09/08/2025
XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno C
Colletta
Dio onnipotente ed eterno, che ci dai il privilegio di chiamarti Padre, fa' crescere in noi lo spirito di figli adottivi, perché possiamo entrare nell'eredità che ci hai promesso. Per il nostro Signore...
Oppure:
Arda nei nostri cuori, o Padre, la stessa fede che spinse Abramo a vivere sulla terra come pellegrino, e non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell'attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Dal libro della Sapienza Sap 18, 6-9
La notte [della liberazione] fu preannunciata ai nostri padri,
perché avessero coraggio,
sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà.
Il tuo popolo infatti era in attesa
della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici.
Difatti come punisti gli avversari,
così glorificasti noi, chiamandoci a te.
I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto
e si imposero, concordi, questa legge divina:
di condividere allo stesso modo successi e pericoli,
intonando subito le sacre lodi dei padri.
Salmo Responsoriale Dal Salmo 32
Beato il popolo scelto dal Signore.
Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo.
Dalla lettera agli Ebrei Eb 11, 1-2.8-19 (Forma breve 11,1-2.8 12)
[ Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio. Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare. ] Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città. Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza». Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.
Canto al Vangelo Mt 24,42.44 Alleluia, alleluia.
Vegliate e tenetevi pronti,
perché, nell’ora che non immaginate,
viene il Figlio dell’uomo. Alleluia.
Dal vangelo secondo Luca Lc 12, 32-48 (Forma breve 12,35-40)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. [ Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». ]
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».
XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno C
La vita cristiana è sempre esistenza sotto il segno della venuta del Signore. L'attesa di chi ci viene incontro per salvarci è l'atteggiamento che deve caratterizzare tutta l'esistenza del cristiano: l'attesa dell'incontro con il Signore assume un carattere di decisività, che comporta sensibilità per Dio, per le persone che chiedono aiuto, e in tutte le relazioni che costruiamo .. Il contrario sono indifferenza e inerzia, la fuga dalle proprie responsabilità. La vita quotidiana può incontrare molte tentazioni che addormentano lo spirito: la dissipazione, il divertimento, la centralità delle cose da fare, gli interessi... possono creare disattenzione e pigrizia spirituale. Gesù richiama all'essenziale della vita "spirituale": non perdere di vista nel quotidiano l'attenzione a Dio e ai fratelli.
Il vangelo ci pone di nuovo di fronte ai beni di questo mondo e alle nostre scelte di fondo: per chi crede Dio è sempre "colui che viene'; colui che va atteso e per il quale occorre essere sempre pronti: le parabole ci parlano di questa prontezza. Se nella vita c'è Dio al primo posto, tutto il resto diventa allora non il fine, ma un semplice mezzo. Le immagini delle vesti cinte ai fianchi e delle lampade accese richiamano l'esperienza dell'esodo.
Così, nella prima lettura, erano invitati a comportarsi i figli di Israele: a mantenere desta la fede nelle promesse di Dio su cui si fondava la loro sicurezza. La fede è anche per la seconda lettura fondamento delle cose che si sperano, al di là di ogni altra forma di sicurezza umana.
Se la comunità cristiana si riduce ad un piccolo gregge
1. Si dice il "piccolo gregge" e si finisce per pensare alla minoranza. Forse lo stesso titolo, con quel "si riduce", lascia intendere questa sorta di slittamento semantico che genera confusione e ambiguità. Sappiamo bene - la riflessione biblica lo evidenzia - che le parole pronunciate da Gesù, nel loro contesto originario, sono di consolazione. Non solo: il senso di quelle parole di consolazione aiuta i discepoli a comprendere che Gesù stesso è il buon Pastore che dà la vita eterna alle pecore che il Padre ha posto nelle sue mani (cfr. Gv 10,27-30).L'identità della comunità cristiana, che vive nella storia, è sempre espressa dal suo essere "piccolo gregge": certo, non trascura la visibilità e la consistenza, ma si esprime sempre nella sua "piccolezza" evangelica, che esalta l'umiltà di chi pone la sua fiducia nel buon Pastore e nel suo Regno. A un regno ben diverso appartengono i termini di maggioranza e minoranza del linguaggio socio-politico. Purtroppo capita spesso di passare, senza le dovute attenzioni, dal linguaggio evangelico al linguaggio socio-politico. La democrazia è il governo della maggioranza: nella società democratica la volontà espressa dai più - e cioè dalla maggioranza - deve prevalere ed essere considerata come volontà di tutti ai fini delle decisioni collettive (è il cosiddetto "principio maggioritario"). Si avverte pure l'esigenza di non schiacciare la minoranza, pena il venir meno della democrazia stessa. Queste dinamiche tipiche della vita politica - schieramenti, ricerca del consenso, campagne elettorali, formazioni partitiche, rappresentanza di interessi - non hanno nulla a che fare con la comunità cristiana e con la "piccolezza" evangelica: è pericoloso scivolare da un linguaggio all'altro.
+ GIANNI AMBROSIO
XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno C
LETTURE: Sap 18,3.6-9; Sal 32; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12,32-48
Povertà volontaria segno del regno
L’uomo nella sua riflessione morale ha sempre visto nell’avere, nella ricchezza, un pericolo di alienazione. In tutta la storia del pensiero e delle religioni c’è un appello al distacco dai beni materiali in vista della liberazione e della realizzazione della persona. La povertà evangelica non è su questa linea; non la nega, ma la trascende. Non è moralistica né centrata sull’uomo, ma sulla persona di Gesù. La povertà evangelica è una conseguenza della fede in Gesù e nell’avvento del regno di Dio.
Gesù ha voluto essere povero e ha predicato la povertà non soltanto come liberazione spirituale o morale, ma come condizione della incarnazione redentrice, passaggio necessario verso la risurrezione e preparazione al suo ritorno (Fi! 2,5-11; 2 Cor 8,9.13). L’appello di Gesù alla povertà è radicato nella sua persona. Egli sa e dichiara che con lui ed in lui è giunto il regno di Dio. Questo fatto, quando è conosciuto attraverso l’annuncio, invita a prendere posizione, costringe a una decisione assoluta. Non si tratta semplicemente della scelta tra il bene e il male di fronte a cui la coscienza dell’uomo si trova in ogni istante, e neppure dell’affermazione o negazione di Dio. Si tratta di una realtà ben più profonda e decisiva: in Gesù, Dio fa all’uomo la suprema e definitiva offerta della salvezza, e perciò con la sua iniziativa lo spinge a prendere una decisione definitiva.
La ricchezza, un ostacolo per l’accettazione del regno
Ora la ricchezza, secondo Gesù, mette l’uomo nel pericolo più minaccioso di non accorgersi della sua venuta, di non percepire l’ultima chiamata di Dio, di non possedere quella radicale libertà di cuore e di tutte le sue energie che è necessaria per l’accettazione piena del regno di Dio.
Per questo egli chiede a coloro che vogliono accogliere il regno di Dio e seguire lui più da vicino, di dare in elemosina i propri beni e diventare poveri essi stessi. Il termine della donazione sono i poveri. L’uomo per «avere» è disposto a tutto, anche a derubare il fratello: la donazione libera e gratuita è il segno di una «inversione» di marcia.
È il segno della venuta del regno che è «comunione degli uomini fra loro e con Dio» e non opposizione.
Il denaro, dice un proverbio, «è un sangue che si cava difficilmente». La lotta per il denaro è uno dei segni rivelatori più evidenti dell’egoismo umano e della divisione.
La povertà, segno della nuova fraternità
La povertà volontaria, la donazione libera e gratuita dei beni è una « novità assoluta », il segno della nuova fraternità. Infatti chi ascolta l’appello di Cristo non dà i suoi beni al prossimo come a uno privato dei suoi diritti e che rivendica il diritto politico-sociale alla ricchezza, ma come a un fratello nel regno di Dio.
La donazione libera e gratuita dei beni è una risposta al vangelo; è un atto di fede nell’avvento del regno e nella unità fra gli uomini per opera della grazia di Dio; è un atto d’amore per l’uomo in risposta all’atto di grazia e d’amore di Dio.
«Seguire Cristo significa incontrare i poveri sulla propria strada. L’aver dato da mangiare all’affamato, vestito l’ignudo, visitato il malato o il carcerato, sarà titolo determinante al momento del giudizio definitivo. E quel giudizio finale è già in atto oggi su ogni nostra giornata. Con esempi tratti dal suo ambiente, Gesù ha voluto far capire che solo chi sente la fame, la nudità, la ristrettezza, il bisogno, l’abbandono sofferto dagli altri e fa di tutto perché ne siano liberati, è l’uomo del Regno.
Ma decidersi per i poveri non basta. Gesù chiede di più, e cioè che ciascuno di noi si faccia volontariamente “povero”. È il programma di vita proposto da lui e che i suoi seguaci dovranno vivere nello spirito delle beatitudini» (CdA, pag. 32).
La povertà per poter veramente amare
La povertà, il distacco dai beni impegna tutto l’uomo, chiama in gioco tutte le sue forze e tutti i suoi legami. Ciò ha come conseguenza una diminuzione della sicurezza e della protezione oggettiva situata fuori dell’uomo.
Solo l’uomo che è capace di dare gratuitamente, senza protezione e senza dubbi, può veramente amare e mantenere questa donazione solitaria e dolorosa, fedelmente, per tutta la vita. Ogni autentico incontro umano avviene nella povertà, perché dobbiamo saperci dimenticare e tirarci da parte affinché l’altro venga veramente a noi nella sua unicità.
La povertà evangelica volontaria perciò non è tanto un programma di «giustizia sociale» e nemmeno una pratica ascetica, anche se non esclude questi valori, ma è un atto di fede e d’amore.
Dio, abisso di ca**tà
Dal «Dialogo della Divina Provvidenza» di santa Caterina da Siena, vergine
(Cap. 13, libero adattamento; cfr. ed. I. Taurisano, Firenze, 1928, I, pp. 43-45)
Signore mio, volgi l'occhio della tua misericordia sopra il popolo tuo e sopra il corpo mistico della santa Chiesa. Tu sarai glorificato assai più perdonando e dando la luce dell'intelletto a molti, che non ricevendo l'omaggio da una sola creatura miserabile, quale sono io, che tanto t'ho offeso e sono stata causa e strumento di tanti mali.
Che avrebbe di me se vedessi me viva, e morto il tuo popolo? Che avrebbe se, per i miei peccati e quelli delle altre creature, dovessi vedere nelle tenebre la Chiesa, tua Sposa diletta, che è nata per essere luce?
Ti chiedo, dunque, misericordia per il tuo popolo in nome della ca**tà increata che mosse te medesimo a creare l'uomo a tua immagine e somiglianza.
Quale fu la ragione che tu ponessi l'uomo in tanta dignità? Certo l'amore inestimabile col quale hai guardato in te medesimo la tua creatura e ti sei innamorato di lei. Ma poi per il peccato commesso perdette quella sublimità alla quale l'avevi elevata.
Tu, mosso da quel medesimo fuoco col quale ci hai creati, hai voluto offrire al genere umano il mezzo per riconciliarsi con te. Per questo ci hai dato il Verbo, tuo unico Figlio. Egli fu il mediatore tra te e noi. Egli fu nostra giustizia, che punì sopra di sé le nostre ingiustizie. Ubbidì al comando che tu, Eterno Padre, gli desti quando lo rivestisti della nostra umanità. O abisso di ca**tà! Qual cuore non si sentirà gonfio di commozione al vedere tanta altezza discesa a tanta bassezza, cioè alla condizione della nostra umanità?
Noi siamo immagine tua, e tu immagine nostra per l'unione che hai stabilito fra te e l'uomo, velando la divinità eterna con la povera nube dell'umanità corrotta di Adamo. Quale il motivo? Certo l'amore. Per questo amore ineffabile ti prego e ti sollecito a usare misericordia alle tue creature.
PREGHIERA
A considerarle da lontano, Gesù
le esistenze dei tuoi discepoli ,
sembrano uguali a quelle degli altri,
di ogni uomo e di ogni donna
che vivono in questa storia.
Che cosa c'è di diverso in loro?
Oggi tu rispondi al nostro interrogativo
e ci fai intravedere quel filo rosso
che collega i diversi momenti
del cammino di un cristiano.
A unificare tante occupazioni,
è un atteggiamento che non viene meno;
il desiderio di te, del tuo ritorno,
del giorno in cui porterai a compimento
il tuo disegno di salvezza.
È il senso dell'attesa:
di te che ci visiti
quando meno ce l’aspettiamo,
di te che ci parli e infrangi tanti silenzi,
di te che ti accosti per consolarci.
Di te, Gesù, che riesci a trasformare
Anche le ore pesanti della sofferenza
in frammenti di eternità,
che preludono alla pienezza.
di ROBERTO LAURITA