07/11/2012
Ha sete di te, Signore, l’anima mia (Sal.63,1-9)
Siamo ancora qui stasera!
Ha sete di te, Signore, l’anima mia. Ci hai fatto per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in te (Sant’Agostino).
Continua il salmista: Ho Dio, Tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco ha sete di te Signore l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta arida senz’acqua. Signore noi troviamo grande difficoltà a mettere in pratica il tuo invito, la prima parola che ci hai suggerito. Ascolta Israele! Ascolta popolo mio!
Molti di noi sono diventati adulti, come possiamo tornare bambini. Anche a noi, come ha già fatto qualcuno, viene da chiederti: Come può un anziano tornare nel seno della madre? E anche a noi rispondi: E’ lo Spirito che conta la carne non giova a niente.
Abbiamo ricevuto da tempo la pienezza dello Spirito: Spirito di Sapienza, di Intelligenza, di Consiglio, di Fortezza, di Conoscenza, di Pietà e di Timore del Signore. Da stasera vogliamo ricordarci di questi doni. Ogni volta che ci mettiamo ad ascoltarti, che cerchiamo di fare silenzio vogliamo invocarli.
“Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per santi secondo il disegno di Dio………”(Rm.8-30).
Vogliamo ancora riprendere quella bella immagine dell’ape che raccoglie dai fiori della tua Parola il polline dei tuoi sentimenti. E’ una bella immagine perché ci rimanda alla sapienza delle origini, dei nostri padri nella fede. Vogliamo fare come le api e raccogliere il polline della tua Parola, ma come possiamo ricavare da questo polline il miele di cui la nostra vita ha tanto bisogno?
Due caratteristiche sono necessarie per far sgorgare il miele e queste caratteristiche sono date dal caldo e dall’umido dell’alveare.
Questo humus nella nostra interiorità è dato dall’accettare un semplice concetto, che può diventare una virtù: l’umiltà.
Le Tue Parole trattenute al caldo della nostra anima, entrano in collisione con le nostre parole e ci umiliano, perché ci fanno sentire malati, bisognosi, ingiusti, peccatori e dunque bisognosi della misericordia di Dio e della sua salvezza. L’umiltà nasce solo dall’umilazione.
Gesù volendo dare un insegnamento sulla preghiera autentica narra la parabola del fariseo e del pubblicano rileggiamola in Luc. 18-9-14. Ammoniva ancora un padre del deserto: “Chi conosce il proprio peccato è più grande di chi fa miracoli e risuscita i morti”.
Non temiamo se il nostro cuore ci rimprovera qualcosa, Dio è più grande del nostro cuore.
Da questa umiliazione può sgorgare il miele dell’umiltà che fa nascere e nutre l’uomo nuovo.
don Enrico