Parrocchia San Biagio - Gallico RC

Parrocchia San Biagio - Gallico RC Pagina ufficiale della Parrocchia di San Biagio vescovo e martire in Gallico e della diocesi di Reggio Calabria - Bova

ORARIO SANTE MESSE:

Dal LUNEDÌ al SABATO
Santa Messa a San Biagio ore 19:00. DOMENICA Sante Messe:
ore 8:30 a San Biagio;
ore 9:45 a Santa Domenica;
ore 11:00 a San Biagio.

09/06/2026

“Voi siete il sale”. Che immagine straordinaria usa nel di oggi. Il sale non serve a essere ammirato, ma a dare sapore. Nessuno si accorge del sale quando è presente nella giusta misura, eppure tutti se ne accorgono quando manca. Forse Gesù vuole dirci che il compito del cristiano non è occupare il centro della scena, ma rendere più vera, più bella e più umana la vita delle persone che incontra. Molto spesso pensiamo che testimoniare il Vangelo significhi convincere, vincere discussioni o imporre idee. Gesù invece ci indica un'altra strada. Il cristiano è chiamato a insaporire la realtà con la propria presenza, a introdurre nel mondo il gusto della speranza, della misericordia, della verità e della ca**tà. Dove passa un autentico discepolo dovrebbe aumentare la qualità della vita, non il rumore delle polemiche. Per questo Gesù affianca all'immagine del sale quella della luce. La luce non attira l'attenzione su di sé, ma rende visibili le cose. Non sostituisce la realtà, la rivela. Così dovrebbe essere anche la testimonianza cristiana. Un vero credente non vive per essere notato, applaudito o riconosciuto. Vive in modo tale che gli altri possano vedere il bene, la bellezza e la presenza di Dio che già operano nella loro esistenza. C'è però un avvertimento implicito nelle parole di Gesù. Il sale può perdere il suo sapore e una luce può essere nascosta. Accade quando il cristianesimo si riduce a un'abitudine, a un'etichetta o a una semplice appartenenza esteriore. Quando smettiamo di vivere un rapporto reale con Cristo, continuiamo magari a conservare la forma della fede, ma perdiamo la sua forza trasformante. Il sale e la luce diventano allora i segni distintivi di un vero discepolo. Non qualcuno che parla continuamente di Dio, ma qualcuno che, attraverso la propria vita, rende Dio più credibile. Non qualcuno che si impone agli altri, ma qualcuno che aiuta tutto ciò che lo circonda a esprimere il meglio di sé.

di don Luigi Maria Epicoco

08/06/2026

Il discorso delle Beatitudini, pronunciato da nella pagina del di oggi, è una grande lezione sul modo in cui dovremmo guardare la nostra vita. Molto spesso siamo convinti che ciò che ci manca sia la causa della nostra infelicità. Pensiamo che, se avessimo di più, se fossimo più forti, più sicuri, più appagati, allora saremmo finalmente felici. Gesù invece capovolge questa logica e ci dice che proprio ciò che ci manca può diventare lo spazio in cui Dio opera le cose più grandi. Chi è sazio non desidera più nulla e rischia di perdere il gusto delle cose essenziali. Chi si sente sempre forte fatica a comprendere la fragilità degli altri. Chi è pieno di sé non lascia spazio a nessuno, nemmeno a Dio. Chi vive solo per difendere il proprio equilibrio spesso rinuncia a spendersi per la giustizia e per l'amore. Chi indossa continuamente maschere finisce per non riconoscere più il volto autentico della realtà e neppure quello di Dio. Le Beatitudini non sono l'elogio della sofferenza, della povertà o delle lacrime. Gesù non sta dicendo che il dolore è un bene in sé. Sta dicendo invece che ogni nostra mancanza, ogni ferita, ogni fame di senso può diventare il luogo di un incontro. La povertà di cui parla il Vangelo è la disponibilità a lasciarsi riempire da Dio. Per questo i poveri, gli affamati, i miti, i misericordiosi e i puri di cuore sono chiamati beati: non perché abbiano meno degli altri, ma perché hanno ancora spazio per accogliere ciò che conta davvero. La vera tragedia non è essere mancanti, ma credere di bastare a noi stessi. Quando riempiamo ogni vuoto con qualcosa, quando anestetizziamo ogni desiderio, quando evitiamo ogni fragilità, priviamo la nostra vita della possibilità di una svolta. Le Beatitudini ci insegnano che Dio entra quasi sempre dalle nostre crepe. E ciò che consideriamo una debolezza può diventare il luogo più fecondo della sua grazia.

di don Luigi Maria Epicoco

06/06/2026

«Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti». ci mette in guardia da una tentazione molto sottile: vivere per essere visti. Gli scribi non sono condannati per ciò che fanno, ma per il motivo per cui lo fanno. Hanno trasformato la loro fede in una vetrina, la loro religiosità in una ricerca di consenso. Quando il cuore ha bisogno continuamente dell'approvazione degli altri, allora significa che ha smesso di cercare Dio e ha cominciato a cercare se stesso. Per questo il ci presenta immediatamente una figura completamente diversa: una vedova povera. Nessuno la nota, nessuno la applaude, nessuno la considera importante. Eppure è proprio lei a catturare lo sguardo di Gesù. «Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri». Agli occhi degli uomini conta la quantità. Agli occhi di Dio conta l'amore. Gli altri offrono qualcosa del loro superfluo, la vedova offre ciò che è necessario alla sua vita. Gli altri danno senza compromettersi, lei si consegna totalmente. Per questo Gesù vede in quel gesto una grandezza che nessun altro riesce a vedere. Molto spesso siamo preoccupati di fare cose grandi, mentre il Signore ci chiede semplicemente di amare in modo grande. La santità non consiste nell'essere straordinari, ma nel vivere in maniera straordinaria ciò che è ordinario. La vedova non compie un miracolo, non pronuncia discorsi memorabili, non occupa posti importanti, non scrive libri. Fa semplicemente un gesto d'amore totale. «Essi infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». Questa donna ci ricorda che la fede è sempre una questione di fiducia. Si può donare tutto soltanto quando si è certi che la propria vita non dipende da ciò che si possiede, ma da Colui al quale ci si affida. E forse il vero problema della nostra vita spirituale è che spesso diamo a Dio molte cose, ma raramente gli consegniamo davvero noi stessi. La vedova povera possiede soltanto due monetine, ma in realtà possiede il tesoro più grande: un cuore che sa affidarsi completamente a Dio. E questo vale più di qualsiasi ricchezza.

di don Luigi Maria Epicoco

05/06/2026

“Come mai gli scribi dicono che il Messia è figlio di Davide?” Con questa domanda sembra voler condurre la folla a una riflessione teologica più profonda, semplicemente per trasmettere loro una questione molto importante: il Messia, quindi lui stesso, non è soltanto un discendente come altri della famiglia di Davide, ma è qualcuno di più grande, a cui lo stesso Davide attribuisce un'autorità che supera ogni appartenenza umana. Potremmo sintetizzare così la pagina del Vangelo di oggi: Dio agisce nelle cose di questo mondo, ma è sempre più grande delle cose di questo mondo. Egli entra nella nostra storia senza lasciarsi rinchiudere dalla storia. Assume un volto umano senza smettere di essere il Signore. Spesso anche noi corriamo il rischio di ridurre Gesù alle nostre categorie, alle nostre idee o alle nostre aspettative. Lo vorremmo comprensibile, prevedibile. Invece il ci ricorda che Cristo appartiene certamente alla nostra storia, ma non si esaurisce in essa. È vicino a noi, eppure rimane infinitamente più grande di noi. La fede nasce proprio quando accettiamo questa sproporzione: quando smettiamo di costruirci un Dio a nostra misura e ci lasciamo invece sorprendere da un Dio che supera continuamente le nostre misure. Per questo ogni autentico incontro con Cristo allarga il cuore, apre la mente e ci libera dalla tentazione di ridurre il mistero di Dio a qualcosa che possiamo possedere o spiegare completamente. Il Vangelo di oggi ci invita dunque a riconoscere che Gesù non è soltanto un personaggio della storia della salvezza, ma il Signore della storia. E soltanto quando gli riconosciamo questo primato possiamo comprendere davvero chi siamo e quale direzione dare alla nostra vita.

di don Luigi Maria Epicoco

04/06/2026

«Qual è il comandamento più grande?» È a questa domanda che risponde nella pagina del di oggi. E la sua risposta è tanto semplice quanto rivoluzionaria. Egli unisce in un unico movimento l'amore di Dio e l'amore del prossimo, mostrando che non possono essere separati. «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza» e «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Gesù non sta semplicemente elencando due comandamenti. Sta dicendo che esiste un'unica grande legge capace di dare unità alla nostra vita: l'amore. Per questo non si può dire di amare Dio ignorando il prossimo. E non si può amare veramente il prossimo senza attingere continuamente all'amore di Dio. Le due cose stanno insieme. Infatti il rischio più grande della vita spirituale è dividere ciò che Gesù ha unito. Possiamo rifugiarci in una religiosità fatta di pratiche e devozioni, ma senza attenzione concreta agli altri. Oppure possiamo dedicarci agli altri senza mai nutrire il nostro cuore della relazione con Dio. In entrambi i casi manca qualcosa di essenziale. Gesù ci ricorda che la misura autentica della fede è sempre l'amore. Non le parole che diciamo, non le idee che professiamo, ma la capacità concreta di amare. In pratica soltanto dall'equilibrio di questi tre amori nasce una vita buona: l'amore di Dio, l'amore del prossimo e il sano amore di sé. Chi non ama Dio fatica a trovare il fondamento del proprio amore. Chi non ama il prossimo chiude il cuore. Chi non ama sé stesso finisce per vivere relazioni fragili e distorte. Forse dovremmo fare spesso un semplice esame di coscienza: come sto amando Dio? Come sto amando gli altri? Come sto amando me stesso? Tutta la nostra vita sarà giudicata sulla verità di questi tre amori.

di don Luigi Maria Epicoco

03/06/2026

Può davvero stupire, nella pagina del di oggi, la domanda che viene posta a : di chi sarà moglie, nella vita futura, una donna che è stata sposata con più uomini? È una domanda che nasce da una mentalità che continua a ragionare secondo le categorie di questo mondo e che fatica a comprendere la novità della risurrezione. Gesù, infatti, risponde spostando completamente la prospettiva. Dice che nella risurrezione non si prende né moglie né marito, perché la vita eterna non è una semplice continuazione della vita presente. È una realtà nuova, trasfigurata, pienamente immersa nell'amore di Dio. Ma dietro questa domanda si nasconde anche qualcosa di più profondo. Questa donna, infatti, viene trattata quasi come un oggetto da assegnare a qualcuno. È come se la sua persona contasse meno del problema teorico che i suoi interlocutori vogliono porre a Gesù. La risposta del Signore restituisce invece dignità alla persona. Gesù non ragiona in termini di possesso, ma di vita. Non guarda questa donna come qualcuno da attribuire a un uomo, ma come una persona chiamata alla pienezza della risurrezione. Quante persone, ancora oggi, possono sentirsi come lei: messe ai margini, ferite, utilizzate, considerate più per il ruolo che ricoprono che per la loro dignità. Quante persone, soprattutto le più fragili, finiscono per sentirsi definite dalle circostanze della loro vita anziché dal loro valore davanti a Dio. La grande novità del Vangelo è che nessuno è riducibile alla propria storia. La risurrezione significa anche questo: Dio restituisce a ciascuno la propria verità più profonda. Nessuno è destinato a rimanere prigioniero delle ferite, delle ingiustizie o delle etichette che il mondo gli ha imposto. Vivere nella logica della risurrezione significa allora imparare a guardare le persone come le guarda Dio. Significa aiutare chi è stato emarginato a rialzarsi, chi è stato usato a ritrovare la propria dignità, chi è stato ferito a riscoprire la propria bellezza. Perché il Dio annunciato da Gesù non è il Dio del possesso, ma il Dio della vita. E davanti a Lui ogni persona vale infinitamente più di qualsiasi ruolo, condizione o storia che porta con sé.

di don Luigi Maria Epicoco

02/06/2026

Gli erodiani della pagina del di oggi, insieme ai farisei, vogliono cogliere in fallo. Sanno bene che l’unico modo per metterlo seriamente nei guai è contrapporlo ai Romani. Per questo gli chiedono se sia lecito o meno pagare il tributo a Cesare. Quegli interlocutori sapevano benissimo che, qualunque risposta avesse dato, Gesù sarebbe finito in una trappola. Se avesse risposto di sì, avrebbe perso il favore del popolo. Se avesse risposto di no, avrebbe offerto ai Romani il pretesto per accusarlo. Ma Gesù, come sempre, non si lascia intrappolare. Si fa portare una moneta e, partendo da quel gesto apparentemente semplice, offre una lezione immensa. «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». Quando gli rispondono: «Di Cesare», Gesù conclude: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Molto spesso queste parole vengono interpretate soltanto come una distinzione tra la sfera religiosa e quella civile. Ma il loro significato è ancora più profondo. La moneta porta impressa l’immagine di Cesare, e per questo può essere restituita a Cesare. Ma l’uomo porta impressa l’immagine di Dio. E ciò che porta l’immagine di Dio appartiene a Dio. In pratica, Gesù sta dicendo che il potere, il denaro e le strutture di questo mondo possono esercitare una certa influenza sulle cose, ma non possono mai possedere veramente una persona. L’essere umano è libero proprio perché appartiene a Dio. È una lezione di straordinaria attualità. Noi corriamo sempre il rischio di valutare le persone secondo criteri economici, sociali o utilitaristici. Gesù invece ci ricorda che il valore di una persona non deriva da ciò che possiede, da ciò che produce o dal ruolo che occupa. Ogni uomo e ogni donna hanno una dignità che nessun potere può comprare e nessuna autorità può confiscare, perché sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio. Il Vangelo di oggi ci invita allora a non confondere mai il denaro con le persone, il valore con il prezzo, l’avere con l’essere. Le monete possono appartenere a Cesare. Ma tu appartieni soltanto a Dio e quindi sei libero.

di don Luigi Maria Epicoco

01/06/2026

«Un uomo piantò una vigna, vi pose attorno una siepe, scavò un torchio, costruì una torre, poi la diede in affitto a dei vignaioli e se ne andò lontano». Mi sembra un’immagine bellissima quella che ci consegna nella pagina del di oggi. In fondo, la vita è una vigna che non abbiamo piantato noi, ma che ci è stata affidata. Nessuno di noi ha scelto di nascere. Ci siamo ritrovati dentro una storia, dentro un tempo, dentro una famiglia, dentro una rete di relazioni che ci precede. Tutto questo è un dono. E tutte le volte che dimentichiamo che la vita è un dono, dimentichiamo anche che dobbiamo esercitare una custodia e non un dominio. La parabola raccontata da Gesù ci mette in guardia proprio da questa tentazione: credere di essere padroni di ciò che, in realtà, abbiamo soltanto ricevuto. I vignaioli della parabola dimenticano di essere amministratori e si comportano come proprietari. È il peccato più antico dell’uomo: sostituirsi a Dio e pensare di bastare a sé stesso. Ma Dio non si arrende. Continua a mandare i suoi servi e, infine, manda il Figlio. È un amore ostinato quello di Dio, che non smette di cercarci anche quando ci allontaniamo da Lui. Forse il messaggio più importante del Vangelo di oggi è proprio questo: la vera gioia non nasce dal possedere, ma dall'affidarsi. Chi pensa di essere padrone del mondo vive inevitabilmente nell’angoscia, perché deve difendere continuamente ciò che crede suo. Chi invece si scopre figlio e fiduciario vive nella libertà, perché sa che tutto è dono. Per questo la fede non consiste nell’aggrapparsi alle cose, ma nell’imparare a fidarsi. Forse la santità consiste anche in questo: trattare tutto ciò che abbiamo ricevuto con gratitudine, sapendo che nulla ci è dovuto e che tutto ci è stato consegnato perché impariamo ad amare.

di don Luigi Maria Epicoco

Ci siamo! È tutto pronto per le ordinazioni sacerdotali di don Santo Federico e don Francesco Vadalà.Il Signore vi accom...
30/05/2026

Ci siamo! È tutto pronto per le ordinazioni sacerdotali di don Santo Federico e don Francesco Vadalà.

Il Signore vi accompagni in questo cammino 🙏🏻

30/05/2026

«Con quale autorità fai queste cose?». È la domanda che i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani rivolgono a nel di oggi. Ma Gesù non risponde direttamente. Controbatte con un’altra domanda: il battesimo di Giovanni veniva dal cielo oppure dagli uomini? Non è una discussione tra sofisti e nemmeno un gioco dialettico. Gesù sta smascherando un atteggiamento molto preciso: quello di chi pone grandi domande senza essere disposto ad accogliere grandi risposte. Infatti i suoi interlocutori non cercano sinceramente la verità. Cercano piuttosto una maniera per mettere Gesù in difficoltà senza mettere mai in discussione sé stessi. Ecco perché rimangono bloccati. Il Vangelo di oggi ci insegna una cosa importante: non si può comprendere davvero Dio senza onestà interiore. Chi legge la realtà in maniera sleale, chi vive prigioniero del proprio pregiudizio o del proprio interesse, difficilmente riuscirà ad aprirsi al mistero. La fede non è una questione di intelligenza raffinata, ma di sincerità del cuore. Gesù stesso dirà altrove che Dio si rivela ai piccoli. Non agli ingenui, ma a coloro che hanno uno sguardo libero e disponibile. Molto spesso noi non vediamo Dio non perché Lui sia nascosto, ma perché guardiamo tutto attraverso gli occhiali del nostro orgoglio, delle nostre paure o delle nostre idee già fissate. Il mistero di Dio non è un enigma costruito per confonderci. È una presenza che si lascia riconoscere da chi ha gli occhi veramente aperti. Per questo il Vangelo di oggi ci invita a domandarci con quale atteggiamento cerchiamo Dio. Se davvero desideriamo la verità oppure soltanto confermare ciò che abbiamo già deciso. Perché solo un cuore onesto può accorgersi che Dio, molto spesso, è più semplice di quanto immaginiamo.

di don Luigi Maria Epicoco

Indirizzo

Via Trapani Lombardo, 33/Gallico
Reggio Di
89135

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