Parrocchia San Biagio - Gallico RC

Indicazioni Sito Web Contatta il luogo di culto

Parrocchia San Biagio - Gallico RC Pagina ufficiale della Parrocchia di San Biagio vescovo e martire in Gallico e della diocesi di Reggio Calabria - Bova

ORARIO SANTE MESSE:

Dal LUNEDÌ al SABATO
Santa Messa a San Biagio ore 19:00. DOMENICA Sante Messe:
ore 8:30 a San Biagio;
ore 9:45 a Santa Domenica;
ore 11:00 a San Biagio.

28/10/2026

La festa dei santi Simone e Giuda ci consegna una pagina di che comincia nel silenzio. trascorre la notte in preghiera e, quando viene giorno, chiama i suoi discepoli e li sceglie uno a uno. Non li convoca come una folla anonima, ma li chiama per nome. Questo dettaglio ha un significato preciso: agli occhi di Dio nessuno è intercambiabile. Noi siamo abituati a un mondo in cui chiunque può essere sostituito, in cui spesso il valore di una persona coincide con la funzione che svolge. Ma per Dio non siamo numeri, ruoli o prestazioni. Ciascuno è una storia unica, una possibilità di bene che nessun altro può realizzare nello stesso modo. Essere chiamati per nome significa sapere che la nostra vita non è un incidente, ma una responsabilità affidata proprio a noi. E questa chiamata non cancella la libertà. Tra i Dodici c'è anche Giuda Iscariota, colui che tradirà Gesù. Il Signore lo sceglie sapendo che amare qualcuno significa anche esporsi al rischio del suo rifiuto. Dio non ci tratta come marionette da manovrare, ma come persone a cui affidare una fiducia vera, persino quando possiamo tradirla. Poi il Vangelo si conclude con una scena specifica: una folla cerca di toccare Gesù, perché da lui esce una forza che guarisce tutti. La fede non è soltanto sapere qualcosa su Gesù, ma lasciarsi toccare da Lui. Perché il Dio che conosce il nostro nome è anche il Dio che non ha paura di toccarci nella nostra parte più indegna, più fragile, più sporca, più peccatrice. Dio chiama e tocca. È tutta qui la fede cristiana: una chiamata e un’esperienza.

di don Luigi Maria Epicoco

27/10/2026

racconta il Regno di Dio attraverso due immagini apparentemente insignificanti: un granello di senape e una piccola quantità di lievito nascosta nella pasta. La prima cosa che colpisce è che per parlare di ciò che è più grande, Gesù sceglie ciò che è più piccolo. E per raccontare la forza di Dio, indica qualcosa che lavora senza farsi vedere. Piccolezza e nascondimento sono due parole che sembrano non essere più di moda nel nostro tempo. Siamo tutti tentati di alzare la voce, di occupare la scena, di dimostrare continuamente agli altri quanto valiamo. Persino il bene rischia di diventare qualcosa da esibire, quasi che senza uno sguardo che ci applaude non abbia più significato. Eppure il ci consegna una logica diversa: ciò che è davvero vivo non ha bisogno di fare rumore per crescere. Un seme non pretende di essere ammirato mentre germoglia. Il lievito non chiede di essere riconosciuto mentre trasforma la pasta. Entrambi compiono la loro opera accettando di scomparire agli occhi. Forse anche noi dovremmo smettere di misurare il valore della nostra vita con la visibilità che otteniamo. Ci sono gesti minuscoli che salvano una giornata, fedeltà silenziose che tengono in piedi una famiglia, preghiere nascoste che nessuno conosce, parole dette sottovoce che restituiscono coraggio. Il Regno di Dio cresce anche così, senza clamore e senza cercare premi, dentro l'ordinario. Gesù non ci chiede di diventare irrilevanti, ma di credere che la grandezza di una vita non coincide con la sua esposizione. Ci invita a custodire il bene con il pudore con cui si custodisce ciò che è prezioso. Perché l'amore, quando è autentico, non cerca una vetrina: cerca qualcuno da raggiungere. E spesso le cose che cambiano davvero il mondo cominciano proprio dove nessuno sta guardando.

di don Luigi Maria Epicoco

26/10/2026

C'è un dettaglio bellissimo nel racconto della donna che da diciotto anni vive curva su se stessa così come ce lo racconta il di Luca di oggi: ella non chiede nulla a . Non lo chiama, non si fa avanti, non trova nemmeno le parole per domandare aiuto. È Gesù che la vede, la chiama e le dice: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». A volte la vita ci ripiega su noi stessi a tal punto da toglierci persino la capacità di pregare. Non perché abbiamo smesso di credere, ma perché la sofferenza può diventare così ingombrante da occupare tutto il nostro sguardo. Si finisce per vedere soltanto le proprie ferite, i propri fallimenti, le occasioni perdute. E quando si è ripiegati su se stessi diventa difficile vedere il volto degli altri e persino riconoscere quello di Dio. La cosa più consolante di questo Vangelo è che Gesù sa ascoltare anche una preghiera che non è mai stata pronunciata. Sa leggere quel desiderio di salvezza che noi non sappiamo più trasformare in parole. Non aspetta che quella donna trovi la forza di raddrizzarsi per incontrarlo: è Lui che prende l'iniziativa e la raggiunge proprio lì dove è rimasta prigioniera. E il segno della guarigione non è soltanto la fine di un'infermità. È il fatto che finalmente quella donna può stare diritta, guardare davanti a sé, alzare gli occhi verso il cielo. Forse anche noi abbiamo bisogno di un miracolo così: non semplicemente che scompaiano tutti i nostri problemi, ma che essi smettano di tenerci chini, ripiegati, incapaci di accorgerci che esiste ancora una vita oltre il nostro dolore. La fede comincia anche da questa certezza: quando non riusciamo più a cercare Dio, Dio non smette di cercare noi. E ci rialza perché possiamo tornare a guardare la vita negli occhi.

di don Luigi Maria Epicoco

24/10/2026

Nella pagina del di oggi due fatti di cronaca sconvolgono le persone che vanno da : alcuni Galilei uccisi da Pilato e diciotto persone morte sotto il crollo di una torre. Davanti a queste tragedie Gesù pronuncia parole che sembrano durissime: «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Ma che cosa significa? Che Dio è pronto a punirci con altre disgrazie? Assolutamente no. Gesù rifiuta proprio l'idea che chi soffre sia più colpevole degli altri. Piuttosto ci costringe a guardare una verità che preferiamo dimenticare: la nostra vita non è infinita. Prima o poi moriremo tutti, ma il problema non è soltanto morire. Il vero dramma sarebbe arrivare alla fine senza aver mai trasformato la nostra esistenza in qualcosa di buono per qualcuno. Dovremmo avere il coraggio di domandarci: se morissi oggi, che cosa rimarrebbe di me nel cuore degli altri? Un gesto di amore, una parola che ha rialzato qualcuno, una ferita perdonata, un po’ di bene seminato senza pretendere nulla? Chi vive così non sfugge alla morte, ma le impedisce di avere l'ultima parola. Perché la morte può interrompere i nostri giorni, non può cancellare il bene che abbiamo donato. Ed è qui che diventa singificativa la parabola del fico sterile. Il contadino chiede ancora un anno per zappare la terra e concimarla. È l'immagine della pazienza di Dio, che non si stanca di offrirci possibilità di cambiamento. Ogni giorno che ci viene dato non è semplicemente tempo da consumare, ma un'occasione per portare frutto. La conversione non consiste nel vivere terrorizzati dalla fine, ma nel decidere finalmente di non sprecare il presente. Non domani, ma proprio oggi stesso. Dio non ci chiede di sapere quando moriremo. Ci chiede di cominciare oggi a vivere in modo che, quando accadrà, qualcosa del nostro amore continui a vivere.

di don Luigi Maria Epicoco

23/10/2026

«E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?». Questa domanda di sembra rivolta proprio a noi, che sappiamo spiegare tante cose, ma spesso non sappiamo più distinguere ciò che è bene da ciò che semplicemente ci conviene. Siamo diventati esperti di nuvole, particelle, algoritmi e tecnologie, eppure rischiamo di essere analfabeti davanti alla nostra coscienza. Possediamo strumenti sempre più sofisticati per conoscere il mondo, ma non sempre abbiamo il coraggio di interrogarci su come abitarlo. Gesù ci ricorda che la fede non è una scorciatoia per evitare la fatica di pensare. Non è qualcuno che decide al posto nostro, dispensandoci dalla responsabilità delle scelte. Credere significa anche imparare a discernere, cioè a guardare la realtà senza lasciarsi ingannare dalla comodità, dalla paura o dall'interesse. La coscienza non è la voce dei nostri capricci: è il luogo serio, libero e delicato in cui ci lasciamo provocare dalla verità. Per questo va educata, ascoltata, messa alla prova. Una fede matura non consiste nell'obbedienza cieca a un'istituzione, come se bastasse delegare ad altri il compito di vivere. Consiste piuttosto nel lasciarsi formare, lentamente, uno sguardo capace di riconoscere il bene anche quando costa. non ci chiede di spegnere l'intelligenza, ma di usarla fino in fondo, illuminata dal . E forse il segno più bello di una vita cristiana adulta è proprio questo: non ripetere automaticamente risposte imparate, ma diventare persone capaci di assumersi il peso delle proprie risposte. Perché alla fine, nessuno può amare al posto nostro, nessuno può scegliere il bene al posto nostro. E la fede è autentica quando ci rende abbastanza liberi da guardare le cose con gli occhi di Cristo, e abbastanza coraggiosi da agire di conseguenza.

di don Luigi Maria Epicoco

22/10/2026

«Il padrone tarda a venire». È questa la frase con cui il servo del di oggi comincia a tradire la fiducia ricevuta. Non smette semplicemente di aspettare: comincia a comportarsi come se tutto fosse roba sua. E così il potere, che gli era stato affidato per custodire, diventa uno strumento per dominare. È una tentazione che riguarda tutti, soprattutto quando abbiamo delle responsabilità. Possiamo facilmente confondere l'autorità con il possesso, il servizio con il privilegio, il compito ricevuto con il diritto di fare ciò che vogliamo. Ma nessuno di noi è padrone della propria vita, e proprio per questo nessuno può sentirsi padrone della vita degli altri. Siamo, al massimo, dei fiduciari: persone a cui è stato consegnato qualcosa di prezioso da amministrare in assenza del vero Padrone. Questo vale in famiglia, nel lavoro, nella , ovunque qualcuno dipenda dalle nostre decisioni. Una responsabilità non ci rende superiori a chi ci è affidato, ma maggiormente responsabili del suo bene. Il servo infedele comincia a percuotere gli altri quando dimentica di dover rendere conto a qualcuno. Quando perdiamo il senso del limite, finiamo per usare le persone invece di servirle. La vigilanza di cui parla non consiste nel vivere terrorizzati dal suo ritorno, ma nel domandarci ogni giorno se stiamo amministrando con giustizia ciò che non è nostro. Il Padrone, tornando, non deve trovare favoritismi, soprusi, arbitri mascherati da “è volontà di Dio”. Deve trovare persone che hanno saputo custodire, non approfittare. Anche quando sediamo sulle poltrone dei capi il Vangelo ci ricorda che quella poltrona non è un trono. È un posto da cui imparare a servire. E il vero esame della nostra autorità sarà sempre il bene che avremo fatto a chi non aveva il potere di ricambiarci.

di don Luigi Maria Epicoco

20/10/2026

«Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese». non ci chiede di vivere con l'angoscia della fine, ma con la consapevolezza del valore immenso di ogni istante. Essere pronti alla morte non significa disprezzare la vita. Significa esattamente il contrario: amarla così tanto da non sprecarla. Chi sa che tutto può finire impara a riconoscere ciò che conta davvero. Una parola di perdono rimandata, un abbraccio negato, una telefonata che continuiamo a rinviare, un bene possibile che non facciamo: sono queste le cose che dovrebbero preoccuparci, non il fatto che un giorno moriremo. La morte, quando la guardiamo senza fuggire, ha il potere di rimettere ordine nelle nostre priorità. Ci ricorda che tante battaglie a cui dedichiamo energie sono inutili e che molte cose che diamo per scontate sono invece essenziali. Rimanere svegli, come chiede il , significa allora non lasciarsi ipnotizzare dall'urgenza delle cose secondarie. Si può essere indaffaratissimi eppure addormentati, attraversare giornate piene senza aver vissuto davvero neppure un minuto. La vigilanza cristiana non è la paura di essere sorpresi impreparati, ma la libertà di chi sceglie di essere presente alla propria vita. La lucerna accesa è un cuore che continua ad amare, anche nella fatica. La cintura ai fianchi è la disponibilità a fare oggi il bene che non va rimandato a domani. Dio, quando busserà, non dovrà trovarci intenti a custodire una vita che non abbiamo mai osato vivere. Dovrà trovarci vivi, capaci di gratitudine, di scelte, di dono. Perché prepararsi all'eternità non significa smettere di abitare il tempo, ma imparare finalmente ad abitarlo con tutto il cuore. Non è importante sapere quando arriverà quell'ora. È importante che, arrivando, non ci trovi impreparati.

di don Luigi Maria Epicoco

19/10/2026

nel di oggi ci mette in guardia da una tentazione che attraversa il cuore di tutti: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni». La cupidigia non è semplicemente il desiderio di possedere molte cose. È la convinzione che ciò che abbiamo possa metterci al sicuro dalla vita. Accumuliamo denaro, riconoscimenti, relazioni, come se bastasse circondarci di qualcosa per non avere più paura. Ma le cose possono renderci la vita più comoda, non possono darle un significato. Possono proteggerci da qualche bisogno, non possono salvarci dalla solitudine, dalla morte, dal vuoto che ci abita. Il grande equivoco è pensare che il verbo “avere” possa sostituire il verbo “essere”. Eppure nessuno di noi vale per ciò che possiede. Il nostro valore precede ogni conquista e resiste a ogni perdita. Possiamo perdere tutto senza per questo smettere di essere qualcuno. Anzi, spesso è proprio quando non abbiamo più niente a cui aggrapparci che scopriamo chi siamo davvero. In realtà, noi diventiamo veramente noi stessi quando impariamo a donare. Il dono è il contrario della cupidigia, perché mentre la cupidigia stringe le mani per trattenere, l'amore le apre per consegnare. Chi accumula vive con il timore che qualcosa finisca. Chi dona scopre che la vita cresce quando viene condivisa. Gesù non ci chiede di disprezzare i beni, ma di non trasformarli in un idolo. Le cose sono buone quando servono la vita, diventano una prigione quando pretendiamo che siano esse a salvarla. Alla fine non ci sarà chiesto quanto siamo riusciti a conservare, ma quanto amore abbiamo avuto il coraggio di mettere in circolo. Perché la nostra vera ricchezza non è ciò che resta nelle nostre mani, ma ciò che attraverso le nostre mani è arrivato agli altri.

di don Luigi Maria Epicoco

17/10/2026

«Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo gli sarà perdonato, ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo non sarà perdonato». Sono parole che possono spaventare, soprattutto se immaginiamo che stia parlando semplicemente di una bestemmia pronunciata con le labbra. In realtà qui è in gioco qualcosa di molto più profondo. La bestemmia contro lo Spirito Santo è il rifiuto ostinato di quella grazia attraverso cui Dio vuole salvarci. Non significa che esista un peccato più grande della misericordia di Dio, ma che persino la misericordia, per salvarci, ha bisogno di essere accolta. Pensiamo a una persona che sta affogando e non sa nuotare. Qualcuno le lancia un salvagente. Tutto ciò che deve fare è aggrapparsi. Se però decide ostinatamente di rifiutarlo, quel salvagente non potrà salvarla. Non perché chi glielo ha lanciato abbia smesso di volerla salvare, ma perché nessuna salvezza può essere imposta contro la libertà. è venuto precisamente per questo: raggiungerci mentre stavamo affogando e offrirci una possibilità di salvezza. Lo Spirito Santo rende presente dentro la nostra vita questa possibilità, ci convince del peccato, ci apre alla verità, ci spinge alla conversione, ci fa desiderare di tornare a Dio. Rifiutare lo Spirito significa allora arrivare al punto di chiamare inutile proprio ciò che potrebbe salvarci. Significa chiudere la porta dall’interno e continuare a rifiutare la mano che Dio non smette di tenderci. L’«imperdonabile» non descrive quindi il limite della misericordia di Dio, ma il dramma della nostra libertà. Dio può perdonare ogni peccato, ma non può costringerci ad accogliere il suo perdono. Per questo queste parole di Gesù non dovrebbero generare paura, ma responsabilità. Finché desideriamo essere salvati, finché sentiamo il bisogno di tornare a Dio, finché siamo disposti ad aggrapparci alla sua misericordia, quella porta è ancora aperta.
Il vero pericolo non è essere caduti. È convincersi di non avere più bisogno della mano che può rialzarci.

di don Luigi Maria Epicoco

Indirizzo

Via Trapani Lombardo, 33/Gallico
Reggio Di
89135

Notifiche

Lascia la tua email e sarai tra i primi a sapere quando Parrocchia San Biagio - Gallico RC pubblica novità e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Il Luogo Di Culto

Invia un messaggio a Parrocchia San Biagio - Gallico RC:

Scelte rapide

Condividi

Categoria