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Unhcr, diminuiscono i rifugiati nel mondo ma aumentano i ritorni forzatiSecondo il Global Trend Report 2026 dell'Alto Co...
16/06/2026

Unhcr, diminuiscono i rifugiati nel mondo ma aumentano i ritorni forzati

Secondo il Global Trend Report 2026 dell'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati, molti rientri di persone nei Paesi di origine avvengono in contesti ancora instabili e in modo forzato. Entro il 2035 l'Agenzia delle Nazioni Unite punta a dimezzare il numero dei rifugiati in esilio. Ungaro: “Queste persone vogliono rimanere in una situazione di limbo e sperano di poter tornare a casa il prima possibile”

Il 2025 si attesta come l’anno con il più alto numero di conflitti dal 1946: 75 guerre attive, secondo l’Uppsala Conflict Data Program. Eppure è anche il primo anno, dopo un decennio, in cui diminuisce il numero delle persone costrette alla fuga, che pur rimanendo su livelli drammaticamente elevati, si attesta a 117,8 milioni, rispetto ai 123 milioni dell’anno precedente. È quanto emerge dal Global Trends Report 2026 dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), presentato oggi, giovedì 11 giugno, nell’anno in cui ricorre il 75° anniversario della Convenzione sui rifugiati. Cala del 3% il numero globale dei rifugiati (41,6 milioni) e quello degli sfollati interni, che secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre, si attesta a 68,6 milioni, con una diminuzione del 7% rispetto all’anno precedente.

Picco di rientri in un contesto globale sempre più instabile
Alla luce del crescente contesto di instabilità globale, i risultati del rapporto potrebbero sembrare un paradosso, ma i conti tornano se si guarda all’altro grande dato segnalato dall’Unhcr: quello dei ritorni nei Paesi di origine, aumentato del 49% rispetto al 2024, che segna il secondo picco più alto degli ultimi sessant’anni. Nel 2025, infatti, 14,7 milioni di persone sono ritornate nelle loro nazioni di provenienza, tra cui 4,4 milioni di rifugiati e 10,3 milioni di sfollati interni. Solo lo scorso anno, 5,4 milioni di persone sono state costrette a fuggire da guerre, violenze e persecuzioni cercando protezione in altri Paesi. Oltre il 70% dei rifugiati proviene da Afghanistan, Sud Sudan, Sudan, Siria, Ucraina e Venezuela. Mentre il Sudan resta la crisi più grave al mondo, con 9,1 milioni di sfollati interni, in Medio Oriente, l’altro grande scenario di guerra, si contano circa un milione di profughi in Libano e 3,2 milioni di persone temporaneamente sfollate in Iran. "Viviamo in un mondo turbolento, dove a conflitti irrisolti se ne aggiungono di nuovi. Questo incide fortemente sull’aumento del numero di persone rifugiate o sfollate", spiega ai media vaticani il portavoce dell’Unhcr Filippo Ungaro.

Tra ritorni volontari e rimpatri forzati
I rifugiati "non vogliono rimanere in una situazione di limbo e sperano di poter tornare a casa il prima possibile", osserva ancora Ungaro. Da una parte vi sono i ritorni volontari, che rappresentano la principale soluzione auspicata sia dall’Unhcr che dalle persone in fuga. Dall’altra, una quota significativa è costituita da rimpatri forzati, avvenuti in condizioni estremamente precarie e in contesti ancora instabili, soprattutto in Afghanistan, Sudan e Siria. In altri casi le persone sono state costrette a tornare in assenza di reali alternative, perché non hanno trovato nei Paesi ospitanti opportunità di integrazione e inclusione. Lo scorso anno quasi 46.000 persone apolidi hanno acquisito la cittadinanza in 24 nazioni. Secondo i dati del rapporto, in cima alla classifica dei Paesi ospitanti ci sono la Colombia con 2,8 milioni di rifugiati, la Germania (2,7 milioni) e la Türkiye (2,4 milioni). Altrettanto preoccupanti sono le condizioni di vita delle persone intrappolate in esilio. A essere costretto per lunghi periodi a vivere in “un limbo” lontano da casa è il 70% dei rifugiati, spesso sotto la soglia di povertà, mentre il 68% è ospitato da Paesi a basso e medio reddito.

Integrazione, lavoro e reinsediamento
Per fronteggiare il fenomeno, l’Unhcr punta a dimezzare entro il 2035 il numero dei rifugiati in esilio prolungato, invitando la comunità internazionale a sostenere politiche che favoriscano l’autonomia delle persone attraverso programmi concreti, creando al tempo stesso condizioni adatte e sicure per i ritorni volontari. "L’assistenza umanitaria salva vite, ma non è il punto d’arrivo e non consente ai rifugiati di diventare protagonisti attivi del proprio futuro", osserva l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Barham Salih. "Bisogna lavorare molto sull’integrazione - afferma il portavoce dell’Unhcr - , sull’inclusione e sulla valorizzazione delle loro capacità, che vanno a beneficio anche dell’economia delle comunità ospitanti", affinché i rifugiati possano avere accesso ai servizi nazionali e al mercato del lavoro. L’obiettivo è dunque quello di ampliare le opportunità di ritorno volontario, reinsediamento in Paesi terzi dei casi più vulnerabili e rilascio di visti umanitari, permessi di lavoro e borse di studio. Nel 2025, tuttavia, la forbice tra bisogni e posti disponibili si è ulteriormente ampliata: rispetto all’anno precedente, il numero di persone che hanno avuto accesso a programmi di reinsediamento o sponsorizzazione, si è più che dimezzato.

Il caso italiano
Infine, il rapporto mette in luce anche il caso italiano: il Paese ha ospitato oltre 132.000 rifugiati, 234.000 richiedenti asilo e oltre 60.000 cittadini ucraini beneficiari di protezione temporanea. L’Italia continua inoltre a sostenere l’Unhcr nelle emergenze umanitarie e a promuovere iniziative di sviluppo, inclusione lavorativa e canali regolari e sicuri di ingresso, dai corridoi umanitari a quelli universitari e lavorativi.
- Tratto da Vatican News -

15/06/2026
SHE EMPOW(H)ERS Padre Emanuele Ciccia sta trascorrendo un breve periodo in Sardegna in visita alla sua famiglia e Gioved...
14/06/2026

SHE EMPOW(H)ERS
Padre Emanuele Ciccia sta trascorrendo un breve periodo in Sardegna in visita alla sua famiglia e Giovedì 18 Giugno 2026 alle ore 18.00, lo si potrà incontrare perché prenderà parte ad un importante evento pubblico di divulgazione del progetto “SHE EMPOW(H)ERS – Donne protagoniste del cambiamento nell’East Bale – Etiopia”, finanziato dalla Regione Autonoma della Sardegna ai sensi della L.R. 19/96 sulla Cooperazione Internazionale che si terrà in Comunità.
Promosso dalla Città Metropolitana di Cagliari in partenariato oltreché con la Missionary Community of Villaregia – Robe Etiopia con l’ IPSIA Sardegna, il progetto sostiene percorsi di autonomia, istruzione, sensibilizzazione e tutela dei diritti di donne e ragazze nelle comunità rurali dell’East Bale, contrastando mutilazioni genitali femminili e matrimoni precoci attraverso il coinvolgimento di scuole, insegnanti, leader religiosi e comunità locali.
L’evento rientra nelle attività di comunicazione volte a promuovere una maggiore consapevolezza sui temi dell’uguaglianza di genere, dell’accesso all’istruzione e della tutela dei diritti umani e nell’incontro di Giovedì 18 Giugno sono previsti interventi con approfondimenti sulle azioni previste in sia Etiopia che in Sardegna.
Ti aspettiamo, non mancare!

13/06/2026

I valori dello sport hanno la capacità di unire le persone, abbatte...

12/06/2026

“Lasciare un’impronta nel digitale: come i giovani, coinvolgendo le comunità, possono trasformare il mondo” è il titolo del tutorial WeCa disponibile sul sito www.webcattolici.it, su Youtube e su www.facebook.com/webcattolici. Introdotto dal presidente WeCa Fabio Bolzetta, scritto da suor Ro...

11/06/2026

Con il tuo aiuto, ogni giorno siamo accanto a bambini, giovani e do...

Minori, 473 milioni vivono in aree colpite dalle guerreDa Gaza al Libano passando per il Sudan, il Mozambico, la RD Cong...
09/06/2026

Minori, 473 milioni vivono in aree colpite dalle guerre

Da Gaza al Libano passando per il Sudan, il Mozambico, la RD Congo e l’Ucraina: la quota di bambini che vivono in zone di guerra è quasi raddoppiata, passando dal 10 per cento degli anni Novanta a circa il 19 per cento oggi.

Il primo pensiero va inevitabilmente a loro: erano almeno 150, avevano tra i sette e i dodici anni, frequentavano la scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, in Iran, e lo scorso 28 febbraio sono state uccise negli attacchi militari scatenati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. È uno degli episodi che meglio esplicita il significato della Giornata internazionale dei bambini innocenti vittime di aggressioni, istituita dall’Onu nel 1982 e celebrata ogni 4 giugno per ricordare che, ancor più oggi, i minori non sono vittime collaterali. Nelle guerre contemporanee i minori sono spesso le prime vittime.

Sfollati, le guerre provocano più spostamenti interni dei disastri naturali
Un nuovo drammatico dato emerge dal rapporto annuale dell’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC): alla fine del 2025 erano 82,2 milioni gli sfollati interni nel mondo.
Lo sono perché al centro dei conflitti ci sono sempre più le grandi città e le aree metropolitane, ritenute strategiche perché centro del potere politico e infrastrutturale. Lo sono perché, nell’era dei social media e delle immagini, colpire le città produce immagini immediate, semina il panico e aumenta la pressione politica. Lo sono per via dei droni, le armi guidate a distanza che hanno trasformato il modo di combattere le guerre perché economici, difficili da intercettare e sempre più diffusi. E che se sulla carta sono venduti come sistemi capaci di colpire con precisione, sempre più spesso finiscono per mietere vittime tra la popolazione civile.

Da Gaza al Libano passando per Sudan e Ucraina
A Gaza, secondo Unicef, dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023 sono 21.000 i bambini uccisi, 45.000 quelli feriti e mutilati
A Gaza, secondo Unicef, dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023 sono 21.000 i bambini uccisi, 45.000 quelli feriti e mutilati (AFP or licensors)
Il risultato è certamente evidente a Gaza e la cronaca lo dimostra: nei bombardamenti della scorsa notte, su 7 vittime, 4 di loro erano bambini. Nella Striscia, secondo Unicef, dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023 sono 21.000 i bambini uccisi, 45.000 quelli feriti e mutilati, 56.000 gli orfani e un milione che ha bisogno di assistenza umanitaria, supporto psicologico e cure mediche. Ma lo è anche in Sudan, dove sempre secondo Unicef nei primi 90 giorni del 2026 sono stati almeno 245 i bambini uccisi o feriti: nel Paese in cui si sta consumando la più grave crisi umanitaria al mondo, nell’ottobre 2025 un attacco contro un centro per sfollati ad Al Fasher, nel Darfur, aveva causato la morte di almeno 17 bambini. Tra di loro, c’era un neonato di appena sette giorni. Sette giorni. Che dire dell’Ucraina, dove l’intensificarsi degli attacchi russi negli ultimi giorni sta avendo conseguenze devastanti per la popolazione: lo scorso primo giugno, a Dnipro, tra le macerie, sono stati trovati i corpi di due bambini. Uno di loro aveva tre anni. Ed è vero anche in Libano, dove alla fine di maggio Unicef ha denunciato che in una sola settimana una media di 11 bambini libanesi al giorno è stata uccisa o ferita a causa dell’intensificazione degli attacchi israeliani: in una settimana, sono stati registrati 77 minori colpiti dalle Forze armate israeliane.

I dati globali
È importante, anche solo per questa giornata, evitare di rincorrere la cronaca e proporre analisi per fermarsi invece a riflettere su un numero che spaventa: 473 milioni di bambini, più di uno su sei nel mondo, vivono oggi in aree colpite da conflitti armati. È il dato più alto da decenni. Non solo: 47,2 milioni di bambini risultavano sfollati a causa di conflitti e violenze. La quota di bambini che vivono in zone di guerra è quasi raddoppiata: dal 10 per cento degli anni Novanta a circa il 19 per cento oggi. Gli ultimi dati a disposizione delle Nazioni Unite risalgono al 2024, definito dall’Unicef come «uno dei peggiori anni per i bambini coinvolti nei conflitti»: si registravano 41.370 gravi violazioni contro 22.495 bambini. Per inciso, bambini violati significa bambini uccisi, mutilati, reclutati come combattenti, vittime di violenza sessuale, privati degli aiuti umanitari o colpiti da attacchi a scuole e ospedali. È il dato più alto mai registrato.

Tinikho e Fiel, due piccoli mozambicani
A due anni di distanza dagli ultimi dati disponibili, a 44 anni dall’istituzione di questa giornata, non abbiamo motivo di credere che le cose stiano migliorando. I dati ce lo confermano, le storie ce le raccontano. Fra Luca Santato, frate minore cappuccino missionario da nove anni in Mozambico, ci racconta quella di Tinikho: «A soli due mesi, questa bambina ha perso la mamma. Erano assieme al mercato, quando un camion ha sbandato e la mamma è stata investita. È morta sul colpo. Ha fatto appena in tempo a lanciare la piccola, come fosse un sacco di patate, e a metterla in salvo. L’abbiamo presa dalla discarica di Maputo con ferite ovunque e, con l’aiuto di sua nonna, la stiamo curando. Oggi sta molto meglio. Così come felice e sereno, seppur orfano, è Fiel: ha compiuto sei anni proprio il primo giugno. Io lo avevo conosciuto nelle discariche di Maputo quando vendeva fagioli».

RD Congo, l’educazione che salva: il recupero dei bambini-soldato
La stessa felicità si vede negli occhi di Démocratie, un bambino assistito dalla Fondazione agostiniani nel mondo in Repubblica Democratica del Congo: «Questo è il nome che mi sono scelto poiché, anche se la democrazia non l’ho mai conosciuta, credo sia la cosa più importante. Sono stato rapito all’età di 12 anni dalla milizia ribelle LRA. Mi hanno torturato e usato come uno schiavo. Ho passato dieci anni nella foresta, dove sono stato addestrato come soldato. Ho ucciso. Era il nostro primo dovere, quello che ognuno di noi doveva fare se non voleva morire. Ho sempre obbedito e sono stato attento a non commettere errori. Ho scalato la gerarchia militare fino a diventare capo della guardia personale di Joseph Kony. Quella posizione mi ha permesso anni dopo di scappare. Oggi ho 25 anni, vivo in una capanna con mia sorella e i suoi 8 figli in Congo. Cammino chilometri per andare a scuola, chilometri per andare a lavorare: inseguo il mio sogno, quello di diventare un medico».

Due periferie del mondo
Mozambico e Repubblica Democratica del Congo. Due periferie del mondo in cui si consumano, sotto al silenzio del mondo, le atrocità peggiori. In Mozambico l’età media è di 16 anni, i minori costituiscono oltre il 50 per cento della popolazione, ma a causa dell’insurrezione jihadista nella provincia settentrionale di Cabo Delgado e della crisi politico-istituzionale, 4,8 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria. Di questi, 3,4 milioni sono bambini. Nell’agosto 2025 una nuova ondata di violenza a Cabo Delgado ha costretto più di 30.000 bambini a lasciare le proprie case in appena quindici giorni. Molti sono stati separati dai familiari. In Repubblica Democratica del Congo una sorte simile tocca a milioni di minori intrappolati in uno dei conflitti più lunghi e dimenticati del pianeta. Secondo l'UNICEF, nel Paese circa otto milioni di bambini necessitano assistenza umanitaria, mentre quattro milioni di minori vivono oggi in condizioni di sfollamento interno a causa delle violenze che devastano soprattutto le province orientali del Nord Kivu e del Sud Kivu.

Donare un sorriso ai bambini in guerra
Marco Rodari ha 50 anni. È nato a Leggiuno, sul Lago Maggiore, in provincia di Varese. Di mestiere fa il clown. Il suo nome d’arte è il Pimpa
Eppure, Tinikho, Fiel e Démocratie sorridono. Chi si prende cura di loro quotidianamente non ha esitato a dirci che sono bambini felici. Ci sembrerà assurdo. Come è possibile? Come si può continuare a sorridere quando la guerra ti ha portato via la casa, la scuola, gli amici o perfino i genitori? Come può un bambino continuare a giocare, ridere e immaginare il futuro quando attorno a lui tutto parla di violenza e precarietà? Come si fa? Lo abbiamo domandato a chi, di mestiere, cerca di fare proprio questo: far ridere i bambini nei contesti di guerra. Lui si chiama Marco Rodari, alias Il Pimpa e da oltre 15 anni va nelle aree di conflitto per portare il sorriso ai bambini dove sembra non esserci spazio per nulla. «Si parla di aggressione fisica, è quella che i nostri occhi possono meglio comprendere, davanti a un bambino che perde una gamba, perde un arto in guerra - ci racconta -. E poi si parla di aggressione emotiva. È lo spegnersi dell'essere bambino. Davanti all'aggressione, davanti alle violenze, il bambino si chiude, smette di essere un bambino. La cosa più triste è che l'aggressione è fatta da adulti, sempre. Sono sempre i grandi che aggrediscono i bambini. È fondamentale invece seminare nei bambini la meraviglia, la gioia, il sorriso. Perché il nostro obiettivo è uno solo: far sì che possano restare bambini».
-Tratto da Vatican News-

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