Parrocchia San Biagio - Gallico RC

Parrocchia San Biagio - Gallico RC Pagina ufficiale della Parrocchia di San Biagio vescovo e martire in Gallico e della diocesi di Reggio Calabria - Bova

ORARIO SANTE MESSE:

Dal LUNEDÌ al SABATO
Santa Messa a San Biagio ore 19:00. DOMENICA Sante Messe:
ore 8:30 a San Biagio;
ore 9:45 a Santa Domenica;
ore 11:00 a San Biagio.

01/09/2026

La parola di non è una parola come tutte le altre. Il di oggi sottolinea che Egli parlava «con autorità». Ma che cosa significa davvero questa espressione? Significa che la sua parola non si limita a spiegare qualcosa, ma produce conseguenze concrete nella vita di chi l'ascolta. La parola di Cristo cambia la realtà. La reazione dell'uomo posseduto da uno spirito impuro ne è la dimostrazione. Davanti a Gesù il male comincia a gridare. È come se non riuscisse a sopportare quella parola, perché sa che quando parla seriamente nella vita di qualcuno, tutto ciò che lo tiene prigioniero comincia a perdere potere. È questa forse una delle ragioni più profonde per cui dovremmo leggere ogni giorno il Vangelo. Qualcuno potrebbe domandare: perché tornare continuamente su quelle pagine? Perché leggere e rileggere parole che magari conosciamo già? Perché il Vangelo non serve soltanto a conoscere meglio Gesù. Serve a lasciare che Gesù parli dentro la nostra vita. Ci sono infatti prigioni che nessun ragionamento riesce ad aprire. Pensieri negativi che ritornano continuamente, paure che condizionano le nostre scelte, sensi di colpa che ci tengono inchiodati al passato, rancori che non riusciamo ad abbandonare, logiche sbagliate che lentamente diventano il nostro modo abituale di pensare. Molte volte tentiamo di discutere con tutto questo. Gesù, invece, nel Vangelo pronuncia una parola molto più radicale: «Taci! Esci da lui!». Leggere il Vangelo ogni giorno significa allora permettere a questa voce di diventare più forte delle voci che ci imprigionano. Forse la vera domanda non è semplicemente quanto Vangelo conosciamo, ma quanta autorità permettiamo alla parola di Cristo di avere nella nostra vita. Perché quando quella Parola viene davvero accolta, qualcosa dentro di noi comincia a diventare libero.

di don Luigi Maria Epicoco

31/08/2026

Il ritorno di a Nazaret gli offre l'occasione di parlare nella sinagoga davanti alle persone che lo conoscono da sempre. Ma c'è un dettaglio decisivo: Gesù non si limita ad annunciare una Parola. Offre se stesso come compimento concreto di quella Parola. In altre parole, ciò che dice e ciò che è coincidono. È una caratteristica che non dovremmo mai dimenticare quando pensiamo al cristianesimo. La fede non è innanzitutto una spiegazione della realtà. Non è una teoria sul dolore, sulla gioia, sull'amore, sulla morte o sulla vita. È un'esperienza concreta attraverso cui tutte queste cose possono essere vissute in maniera nuova. Per questo la persona di Gesù è inseparabile dal suo messaggio. Se togliamo il corpo di , la concretezza della sua storia, i suoi gesti, i suoi incontri, la sua morte e la sua risurrezione, e conserviamo semplicemente alcune sue parole, abbiamo eliminato una parte essenziale del cristianesimo. Pensiamo a un bambino che ha bisogno di sentirsi amato. Potremmo spiegargli perfettamente che cos'è l'amore. Potremmo offrirgli la definizione più precisa possibile. Ma quel bambino continuerà ad avere bisogno di una cosa molto più semplice: un abbraccio. Perché l'amore diventa comprensibile soltanto quando diventa esperienza. Dio ha fatto esattamente questo con noi. Non ci ha mandato semplicemente una spiegazione dell'amore. Ci ha mandato suo Figlio. Gesù è l'abbraccio concreto di Dio alla nostra umanità. È la Parola che diventa carne, entra nella nostra storia e condivide fino in fondo la nostra condizione. Forse molta della nostra crisi di fede nasce proprio dall'aver ridotto il a una teoria. Conosciamo parole, principi, precetti, spiegazioni, ma rischiamo di non fare più esperienza di Cristo.

di don Luigi Maria Epicoco

29/08/2026

Il martirio di san Giovanni Battista non serve semplicemente a ricordarci la storia cruenta di un uomo che muore vittima del potere. Il ci mette davanti a qualcosa di ancora più inquietante: un capriccio affettivo e relazionale finisce per costare la vita a un profeta. E allora nasce inevitabilmente una domanda: vale davvero la pena dire la verità se il prezzo può essere così alto? È una domanda molto meno lontana dalla nostra vita di quanto immaginiamo. Certamente a noi, nella maggior parte dei casi, nessuno taglierà materialmente la testa. Ma esistono molti altri modi per essere messi fuori gioco. Possiamo essere emarginati, esclusi, giudicati, perdere il consenso degli altri, compromettere una posizione, un'amicizia, una convenienza. È per questo che tante volte scegliamo il silenzio. Accade nei luoghi di lavoro, nelle famiglie, nella politica, nelle questioni culturali. Sappiamo che dovremmo dire qualcosa, ma calcoliamo immediatamente le conseguenze e preferiamo tacere. Naturalmente il cristianesimo non ci chiede di trasformarci in persone polemiche, aggressive o continuamente impegnate a combattere contro qualcuno. Dire la verità non significa usare la verità come un'arma. Giovanni Battista non muore perché ama lo scontro. Muore perché ama la verità più della propria convenienza. È questa la differenza decisiva. Il cristiano non cerca la persecuzione e non gode quando viene osteggiato. Ma non può nemmeno fare della paura delle conseguenze il criterio con cui decide ciò che deve dire o fare. Ha senso essere cristiani senza il coraggio di Giovanni Battista? Ha senso credere al Vangelo immaginando che esso non ci porterà mai controcorrente? Forse dovremmo recuperare una distinzione importante: la prudenza non è vigliaccheria. Essere prudenti significa scegliere il modo e il momento giusto per dire la verità. Essere vigliacchi significa rinunciare alla verità soltanto per salvare noi stessi. Il martirio di Giovanni ci ricorda che ci sono cose più importanti persino della nostra tranquillità. La libertà, la dignità, la giustizia e soprattutto la verità possono domandarci un prezzo. Non dobbiamo desiderare di pagarlo. Ma se arriva il momento in cui dobbiamo scegliere tra salvare la nostra posizione e salvare la verità, allora Giovanni Battista ci ricorda che un cristiano deve sapere da quale parte stare. Perché il Vangelo non ci promette una vita senza opposizioni. Ci dona qualcosa di molto più grande: il coraggio di non tradire la verità per paura.

di don Luigi Maria Epicoco

28/08/2026

La memoria liturgica di sant'Agostino è accompagnata oggi dalla parabola delle dieci vergini. Cinque sono definite sagge e cinque stolte. Ma la cosa interessante è che la differenza tra loro non consiste nella fragilità. Tutte, infatti, a un certo punto si addormentano. È un particolare consolante: la santità non consiste nel non essere mai stanchi, nel non sbagliare mai, nel non attraversare mai momenti di debolezza. La vera differenza è altrove. Le vergini sagge hanno portato con sé dei piccoli recipienti con l'olio. Sembra un dettaglio insignificante, eppure proprio quel dettaglio decide tutto. Forse vuole ricordarci che le cose più importanti della vita non si reggono quasi mai sui grandi gesti, ma sulla fedeltà alle piccole cose. Un matrimonio non dura grazie a un unico gesto eroico d'amore, ma attraverso la cura quotidiana, l'attenzione, una parola detta nel momento giusto, un perdono continuamente rinnovato. Una vocazione non rimane viva grazie agli entusiasmi iniziali, ma attraverso la fedeltà nascosta di ogni giorno. Un'amicizia non resiste perché una volta abbiamo fatto qualcosa di straordinario, ma perché continuiamo a esserci. Noi invece siamo spesso affascinati dall'eroismo. Vorremmo essere capaci di grandi imprese e ci dimentichiamo che siamo semplicemente esseri umani. Sbagliamo, cadiamo, ci stanchiamo, qualche volta persino ci addormentiamo. Ma possiamo sempre custodire il nostro piccolo recipiente d'olio. Sant'Agostino ha trascorso una parte della sua vita cercando lontano ciò che in realtà gli era vicinissimo. Nelle Confessioni arriverà a riconoscere che Dio era più intimo a lui di quanto egli lo fosse a se stesso. È forse questa una delle grandi lezioni della sua conversione: possiamo cercare la felicità dappertutto e non accorgerci che il luogo decisivo dell'incontro con Dio è il nostro stesso cuore. Possiamo essere intelligenti, brillanti, persino geniali, e perdere proprio ciò che conta di più: Dio abita il piccolo vasetto d’olio del nostro cuore. La saggezza evangelica consiste forse nel comprendere il valore delle piccole fedeltà. Una fatta anche quando non ne abbiamo voglia. Un gesto di tenerezza. Una parola buona. Un dovere compiuto con amore. Un perdono. Qualche minuto di silenzio. È questo l'olio che mantiene accesa la lampada. E quando arriverà lo Sposo, forse scopriremo che l'eternità è stata preparata proprio attraverso tutte quelle piccole cose che ogni giorno abbiamo scelto di fare con amore.

di don Luigi Maria Epicoco

27/08/2026

«Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà». Forse potremmo tradurre la provocazione del di oggi con una domanda molto semplice e insieme destabilizzante: e se dovessimo morire proprio oggi? Confesso che ogni volta che penso seriamente alla possibilità della morte sento dentro di me una sorta di vertigine. Non è un pensiero facile, né qualcosa che immediatamente ci restituisce serenità. Eppure non ci ricorda la morte per imprigionarci nell'angoscia. Fa esattamente il contrario: ci ricorda che dobbiamo morire perché possiamo finalmente domandarci per che cosa vale davvero la pena vivere. Quando dimentichiamo che il tempo è limitato, rischiamo di sprecarlo. Rimandiamo le cose importanti, coltiviamo risentimenti inutili, investiamo energie in questioni che tra qualche anno non avranno più nessun peso. Viviamo come se avessimo infinite possibilità di ricominciare. Ma abbiamo una sola vita e ogni istante che ci viene dato è unico e irripetibile. La memoria della morte, allora, non serve a renderci tristi, ma a renderci essenziali. Ci costringe a distinguere ciò che conta da ciò che semplicemente ci distrae. C'è però qualcosa che rende persino la morte affrontabile: l'esperienza di essere amati. Chi sa di essere amato può trovare il coraggio persino di compiere quell'ultimo salto nel vuoto, perché la fede gli suggerisce che quel vuoto non è veramente vuoto. È il salto di chi confida che dall'altra parte ci siano delle braccia pronte ad afferrarlo. Forse allora la domanda non è semplicemente quando moriremo, ma come la morte ci troverà. Sarebbe bello che ci trovasse vivi. Vivi davvero. Appassionati, intenti ad amare, occupati nelle cose che contano, riconciliati con le persone importanti, capaci di non sprecare ciò che ci è stato affidato. Vegliare significa vivere così. Non aspettare la morte con paura, ma vivere in modo che essa non trovi una vita rimandata. Forse la grazia più grande da chiedere oggi è proprio questa: che quando arriverà quell'ora non ci trovi pieni di rimpianti per una vita non vissuta, ma profondamente grati per aver amato, rischiato, perdonato, donato e accolto tutto ciò che ci è stato dato.

di don Luigi Maria Epicoco

26/08/2026

Nella pagina del di oggi continua la sua invettiva contro l'ipocrisia degli scribi e dei farisei, ma questa volta usa un'immagine che dovrebbe accompagnarci seriamente nel nostro esame di coscienza: «Siete simili a sepolcri imbiancati». Un sepolcro può essere bellissimo all'esterno, curato, persino monumentale, ma dentro in ogni caso custodisce la morte. È un'immagine durissima, ma tremendamente attuale. Viviamo in una società che ci educa continuamente a prenderci cura di ciò che appare. Dobbiamo sembrare felici, realizzati, forti, sicuri. Possiamo avere una vita apparentemente perfetta e portarci dentro una profonda tristezza. Possiamo sorridere davanti agli altri e convivere con un'angoscia che nessuno conosce. Possiamo avere successo e sperimentare un terribile vuoto interiore. Possiamo essere circondati da persone e sentirci profondamente soli. In pratica possiamo sembrare vivi ma ci portiamo la morte dentro. Il problema non è avere delle ferite interiori. Il problema è imbiancare continuamente il sepolcro facendo finta che quelle ferite non esistano. Gesù non usa questa immagine per condannarci, ma per portare alla luce ciò che tentiamo di nascondere, perché solo ciò che viene alla luce può essere veramente guarito. Forse oggi vuole dirci proprio questo: non scendere a compromessi con la morte che ti porti dentro. Non abituarti alla tristezza, all'angoscia, alla mancanza di senso, al vuoto. Non pensare che basti continuare a funzionare perché tutto vada bene. Abbi il coraggio di dare un nome a ciò che ti abita e, quando è necessario, di lasciarti aiutare. La fede non è l'arte di nascondere meglio le nostre ferite. È il coraggio di portarle davanti a Cristo perché possano essere raggiunte dalla sua luce. La conversione comincia forse proprio quando smettiamo di imbiancare l'esterno e permettiamo finalmente al Signore di entrare dentro. Perché Cristo non è venuto a rendere più belli i nostri sepolcri. È venuto a tirarci fuori da essi e a restituirci alla vita.

di don Luigi Maria Epicoco

25/08/2026

Il rimprovero che rivolge agli scribi e ai farisei nel di oggi, chiamandoli «ipocriti», non riguarda semplicemente una categoria di persone vissute duemila anni fa. È una parola che tocca direttamente ciascuno di noi, perché tutti corriamo il rischio di diventare rigorosissimi nelle cose secondarie e molto superficiali proprio in quelle essenziali. Possiamo, ad esempio, essere irreprensibili nelle nostre pratiche religiose, fedeli alla , attenti ai precetti, precisi in tutto ciò che esteriormente identifica una vita credente, e nello stesso tempo trascurare ciò che Gesù considera decisivo: «la giustizia, la misericordia e la fedeltà». È questo il grande pericolo della religiosità quando perde il cuore. Possiamo usare le cose di Dio per costruire un'immagine rassicurante di noi stessi senza permettere a Dio di cambiarci veramente. Possiamo apparire devoti e continuare a essere duri con gli altri. Possiamo pregare molto e perdonare poco. Possiamo conoscere perfettamente ciò che è giusto e non avere misericordia verso chi sbaglia. A che cosa serve allora un'osservanza esteriore se non produce un cambiamento interiore? È precisamente questa l'ipocrisia che Gesù vuole smascherare. Non è semplicemente fingere davanti agli altri. È costruire una distanza tra ciò che mostriamo e ciò che realmente portiamo nel cuore. Per questo Gesù usa un'immagine estremamente efficace: «Fariseo cieco, pulisci prima l'interno del bicchiere, perché anche l'esterno diventi pulito!». Il cristianesimo procede sempre dall'interno verso l'esterno. Non basta cambiare i comportamenti se non lasciamo che la grazia raggiunga le motivazioni profonde da cui quei comportamenti nascono. Gli altri vedono soltanto l'esterno del bicchiere. Possono vedere ciò che facciamo, ascoltare ciò che diciamo, conoscere l'immagine che mostriamo. Ma esiste una parte di noi che conosciamo soltanto noi e Dio. Forse allora la domanda del Vangelo di oggi è molto semplice: come sta l'interno del mio bicchiere? Non come appaio, ma come sono veramente quando nessuno mi guarda. Perché la santità non consiste nell'avere un'esteriorità impeccabile, ma nel permettere a di rendere vero, misericordioso e limpido il nostro cuore. Quando cambia l'interno, prima o poi anche l'esterno comincia a raccontare la stessa verità.

di don Luigi Maria Epicoco

24/08/2026

«Natanaele esclamò: “Da Nazaret può ve**re qualcosa di buono?”. Filippo gli rispose: “Vieni e vedi”». È sorprendente che proprio nella festa di san Bartolomeo, identificato dalla tradizione con Natanaele, il ci consegni innanzitutto un suo limite: il pregiudizio. Anche un potenziale santo può essere prigioniero dei propri pregiudizi. In fondo Natanaele ci assomiglia molto. Anche noi siamo spesso convinti di avere capito una persona, una situazione, persino Dio, semplicemente sulla base delle nostre impressioni, di ciò che abbiamo sentito raccontare, delle esperienze passate o delle categorie attraverso cui siamo abituati a leggere la realtà. Il pregiudizio funziona esattamente così: pretende di conoscere prima ancora di aver incontrato. Ci offre una spiegazione anticipata della realtà e, proprio per questo, ci impedisce di lasciarci sorprendere da essa. Filippo non tenta di convincere Natanaele con un ragionamento. Non gli dice che si sbaglia e non comincia una discussione. Gli propone qualcosa di molto più efficace: «Vieni e vedi». Cioè: fai esperienza, verifica personalmente, incontra Colui sul quale hai già formulato un giudizio. È forse questa l'unica vera cura contro il pregiudizio: l'esperienza diretta. Anche i cristiani, essendo esseri umani come tutti, possono vivere di pregiudizi. La fede, però, dovrebbe educarci a non considerarli mai l'ultima parola. Un credente dovrebbe essere qualcuno disposto continuamente a lasciarsi smentire dalla realtà e soprattutto da Dio. La cosa più bella della storia di Natanaele è che egli accetta l'invito. Va a vedere. Ed è proprio lì che accade l'incontro con . Colui che aveva cominciato domandandosi se da Nazaret potesse ve**re qualcosa di buono finisce per riconoscere in quell'uomo il Figlio di Dio. Forse anche nella nostra vita Dio si nasconde dietro qualcosa che abbiamo già scartato. Una persona che abbiamo giudicato, una situazione che abbiamo classificato, una strada che abbiamo escluso. Soltanto chi accetta di andare oltre ciò che pensa di sapere può ancora lasciarsi sorprendere da Dio.

di don Luigi Maria Epicoco

23/08/2026

«Ma voi, chi dite che io sia?»

Che tradotto significa: "chi sono veramente io per te?". Da questa risposta dipende molto della nostra esperienza spirituale. Infatti Gesù potrebbe essere un semplice antidolorifco contro la sproporzione di questa vita, una stampella per le nostre paure, un dispensatore di saggezza a basso costo, un ricordo d'infanzia, un nemico da combattere...oppure il Cristo il Figlio del Dio vivente.

di don Luigi Maria Epicoco

22/08/2026

Ci sono delle volte in cui nella vita occupiamo dei posti di responsabilità. Avere responsabilità non significa semplicemente comandare ma significa capire che le nostre scelte possono condizionare la vita degli altri. Un maestro, un padre, una guida: sono le tre parole che usa nella pagina del di oggi. Esse rappresentano tre luoghi di responsabilità relazionale. Chiunque indica la strada a qualcun altro deve ricordarsi di non essere il padrone delle strade. Chi si ritrova la vita di un altro affidata alle proprie braccia, alla propria cura, deve sempre ricordarsi di non essere l'autore della vita. Chi introduce gli altri all'esperienza del senso deve sempre ricordarsi di non essere egli stesso il senso. In pratica dobbiamo imparare a relativizzare le nostre responsabilità perché l'Assoluto è solo Dio e noi siamo relativi a Lui. Se i nei nostri ambienti familiari, se in una scuola, nella politica, nella società, nella , noi ci rendiamo conto che la responsabilità non è un privilegio ma un compito importante che ha a che fare con Dio, allora smettiamo di giocare a fare Dio e cominciamo davvero ad essere d’aiuto al prossimo. La festa di Maria Regina di cui facciamo memoria oggi, ci mette davanti agli occhi Colei che pur occupando il posto più preminente dopo Cristo non ha mai usato questo privilegio a suo vantaggio ma lo ha solo e sempre messo a servizio di tutti.

di don Luigi Maria Epicoco

Indirizzo

Via Trapani Lombardo, 33/Gallico
Reggio Di
89135

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