Vicina è la Parola

Vicina è la Parola Commenti alla liturgia del giorno, meditazioni, liturgia...

"Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica" (Dt 30,14)

Pagina personale di Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli.

24/05/2026

Solennità di Pentecoste – A
At 2,1-11 Sal 103 1Cor 12,3-7.12-13 Gv 20,19-23

CUSTODIRE LA DIVERSITÀ

Il compimento della Pentecoste di cui parlano gli Atti degli Apostoli non è solamente un dato temporale, non significa solo che sono trascorsi cinquanta giorni dalla Pasqua. Il compiersi della Pentecoste nel dono dello Spirito è il compimento della Pasqua; la Pasqua che giunge alla sua pienezza. Ma allora potremmo chiederci in che cosa consiste questo compimento della Pasqua? Perché il dono dello Spirito Santo che realizza un tale compimento?

La festa della Pentecoste ha un valore profondamente ecclesiale, ci dice che la Pasqua si compie nella comunità, nei discepoli e nelle discepole del Signore che diventano prolungamento della sua presenza nel mondo, delle sue opere, del suo annuncio del Regno di Dio. La Pasqua si compie nella comunità, si compie in noi. Si tratta di un compimento che ci sta sempre davanti, che non cessa mai… perché ogni credente, ogni generazione di discepoli ha il compito di aprirsi al dono dello Spirito Santo, perché la Pasqua di Gesù possa continuare a rinnovare la faccia della terra.

La Pentecoste ci dice qualcosa di più di questo compimento. Nel dono dello Spirito noi scopriamo che tale compimento non è opera nostra, ma viene da Dio. La comunità dei discepoli e delle discepole del Signore sa che il compimento della Pasqua in lei non è frutto delle sole sue forze, ma scopre con meraviglia, proprio come nel racconto degli Atti, che accade qualcosa che va al di là delle proprie possibilità e capacità. Il compimento della Pasqua in noi è un miracolo di Dio, non una nostra conquista. A noi resta da accogliere con docilità e apertura del cuore il dono dello Spirito, che è innanzitutto il dono della Parola, attraverso la quale lo Spirito di Dio plasma e rinnova il nostro cuore.

Ma i testi della Scrittura che abbiamo ascoltato oggi ci dicono qualcosa di ancora più sorprendente e profondo del compimento della Pasqua: lo Spirito compie la Pasqua in noi, nella comunità dei discepoli del Signore, non solo custodendo l’unità, ma anche custodendo la diversità. La Prima lettera ai Corinzi è molto chiara: «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti». L’immagine del corpo e delle membra è eloquente: non potrebbe vivere un corpo le cui membra hanno tutte le medesima funzione; nello stesso tempo non può vivere un corpo le cui membra non contribuiscono tutte a una vita comune di tutto il corpo. Anche negli Atti degli Apostoli non si afferma che tutti ascoltassero un’unica lingua, ma che ognuno sentisse gli Apostoli parlare nella propria lingua nativa. Si domandano: «come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?». È un aspetto molto importante dal momento che nel breve testo degli Atti viene sottolineato per ben tre volte. Il dono dello Spirito, il compimento della Pasqua non consiste nel creare uniformità, ma nel custodire quella comunione che può vivere solamente salvaguardando la diversità. Paradossalmente ogni tentazione di uniformità non può essere frutto dello Spirito di Dio, ma del «Divisore». È il «Divisore» che cerca l’uniformità, perché nell’uniformità non ci può essere autentica e profonda comunione.

Per ogni comunità cristiana la Pentecoste porta un annuncio fondamentale. I discepoli e le discepole di Gesù sanno che la loro identità più profonda consiste nell’essere il compimento della Pasqua del Signore, un compimento che è sempre davanti a noi; ogni comunità cristiana sa che un tale compimento non è frutto dei propri sforzi, ma di apertura all’azione di Dio; la Chiesa sa che lo Spirito di Dio crea la comunione custodendo le diversità, facendole diventare non occasione di conflitto, ma una sinfonia attraverso la quale ancora oggi il mondo può ascoltare, come nel giorno di Pentecoste, «le grandi opere di Dio».

Per questo motivo, per il mistero della Pentecoste, la comunità cristiana non può che edificarsi nella preghiera e nella liturgia: perché la sua vita non è opera nostra, ma opera di Dio. Senza preghiera e senza liturgia la Pasqua rimane un lontano ricordo, la comunità frutto dei nostri inutili sforzi, l’unità ricerca di sterile uniformità. Nella preghiera i discepoli diventano memoria vivente del Signore, accolgono la comunione come dono, vivono la diversità come sinfonia dello Spirito che plasma in noi il volto di Cristo.

Matteo Ferrari, Priore di Camaldoli

Esercizi spirituali al S. Eremo di Camaldoli: 0575 556021 - eremo@camaldoli.it
02/05/2026

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Ritiro di Pentecoste 2026 a Camaldoli
25/04/2026

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Quaresima al S. Eremo di CamaldoliDurante il tempo di Quaresima è possibile trascorrere qualche giorno di ritiro persona...
25/02/2026

Quaresima al S. Eremo di Camaldoli
Durante il tempo di Quaresima è possibile trascorrere qualche giorno di ritiro personale condividendo il ritmo della preghiera liturgica della Comunità monastica, nell'ascolto della Parola, nel silenzio.
0575 556021 - [email protected]

Mercoledì delle CeneriGl 2,12-18; Sal 50; 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18ELEMOSINA, PREGHIERA, DIGIUNOOgni anno l’inizio d...
18/02/2026

Mercoledì delle Ceneri
Gl 2,12-18; Sal 50; 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18

ELEMOSINA, PREGHIERA, DIGIUNO

Ogni anno l’inizio della Quaresima è segnato dal brano del Vangelo di Matteo che abbiamo ascoltato, nel quale Gesù fa riferimento a tre elementi fondamentali della spiritualità ebraica: elemosina, preghiera, digiuno. Nelle Pirqè Avot, le “Parole dei Padri”, troviamo un detto attribuito a Simeone il Giusto che afferma: «Il mondo poggia su tre colonne: lo studio della Torah, la preghiera (‘avodà) e le opere di misericordia» (Pirqè Avot 1,2). Mancherebbe il digiuno, che tuttavia compare accanto a preghiera ed elemosina nei giorni penitenziali. Il digiuno (Ta’anit) non è uno dei tre pilastri originari dei Pirqè Avot, ma è uno strumento centrale per la conversione. La liturgia, quindi, ci propone di iniziare la Quaresima guardando a questi “tre pilastri”, che possono sostenere il nostro cammino di conversione, di ritorno al Signore, di riscoperta del nostro Battesimo.

Innanzitutto l’elemosina: «quando fai l’elemosina». Il primo pilastro per un cammino di conversione sono le opere di misericordia. Si parte dall’elemento più concreto ed esterno, più visibile, che tocca le nostre relazioni interpersonali. Noi forse partiremmmo dalla preghiera, dall’ascolto della Parola. E, da un certo punto di vista, sarebbe giusto. Anche Benedetto ci dice di non anteporre nulla all’Ufficio divino. Eppure il Vangelo parte dalla misericordia vissuta in gesti concreti nei confronti dei fratelli e delle sorelle. La prima dimensione, che può smuovere il nostro cuore e sgretolare le nostre resistenze, consiste nel vivere la misericordia attraverso gesti concreti. L’elemosina va vissuta in modo da non apparire, da non farne un motivo di vanto.

Ma poi c’è la seconda colonna, la preghiera: «quando pregate». La seconda colonna è quella centrale e quindi, forse, la più importante. Non ci può essere autentica conversione senza preghiera e senza ascolto della Parola di Dio. Solo nella relazione con Dio può avvenire la conversione, che è opera dello Spirito in noi e non frutto dei nostri sforzi. Qui si inserisce anche l’ascolto della Parola, che non ha una funzione “informativa”, ma possiede la forza di convertire il nostro cuore e di renderci veri discepoli e discepole del Signore. La preghiera va fatta «nel segreto», cioè deve essere vera, vissuta a tu per tu con il Signore, in uno spazio anche esteriore che permetta l’ascolto.

Infine il digiuno: «quando digiunate». La conversione ha bisogno anche di gesti concreti che tocchino il nostro corpo. Il nutrirsi è l’elemento che ci mantiene in vita. Se guardiamo alle tre colonne del mondo della tradizione ebraica che abbiamo citato, forse il digiuno può corrispondere anche all’ascolto della Parola. Infatti: «Non di solo pane vive l’uomo, ma l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore» (Dt 8,3). Il digiuno non è solamente ascesi per irrobustire la nostra volontà, né soltanto sobrietà per condividere con chi è nel bisogno; il digiuno è creare un vuoto dentro di noi per ascoltare la Parola di Dio, che è il vero nutrimento che ci mantiene in vita e che converte il nostro cuore. Digiunare significa riconoscere che la fame della Parola è la risposta più autentica alle tante fami che segnano la nostra esistenza. Occorre digiunare nella gioia, profumarsi il capo, per annunciare che è la Parola che ci fa vivere e che ci custodisce nella gioia vera.

Ecco le tre colonne del mondo, le tre colonne che sostengono il nostro cammino quaresimale. Si tratta di dimensioni fondamentali della nostra vita umana e di fede, che esigono gesti concreti, decisioni e scelte capaci di toccare la nostra esistenza, non per auto-convertirci, ma per fare spazio all’azione di Dio nella nostra vita, per ritornare a Lui con tutto il cuore.

Una Parola che ci interroga e ci provoca all’inizio della Quaresima: tu che cosa intendi fare perché questo cammino di quaranta giorni nel deserto porti frutto in te?

Matteo Ferrari, Priore di Camaldoli

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