Parrocchia Gesù Risorto Pescara

Parrocchia Gesù Risorto Pescara S. La Parrocchia di Gesù Risorto, fondata il 1 Ottobre 1978, è guidata dai Padri Risurrezionisti.

Messe
Feriali: 18.30
Prefestivi: 17°° ottobre-maggio
18.30 giugno-settembre
FESTIVI: 9, 11, 18.30

IBAN: IT83Y0306909606100000004649 (Intesa Sanpaolo)
Beneficiario: Parrocchia Gesu Risorto a Pescara
Causa Parroco: Padre Mietek cr
Vicario: Padre Adam cr

Orario delle Sante Messe:
giorni feriali: 18.30
giorni prefestivi: 17°° e 18.30
giorni festivi: 9.

00, 11.00, 18.30


Catechismo per bambini e ragazzi:
Domenica alle ore 10.00

Adorazione Eucaristica:
Venerdì ore 17.30

Confessioni:
tutti i giorni dalle ore 18.00

Gruppi e Movimenti presenti in Parrocchia:
-Centro Volontari della Sofferenza (2° Giovedì del mese ore 16.30)
-Gruppo di Padre Pio (1° Venerdì del mese ore 17.30)

24/05/2026
Pellegrinaggio per i bambini e i  ragazzi  del catechismo con le proprie famiglie al Santuario di San Gabriele dell'Addo...
09/05/2026

Pellegrinaggio per i bambini e i ragazzi del catechismo con le proprie famiglie al Santuario di San Gabriele dell'Addolorata presso Isola del Gran Sasso. Alla riscoperta del proprio valore nella famiglia di Dio che è la Chiesa, tutti membri di un solo corpo per crescere e vivere insieme. Con la speranza che l' incontro con il Signore possa portare in ognuno i frutti della conversione e della pace per farsi santi già da ora.

21/04/2026

Catechesi sul Concilio Vaticano II
Dichiarazione conciliare Nostra aetate (II)
La catechesi dedicata alla Dichiarazione conciliare Nostra aetate, cioè al rapporto della Chiesa con le religioni non cristiane, riguarda il documento più breve del Concilio. Esso contiene soltanto cinque parti, cinque punti. Fu approvato il 28 ottobre 1965: a favore votarono 2221 padri conciliari, mentre solo 88 si opposero.
Questa dichiarazione sembra dipendere dai tempi in cui viviamo. Il Concilio parla fin dall’inizio del fenomeno dell’unificazione degli uomini.
Davanti a noi c’era ancora l’esplosione di Internet, che ha fatto di noi un villaggio globale. Davanti a noi c’era ancora la crisi dei rifugiati, che ha portato nelle nostre città e nei nostri paesi una moltitudine di persone con un diverso colore della pelle e che professano Dio in un codice religioso diverso da quello a cui siamo abituati. Davanti a noi c’era anche l’esplosione del terrorismo ispirato all’islam. E questa vicinanza di un “altro mondo” sembra imporre alla Chiesa una relazione, un atteggiamento nei confronti delle grandi religioni non cristiane. Tuttavia, non vi sono qui motivazioni teologiche, bensì sociologiche e sociali. Dicendo questo, non intendo affermare che la dichiarazione sia priva di teologia: non è così. Ma la ragione della sua nascita non è di natura teologica.
Come si costituiscono dunque le religioni del mondo? Nel primo punto si afferma:
«Gli uomini attendono dalle diverse religioni risposte ai profondi enigmi dell’esistenza umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore umano: che cos’è l’uomo, qual è il senso e il fine della nostra vita, che cosa è il bene e che cosa è il peccato, quale è l’origine e il fine del nostro vivere, quale è l’origine e lo scopo della sofferenza, per quale via si può raggiungere la vera felicità, che cosa sono la morte, il giudizio e la retribuzione dopo la morte, che cosa è, infine, quell’ultima e ineffabile realtà che avvolge la nostra esistenza, da cui traiamo origine e verso cui tendiamo».
Ci troviamo di fronte a un codice culturale creato da queste religioni, ma in questa definizione della religione vi sono soltanto due o tre allusioni al linguaggio che richiama l’essere divino, Dio. Anzitutto il peccato, evocato in opposizione al bene. Poi il giudizio dopo la morte, che presuppone l’esistenza di qualcuno che sia giudice. Infine il riferimento al mistero che abbraccia il nostro essere, da cui proveniamo e verso cui ci dirigiamo.
Già nel secondo punto si afferma chiaramente che «la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni». Chi è dunque la fonte di questa santità? Solo il Dio santissimo.
Può accadere che la tradizione islamica chiami questo Dio “Allah”, ma la Chiesa sa che questo Dio è il Padre di Gesù Cristo. Da ciò derivano due conclusioni: in primo luogo, tutti i cristiani sono tenuti al rispetto verso i fedeli delle altre religioni. Lo testimonia il quinto punto, dove si legge: «non possiamo invocare Dio come Padre di tutti, se rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni uomini, creati a immagine di Dio. Il rapporto dell’uomo con Dio Padre e quello dell’uomo con gli uomini, suoi fratelli, sono così strettamente connessi che la Scrittura dice: “Chi non ama non conosce Dio” (1 Gv 4,8)».
In secondo luogo, nulla dispensa la Chiesa dal dovere di proclamare la storia di Gesù Cristo. La Chiesa «annuncia ed è tenuta ad annunciare incessantemente Cristo, che è “via, verità e vita” (Gv 14,6), nel quale gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa e nel quale Dio ha riconciliato a sé tutte le cose».
La prima grande religione richiamata dal testo conciliare è l’induismo. La seconda, alla quale la Chiesa dedica maggiore attenzione, è l’islam. E bisogna riconoscere che la lettura dell’islam è profondamente pacifica. Non vi è nulla che giustifichi o anche solo suggerisca la violenza contemporanea dell’islam contro l’Occidente.
«La Chiesa guarda con stima anche i musulmani, che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini». Questa frase non potrebbe forse riferirsi anche ai cristiani? Anche i cristiani non credono in un unico Dio, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini? Per questo la Chiesa riconosce nell’islam la venerazione e la cura per il nostro comune padre nella fede, Abramo. E apprezza il rispetto che i musulmani nutrono per Gesù Cristo, pur non riconoscendolo come Dio, e la venerazione che mostrano verso Maria, sua Madre.
Questo rispetto manifestato dalla Chiesa conciliare portò uno dei padri del Concilio, papa Giovanni Paolo II, a visitare una moschea. Ciò avvenne a Damasco nel 2001, quando Giovanni Paolo II entrò nella moschea degli Omayyadi. Come nel caso della Sinagoga Maggiore di Roma, dove il papa fu il primo vescovo di Roma dai tempi di san Pietro a visitare una sinagoga, così anche nel caso della moschea il primato spetta al papa polacco.
Ora il quarto punto – la dichiarazione più attesa sul giudaismo. Qui però cambia anche la prospettiva. La posizione nei confronti del giudaismo è frutto di una riflessione teologica, non sociale o storica. Quando il Concilio afferma: «Scrutando il mistero della Chiesa, questo santo Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato alla stirpe di Abramo», fornisce una motivazione teologica del suo atteggiamento verso gli ebrei.
Nella sua dichiarazione sul giudaismo la Chiesa affronta alcune questioni fondamentali:
a) il mistero del rifiuto di Gesù da parte degli ebrei (la questione della responsabilità, l’accusa di deicidio): «Sebbene le autorità ebraiche con i loro seguaci si siano adoperate per la morte di Cristo, quanto è stato commesso durante la sua passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei di oggi»;
b) il fenomeno dell’antisemitismo e ogni persecuzione degli ebrei: «La Chiesa, che riprova ogni persecuzione contro qualsiasi uomo, memore del comune patrimonio con gli ebrei, deplora – non per motivi politici, ma spinta dalla ca**tà evangelica – gli odi, le persecuzioni e le manifestazioni di antisemitismo, dirette in qualsiasi tempo e da chiunque contro gli ebrei».
E per concludere questo tema, vale la pena citare ancora:
«La Chiesa pertanto deplora ogni discriminazione o persecuzione contro gli uomini per motivi di razza, colore, condizione sociale o religione, come contraria allo spirito di Cristo».

16/04/2026

Catechesi sul Concilio Vaticano II (IV)
Dichiarazione conciliare sul rapporto della Chiesa con le religioni non cristiane Nostra Aetate
Senza dubbio, questo è uno dei documenti a cui spetta pienamente il titolo di rivoluzionario del Concilio Vaticano II, che in modo profetico ha preparato l’intera comunità cattolica ai tempi che stiamo vivendo oggi.
I.
All’inizio del terzo capitolo degli Atti degli Apostoli possiamo leggere una frase che introduce l’episodio della guarigione di un uomo presso una delle porte del tempio:
«Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera dell’ora nona…» (Atti degli Apostoli 3,1).
Questa frase testimonia che era del tutto naturale che i principali rappresentanti della Chiesa nascente mantenessero rapporti normali con l’ambiente religioso in cui erano cresciuti. Per loro era normale andare alla sinagoga o al tempio. Possiamo supporre che ciascuno di loro recitasse due volte al giorno lo Shema Israel. Lo facevano perché erano ebrei; inoltre, Gesù Cristo era ebreo. Anzi, «ricordando che Gesù è ebreo e lo è per sempre» (Giovanni Paolo II, Messaggio Uniti nel cuore percorriamo le vie della pace, centenario della Sinagoga Maggiore di Roma, 22 maggio 2004).
Sorge allora una domanda: come è possibile che, partendo da tali inizi, si sia giunti a un punto della storia in cui Giovanni Paolo II, 264º vescovo di Roma, cioè papa, dopo circa 1900 anni dal ministero di san Pietro, si vanti del fatto che il 13 aprile 1986 – come primo, dopo l’apostolo Pietro – abbia visitato la Sinagoga Maggiore di Roma?
Che cosa è accaduto nella Chiesa stessa, che dopo duemila anni ha cambiato la sua narrazione e ha riconosciuto le proprie radici ebraiche?
Naturalmente, nel XX secolo l’antisemitismo, che per secoli si è nutrito dell’accusa di deicidio rivolta agli ebrei, ha raggiunto il suo apice nella Shoah, nello sterminio del Popolo Eletto.
Nella mia città natale, Bytom, la Kristallnacht (la “Notte dei cristalli”, cioè il pogrom contro la comunità ebraica avvenuto nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1938 nella Germania nazista) segnò la fine della comunità ebraica locale. L’incendio della sinagoga in piazza Grunwaldzki (oggi così chiamata, allora Friedrich-Wilhelm-Ring), seguito, nel giro di poche ore, dagli arresti degli uomini delle famiglie ebraiche, trascinati fuori di notte, e dalla distruzione di negozi e botteghe artigiane. Tutto ciò avveniva davanti a una folla di spettatori che osservava senza che nessuno osasse opporsi a quella follia di odio e di bassezza umana.
Allo stesso modo i vigili del fuoco erano presenti presso la sinagoga in fiamme non per spegnere l’incendio, ma per intervenire qualora il fuoco si fosse propagato agli edifici tedeschi vicini.
Kurt Krimmel, che riferisce questi eventi, sottolinea chiaramente che tutto ciò avveniva nell’indifferenza dello Stato, che non voleva più difendere i propri cittadini, e nell’indifferenza della società, in gran parte cristiana, che mostrava un’ampia passività, se non addirittura traeva vantaggio da tale ingiustizia, giustificandosi con l’inerzia dello Stato.
Krimmel scrive apertamente:
«La popolazione di Bytom è cattolica al 92% – ci si poteva quindi aspettare voci di condanna. Uno dei miei amici cattolici fu rapidamente imprigionato per questo motivo».
L’Olocausto è una grande ferita che grava sulla coscienza dell’Europa cristiana. Come è stato possibile che tanti cattolici e protestanti si siano lasciati coinvolgere in un’ideologia tanto primitiva e assurda come il nazismo?
Lo sterminio degli ebrei in Europa fu il culmine dell’antisemitismo, ma nel corso dei secoli vi furono molte altre manifestazioni di esso. Vorrei ricordare un’altra pratica che costituiva una minaccia costante per le famiglie ebraiche nello Stato Pontificio. La legge prevedeva che, se un bambino nato in una famiglia ebraica veniva battezzato, apparteneva alla Chiesa e non poteva essere educato nella famiglia ebraica.
Così accadde a Edgardo Levi Mortara, nato nel 1851 a Bologna in una famiglia ebraica. Ancora neonato si ammalò gravemente; temendo per la sua vita, una domestica cattolica lo battezzò in segreto. Anni dopo il fatto fu denunciato all’Inquisizione, che riconobbe valido il battesimo. Nel 1858 il bambino fu sottratto alla famiglia e affidato alla tutela di papa Pio IX. Nonostante le proteste internazionali, il papa rispose sempre: «non possumus». Ai genitori fu proposto di convertirsi al cattolicesimo per riavere il figlio, ma rifiutarono.
Ricordiamo anche che nel 1961 a Gerusalemme iniziò il processo ad Adolf Eichmann, uno dei principali organizzatori della “soluzione finale”.
Nel febbraio 1963 a Berlino fu presentata l’opera dello scrittore tedesco Rolf Hochhuth, Il Vicario, che accusava Pio XII di silenzio durante le persecuzioni degli ebrei.
Sebbene non vi siano prove dirette che questi eventi storici abbiano influenzato la formulazione della dichiarazione, non si può escludere che la consapevolezza delle ingiustizie subite dagli ebrei abbia avuto un ruolo importante, soprattutto tra i teologi occidentali testimoni della Seconda guerra mondiale.
II.
Come si è giunti dunque a un cambiamento nell’insegnamento della Chiesa riguardo al giudaismo e alle altre religioni non cristiane?
Tutto iniziò con la decisione di Giovanni XXIII, nel 1959, di eliminare dall’orazione del Venerdì Santo l’espressione pro perfidis judaeis (“per gli ebrei infedeli”). Una modifica apparentemente piccola, ma significativa.
Nel gennaio 1960 il papa incontrò Jules Isaac, studioso ebreo che, dopo aver perso la famiglia nella Shoah, dedicò la sua vita allo studio dei rapporti tra ebraismo e cristianesimo. Egli sosteneva che la teologia antigiudaica fosse una delle forme più gravi di antisemitismo e chiese una revisione dell’insegnamento cristiano.
Tra le critiche alla dichiarazione vi fu quella politica: alcune Chiese orientali temevano che affrontare la questione ebraica potesse compromettere la situazione dei cristiani nei paesi arabi. Si voleva evitare l’accusa che il Concilio fosse filo-ebraico.
Alla fine si propose il titolo De non christianis, includendo nel documento anche musulmani e religioni dell’India, della Cina e del Giappone.
Questo richiedeva alla Chiesa un’apertura verso i valori presenti nelle altre religioni. Tuttavia, alcuni temevano che ciò potesse indebolire la missione evangelizzatrice.
Dal punto di vista del dialogo ebraico-cristiano, il risultato più importante fu l’abbandono della dottrina del deicidio, considerata una delle fonti dell’antisemitismo.
Infine, il 28 ottobre 1965, la dichiarazione fu approvata da 2221 padri conciliari contro 88.

Indirizzo

Via Francesco Filomusi Guelfi, 48
Pescara
65126

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