01/04/2026
Condivido questo commento raccolto dal web
È come se la Liturgia non volesse assolutamente lasciarci nell’ignoranza, e meno ancora nell’illusione, di non avere niente a che fare con quanto succede ogni volta che il Vangelo viene tradito e i poveri vengono abbandonati a se stessi.
Già ieri l’evangelista Giovanni ci ha narrato lo svelamento del tradimento di Giuda e oggi, a scanso di equivoci, l’evangelista Matteo ci permette di seguire il discepolo deluso per capire, attraverso i suoi gesti, il tormento del suo cuore:
«Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?» (Mt 26,15).
Ciò che di Giuda è più difficile capire sono quelle terribili «trenta monete d’argento» che in realtà non sono il prezzo per vendere Gesù a quanti se ne vogliono sbarazzare, ma sono la cifra – irrisoria – con cui il traditore in realtà vende se stesso. Consegnando Gesù ai notabili del popolo che sono infastiditi da questo profeta scomodo, ma amato dalle f***e, in realtà Giuda vende se stesso, anzi si svende. Come discepoli siamo chiamati a prendere molto sul serio il nostro fratello Giuda, senza cedere alla facile tentazione di sbarazzarci di lui come fosse semplicemente un cattivo discepolo.
Giuda non si accontenta di tradire e di consegnare Gesù ai capi dei sacerdoti, ma pone una condizione: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?».
Nella condizione del discepolo deluso da Gesù e disperato sulla propria possibilità di continuare a seguirlo, Giuda vuole guadagnarci almeno qualche soldo.
Questo bisogno di guadagnarci qualcosa indica dove sta il tormento del discepolo: la sensazione che il fatto di seguire il Signore Gesù sia stato una perdita… di tempo, di energie, di prospettive.
Quante volte anche noi siamo abitati da questi sentimenti di delusione e di frustrazione che generano un bisogno di risarcimento dei danni discepolari subiti.
Anche noi abbiamo bisogno di coltivare l’illusione di non averci proprio perso tutto e di avere ancora qualcosa da guadagnare cui abbiamo diritto e di cui non possiamo privarci, per evitare che la delusione e il rammarico ci facciano sentire completamente sconfitti.
Cosa c’è che non va quando il nostro tentativo di essere discepoli si trasforma nella decisione di diventare traditori del desiderio che ha infiammato il nostro cuore, illudendosi di poter consegnare Colui che già si è consegnato per noi?
Si tratta di un problema di ascolto profondo e vero di noi stessi, attraverso l’ascolto di ciò che il Signore sussurra al nostro cuore, conformandolo al suo stesso cuore, che continuamente ripete le parole del profeta trasformandole in carne e in stile di relazione vitale:
«Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro» (Is 50,4-5).
Forse, il nostro fratello Giuda, per tutto il tempo in cui ha vissuto con Gesù, in realtà non ha mai veramente ascoltato la sua parola e non si è fatto profondamente formare dai suoi gesti. Mentre ci accingiamo a celebrare di nuovo i riti della Pasqua, abbiamo bisogno di guardarci onestamente allo specchio per capire fino a che punto vogliamo essere discepoli fino in fondo, oppure siamo smaniosi di diventare maestri, col rischio di perdere il grande guadagno della perdita di noi stessi.