e delusioni, Egli ci sussurra all’orecchio: «Coraggio, figlio» (Mt 9,2), «Coraggio, figlia» (Mt 9,22). Si tratta di superare la paura e renderci conto che con Lui non abbiamo nulla da perdere (37).

11. Quando ci sembra che tutti ci ignorino, che nessuno sia interessato a ciò che ci accade, che non siamo importanti per nessuno, Lui è attento a noi. (40)

12. Quando molte persone cercavano in varie proposte religiose la salvezza, il benessere o la sicurezza, Paolo, toccato dallo Spirito, ha saputo guardare oltre e meravigliarsi della cosa più grande e fondamentale: “Mi ha amato”. (46)

13. L’insopprimibile desiderio di consolare Cristo, che parte dal dolore di contemplare ciò che Egli ha sofferto per noi, si nutre anche del riconoscimento sincero delle nostre schiavitù, degli attaccamenti, della mancanza di gioia nella fede, delle vane ricerche e, al di là dei peccati concreti, della mancata corrispondenza del cuore al suo amore e al suo progetto. È un’esperienza che ci purifica, perché l’amore ha bisogno della purificazione delle lacrime che alla fine ci lasciano più assetati di Dio e meno ossessionati da noi stessi. (158)

14. Quanto più profondo diventa il desiderio di consolare il Signore, tanto più si approfondisce la compunzione del cuore credente (159)

15. Invito ciascuno a chiedersi se non ci sia più razionalità, più verità e più saggezza in certe manifestazioni di questo amore che cerca di consolare il Signore che non nei freddi, distanti, calcolati e minimi atti d’amore di cui siamo capaci noi che pretendiamo di possedere una fede più riflessiva, coltivata e matura. (160)

16. Nei frutti di servizio, fraternità e missione che il Cuore di Cristo produce attraverso di noi, si compie la volontà del Padre. In tal modo il cerchio si chiude: «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto» (Gv 15,8). (163)

17. Sapersi amati e riporre tutta la nostra fiducia in quell'amore non significa annullare tutte le nostre capacità di donazione, non significa rinunciare al desiderio irrefrenabile di dare qualche risposta con le nostre piccole e limitate capacità (164).

18. Gesù parla della sua sete di essere amato, ci mostra che il suo Cuore non è indifferente alla reazione che abbiamo al suo desiderio (166).

19. Dobbiamo tornare alla Parola di Dio per riconoscere che la migliore risposta all’amore del suo Cuore è l’amore per i fratelli; non c’è gesto più grande che possiamo offrirgli per ricambiare amore per amore. (167)

20. La proposta cristiana è attraente quando può essere vissuta e manifestata integralmente: non come semplice rifugio in sentimenti religiosi o in riti sfarzosi. (205)

21. Allo stesso modo, la consacrazione al Cuore di Cristo «è da accostare all’azione missionaria della Chiesa stessa, perché risponde al desiderio del Cuore di Gesù di propagare nel mondo, attraverso le membra del suo Corpo, la sua dedizione totale al Regno». Di conseguenza, attraverso i cristiani, «l’amore sarà riversato nei cuori degli uomini, perché si edifichi il corpo di Cristo che è la Chiesa e si costruisca anche una società di giustizia, pace e fratellanza». (206)

22. Cristo ti chiede, senza venir meno alla prudenza e al rispetto, di non vergognarti di riconoscere la tua amicizia con Lui. Ti chiede di avere il coraggio di raccontare agli altri che è un bene per te averlo incontrato (211)

23. L'amore di Cristo è capace di dare cuore a questa terra e reinventare l'amore laddove pensiamo che la capacità di amare sia definitivamente morta. (cfr. 218)

24. Anche la Chiesa ne ha bisogno, per non sostituire all'amore di Cristo strutture antiquate, ossessioni d'altri tempi, adorazione della propria mentalità, fanatismi di ogni genere che finiscono per prendere il posto di quell'amore gratuito di Dio che libera, vivifica, rallegra il cuore e nutre le comunità (219).

25. Solo il suo amore renderà possibile una nuova umanità (219).

Dilexit nos Capitolo V Amore per amore______________________________In questo mese di giugno rifettiamo sulla stupenda E...
16/06/2026

Dilexit nos
Capitolo V
Amore per amore
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In questo mese di giugno rifettiamo sulla stupenda Enciclica di Papa Francesco dedicata alla devozione al Sacro Cuore di Gesù

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LETTERA ENCICLICA
DILEXIT NOS
DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
SULL’AMORE UMANO E DIVINO
DEL CUORE DI GESÙ CRISTO


Papa Francesco sostiene che la richiesta di Gesù sia dettata dall'amore. "Quando il cuore credente lo scopre, la risposta spontanea non è una gravosa ricerca di sacrifici o il mero adempimento di un pesante dovere; è una questione d'amore."

Egli avverte che l'amore fraterno è fondamentale e che non può essere creato artificialmente: "Non è il risultato del nostro sforzo naturale, ma richiede una trasformazione del nostro cuore egoista".
Identificandosi con gli ultimi della società (cfr. Mt 25,31-46), “Gesù ha portato la grande novità del riconoscimento della dignità di ogni persona”, anche di coloro che erano considerati “indegni”.

Egli spiega che «la Chiesa, nata dal Cuore di Cristo, prolunga e comunica in ogni tempo e in ogni luogo gli effetti di quell'unica passione redentrice». E che all'interno della Chiesa, «la mediazione di Maria, interceditrice e madre, è intesa soltanto come partecipazione a quest'unica fonte, che è la mediazione di Cristo stesso», l'unico Redentore. In questo senso, «la devozione al Cuore di Maria non mira a indebolire l'unica adorazione dovuta al Cuore di Cristo, ma piuttosto a rafforzarla».
In un'altra sezione.

Il Santo Padre Francesco fa riferimento al significato sociale della riparazione al Cuore di Cristo. Cita Papa Giovanni Paolo II, il quale spiegò che, «abbandonandoci al Cuore di Cristo , ‘sulle rovine accumulate dall’odio e dalla violenza, sarà possibile costruire la tanto desiderata civiltà dell’amore’: ma ciò implica essere in grado di ‘unire l’amore filiale per Dio all’amore per il prossimo’».

A questo punto, Papa Francesco denuncia una “struttura di peccato” che ostacola lo sviluppo dei popoli, nonché un fenomeno di “alienazione sociale”. Crede che sia la “conversione del cuore” a “imporre l’obbligo” di riparare queste strutture. Tuttavia, chiarisce che la riparazione cristiana non può essere intesa solo come azioni esteriori, ma richiede piuttosto la vita, il fuoco e la luce che provengono dal Cuore di Cristo.
Oltre alla necessità di guarire i cuori feriti, il Papa sottolinea la bellezza della richiesta di perdono come "estensione del cuore di Cristo". Sostiene che "le buone intenzioni non bastano", ma è necessario un desiderio che produca conseguenze esteriori.

Egli sostiene che "chiedere perdono è un modo per risanare le relazioni perché 'riapre il dialogo e dimostra il desiderio di ristabilire il legame nella ca**tà fraterna'".
Infine, propone di «offrire al Cuore di Cristo una nuova possibilità di diffondere in questo mondo le fiamme della sua ardente tenerezza. Se è vero che la riparazione implica il desiderio di «compensare in qualche modo i torti arrecati all'Amore increato, se questo è stato disprezzato con la dimenticanza o oltraggiato con l'offesa», la via più appropriata è che il nostro amore offra al Signore la possibilità di espandersi per quei momenti in cui ciò gli è stato rifiutato o negato».
«Questo accade se andiamo oltre la semplice ‘consolazione’ di Cristo… e diventiamo atti di amore fraterno con cui guariamo le ferite della Chiesa e del mondo», ha detto il Papa. «In questo modo, offriamo nuove espressioni al potere rigeneratore del Cuore di Cristo».

«Un cuore umano che fa spazio all'amore di Cristo attraverso una fiducia totale e gli permette di espandersi nella propria vita con il suo fuoco, diventa capace di amare gli altri come Cristo, facendosi piccolo e vicino a tutti. Così Cristo placa la sua sete e diffonde gloriosamente in noi e attraverso di noi la fiamma della sua ardente tenerezza», afferma il Santo Padre.

«Per comprendere appieno questa devozione, è necessario aggiungere, tornando a quanto abbiamo detto sulla sua dimensione trinitaria, che la riparazione di Cristo in quanto essere umano viene offerta al Padre attraverso l'opera dello Spirito Santo in noi. Pertanto, la nostra riparazione al Cuore di Cristo è in ultima analisi rivolta al Padre», spiega.

Il capitolo si conclude affermando la dimensione missionaria dell'amore per il Cuore di Cristo. A questo proposito, ritiene che la consacrazione «debba essere legata all'azione missionaria della Chiesa stessa, perché risponde al desiderio del Cuore di Gesù di diffondere in tutto il mondo, attraverso i membri del suo Corpo, la sua totale dedizione al Regno».

Egli crede che le fiamme dell'amore che sgorgano dal Cuore di Cristo continuino ad ardere luminose nell'opera missionaria della Chiesa, che proclama l'amore di Dio manifestato in Cristo. Aggiunge che la missione, "intesa nella prospettiva dello splendore dell'amore che emana dal Cuore di Cristo, richiede missionari che siano a loro volta pieni d'amore".

In effetti, “parlare di Cristo, attraverso la testimonianza o le parole, in modo tale che gli altri non debbano fare grandi sforzi per amarlo, questo è il più grande desiderio di un missionario nel cuore. In questa dinamica d'amore non c'è proselitismo; sono parole di chi ama, che non disturbano, non impongono e non forzano”.

«Gli atti d'amore verso i nostri fratelli e sorelle nella comunità possono essere il modo migliore, o talvolta l'unico, per esprimere l'amore di Gesù Cristo agli altri», ha spiegato il Papa. «Pertanto, se ci dedichiamo ad aiutare qualcuno, ciò non significa che ci dimentichiamo di Gesù. Al contrario, lo incontriamo in un modo diverso», ha aggiunto.

«In un certo senso bisogna essere missionari, come gli apostoli di Gesù e i primi discepoli, che uscirono per annunciare l'amore di Dio, per dire che Cristo è vivo e che vale la pena conoscerlo», afferma.
L'enciclica di Papa Francesco Dilexit Nos si conclude con una preghiera in cui il Pontefice implora il Signore Gesù Cristo affinché dal suo Santo Cuore sgorghino "fiumi di acqua viva che guariscano le ferite che ci infliggiamo a vicenda, che rafforzino la nostra capacità di amare e di servire, che ci spingano a imparare a camminare insieme verso un mondo giusto, solidale e fraterno".

Dilexit nos Capitolo III/2 Questo è il cuore che tanto ha amato______________________________In questo mese di giugno ri...
14/06/2026

Dilexit nos
Capitolo III/2
Questo è il cuore che tanto ha amato
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In questo mese di giugno rifettiamo sulla stupenda Enciclica di Papa Francesco dedicata alla devozione al Sacro Cuore di Gesù

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LETTERA ENCICLICA
DILEXIT NOS
DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
SULL’AMORE UMANO E DIVINO
DEL CUORE DI GESÙ CRISTO


Significato dell’immagine del Sacro Cuore di Gesù

Secondo il Papa, c'è un triplice amore che è contenuto e abbagliato nell'immagine del Cuore del Signore. Prima di tutto, l’infinito amore divino che troviamo in Cristo. Ma pensiamo anche alla dimensione spirituale dell’umanità del Signore. Da questo punto di vista, il cuore è un simbolo della ca**tà più illuminata che, infusa nella sua anima, costituisce la preziosa dote della sua volontà umana. Infine, è un simbolo del suo amore sensibile.

Questi tre amori non sono capacità separate, che funzionano in parallelo o senza connessioni, ma agiscono e si esprimono insieme e in un flusso costante di vita: "La luce della fede" - con cui crediamo che nella Persona di Cristo la natura umana e la natura divina sono unite - la nostra mente diventa ideale per concepire i legami molto stretti che esistono tra l'amore sensibile del cuore fisico di Gesù e il suo duplice amore spirituale, umano e divino.

Entrando dunque nel Cuore di Cristo, ci sentiamo amati da un cuore umano, pieni di affetti e sentimenti come il nostro. La sua volontà umana vuole liberamente amarci e quel desiderio spirituale è pienamente illuminato dalla grazia e dalla ca**tà.

Il Papa assicura che la devozione al Cuore di Gesù è marcatamente cristologica e una contemplazione diretta di Cristo che invita all'unione con Lui. Ma rende chiaro che Gesù si presenta come la via per andare al Padre, che, in ultima analisi, come pienezza frontale, deve essere glorificato.

Il Pontefice richiama i passi biblici in cui il Figlio si è fatto uomo e ha trascorso intere notti comunicando con l’amato Padre. Né dimenticate la terza persona della Santissima Trinità: lo Spirito Santo riempie il Cuore di Cristo e arde in esso. Infatti, come diceva san Giovanni Paolo II, il Cuore di Cristo è il capolavoro dello Spirito Santo.

Papa Francesco menziona che negli ultimi secoli questa spiritualità stava prendendo forma come un vero culto del Cuore del Signore. Racconta di predecessori come Leone XIII e Pio XII, che sostenevano che il culto del Sacro Cuore esprime in modo eccellente, come sublime sintesi, il nostro culto di Gesù Cristo.

Il Pontefice si riferisce anche a Giovanni Paolo II, che ha presentato la devozione come una risposta alla crescita di modi di spiritualità rigori e disincarnati che hanno dimenticato la misericordia del Signore, ma, allo stesso tempo, come un attuale appello a un mondo che cerca di costruire senza Dio.

Allo stesso modo, rende chiaro che mentre la devozione al Cuore di Cristo è essenziale per la vita cristiana stessa in quanto significa la nostra apertura, piena di fede e di culto, di fronte al mistero dell’amore divino e umano del Signore... le manifestazioni narrate da alcuni santi... non sono qualcosa che i credenti sono obbligati a credere come se fosse la Parola di Dio. Devono essere intesi come "belli stimoli che possono motivare e fare molto bene, anche se nessuno dovrebbe sentirsi costretto a seguirli".

In un altro contesto, il papa allude al grande beneficio delle tradizioni che sono state respinte nelle loro origini da alcuni con vari motivi. A questo proposito, cita la comunione dei primi venerdì e l’ora del culto eucaristico del giovedì.

Dopo aver esaminato il giansenismo e quanti giansenisti - hanno guardato tutto ciò che era umano, affettuoso, corporeo, e alla fine ha capito che questa devozione ci ha portato via dalla più pura adorazione al Dio più alto, sostiene che ora, piuttosto che il giansenismo, siamo di fronte a un forte progresso della secolarizzazione che cerca un mondo libero da Dio.

Allo stesso modo, Papa Francesco avverte che all’interno della Chiesa il dannoso dualismo giansesanista rinasce con volti nuovi. Ha preso rinnovata forza negli ultimi decenni, ma è una manifestazione di quello gnosticismo che ha già danneggiato la spiritualità nei primi secoli della fede cristiana...
Per questo – dice il Papa - guardo al Cuore di Cristo e invito a rinnovarne la devozione.

Omelia nella 11 domenica per annum «Tutti chiamati alla missione»✠ Dal vangelo secondo Matteo   9,36. 10,1-8In quel temp...
12/06/2026

Omelia nella 11 domenica per annum
«Tutti chiamati alla missione»

✠ Dal vangelo secondo Matteo 9,36. 10,1-8
In quel tempo Gesù vedendo le f***e, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Con il capitolo 10 inizia il secondo dei cinque grandi discorsi che formano l’intelaiatura del Vangelo di Matteo: il Discorso della Missione che prende il titolo, ovviamente, dal suo contenuto.
Matteo organizza il suo Vangelo come una nuovo "pentateuco". Per questo, il suo Vangelo presenta cinque insegnamenti di Gesù:
1. Discorso della Montagna: capitoli 5 a 9
2 Discorso della Missione: capitoli 10 a 12
3. Discorso delle Parabole: capitoli 13 a 17
4. Discorso della Comunità: capitoli 18 a 23
5. Discorso dell'avvento futuro del Regno: capitoli 24 e 28

Il Vangelo di questa XI Domenica del Tempo Ordinario mette l'accento su tre aspetti:
1. la chiamata dei discepoli (Mt 10,1);
2. l'elenco dei nomi dei dodici apostoli (Mt 10,2-4);
3. l'invio dei dodici (Mt 10,5-7).

Nel Discorso Missionario, Gesù ha affidato ai Dodici la predicazione del Regno e la salvezza dei fratelli. Il discorso missionario raccoglie istruzioni per quella prima missione e quelle nate dall’esperienza della comunità matteana progressivamente aperta alla missione tra i pagani. Lo statuto fondamentale del gruppo dei Dodici è condividere la sorte e la missione di Gesù. Ai chiamati di ieri e di oggi Gesù dà il mandato di compiere la sua stessa missione e offre i suoi medesimi poteri: cacciare i demoni e liberare dalle malattie, per mostrare che il Regno dei cieli si è fatto vicino.

L’annuncio del Regno è il centro di tutto il ministero di Gesù. Sottolineò due elementi: il Regno di Dio riguardava non solo il futuro, ma anche già il presente. Il Regno di Dio giungeva dovunque Gesù vinceva il potere del male.

Nel Vangelo Matteo mette in evidenza il senso della chiamata che i discepoli eletti hanno ricevuto: fare le stesse cose di Colui che li invia, secondo un principio rabbinico, per cui l’inviato è uguale a colui che lo invia, avendone la stessa autorità. I primi inviati Gesù li ha chiamati “apostoli”. Nel Nuovo Testamento tale termine è diventato tecnico per indicare il gruppo dei dodici che Gesù scelse tra il gruppo più vasto dei suoi discepoli.

Le istruzioni che Gesù ha dato ai chiamati sono precise: rivolgersi alle pecore perdute d’Israele, annunciare il Regno, operare guarigioni e segni prodigiosi, in gratuità e povertà. In tal modo i discepoli prolungano l’opera di Gesù in un “fare” che non si ferma alla semplice comunicazione verbale, ma diventa servizio efficace, che incide nella vita dei destinatari. Il Regno si rende dunque presente attraverso i segni di liberazione compiuti dagli apostoli.

La missione, quindi, è fatta di predicazione e guarigione, di annuncio e di promozione umana, di venuta del Regno insieme alla lotta per la giustizia e la pace.

Quanto al metodo Gesù ha dato ai suoi discepoli indicazioni precise anche su come debba essere compiuta la missione. Raccomandò loro uno stile di gratuità, con la rinuncia a qualsiasi provento dovuto alla loro opera, in quanto gli apostoli avrebbero agito grazie al dono gratuito della stessa autorità del loro Maestro.

La Parola di Dio richiama l’attenzione sulla parola vocazione. Essa indica l’azione del chiamare. Ma nel linguaggio corrente il fonema non fa più riferimento alla chiamata, bensì alla risposta. E non è necessario essere chiamati a una speciale vocazione, come quella alla vita sacerdotale e religiosa per essere apostoli.

Il Concilio Vaticano II nella Costituzione Lumen Gentium ricorda profeticamente che: "Tutti i fedeli di qualsiasi stato sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfetta ca**tà" (LG 40).

Quindi quello che Gesù ha detto agli apostoli non riguarda solo i Dodici, ma tutti i cristiani, che invia tra la gente di questo mondo. Non una categoria privilegiata di persone, ma tutti i credenti in Gesù sono chiamati a essere missionari.
Il teologo Yves Congar ha affermato che “nella barca della Chiesa siamo tutti equipaggio e nessuno è passeggero”.

Ne deriva il fatto che "vocazione" non indica il "fare", ma prima di tutto l’ “essere". Questa dimensione dell'essere cristiani attinge la sua forza nel Battesimo che ci ha inserito in Cristo Re, Sacerdote e Profeta.

La prima lettura tratta dal Libro dell'Esodo, che è il Libro del racconto della liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù e il cammino verso la piena libertà della Terra Promessa ricorda: “Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa".
Vivere questa dimensione oggi significa non tanto essere credenti, ma essere testimoni credibili della risurrezione.

La chiamata dei Dodici Apostoli, cui fa riferimento il Vangelo di Matteo di questa XI domenica del tempo ordinario, fa comprendere l'urgenza della missione e l'impegno personale di testimoniare, di evangelizzare, di far conoscere Gesù Cristo.

La missione del discepolo è quella di seguire il Maestro formando comunità con lui e svolgendo la sua stessa missione. La missione è un cammino per raggiungere i fratelli e per proclamare tra loro la straripante bellezza del Vangelo: la buona notizia che Dio è amore e che è vento e viene a salvarci.

Cari Amici
Tutti noi battezzati dobbiamo considerarci come discepoli di Gesù. E oggi più che mai, soprattutto nel nostro area geografica occidentale, l'allarme lanciato da Cristo stesso durante il suo ministero itinerante è assai attuale: la messe è molta, ma gli operai sono pochi. Occorre pregare il padrone di questa ampia distesa di grano che è l'umanità perché invii coraggiosi annunciatori del Vangelo della gioia e della speranza a tutto il mondo.

In un mondo che proclama e vive con sempire più forte convinzione etsi Deus non daretur e celebra l'assenza della vera religiosità come la grande vittoria conquistata nella mente e nelle coscienze degli uomini i discepoli di Gesù debbono sentirsi in missione permanente!

Ma la missione implica due aspetti fondamentali:
- Stare con Gesù, ossia formare comunità, in cui Gesù è il centro.
- Annunciare la vita buona del Vangelo e combattere la forza del male che aliena le persone.

Non si può essere veri apostoli e missionari del Regno di Dio se non nella dimensione della fedeltà a Dio e fedeltà all’uomo nei luoghi ove il Signore chiama a svolgere la missione.

A Dio che è Padre buono e grande nell'Amore dobbiamo rispondere con il nostro sì totale e metterci in cammino sulle strade del mondo e della vita per annunciare il suo Regno, che è Regno di verità, di vita e santità.

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Rome

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