21/04/2026
Catechesi sul Concilio Vaticano II
Dichiarazione conciliare Nostra aetate (II)
La catechesi dedicata alla Dichiarazione conciliare Nostra aetate, cioè al rapporto della Chiesa con le religioni non cristiane, riguarda il documento più breve del Concilio. Esso contiene soltanto cinque parti, cinque punti. Fu approvato il 28 ottobre 1965: a favore votarono 2221 padri conciliari, mentre solo 88 si opposero.
Questa dichiarazione sembra dipendere dai tempi in cui viviamo. Il Concilio parla fin dall’inizio del fenomeno dell’unificazione degli uomini.
Davanti a noi c’era ancora l’esplosione di Internet, che ha fatto di noi un villaggio globale. Davanti a noi c’era ancora la crisi dei rifugiati, che ha portato nelle nostre città e nei nostri paesi una moltitudine di persone con un diverso colore della pelle e che professano Dio in un codice religioso diverso da quello a cui siamo abituati. Davanti a noi c’era anche l’esplosione del terrorismo ispirato all’islam. E questa vicinanza di un “altro mondo” sembra imporre alla Chiesa una relazione, un atteggiamento nei confronti delle grandi religioni non cristiane. Tuttavia, non vi sono qui motivazioni teologiche, bensì sociologiche e sociali. Dicendo questo, non intendo affermare che la dichiarazione sia priva di teologia: non è così. Ma la ragione della sua nascita non è di natura teologica.
Come si costituiscono dunque le religioni del mondo? Nel primo punto si afferma:
«Gli uomini attendono dalle diverse religioni risposte ai profondi enigmi dell’esistenza umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore umano: che cos’è l’uomo, qual è il senso e il fine della nostra vita, che cosa è il bene e che cosa è il peccato, quale è l’origine e il fine del nostro vivere, quale è l’origine e lo scopo della sofferenza, per quale via si può raggiungere la vera felicità, che cosa sono la morte, il giudizio e la retribuzione dopo la morte, che cosa è, infine, quell’ultima e ineffabile realtà che avvolge la nostra esistenza, da cui traiamo origine e verso cui tendiamo».
Ci troviamo di fronte a un codice culturale creato da queste religioni, ma in questa definizione della religione vi sono soltanto due o tre allusioni al linguaggio che richiama l’essere divino, Dio. Anzitutto il peccato, evocato in opposizione al bene. Poi il giudizio dopo la morte, che presuppone l’esistenza di qualcuno che sia giudice. Infine il riferimento al mistero che abbraccia il nostro essere, da cui proveniamo e verso cui ci dirigiamo.
Già nel secondo punto si afferma chiaramente che «la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni». Chi è dunque la fonte di questa santità? Solo il Dio santissimo.
Può accadere che la tradizione islamica chiami questo Dio “Allah”, ma la Chiesa sa che questo Dio è il Padre di Gesù Cristo. Da ciò derivano due conclusioni: in primo luogo, tutti i cristiani sono tenuti al rispetto verso i fedeli delle altre religioni. Lo testimonia il quinto punto, dove si legge: «non possiamo invocare Dio come Padre di tutti, se rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni uomini, creati a immagine di Dio. Il rapporto dell’uomo con Dio Padre e quello dell’uomo con gli uomini, suoi fratelli, sono così strettamente connessi che la Scrittura dice: “Chi non ama non conosce Dio” (1 Gv 4,8)».
In secondo luogo, nulla dispensa la Chiesa dal dovere di proclamare la storia di Gesù Cristo. La Chiesa «annuncia ed è tenuta ad annunciare incessantemente Cristo, che è “via, verità e vita” (Gv 14,6), nel quale gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa e nel quale Dio ha riconciliato a sé tutte le cose».
La prima grande religione richiamata dal testo conciliare è l’induismo. La seconda, alla quale la Chiesa dedica maggiore attenzione, è l’islam. E bisogna riconoscere che la lettura dell’islam è profondamente pacifica. Non vi è nulla che giustifichi o anche solo suggerisca la violenza contemporanea dell’islam contro l’Occidente.
«La Chiesa guarda con stima anche i musulmani, che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini». Questa frase non potrebbe forse riferirsi anche ai cristiani? Anche i cristiani non credono in un unico Dio, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini? Per questo la Chiesa riconosce nell’islam la venerazione e la cura per il nostro comune padre nella fede, Abramo. E apprezza il rispetto che i musulmani nutrono per Gesù Cristo, pur non riconoscendolo come Dio, e la venerazione che mostrano verso Maria, sua Madre.
Questo rispetto manifestato dalla Chiesa conciliare portò uno dei padri del Concilio, papa Giovanni Paolo II, a visitare una moschea. Ciò avvenne a Damasco nel 2001, quando Giovanni Paolo II entrò nella moschea degli Omayyadi. Come nel caso della Sinagoga Maggiore di Roma, dove il papa fu il primo vescovo di Roma dai tempi di san Pietro a visitare una sinagoga, così anche nel caso della moschea il primato spetta al papa polacco.
Ora il quarto punto – la dichiarazione più attesa sul giudaismo. Qui però cambia anche la prospettiva. La posizione nei confronti del giudaismo è frutto di una riflessione teologica, non sociale o storica. Quando il Concilio afferma: «Scrutando il mistero della Chiesa, questo santo Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato alla stirpe di Abramo», fornisce una motivazione teologica del suo atteggiamento verso gli ebrei.
Nella sua dichiarazione sul giudaismo la Chiesa affronta alcune questioni fondamentali:
a) il mistero del rifiuto di Gesù da parte degli ebrei (la questione della responsabilità, l’accusa di deicidio): «Sebbene le autorità ebraiche con i loro seguaci si siano adoperate per la morte di Cristo, quanto è stato commesso durante la sua passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei di oggi»;
b) il fenomeno dell’antisemitismo e ogni persecuzione degli ebrei: «La Chiesa, che riprova ogni persecuzione contro qualsiasi uomo, memore del comune patrimonio con gli ebrei, deplora – non per motivi politici, ma spinta dalla ca**tà evangelica – gli odi, le persecuzioni e le manifestazioni di antisemitismo, dirette in qualsiasi tempo e da chiunque contro gli ebrei».
E per concludere questo tema, vale la pena citare ancora:
«La Chiesa pertanto deplora ogni discriminazione o persecuzione contro gli uomini per motivi di razza, colore, condizione sociale o religione, come contraria allo spirito di Cristo».