Convento Santuario Santa Maria Occorrevole

Convento Santuario Santa Maria Occorrevole È luogo di formazione alla vita francescana dei novizi provenienti dalla Campania, Lucania, Puglia e Calabria.

PREGHIERA DEI FRATI

FERIALE
ore 7:00 Lodi Mattutine
ore 7:45 S. Messa
ore 12:00 Ora Media
ore 15:30 Ufficio delle Letture
ore 19:00 Vespri e Meditazione

FESTIVO
ore 8:00 Lodi Mattutine
ore 11:30 S. Messa
ore 17:00 Secondi Vespri (ore 18:00 luglio-agosto)
ore 18:00 S. Messa Vespertina (ore 19:00 luglio-
agosto)

NB
Gli orari possono subire variazioni in occasione di eventi past

orali o comunitari o dal periodo stagionale. Eventuali cambiamenti verranno comunicati attraverso Avvisi sulla Bacheca di questa pagina. Convento-Santuario dei Frati Minori
Noviziato Interprovinciale della COMPI - SUD
(Conferenza dei Ministri Provinciali Italiani - Sud Italia)

04/06/2026

Giovedì IX Settimana del Tempo ordinario
2Tm 2,8-15 Sal24 Mc 12,28-34

“Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno” (Mt 13,23)

Ascolta …: è un’arte che ha bisogno di continuo esercizio, confronto e sollecitudine. Nel brano di oggi, Marco inserisce l’introduzione alla preghiera (Shemà Israel) perché il primo comandamento è ascoltare il Signore, l’unico Signore che ci libera. “Ascoltare” vuol dire entrare in relazione con qualcuno in concreto. È un’azione personale, è uscire da se stessi affinché chi si ascolta diventi il primo. Così è anche nella storia di relazione con Dio: non è una cosa vaga, ma è una persona che ci parla nella storia in modo concreto, con la Sua Parola, con Gesù. Possiamo capire l’Amore e imparare ad amare ascoltando e mettendo in pratica, perché la persona è fatta per amare Dio e il prossimo con tutta se stessa, mettendo in gioco le sue parti essenziali, cuore, mente, forza interiore. Il comandamento dell’amore deve divenire il comandamento della vita, che fa vivere noi e gli altri. Amare…per credere!

Dalla Regola non bollata [FF 60]
Perciò, tutti noi frati, stiamo bene in guardia, perché, sotto pretesto di ricompensa, di opera da fare e di un aiuto, non ci avvenga di perdere o di distogliere la nostra mente e il cuore dal Signore. Ma, nella santa ca**tà, che è Dio, prego tutti i frati, sia i ministri che gli altri, che, allontanato ogni impedimento e messa da parte ogni preoccupazione e ogni affanno, in qualunque modo meglio possono, si impegnino a servire, amare, adorare e onorare il Signore Iddio, con cuore puro e con mente pura, ciò che egli stesso domanda sopra tutte le cose.

03/06/2026

Mercoledì IX Settimana del Tempo Ordinario
2Tm 1,1-3.6-12 Sal 122 Mc 12,18-27
San Carlo Lwanga e compagni, martiri - memoria

«Chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia» (2Tm 1,9).

San Paolo ricorda a Timoteo che il primo motivo per avere coraggio è quella forza ricevuta dalla «potenza di Dio». Lui infatti ci rivela chi siamo e quanto siamo amati. Lo spirito di timidezza spegne la gioia e le energie della vita. Ma il Signore ci dona forza, ca**tà, prudenza. Attraverso di Lui sappiamo chi siamo, scopriamo un “di più” di vita e di gioia. Ecco perché alla domanda dei Sadducei, Gesù risponde con le Scritture e con la potenza di Dio, cioè con l’amore. Vuole che ognuno scopri la propria identità e la profonda dignità. La legge dice che, se un uomo muore, “suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. Ma l’uomo è molto di più di un essere destinato a “dare discendenza”. La donna è molto di più di un semplice strumento “preso” per conseguire tale fine. L’uomo, la donna, sono figli di Dio infinitamente amati e destinati alla vita eterna. Siamo tutti fatti per il cielo, siamo fatti per la gioia e la vita piena.

Dalla Leggenda maggiore di San Bonaventura [FF 1127] Francesco disse al cardinale di Ostia: “Il Signore si compiace della povertà e soprattutto di quella che consiste nel farsi medicanti volontari per Cristo. E io, questa dignità regale che il Signore Gesù ha assunto per noi, facendosi povero per arricchirci della sua miseria e costituire eredi e re del regno dei cieli i veri poveri di spirito, non voglio scambiarla col feudo delle false ricchezze, a voi concesse per un momento”.

02/06/2026

Martedì IX Settimana del Tempo Ordinario
2Pt 3,11-15.17-18 Sal 89 Mc 12,13-17

“Volgiti a me e abbi pietà, perché sono povero e solo” (Sal 24,16)

Oggi, nel vangelo, Gesù si trova a dover affrontare farisei ed erodiani che prima lo lodano – “sei veritiero, insegni secondo verità” – poi gli tendono una trappola: “È lecito o no pagare il tributo a Cesare?” Qualsiasi risposta sarebbe sbagliata: sarà inviso al popolo se dice di pagare, infrange la legge se dice di non pagare. Con saggezza, sceglie di rispondere, di non entrare nella questione, ma neppure di fuggire. Mostra il denaro con l’immagine e l’iscrizione: “di chi è?”, chiede. Ecco la questione vera: di chi sei? a chi ti consegni? Non si tratta di contrapporre Dio e Cesare. Il mondo c’è, Cesare – ovvero la concretezza del mondo con le sue condizioni – c’è. Si tratta di restare di Dio mentre siamo in mezzo alle cose più concrete della vita: i lavori di casa, la salute o la malattia, gli impegni “spirituali” e quelli più concreti. Abbiamo bisogno di vivere la concretezza del mondo consegnati a Dio, con lo sguardo di chi ama il Signore e da lui si sente amato.

Dalla Leggenda Maggiore San Bonaventura [FF 1239]
Disteso sulla terra, dopo aver deposto la veste di sacco, sollevò la faccia al cielo, secondo la sua abitudine, totalmente intento a quella gloria celeste, mentre con la mano sinistra copriva la ferita del fianco destro perché non si vedesse. E disse ai frati: “Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni”.

01/06/2026

Lunedì IX Settimana del Tempo Ordinario
2Pt 1,2-7 Sal 90 Mc 12,1-12
San Giustino, martire - memoria

“Lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome” (Sal 90)

All’inizio della parabola, è evidente un attento lavoro di preparazione da parte del padrone: c’è una siepe, una buca, un torchio, una torre, tutti segni di una cura amorevole. È tutto pronto, la vigna ora può dare i suoi frutti migliori. Nel corso del racconto, poi, nonostante il rifiuto e il complotto, il padrone manifesta una forte ostinazione. Sì… c’è ostinazione nel voler tornare a prendere possesso di ciò che da sempre è suo: quella vigna tanto curata e amata, da cui vuole raccogliere, giustamente, i frutti attesi. Il suo è un amore forte e tenace. Non teme l’ostilità dei contadini, ma tenta e ritenta, fino a mettere in gioco tutto quello che può, fino a correre il rischio più grande: la vita del figlio amato. Un amore così forte e perseverante pensiamolo rivolto anche alla nostra vita. Anche nei miei confronti il Signore non si arrende, verso la mia vita, verso le mie cadute e fragilità, tenta e ritenta con pazienza. Desidera fortemente raccogliere i frutti del suo amore, da sempre riversato nei nostri cuori. Il nostro Dio, ostinato nell’amore, è continuamente disposto a ricominciare insieme a me.

Dalle Orazione sul «Padre nostro» [FF 268]
Sia santificato il tuo nome: si faccia luminosa in noi la conoscenza di te, affinché possiamo conoscere l’ampiezza dei tuoi benefici, l’estensione delle tue promesse, la sublimità della tua maestà e la profondità dei tuoi giudizi.

31 Maggio 2026I Domenica dopo Pentecoste - Anno ASANTISSIMA TRINITA' Es 34,4-6.8-9   Dn 3,52-56   2Cor 13,11-13   Gv 3,1...
31/05/2026

31 Maggio 2026
I Domenica dopo Pentecoste - Anno A
SANTISSIMA TRINITA'
Es 34,4-6.8-9 Dn 3,52-56 2Cor 13,11-13
Gv 3,16-18
(Liturgia delle Ore - I settimana del salterio)

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Bacio santo

Durante l’anno liturgico siamo soliti celebrare eventi con cui il Signore Dio ha costruito, lungo i secoli, quella storia della salvezza che, nella pienezza dei tempi, ha raggiunto il suo culmine di verità e grazia nella Pasqua di Cristo. In questa domenica, invece, non ricordiamo un evento di salvezza ma contempliamo il mistero della santissima Trinità. Il popolo ebraico adorava un solo Dio, i pagani armonizzavano più divinità in uno stesso culto; noi cristiani conosciamo l’unità nella distinzione, un solo Dio in tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Non si tratta di un astruso concetto teologico o di un’ingenua forzatura matematica con cui proviamo a sostenere un’impossibile equazione metafisica. Il dogma della Trinità è semplicemente il nome che abbiamo saputo dare a quel mistero di amore da cui la nostra vita ha origine: una comunione di persone, così unite in reciproca relazione da essere una cosa sola. Del resto, la Trinità non è altro che l’approfondimento di quanto lo stesso Dio ci ha rivelato di sé lungo la storia della salvezza, aprendoci continue finestre sul «mistero della sua vita» (colletta). Nel tempo della prima alleanza, egli ha iniziato a manifestare la sua natura, mostrandosi misericordioso e accondiscendente verso Israele. Senza voltare le spalle al popolo con cui ha deciso di entrare in una stretta relazione di alleanza, dopo l’episodio del vitello d’oro, il Signore Dio ha mantenuto fede al suo coinvolgimento, rivelando il suo nome e il suo volto:

«Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34,6).

La Legge, già data e subito infranta, con grande pazienza viene scritta di nuovo: è il mistero della condiscendenza di un Dio incapace di non curvarsi sulle sue creature per custodirne la vita e per farle diventare sua «eredità» (34,9).
Il vangelo completa e supera questo avvio di rivelazione, presentandoci Dio come un Padre che ama l’umanità a tal punto da donare quanto ha di più caro e prezioso:

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).

Dio è amore esagerato, eccedente, eccessivo: è relazione, comunione, affermazione dell’altro. Per questa sua natura, tutte le cose create – anche noi – sono e restano. Alla luce di questa rivelazione, possiamo comprendere meglio perché quando siamo o restiamo soli avvertiamo che non è bene e non ci sentiamo bene. Essere creati a immagine di una vita di comunione impone al nostro (modo di) essere un continuo esodo verso l’altro, in cui la nostra identità si può riconoscere, formare e compiere. Il tempo in cui viviamo sembra conoscere assai bene questa verità. Gran parte della vita economica e dello sviluppo tecnologico della nostra società fanno leva proprio su questo irriducibile bisogno di essere in relazione: parlare, restare in contatto, essere reperibili, poter guardare, ascoltare persone e avvenimenti lontani. Telefonia, Internet, sms, e-mail, social networks: sono tutti strumenti con cui tentiamo di esprimere il nostro strutturale bisogno di essere in relazione con gli altri.
Purtroppo, nonostante i potenti mezzi di comunicazione, una vera comunione difficilmente si realizza nella trama delle nostre vicende quotidiane. Molte volte i rapporti si incrinano, altre volte si spezzano definitivamente. Altre volte, poi, non riescono nemmeno a sbocciare, nonostante il nostro desiderio e la nostra disponibilità. Su tutto questo scenario fragile e incerto, non c’è condanna da parte di Dio, che sa bene quanto sia difficile vivere buone e durature relazioni d’amore. Avendo assunto la nostra natura umana, creata per tendere alla «perfezione» (2Cor 13,11) nella comunione, ma caduta nell’abisso dell’individualismo, Dio «non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17). La salvezza delle relazioni non consiste in un’esistenza al sicuro dai rischi del tradimento e del fraintendimento, ma in un cuore che sceglie di non chiudere mai definitivamente la porta all’altro, nemmeno quando il suo volto diventa quello del nemico.
La festa della Trinità non è dunque un momento di approfondimento teologico, ma il «bacio santo» (2Cor 13,12) con cui la liturgia vuole comunicarci il calore e la forza di un Dio che ci ha creato per renderci, a sua immagine e somiglianza, capaci e bisognosi di accogliere e di accoglierci:

«La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2Cor 13,13).

30/05/2026

Sabato VIII Settimana Tempo Ordinario
Gd17.20-25 Sal62 Mc11,27-33

La trasparenza del cuore

I farisei cercano in ogni modo di far cadere Gesù nelle loro trame, ogni loro domanda è fatta con inganno, non per conoscere veramente chi sia Gesù, ma per poterlo accusare. I capi dei sacerdoti non sanno che Gesù legge nei loro cuori, e si illudono di poterlo ingannare con i loro ragionamenti e pregiudizi. Gesù risponde alla loro domanda ponendo un interrogativo circa il battesimo di Giovanni il Battista: non vuole metterli in difficoltà, ma vincere la loro ipocrisia. Infatti dona loro un’occasione di conversione, la possibilità di cercare la verità negli eventi, vuole che si aprano alla luce di Dio. Ma questi uomini non sanno andare oltre i loro schemi prefissati, hanno il cuore indurito e non possono vedere, in colui che parla, l’uomo mandato da Dio. Di fronte a questa loro durezza, Gesù non risponde alla loro domanda, semplicemente perché non potrebbero capire la risposta, qualunque cosa dica. Anche a noi è chiesto un cuore attento, libero da pregiudizi e schemi, per non cadere nell’ipocrisia. Il Signore si rivela in un cuore semplice, dove c’è spazio per accogliere la sua luce e lasciarci illuminare dalla sua parola di verità.

Signore Gesù, donaci la trasparenza del cuore.

Dalla vita seconda di Tommaso da Celano [FF 714]
Mentre teneva in grande pregio la gioia spirituale, evitava con cura quella vana, convinto che si deve amare diligentemente ciò che aiuta a progredire, e allo stesso modo si deve evitare ciò che è dannoso. La vanagloria la stroncava ancora in germe, non permettendo che rimanesse neppure un istante ciò che potesse offendere gli occhi del suo Signore.

29/05/2026

Venerdì della VIII settimana del Tempo Ordinario
1Pt 4,7-13 Sal 95 Mc 11,11-25

Il vangelo di oggi ci propone due forti giudizi di Gesù: uno verso un albero di fichi pieno di foglie e senza frutti, l'altro verso i mercanti del Tempio che avevano fatto della casa di Dio un mercato piuttosto che un luogo di preghiera, di incontro con Dio. In fondo, sono due situazioni che possiamo vivere anche noi oggi. Possiamo infatti essere come quest'albero di fichi, pieni di belle parole, sempre pronti a dispensare buoni consigli ma poi incapaci di fare una buona azione. Insomma, tutte parole e niente frutto: c'è apparenza ma non c'è sostanza. Siamo un po', come diceva sant'Agostino: «simili a quei ceppi indicatori che indicano la strada, ma immobili nella sequela di Gesù». Possiamo correre anche il rischio di essere mercanti al Tempio: andiamo in Chiesa per i nostri interessi, per avere incarichi che ci permettano di dominare e non di servire. Spesso corriamo il rischio di fare della Chiesa una dispensatrice di servizi e di sacramenti a pagamento. Quanto poco proponiamo Gesù! Quanto poco Vangelo c'è nelle nostre iniziative. Abbiamo scambiato i valori, abbiamo barattato il Signore per i beni di questo mondo, per raggiungimenti di obbiettivi personali. Quando la gente entra in una chiesa cosa trova? Se le chiese si sono svuotate forse dovremmo fare anche un bell'esame di coscienza e chiederci quanto siamo credibili! Oggi, allora, nei nostri ragionamenti e nei nostri comportamenti poco cristiani, facciamoci rovesciare da Gesù, sapendo che la correzione non è per la morte ma per la vita.

«In quello stesso torno di tempo, mentre Francesco dimorava nel luogo della Porziuncola, fu assalito per il bene del suo spirito da una gravissima tentazione. Interiormente ed esteriormente ne era duramente turbato, tanto che alle volte sfuggiva la compagnia dei fratelli perché, sopraffatto da quella tortura, non riusciva a mostrarsi loro nella sua abituale serenità. Si mortificava, si asteneva dal cibo e dalla conversazione. Spesso si internava a pregare nella selva che si stendeva vicino alla chiesa, per dare liberamente sfogo all'angoscia e al pianto in presenza del Signore, affinché Dio, che può tutto, si degnasse d'inviargli dal cielo la sua medicina in quella così violenta tribolazione. E per oltre due anni fu tormentato giorno e notte dalla tentazione. Accadde che un giorno, mentre stava pregando nella chiesa di Santa Maria, gli fu detta in spirito quella parola del Vangelo: «Se tu avessi una fede grande come un granello di senape, e dicessi a quel monte di trasportarsi da quello a un altro posto, avverrebbe così. Francesco domandò: " E quale è quel monte? ". Gli fu risposto: " Il monte è la tua tentazione ". Rispose Francesco " Allora, Signore, sia fatto a me secondo che hai detto ". E all'istante fu liberato, così che gli parve di non avere mai sofferto quella tentazione» (Fonti Francescane 1591).

28/05/2026

Giovedì VIII Settimana del Tempo Ordinario
1Pt 2,2-5.9-12 Sal 99 Mc 10, 46-52

“Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Mc 10,51)

Bartimeo quando sente che il Signore sta passando inizia a gridare chiamandolo per nome e chiedendo prima di tutto misericordia. Egli è l’unico nel Vangelo di Marco che chiama Gesù per nome. Questo particolare fa intuire che Bartimeo conosceva chi fosse Gesù, il cui nome significa Dio salva. Conosce chi è Dio e chi è lui davanti a Dio, per questo sa cosa chiedere: “abbi pietà di me”. Quando gli riferiscono che il Maestro lo sta chiamando lui getta via il mantello, si spoglia di ciò che ha, lascia ciò che gli garantiva la vita e la protezione, balza in piedi e va da Gesù. Si spoglia dell’uomo vecchio e chiede che il Signore lo trasformi in uomo nuovo. Ed è questa la fede che lo salva, il suo abbandonarsi totalmente, senza voler trascinare con sé le sue povere certezze di prima.

Dalle Lodi di Dio altissimo [FF 261]
Tu sei bellezza, Tu sei mansuetudine.
Tu sei protettore, Tu sei custode e difensore,
Tu sei fortezza, Tu sei rifugio.
Tu sei la nostra speranza, Tu sei la nostra fede,
Tu sei la nostra ca**tà, Tu sei tutta la nostra dolcezza,
Tu sei la nostra vita eterna,
grande e ammirabile Signore,
Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.

27/05/2026

Mercoledì VIII Settimana Tempo Ordinario
1Pt 1,18-25 Sal 147 Mc 10,32-45

“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo” (Mt 28,20)

La paura e lo sgomento di chi segue Gesù verso Gerusalemme, la presunzione e l’inconsistenza di Giacomo e Giovanni, e l’indignazione degli altri discepoli, sono realtà che riflettono ciò che abita il cuore di ogni uomo. Per questo è consolante fissare lo sguardo su Gesù e gustare il suo modo di guidare i discepoli, con misericordia e verità. Gesù cammina davanti a tutti deciso, pur conoscendo nei dettagli il dolore che lo aspetta a Gerusalemme, e nel suo cammino non si stanca di rispondere e dialogare con chi, nonostante tutto, ancora non ha capito e “non sa cosa sta chiedendo”. Poi chiama a sé i suoi, per insegnare ancora e ancora che la vera gloria è nell’umiltà, che la grandezza non si conquista come possesso ma si gode la pienezza quando si perde la propria vita nel donarla agli altri. Guardando a Gesù, scegliendo di stare dietro a Lui, si riceve la forza per riprendere il cammino, decisi, verso la vera gloria.

Dalla Terza Lettera ad Agnese di Boemia [FF 2878-2879]
Abbraccia, vergine povera, Cristo povero. Vedi che egli per te si è fatto oggetto di disprezzo e seguilo, fatta per lui spregevole in questo mondo. Guarda, o regina nobilissima, il tuo sposo, il più bello tra i figli dell’uomo, divenuto per la tua salvezza il più vile degli uomini, disprezzato, percosso e in tutto il corpo più volte flagellato, perfino morente tra le angosce della croce: guardalo, consideralo, contemplalo, desiderando di imitarlo.

26/05/2026

Martedì della VIII settimana del Tempo Ordinario
1Pt 1,10-16 Sal 97 Mc 10,28-31
San Filippo Neri, sacerdote - memoria

Salvezza

Ciò che il Signore Gesù chiede ai suoi discepoli non è una pratica del distacco perseguita come fosse una pratica da fachiri. Ciò che viene proposto e richiesto è la capacità quotidiana di saper scegliere ciò che ci rende più agevole e autentico il cammino di quella «salvezza» (1Pt 1,10) di cui ci parla l’apostolo Pietro in apertura della prima lettura. L’apostolo ci ricorda che «sulla salvezza indagarono e scrutarono i profeti, che preannunciavano la grazia a voi destinata». È lo stesso Pietro a concludere la sua riflessione, ponendo questo cammino in un contesto la cui ampiezza e profondità sono magnificamente unici:

«come il Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta» (1Pt 1,15).

A fondamento di questo cammino, che coincide con l’interezza e la totalità della vita, viene posto l’antico appello rivolto al popolo di Dio, il quale si invera in ogni situazione di vita che si voglia aperta a una reale esperienza di grazia e di salvezza: «Poiché sta scritto: “Sarete santi, perché io sono santo”» (1,16).
Possiamo solo immaginare e, al contempo, non possiamo sottovalutare quale lungo cammino di comprensione e di accettazione sia avvenuto nel cuore dell’apostolo che si fa portavoce dei sentimenti e dell’imbarazzo di tutti:

«Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» (Mc 10,28).

Come al solito, Pietro reagisce in modo diretto e quasi istintivo, non solo per dichiarare il suo pensiero, cercando di farsi interprete di quello degli altri, ma anche per placare la sua angoscia davanti a quella realtà che non solo non capisce, ma che non vuole capire per paura di soffrire. Il lungo cammino di Pietro è il lungo cammino che spetta a ciascuno di noi, che abbiamo l’impressione di aver «lasciato tutto», persino la certezza di averlo «seguito», senza talora renderci ben conto di quanto e di come ciò che abbiamo lasciato è di gran lunga minore di ciò che abbiamo trovato e di ciò che abbiamo ricevuto in «case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi insieme a persecuzioni» (10,30).
Sicuramente ciò che ha impressionato Pietro e impressiona anche noi è la presenza di queste «persecuzioni», che sono il necessario sigillo che autentica la verità del nostro aver fatto delle scelte «per causa del Vangelo» (10,29). Ogni volta che il Vangelo diventa l’ispirazione dominante della nostra vita, questo mette in crisi i sistemi cui siamo abituati non solo a livello personale, ma pure in relazione al mondo che ci circonda e in cui siamo chiamati a giocarci quotidianamente. Ciò che ci permette di comprendere il pensiero del Signore è l’ultima parola del Vangelo di quest’oggi:

«Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi» (Mc 10,31).

In questo mistero di capovolgimento di logiche, persino «gli angeli desiderano fissare lo sguardo» (1Pt 1,12), perché esso è il fondamento dell’esperienza della salvezza che ci libera da ogni ansia di prestazione e da ogni attesa di riconoscimento esterno. Ciò che ci grazia e ci salva non è il distacco per il distacco, non è la rinuncia per la rinuncia, ma quell’amore per il Signore Gesù e il suo Vangelo che ci rende sempre più liberi e sempre più appassionati e fedeli nel donarci.

Indirizzo

Via Nuova Monte Muto 62
Piedimonte D'Alife
81016

Telefono

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