09/03/2026
𝐆𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐞 𝐩𝐚𝐜𝐞 𝐬𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐛𝐚𝐜𝐢𝐚𝐭𝐞: 𝐧𝐨𝐯𝐞 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐮𝐧 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐞𝐫𝐧𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞𝐯𝐚𝐧𝐠𝐞𝐥𝐢𝐜𝐨
“𝐿𝑎 𝑏𝑜𝑛𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑙𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑖𝑡𝑎̀ 𝑠𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑛𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑡𝑒, 𝑙𝑎 𝑔𝑖𝑢𝑠𝑡𝑖𝑧𝑖𝑎 𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑐𝑒 𝑠𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑏𝑎𝑐𝑖𝑎𝑡𝑒” (𝑆𝑎𝑙𝑚𝑜 85:10)
L’Alleanza Evangelica Italiana si rivolge alle chiese, alle istituzioni e alla società civile con la consapevolezza di chi è chiamato a un duplice ascolto: ascolto della Parola di Dio, che rimane ferma nei cieli (Salmo 119:89), e ascolto del grido che sale da una terra lacerata. La complessità della situazione internazionale, l’ampliarsi del numero e dell’intensità dei conflitti, esige dai credenti non il silenzio dell’indifferenza né il clamore della faziosità, ma una parola chiara, frutto di una coscienza formata dalla Scrittura.
La Scrittura ci insegna anche a guardare con lucidità la natura del peccato: esso è radicale (tocca il cuore), diffusivo (contagia persone e popoli), esteso (attraversa ogni ambito della vita) e multidimensionale (spirituale, morale, sociale, culturale e istituzionale). Esso ferisce anche la creazione, che geme sotto il peso della corruzione e della violenza dell’uomo (Romani 8:19–22). Per questo nessuna analisi puramente politica è sufficiente e nessuna soluzione puramente tecnica può bastare. E tuttavia,
proprio perché il peccato è così pervasivo, la redenzione in Cristo non riguarda soltanto l’interiorità, ma genera verità, giustizia, misericordia e riconciliazione anche nella vita comune.
Confessiamo che il Dio vivente è Signore della storia e giudice delle nazioni (Salmo 2; Daniele 4:34–35). Da questa confessione, e non da un’agenda politica, scaturisce il nostro dovere di parola pubblica, che desideriamo sobria nella forma, radicata nell’evangelo e orientata al bene di quanti sono coinvolti. Con questa prospettiva proponiamo i seguenti punti di discernimento.
𝟭- 𝗗𝗶𝗴𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗶𝗻𝘃𝗶𝗼𝗹𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗲 𝗿𝗶𝗳𝗶𝘂𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗲𝗻𝘇𝗼𝗴𝗻𝗮
Il fondamento di ogni etica è teologico prima che giuridico: ogni essere umano è creato a immagine di Dio (Genesi 1:26–27). Per questo la dignità della persona non è un privilegio concesso da qualche autorità politica, ma un dato della creazione che nessuna ragion di Stato, nessuna emergenza securitaria e nessuna rivendicazione territoriale possono annullare.
Da qui discende anche un dovere di verità. “Piangiamo con chi piange” (Romani 12:15), ci opponiamo a ogni retorica che riduca l’avversario a un essere sub-umano e denunciamo la propaganda, da qualunque parte provenga, come forma primaria di violenza morale. “Bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo” (Efesini 4:25). Senza verità non vi è giustizia; senza giustizia non vi è pace. E quest’ordine non è invertibile.
𝟮 - 𝗖𝗼𝗻𝗱𝗮𝗻𝗻𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗼𝗿𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗲 𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗶 𝗺𝗼𝗿𝗮𝗹𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮
È necessario distinguere con precisione ciò che il nostro tempo tende spesso a confondere. Condanniamo senza riserve ogni attacco deliberato contro civili inermi e ogni forma di terrorismo: colpire l’innocente è un male intrinseco che nessuna causa, per quanto percepita come giusta, può legittimare (Esodo 20:13; Proverbi 6:16–17). Il terrorismo non è resistenza, ma violenza sistematica mascherata da politica.
Proprio perché difendiamo la dignità umana, affermiamo anche che la risposta militare dell’autorità civile, alla quale la Scrittura riconosce il compito di arginare il male e proteggere il debole (Romani 13:1–4), non può trasformarsi in un potere senza vincoli esercitato senza limiti. Essa rimane sottoposta a criteri morali rigorosi e verificabili.
Il cristiano “non rende male per male” (Romani 12:17–21); e l’autorità politica, a sua volta, non può assumere la vendetta, che appartiene a Dio solo (Romani 12:19), come principio operativo. Chi risponde al terrore col terrore non sconfigge il male: lo moltiplica.
𝟯 - 𝗖𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗼𝗰𝗿𝗮𝘇𝗶𝗮 𝗲 𝗹𝗮 𝘁𝗶𝗿𝗮𝗻𝗻𝗶𝗮
A questo punto si impone un chiarimento ulteriore, perché il modo in cui si concepisce il potere incide direttamente sulla possibilità della pace. Una delle radici più profonde e meno nominate di molti conflitti è la fusione tra potere politico e autorità religiosa. L’Alleanza Evangelica Italiana esprime grave preoccupazione e aperta condanna nei confronti di ogni regime teocratico e di ogni dittatura, qualunque sia la confessione religiosa o l’ideologia che pretenda di legittimarli.
Quando il nome di Dio è invocato per sigillare il dominio assoluto di un uomo, di un partito o di un clero, la religione non governa lo Stato: è lo Stato che sequestra la religione. Ciò vale per le teocrazie che negano libertà fondamentali in nome della legge divina e vale ugualmente per i regimi autoritari che strumentalizzano il sacro a fini di consenso e repressione.
La Scrittura conosce bene questa tentazione: fu il peccato di Israele quando chiese “un re come tutte le nazioni” (1 Samuele 8:5), e fu la risposta di Gesù nel rifiuto di ogni trono terreno fondato sulla coercizione (Giovanni 18:36). Il regno di Dio non si impone con la spada dello Stato e lo Stato non si santifica appropriandosi del linguaggio del regno.
Affermiamo quindi la distinzione funzionale tra autorità civile e comunità di fede, non come separazione ostile, ma come autonomia reciproca e responsabilità complementari. Per i credenti, entrambe sono chiamate a rendere conto davanti a Dio, sotto la sua sovranità, senza confondersi né assorbirsi a vicenda: la comunità cristiana adempie la propria vocazione con gli strumenti che Cristo le ha affidato — predicazione, discepolato, disciplina, diaconia, missione e testimonianza pubblica — mentre lo Stato adempie la sua chiamata a promuovere la giustizia e a tutelare l’ordine pubblico. Entrambi restano sotto la signoria di Cristo e rispondono a Dio, ciascuna secondo il proprio mandato, senza confondersi né assorbirsi. Dove questa distinzione viene abolita, finanche da parte di persone che si professano cristiane, la coscienza è violata e l’evangelo è tradito.
𝟰 - 𝗖𝗼𝗻𝗱𝗮𝗻𝗻𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶𝘀𝗺𝗶 𝗶𝗱𝗼𝗹𝗮𝘁𝗿𝗶𝗰𝗶
Quando trono e altare si confondono, spesso anche la nazione pretende una forma di consacrazione. Denunciamo con fermezza ogni forma di nazionalismo che sacralizza lo Stato, l’etnia o il territorio, erigendoli ad assoluto. Quando la nazione diventa idolo, la politica diventa liturgia e la guerra diventa sacramento: è la logica che ha prodotto alcune delle peggiori tragedie del Novecento e che oggi riemerge con inquietante familiarità.
“Del SIGNORE è la terra e tutto quel che è in essa” (Salmo 24:1): nessun popolo può rivendicare un possesso incondizionato su ciò che appartiene al Creatore. Le polarizzazioni che attraversano il dibattito internazionale, la riduzione di realtà complesse a slogan, la tribalizzazione delle coscienze e la demonizzazione dell’altro avvelenano alla radice la possibilità stessa del discernimento.
Richiamiamo le chiese evangeliche, con particolare urgenza, a non lasciarsi catturare da alcuna ideologia nazionalista né da alcuna visione di parte, ricordando che la nostra cittadinanza ultima è nei cieli (Filippesi 3:20) e che in Cristo la distinzione tra i popoli è attraversata, non abolita, dalla grazia (Galati 3:28; Apocalisse 7:9).
𝟱 - 𝗜𝗹 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲
Se il nazionalismo idolatrico corrode il discernimento, la conseguenza concreta è spesso il disprezzo delle regole comuni. Osserviamo con allarme crescente come il diritto internazionale umanitario, espressione di un consenso etico faticosamente maturato dopo le catastrofi del XX secolo, venga trattato come vincolo opzionale, applicabile ai deboli e sospendibile dai forti. Questa erosione è gravissima.
Diciamo questo senza assolutizzare il diritto internazionale né sacralizzarlo come se fosse, di per sé, garanzia automatica di giustizia. Anche le norme possono essere applicate in modo selettivo, anche le istituzioni possono essere strumentalizzate, anche i tribunali possono essere esposte a pressioni. Proprio per questo, però, il loro indebolimento non libera i popoli: li consegna più facilmente all’arbitrio, alla propaganda e alla legge del più forte.
Quando le nazioni ignorano le convenzioni, eludono i pronunciamenti delle corti internazionali e svuotano di significato le risoluzioni degli organismi multilaterali, viene meno l’unico quadro comune che ancora frena la legge del più forte. Le Scritture non conoscono il moderno diritto internazionale, ma conoscono il principio che lo fonda: il rifiuto dell’arbitrio e la sottomissione del potere alla giustizia. “Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate secondo giustizia” (Giovanni 7:24).
Chiediamo a tutti gli attori coinvolti un rispetto pieno, verificabile e non selettivo del diritto internazionale umanitario; e alla comunità delle nazioni la volontà politica di farlo valere con coerenza, senza l’ipocrisia dei doppi standard, che ne rappresenta la negazione più insidiosa.
𝟲 - 𝗜𝗹 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗻𝘂𝗰𝗹𝗲𝗮𝗿𝗲
In questo contesto, l’abbassamento delle soglie morali rende ancora più inquietante il tema delle armi di distruzione di massa. Non possiamo tacere, sarebbe irresponsabile, sul rischio atomico che incombe sulla regione e, con essa, sul mondo intero. La proliferazione nucleare e la retorica dell’annientamento totale costituiscono una minaccia che trascende ogni calcolo geopolitico e investe la sopravvivenza stessa della famiglia umana.
L’impiego, anche solo la minaccia credibile dell’impiego, di armi nucleari rappresenterebbe il culmine della tracotanza: la pretesa della creatura di disporre della creazione. “Tu distruggerai quelli che distruggono la terra” (Apocalisse 11:18).
Chiediamo con urgenza che ogni programma nucleare a fini bellici sia sottoposto a controllo internazionale reale, trasparente e non selettivo, e che la comunità delle nazioni persegua il disarmo e la non proliferazione come imperativo non soltanto strategico, ma chiaramente morale.
𝟳 - 𝗚𝗶𝘂𝘀𝘁𝗶𝘇𝗶𝗮 𝗲 𝗽𝗮𝗰𝗲
Dalla dignità della persona, dalla verità, dai limiti della forza e dalla sottomissione del potere alla giustizia discende il punto decisivo. Il Salmo 85 non accosta giustizia e pace come beni separati da bilanciare con accortezza diplomatica: li unisce in un bacio. Questa immagine profetica è la nostra bussola.
Essa esclude una pace costruita sulla rimozione del torto, sull’oblio forzato, sull’accettazione di uno status quo ingiusto; ed esclude una giustizia degenerata in vendetta perpetua, priva di un orizzonte riconciliativo. “L’opera della giustizia sarà la pace, e il frutto della giustizia, tranquillità e sicurezza per sempre” (Isaia 32:17).
Riconosciamo con realismo che la riconciliazione richiede tempo, ma il rifiuto di intraprenderla è già una condanna. “Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini” (Romani 12:18).
𝟴 - 𝗧𝘂𝘁𝗲𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗺𝗶𝗻𝗼𝗿𝗮𝗻𝘇𝗲 𝗲 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗿𝗲𝗹𝗶𝗴𝗶𝗼𝘀𝗮
La ricerca di una pace giusta si misura anche nella protezione dei più esposti. Nella spirale dei conflitti, le minoranze, e spesso tra esse le comunità cristiane, subiscono persecuzione, intimidazione e una cancellazione silenziosa che raramente raggiunge i titoli della stampa internazionale.
“Chiediamo che la libertà di coscienza, di culto e di testimonianza sia riconosciuta e protetta come dimensione inalienabile della dignità umana, non come concessione revocabile del potere” (Patto di Losanna, 13). “Ci impegniamo a difendere la libertà religiosa per tutti—per cristiani e per persone di altre fedi—senza confondere questo impegno civile con l’approvazione teologica di ogni credenza“ (Impegno di Città del Capo, 2010, Parte II, 2.C). Chiediamo inoltre attenzione specifica e tutela effettiva per i detenuti e per quanti subiscono vessazioni a causa della loro fede, nonché un impegno concreto e verificabile per la loro liberazione, senza lasciarci intimidire.
Non dimentichiamo gli avvertimenti del Signore Gesù, secondo i quali la persecuzione è inevitabile (Matteo 5:10–12; Giovanni 15:18–21). Proprio per questo riaffermiamo che l’obbedienza a Dio viene prima di ogni imposizione umana: “Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini” (Atti 5:29).
𝟵 - 𝗣𝗿𝗲𝗴𝗵𝗶𝗲𝗿𝗮
Alla responsabilità pubblica si accompagna una responsabilità spirituale, che non è evasione ma intercessione. Incoraggiamo a fare propria l’esortazione biblica: “Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità” (1 Timoteo 2:1–2).
Alla luce di quanto ricordato anche dal Patto di Losanna circa la libertà e la persecuzione, invitiamo le chiese a pregare per i civili colpiti, per i feriti e gli sfollati, per i prigionieri e gli ostaggi, per chi è ingiustamente detenuto a motivo della fede, per i governanti e i negoziatori, per chi soccorre e per chi cura, per la cessazione delle ostilità e l’abbandono delle armi, e perché l’odio ceda al ravvedimento.
Ma la preghiera che non genera opere è priva di fede (Giacomo 2:17). Ci impegniamo dunque ad accompagnare l’intercessione con l’azione: aiuto concreto e verificabile, accoglienza, cura, sostegno a comunità e organizzazioni locali affidabili, e attenzione specifica a chi è perseguitato o privato della libertà per la propria testimonianza.
Con la fermezza che nasce non dalla presunzione ma dalla speranza, attendiamo il compimento della promessa: “La verità germoglierà dalla terra e la giustizia guarderà dal cielo” (Salmo 85:11). Fino a quel giorno, con umiltà e determinazione, operiamo perché giustizia e pace tornino a baciarsi, anche nel nostro tempo.
“𝐵𝑒𝑎𝑡𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑎𝑑𝑜𝑝𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑐𝑒, 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑠𝑎𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑚𝑎𝑡𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑑𝑖 𝐷𝑖𝑜” (𝑀𝑎𝑡𝑡𝑒𝑜 5:9).
Roma (AEI), 9 marzo 2026
https://www.alleanzaevangelica.org/index.php/news/9-attualita-italia/1548-giustizia-e-pace-si-sono-baciate-nove-punti-per-un-discernimento-evangelico
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