Oratorio di Villa Clelia

Oratorio di Villa Clelia Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Oratorio di Villa Clelia, Organizzazione religiosa, Via San Donato 189, Quarto Inferiore.

10/04/2022
11/08/2021

💙 Quando un padre o una madre pregano per i propri figli, la preghiera si fa sempre accorata, drammatica, seria. È terribile amare qualcuno e non poter far nulla, specie quando quel qualcuno lo consideri più importante della tua stessa vita. il vangelo di oggi ci racconta la preghiera di un padre così: “Si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell’acqua. L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo». La preghiera che nasce da chi ama e soffre proprio perché ama, è preghiere che credo arrivi a Dio con una dirittura prioritaria assoluta. Ecco perché quando una preghiera simile non viene esaudita, anche la fede vacilla, perché rimane incomprensibile come sia possibile rimanere indifferenti davanti a una richiesta simile. Ma il mistero della sofferenza è appunto un mistero, qualcosa cioè che non riusciamo a comprendere fino in fondo. Dio ci chiede di vincere questo mistero fidandoci, e non tirando conclusioni con ragionamenti affrettati. Il fatto del vangelo di oggi è proprio una mancata guarigione: “non hanno potuto guarirlo”. Allora Gesù si fa portare quel ragazzo e lo esorcizza Egli stesso davanti a tutti. La cosa però che preme ai discepoli è perché loro non ci sono riusciti: “Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile». Questa razza di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno»”. “Per la vostra poca fede”, è una sentenza che dovrebbe farci riflettere molto. L’errore dei discepoli non è tecnico. Non hanno sbagliato rituale, o parole, o gesti, o intenzioni, ma ciò che dà valore a tutto è l’avere o non avere fede. La fede vera consiste nel credere più in Gesù che nelle nostre forze o nelle nostre capacità. “Da quel momento il ragazzo fu guarito”.
Mt 17, 14-19

24/07/2021

“Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò”. Tutti noi ci sforziamo di vivere la nostra vita prendendone il meglio e anche quando mettiamo tutte le nostre forze al servizio del bene accade una cosa che non dobbiamo dimenticare: il male fa la sua comparsa in maniera a noi misteriosa. Cosa bisogna però fare quando ciò accade? È la stessa domanda dei servi della parabola di oggi: “Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla?”. Sembra la cosa più logica: mettersi a togliere il male dalle cose. Ma la verità è un’altra, e ce la racconta la saggezza del padrone: “No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”. Certe volte animati dalla voglia di togliere il male dalle cose, togliamo anche il bene. E la voglia di sterminare ciò che non va ci fa sacrificare anche ciò che va. Il primo grande modo per combattere il male è avere pazienza. È saperlo mettere in minoranza. È accettare che ci sia. È confidare che solo il Signore alla fine farà piazza pulita. Combattere il male significa ammettere che c’è, chiamarlo per nome, dirlo ad alta voce. Ma allo stesso tempo non avere troppa fretta di trovare una cura che nel tentativo di curare la malattia uccida anche il paziente. Questa pazienza è la prima vera manifestazione della forza del bene. Il male è impaziente, il bene sa attendere il tempo opportuno. Chi si agita fa danni, chi riesce a non farsi prendere dal panico alla fine vince.
Mt 13, 24-30

26/03/2021

“«Giovanni non ha fatto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui”. L’espressione finale del vangelo di oggi sembra fornirci la chiave di lettura migliore. Infatti di Giovanni non si raccontano miracoli, e tutto quello che ha tentato di fare è umanamente fallito con la sua morte cruenta ad opera di Erode. Eppure quello che sembrava essere un fallimento non lo è stato davvero. Tutta la vita di Giovanni ha sempre indicato ciò che contava, e paradossalmente anche la sua morte. E forse pensando proprio alla violenza della morte torna in auge il tema fondamentale del vangelo di oggi: Quando non si hanno più ragioni allora si sceglie la violenza. Era così ai tempi di Gesù ed è così anche ai nostri giorni: “I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. Gesù rispose loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?»”. Finché la violenza ha a che fare con le pietre è facilmente riconoscibile, ma ci sono tantissimi modi di usare la violenza. C’è quella delle parole ad esempio, o anche quella dei silenzi. Nelle nostre case le parole o i mutismi sono forme di violenza che usiamo quando i nostri dialoghi non riescono ad avere la meglio. Gesù sta tentando di dialogare con i Giudei, ma davanti alle evidenze che Egli porta, l’unica risposta che riceve è quella della violenza. Sentirsi i possessori della Verità delle volte ci arma contro gli altri. La prova vera di essere nella Verità è la capacità di dialogare sempre, e con tutti. E lì dove il mondo protesta noi dobbiamo poter offrire invece il martirio del dialogo, sempre, anche quando sembra inutile, anche quando sembra fallimentare. Perché alla fine non importa se quello che di giusto abbiamo fatto ha portato il risultato sperato. A noi il Signore ha chiesto di testimoniarlo e non di convincere il mondo. Quanto sarebbe bello se il mondo ci riconoscesse come cristiani proprio per la nostra capacità di dialogo.
Gv 10,31-42

27/12/2020

"Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui". L'amore funziona solo quando è ancora disposto a stupirsi per ciò che ama. Molte nostre famiglie (oggi è la festa della Santa Famiglia) non funzionano perché hanno perso lo stupore nel guardarsi. Funziona ormai solo il pregiudizio: "ti conosco bene!". Eppure la verità più vera di ogni ambiente sano è potersi sentire addosso uno sguardo che ti dice "sei molto di più di ciò che sembri!". Solo quando è preservato il mistero che c'è dentro ognuno di noi, solo allora le relazioni ci fanno essere felici. Le relazioni che ti catalogano, che non ti danno nessun altra possibilità, che ti costringono a interpretare i sogni degli altri, sono destinate a creare solo infelicità e dolore. Maria, Giuseppe e Gesù sono una famiglia perchè hanno saputo rispondere ai problemi "insieme", e permettendo a ognuno di essere se stesso in questo "insieme". Il loro amore non è inarrivabile, anzi, è messo lì per ricordarci in che modo dovremmo essere famiglia noi. Solo così si cresce: "Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui". Sono convinto che molti nostri ragazzi dicono di non credere in Dio semplicemente perchè nelle loro famiglie sono stati delusi dall'amore. Dio è amore, e se l'amore ti ha fatto soffrire allora sembra logico non crederci più. Possa la festa di oggi donarci un'occasione ancora.

Il mondo non ci appartiene.La vita neppure.Tutto è un dono! Ogni tanto sulla terra ( molto più spesso di quanto immagini...
04/10/2020

Il mondo non ci appartiene.
La vita neppure.
Tutto è un dono!
Ogni tanto sulla terra ( molto più spesso di quanto immaginiamo) nascono guerrieri della Luce, a raccontarcelo di nuovo.
Grazie Francesco d'Assisi!

Auguri a tutti i Francesco e Francesca❤

01/06/2020

LA PIU' GRANDE FATICA INTERIORE E' NON SENTIRSI MAI ABBANDONATI!
"Quali che siano gli eventi, ricordatevi di due cose: Dio non abbandona nessuno. Quanto più vi sentite solo, trascurato, vilipeso, incompreso, e quanto più vi sentirete presso a soccombere sotto il peso di una grave ingiustizia, avrete la sensazione di un'infinita forza arcana che vi sorregge, che vi rende capaci di propositi buoni e virili, della cui possanza vi meraviglierete, quando tornerete sereno. E questa forza è Dio"
San Giuseppe Moscati

28/03/2020

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. F***e tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma ve**re a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

(PAPA FRANCESCO, MEDITAZIONE, MOMENTO STRAORDINARIO DI PREGHIERA IN TEMPO DI EPIDEMIA PRESIEDUTO.
Sagrato della Basilica di San Pietro, Venerdì 27 marzo 2020)

20/03/2020

Dio, nostro Divino Padre e Creatore, per favore, cammina per casa mia e togli tutte le mie preoccupazioni e malattie, e per favore veglia e guarisci la mia famiglia. Amen💕🙏🏻

09/02/2020

Vige, nel nostro modo di vivere, la grande tentazione di pensare che la nostra vita vale per quello che facciamo. Così riempiamo talmente tanto di fare la nostra esistenza da non lasciare più spazio al verbo essere. Cioè non lasciamo più spazio a ciò che siamo veramente e pensiamo di coincidere solo con le nostre opere. Così entriamo in crisi quando la vita ci costringe a rallentare il passo. Questa sembra la tentazione degli apostoli nel Vangelo di oggi: “Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato”. Davanti a quella che può sembrare una condivisione, Gesù compie un gesto inaspettato. Credo che lo faccia appositamente per costringere questi suoi amici a considerare le cose da un altro punto di vista: “egli disse loro: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po'». Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare”. Non avere il tempo sembra la frase simbolo della nostra società. Quando non si ha tempo non si sente più il sapore delle cose, il gusto della vita stessa. E senza sapore è difficile riuscire a continuare a vivere senza desiderare fortemente un’evasione. Ecco perché è necessario di tanto in tanto prendersi degli spazi di vuoto, di sosta, di silenzio, di solitudine: “Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte”. È bello pensare che Gesù ha a cuore il fatto che non perdiamo mai di vista il motivo per cui le cose valgono la pena. E che esaurirci, anche per cose buone, non dà gloria a Dio ma suscita solo la preoccupazione di Gesù. Ma sappiamo anche che questo desiderio di stare in disparte con i suoi discepoli per farli riprendere, viene demolito dalla folla che si presenta esattamente dall’altra parte della riva dove erano diretti. Eppure più che un finale negativo, sembra invece l’atteggiamento che Gesù ha con tutto quello che ci segue anche quando tentiamo di fare silenzio e metterci in disparte: “si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”.
Marco 6,30-34

Indirizzo

Via San Donato 189
Quarto Inferiore
40127

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