Unità pastorale 18 - Santa Famiglia di Nazareth

Unità pastorale 18 - Santa Famiglia di Nazareth Parrocchie di S. Martino in Campo, S. Martino in colle, Sant'Enea, s.Andrea d'Agliano, S. Maria Rossa

La parola della carità: XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, 6 Settembre 2026.di: Ferdinando RicciCORREZIONE FRATERNAPrem...
06/09/2026

La parola della carità: XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, 6 Settembre 2026.
di: Ferdinando Ricci

CORREZIONE FRATERNA
Premessa
In modo subdolo, quasi impercettibile, come
l'insinuarsi di un serpente fra le fessure di una
roccia, si fa strada anche fra i battezzati la
mentalità di questo mondo che valuta le
persone in base al successo che ottengono, alle
doti che hanno, alla ricchezza che accumulano.
I geni, gli atleti, le personalità eminenti,
chiunque dimostri di possedere attitudini
particolari è ricercato e ammirato; i deboli, i
poveri, gli incapaci, i portatori di handicap
appaiono a molti (anche se difficilmente lo si
ammette) quasi un bagaglio ingombrante.
La gente che si gloria dei suoi "eroi" e prova
un'inconfessata ripulsa per i peccatori che
considera zavorra, rami secchi, un "disonore"
per tutta la famiglia, mostra di aver assimilato i
criteri di questo mondo, non quelli di Dio che
si innamora degli ultimi, di coloro che non
contano.
Identica è la prospettiva di Gesù : al centro
delle attenzioni ci sono loro, i poveri di tutto il
mondo, che sono il tesoro di Dio, la perla
preziosa per cui vale la pena di perlustrare
ogni angolo del mondo, il gioiello che riempie
di gioia incontenibile chi lo trova (Mt 13,44 - 46).
Solo se abbiamo compreso i gusti di Dio che
"ha scelto i poveri" (Gc 2,5) e volge il suo
sguardo sull'umile (Is 66,2), siamo nella
disposizione giusta per cogliere il messaggio
delle letture di oggi.

Clicca qui per leggere il Vangelo 👇
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C' è un dettaglio fondamentale nel brano di oggi
che spesso rischiamo di farci sfuggire: Gesù
non ci sta dando un freddo manuale di
procedura legale per risolvere i contenziosi,
ma ci sta insegnando la custodia del fratello.

Come aiutare Dio a ritrovare il suo tesoro

Tutto parte da quel «va' e ammoniscilo fra te e
lui solo». La nostra tendenza naturale quando
subiamo un torto è l'opposto: parlare con tutti
tranne che con il diretto interessato.
Sfogarci con terzi, alimentando il pettegolezzo,
ci fa sentire dalla parte del giusto, ma
demolisce la comunità .
Gesù ci chiede un atto di coraggio e di
immensa carità : andare a tu per tu,
proteggendo la dignità di chi ha sbagliato,
senza esporlo alla gogna pubblica.
L'obiettivo della correzione fraterna non è mai
averla vinta o dimostrare di avere ragione, ma
«guadagnare il fratello».
Se poi l'altro non ascolta, il cerchio si allarga
gradualmente (un paio di testimoni, poi la
comunità ). E se rifiuta persino la comunità ?
Gesù dice: «sia per te come il pagano e il
pubblicano». Per noi suona spesso come una
condanna o una sentenza di sconsacrazione.
Ma ricordiamoci come Gesù trattava i pagani e
i pubblicani: li amava, ci mangiava insieme, li
cercava con ancora più ostinazione.
Essere per noi «come un pubblicano» significa
che diventa il nostro primo destinatario di
misericordia e di preghiera, non un nemico da
cancellare.
Infine, il Vangelo si chiude con una promessa
straordinaria sulla preghiera comunitaria. Non
siamo soli. Anche quando le relazioni si fanno
difficili e le ferite bruciano, la presenza di
Cristo si manifesta dove due o tre si uniscono
nel suo nome.
Non serve essere una folla oceanica; bastano
due cuori che si accordano per cercare la pace,
e lì, proprio in mezzo a quella fragilità
condivisa, c' è il Signore risorto.
Chiediamo oggi la grazia di saper parlare ai
fratelli e non dei fratelli, e il coraggio di essere
strumenti di riconciliazione nelle nostre
famiglie e comunità.

La parola della carità: XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO,30 Agosto 2026di: FERDINANDO RICCIDona la vita se non vuoi per...
30/08/2026

La parola della carità: XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO,30 Agosto 2026
di: FERDINANDO RICCI

Dona la vita se non vuoi perderla

Premessa
Il brano di Matteo 16,21-27 (la via della croce e
l'invito a seguire Gesù) è un invito a riscoprire
la sequela non come un peso o un'esaltazione
del dolore, ma come una "fisica dell'amore".
Il testo inizia con un "Se qualcuno vuole...", che
dimostra come Gesù non imponga nulla,
ponendosi come maestro di uomini liberi.
"Nei giorni ell'angoscia" (Sal 77,3)
invochiamo il Signore, perché siamo convinti
che è lui che "dona a tutti la vita, il respiro e
ogni cosa" (At 17,25).
Ricorriamo ai santi, visitiamo santuari,
baciamo reliquie, facciamo novene... sempre
per avere vita.
Le f***e cercavano Gesù , "lo volevano
trattenere perché non se n'andasse via da loro"
(Lc 4,42), lo toccavano, " perché da lui usciva
una forza che sanava tutti" (Lc 6,19). Si
avvicinavano a lui per ottenere la vita.
Eppure nella proposta di Gesù c' è qualcosa di
paradossale, anzi, di assurdo. Per raggiungere
la vita è necessario perderla: "Io offro la mia
vita e così la riprendo di nuovo; nessuno me la
toglie, ma la offro da me stesso" (Gv 10,17-18)
e giustifica la sua scelta paragonandosi al
seme: "Se il chicco di grano, caduto in terra, non
muore, rimane solo; se invece muore, produce
molto frutto" (Gv 12,24).
Ci vuole davvero molta fede per convincersi
che, per avere la vita, si debba "disprezzarla
fino a morire" (Ap 12,11).
Strana, sconcertante logica! Ad Abramo Dio
assicura una posterità numerosa come le stelle
del cielo... e gli chiede in sacrificio il figlio
Isacco che dovrebbe realizzare la promessa.
Una prova così può essere affrontata solo da
chi crede fermamente, come Abramo.

Clicca qui per leggere il Vangelo (Matteo 16, 21 – 27) 👇
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Un annuncio sconvolgente
La confessione di Pietro «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» non viene smentita, ma riceve nuova luce e acquista un senso inatteso per i discepoli. Gesù annuncia la sua passione, morte e risurrezione.
Probabilmente noi siamo abituati a questo discorso, sappiamo che Gesù è morto in croce dopo essere stato sottoposto a una grande violenza e quindi rischiamo di perdere la forza provocatrice di queste parole.
La cogliamo solamente quando avvengono dei fatti che sembrano smentire le nostre attese o le nostre convinzioni, al punto da essere o da rimanere disorientati o da cercare altre possibili motivazioni e interpretazioni.
Come la disgrazia della salita al cielo precoce dei due giovani Leonardo e Samuele, nell'incidente di giovedì 27 agosto a S. Enea nella nostra comunità , ci pietrifica.
È quanto accaduto anche a Pietro all'udire l'annuncio di Gesù in questo Vangelo . Accade anche a me, a te quando vi sono certi tragici eventi.
Se il Maestro è il Cristo, allora non può accadere una cosa del genere.
La risposta di Gesù nel brano è duplice: è , prima, una parola rivolta a Pietro e, poi, un'istruzione, indirizzata a chiunque sceglie di essere suo discepolo, che approfondisce in termini di sequela quanto ha affermato all'inizio.
Gesù non allontana Pietro, anche se lo chiama «satana», avversario.
Semplicemente lo riporta al luogo che gli spetta, dietro il Maestro e non davanti. Pietro è chiamato a seguire e non ad aprire la strada che solo il Signore conosce veramente.

Pensare secondo Dio
Il criterio della sequela è «pensare secondo
Dio», consapevoli che i «suoi pensieri non sono
i nostri pensieri e le sue vie non sono le nostre
vie».
Aderire al mistero delle vie di Dio non vuol
dire che le nostre idee e i nostri progetti siano
inevitabilmente errati, ma che hanno bisogno
di una continua conversione, hanno bisogno di
essere liberati dalla tendenza ad
autodeterminarci e a pensare di essere noi
stessi la nostra salvezza, a sentirci e a
comportarci come se fossimo dei nei confronti
di Dio, degli altri, delle cose.
L'istruzione di Gesù ai discepoli sviluppa questi
motivi. Subito sono proposti tre imperativi:
« rinnega se stesso, prenda la sua croce e mi
segua», che sono l'indicazione del cammino
per realizzare la volontà di seguire il Signore.
Rinnega se stesso e la decisione di prendere le
distanze da se stessi.
Ciò che questo concretamente vuol dire è
chiarito da ciò che segue: «prendere la croce».
Anche la croce non è un simbolo
dell'accettazione della sofferenza, della
rassegnazione, o del dolore dell'uomo, perché
essa è innanzitutto il segno di un'appartenenza
totale a Cristo.
La croce è , prima di tutto, testimonianza
dell'Amore che libera, rivelazione di Dio. La
croce è quella di Gesù che ha soggiornato nel
cuore del fallimento, della solitudine, della
morte, trasformandoli da luoghi di suprema
sconfitta a luoghi fecondi di incontro con Dio.

Un cambio di prospettiva
Come Gesù , il discepolo è posto davanti
all'alternativa tra lo scegliere la fiducia in sé e
la potenza del mondo e lo scegliere la
dimenticanza di sé . Il senso della croce è
questa seconda opzione e diventa il segno del
dono di un Dio che non schiaccia e non esige,
di una signoria che non conquista l'altro, ma lo
libera servendolo.
Rinnegare se stessi e prendere la propria croce
(propria perché è personale) chiede un
cambiamento di prospettiva: la salvezza non
passa per le vie dell'egoismo e dell'idolatria di
sé , ma nel rapporto con Cristo crocifisso come
fondamento che dà senso al sé e alla vita.
«Salvare e perdere la propria vita» sono due
modi di rapportare la propria esistenza
concreta al Vangelo : si tratta di scegliere di
vivere per il Vangelo o per sé . Fare di sé la meta
ultima da perseguire, cercando nel proprio "io"
la ragione e il senso, significa escludere Cristo
e ciò porta l'uomo alla rovina. Invece, fare della
propria vita un dono, a motivo dell'adesione al
Vangelo di Cristo, conduce l'uomo alla salvezza.

La parola della carità: XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, 23 Agosto 2026.di: Ferdinando RicciUna scoperta che ti cambiaG...
23/08/2026

La parola della carità: XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, 23 Agosto 2026.
di: Ferdinando Ricci

Una scoperta che ti cambia
Gesù, nel brano di Mt. 16,13-20, non cerca
definizioni fredde o sondaggi d'opinione, ma
un legame d'amore vero.
La domanda "Ma voi, chi dite che io sia?" è
come una carezza e un amo lanciato nel cuore
del discepolo per chiedere: "Quanto conto per
te?"
Spesso, per molta gente, Gesù è il più
inossidabile: garantisce la giustizia, premia i
buoni, protegge i pii e punisce i malvagi.
C'è anche il Gesù che ci portiamo dentro di noi
dagli anni della nostra infanzia, presentatoci da
catechisti a volte più volenterosi che preparati,
un Gesù che forse non ci ha mai convinti fino in
fondo e che, ad un certo punto della nostra
vita, non ha più avuto molto da dirci.
Dopo duemila anni, egli non cessa di provocare
e di interpellare ogni uomo e, come ha fatto un
giorno nei pressi di Cesarea di Filippo, ci
incalza con una domanda imbarazzante: "Chi
dite che io sia?"

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Come un amo da pesca
Gesù non interroga i discepoli per sapere se è
più bravo degli altri profeti, ma per scoprire se
gli hanno aperto il cuore.
Ogni anno la liturgia ripropone la bellissima
domanda di Gesù : ma voi, chi dite che io sia?
Inizia con un «ma», una avversativa, quasi in
opposizione a ciò che dice la gente, perché non
si crede per sentito dire, né per tradizione o
per allinearsi alla maggioranza.
Come un amo da pesca (la forma del punto di
domanda ricorda quella di un amo), che
scende in noi per agganciare la risposta vera:
ma voi, voi dalle barche abbandonate, voi che
camminate con me da anni, voi amici che ho
scelto uno a uno, che cosa sono io per voi?
Gesù non cerca parole, cerca rapporti (io per
te); non vuole definizioni esatte, ma
coinvolgimenti: che cosa ti è successo, quando
mi hai incontrato?
La sua domanda assomiglia a quelle degli
innamorati: quanto conto per te? Che posto ho,
che importanza ho nella tua vita?
Gesù non ha bisogno della risposta dei dodici
e della mia per sapere se è più bravo degli altri
profeti, ma per sapere se sono innamorato, se
gli ho aperto il cuore.
Cristo non è nelle mie parole, ma in ciò che di
Lui arde in me. Il nostro cuore può essere la
culla o la tomba di Dio.

E' Pietro a cogliere la novità di Gesù
La risposta di Pietro in questo brano ha due
tempi: prima riconosce in Gesù il Messia e la
carezza di Dio, poi lo definisce Figlio del Dio
vivente, la sorgente che fa fiorire la vita. Colui
che fa viva la vita, il miracolo che la fa fiorire,
grembo gravido, fontana da cui la vita sgorga
potente, inesauribile e illimitata.
Il cuore di ogni persona può diventare la culla
oppure la tomba di Dio a seconda
dell'accoglienza che gli riserva.
Il potere di legare e sciogliere, affidato a Pietro,
non indica un dominio sugli altri, ma la
rivelazione profonda che, in ogni uomo
innamorato di Dio, la terra e il cielo si
abbracciano.

Una domanda rivolta a ogni discepolo
La domanda di Gesù vale per sempre, è rivolta
a ogni persona che sente Dio dentro di sé , a
persone di ogni tempo, in qualunque
situazione si trovi.
C'è un ulteriore motivo di bellezza e di stupore
che si può cogliere nel dialogo tra Gesù e
Pietro.
Dopo la risposta del discepolo: "Tu sei il Cristo,
il Figlio del Dio vivente", e dopo la constatazione
della sua beatitudine, è la volta di Gesù di
affermare quale sia l'identità di colui che gli sta
davanti: «Tu sei Pietro».
Non si tratta soltanto o semplicemente
dell'annuncio del successivo ruolo che
l'apostolo rivestirà all'interno della comunità
dei suoi seguaci.
La parola di Gesù non si pone innanzitutto a
livello di funzione. Egli rivela, piuttosto, di
conoscere fino in fondo chi è il suo discepolo,
rivela in questo modo di conoscerlo molto di
più di quanto Simone si conoscesse, di vedere
dentro e al di là di quello che tutti vedevano e
sapevano di lui.
Gesù non sa soltanto che il suo discepolo è
Simone, ma che su di lui potrà fondare la sua
Chiesa.
Ciò che Pietro potrà fare dopo la risurrezione
di Gesù nascerà dalla ri-scoperta dell'essere
profondamente e intimamente conosciuto dal
suo Signore, di esserlo nei suoi slanci generosi
e nelle sue intuizioni, così come nelle sue
fragilità e nel suo fallimento.
Chi io sia, quale sia la mia vera identità, posso
scoprirlo e conoscerlo nel confronto con il
Signore Gesù.
Il suo sguardo e il suo cuore hanno una cura e
una penetrazione molto più intense e acute,
molto più vere e, insieme, molto più
misericordiose di quanto io possa fare.
Lasciarsi dire o rivelare dal Signore quale sia la
nostra identità ai suoi occhi è anche ascolto di
una promessa, di un progetto, dell'affidamento
di un compito grande e bello ; difatti noi siamo
nati per amore di Dio e per portare un frutto
d'Amore: amare il prossimo come se stessi.

La parola della carità: XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO,  9 Agosto 2026.di: Ferdinando RicciNella crisi la fede maturaG...
09/08/2026

La parola della carità: XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, 9 Agosto 2026.
di: Ferdinando Ricci

Nella crisi la fede matura
Gesù dapprima assente, poi come un fantasma,
poi voce e infine mano salda che ti afferra.
Un crescendo nell'esperienza di Dio dentro
una liturgia di onde, di vento, di buio, di
miracoli appena raggiunti e subito rimossi.
Perché i miracoli non bastano mai.
Il brano evangelico di questa domenica è
l'immediata continuazione del testo di
domenica scorsa.
La folla congedata è quella per la quale Gesù ha
moltiplicato i pani e i pesci. Ora che la giornata
è terminata, il Signore può riprendere la sua
intenzione di ritirarsi a pregare, da solo.

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"Signore, se sei tu..."
La reazione dei discepoli, che gridano dalla paura, non credo possa sorprenderci ; ci sembra piuttosto naturale.
Non sappiamo se la loro paura si sia attenuata alla parola di incoraggiamento di Gesù, perché abbiamo riportata soltanto la reazione di Pietro: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque».
Pietro pare mettere alla prova Gesù («se sei tu»), e sembra che Gesù accetti la prova: come il suo discepolo desidera, così avvenga.
Matteo annota i movimenti compiuti da Pietro che scende dalla barca, cammina effettivamente sulle acque e va verso Gesù, e poi segnala ciò che determina un cambiamento: la paura a causa del vento fa affondare Pietro, che grida chiedendo salvezza.
La prova a cui il discepolo sottopone il maestro diventa una prova per il discepolo stesso, una prova di sé, di ciò che ha nel cuore, di dove è orientato il suo sguardo.
Finché Pietro cammina verso Gesù, orientando il suo sguardo soltanto verso di lui, senza tener conto della violenza del vento, che soffiava già quando ha domandato di camminare sulle acque, che soffiava già da tutta la notte, allora riesce a fare qualcosa che di per sé è impossibile, come appunto camminare sulle acque.
È quando la voce del vento copre la parola di incoraggiamento del Signore e domina sul cuore di Pietro che egli affonda ; si rende conto, cioè, di non poter fare ciò che sta facendo, perché è qualcosa che va oltre le sue possibilità, capacità o qualità.

Affidarsi a Lui
Nel salvarlo, Gesù chiama Pietro «uomo di poca fede». Qui «fede» non ha evidentemente il significato di «credere qualcosa», non fa riferimento all'adesione a un cosiddetto articolo di fede.
Qui, il termine indica piuttosto un atteggiamento del cuore, indica il credere in qualcuno, l'avere fiducia in Lui e l'affidarsi a Lui.
È la modalità pienamente attiva attraverso la quale possiamo disobbedire alla paura che domina il nostro cuore e ci impedisce di fatto di vivere una vita piena e felice.
Il tema della paura percorre questo episodio. È ciò che mi impedisce di riconoscere la presenza reale di Gesù che cammina sulle acque nella notte, quando non vedo, quando tutto è oscuro, quando l'animo è turbato; dominato dalla paura confondo una presenza concreta con un fantasma, con ciò che non ha realtà, non ha consistenza, mi spaventa, perché evoca la morte, e certo non mi può aiutare.
La paura è anche il senso di smarrimento davanti a qualcosa che va oltre le mie possibilità e che rischio di non riconoscere neanche più come ciò che ho domandato avvenisse.
Allora non soltanto non riesco più a orientare il mio andare, ma mi lascio confondere e affondare nel mio desiderio da qualcosa che percepisco come forte, talora anche come violento, ma che davvero non ha consistenza, come il vento.
La paura assume, perciò, l'aspetto del dubbio, che mette in questione ciò che so, ciò che ho pure sperimentato tante volte, ciò che ho riconosciuto con entusiasmo e a cui ho aderito con passione.
Possiamo domandarci in che modo, con che tono Gesù abbia rivolto a Pietro la parola: «uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Magari potremmo sentirvi un rimprovero, ma io credo che l'accento sia stato tale da svelare a Pietro l'inganno costruito dal suo timore.
Gesù dà nome a ciò che c'è nel cuore del suo discepolo, ma gli indica anche la via per non lasciarsi dominare dalla paura.
La domanda permette a Pietro di riconoscere che non ci sono ragioni, che la mano del Signore è lì, pronta ad afferrarlo, prima che le acque lo travolgano.
E, se riconosco la presenza concreta, reale e attiva del Signore che è con me, sulla barca, anche il vento cessa.
Dunque, tenere lo sguardo fisso su Gesù e affidare la propria vita a lui sempre più totalmente è la modalità concreta per vincere la paura.
Gesù è il Figlio di Dio, è colui che ha trasformato il limite e la povertà di cinque pani e due pesci in ricchezza e nutrimento per tutti, è colui che attraversa la notte, trasformando anche la morte in un luogo di vita.
Dallo studio e dalla meditazione della parola di Dio, finalmente in mano alle persone di fede, sta emergendo e viene consegnata al mondo, pur in mezzo a contraddizioni, un'immagine di Dio non più imprigionata in categorie arcaiche, ma un nuovo volto di uomo, una chiesa più evangelica e la proposta di una società basata su valori autentici.
Il cammino della conversione non è ancora concluso. Non solo nei segni dei tempi, ma anche attraverso le critiche severe dei non credenti, lo Spirito invita chi ha fede a proiettare gli sguardi, le menti e i cuori oltre gli orizzonti angusti in cui il timore di crescere rischia di mantenerli prigionieri.

Ecco il programma delle messe dal 14 al 16 agosto. Clicca sulla foto per ingrandire.
09/08/2026

Ecco il programma delle messe dal 14 al 16 agosto. Clicca sulla foto per ingrandire.

La parola della carità: XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, 2 Agosto 2026.di: Ferdinando RicciFarsi carico delle necessi...
02/08/2026

La parola della carità: XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, 2 Agosto 2026.

di: Ferdinando Ricci

Farsi carico delle necessità altrui

Il Vangelo di Matteo (Mt 14, 13-21) ci presenta
il prodigio della moltiplicazione dei pani e
ribalta la logica umana: di fronte al bisogno,
non bisogna delegare, ma condividere.
L'amore non si misura su ciò che si trattiene,
ma su quanto si dona, moltiplicando il poco
che si ha quando viene messo nelle mani di
Dio.
È il Vangelo del pane che trabocca dalle mani,
dalle ceste. Segno da custodire con particolare
cura perché è raccontato per ben sei volte dai
Vangeli, carico di promesse e profezia.

Clicca qui per leggere il Vangelo.
Matteo 14,13-21 👇
https://drive.google.com/file/d/17LZAcTvxqWq9smP-unNnheRaVSOVOxmQ/view?usp=sharing

Gesù vide la grande folla, sentì compassione per loro e curò i loro malati. Tre verbi rivelatori (vide, sentì, curò ) che aprono finestre sui sentimenti di Gesù , sul suo mondo interiore. Vide una grande folla ; il suo sguardo non scivola via sopra le persone, ma si posa sui singoli, li vede uno ad uno. Per lui , guardare e amare sono la stessa cosa. E la prima cosa che vede alzarsi da tutta quella gente e che lo raggiunge al cuore è la loro sofferenza: e sentì compassione per loro. Gesù prova dolore per il dolore dell'uomo, ed è ferito dalle ferite di chi ha davanti, ed è questo che gli fa cambiare i programmi: voleva andarsene in un luogo deserto, ma ora chi determina l'agenda è il dolore dell'uomo, e Gesù si immerge nel tumulto della folla, risucchiato dal vortice della vita dolente.

Per primo viene il dolore. Il dolore più importante è chi patisce: nella carne, nello spirito, nel cuore. È dalla compassione che fioriscono i miracoli: guarì i loro malati. Il nostro tesoro più grande è un Dio appassionato che patisce per noi. Il luogo è deserto, e ormai tardi ; questa gente deve mangiare... I discepoli, alla scuola di Gesù, sono diventati sensibili e attenti ; si prendono a cuore le persone. Gesù però fa di più : mostra l'immagine materna di Dio che raccoglie, nutre e alimenta ogni vita, e incalza i suoi: «Voi stessi date loro...». Le emozioni devono diventare comportamenti, i sentimenti maturare in gesti. Date da mangiare: «La religione non esiste solo per preparare le anime per il cielo: sappiamo che Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra» (Evangelii gaudium 182).

Il miracolo del pane è raccontato come una questione di mani. Un moltiplicarsi di mani, più che di pane. Un pane che passa di mano in mano: dai discepoli a Gesù , da lui ai discepoli, dai discepoli alla folla. Allora apri le tue mani. Qualunque sia il pane che tu puoi donare, non trattenerlo ; apri il pugno chiuso. Imita il germoglio che si schiude, il seme che si spacca, la nuvola che sparge il suo contenuto. Che diritto hanno i cinquemila di ricevere pane e pesce? L'unico loro titolo è la fame. E il pane di Dio, quello delle nostre eucaristie, non impoveriamolo mai all'alternativa meschina tra pane meritato o pane proibito: esso è il pane donato, con lo slancio della divina compassione. Pane gioioso e immeritato, per i cinquemila quella sera sulla riva del lago, per tutti noi sulla riva di ogni nostra notte.

La parola della carità: XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, 26 Luglio 2026.di: Ferdinando RicciLa gioia di scoprire un te...
26/07/2026

La parola della carità: XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, 26 Luglio 2026.
di: Ferdinando Ricci

La gioia di scoprire un tesoro
Nel Vangelo di Mt 13,44-52 il Regno dei Cieli
non viene presentato come un obbligo o una
fatica, ma come una scoperta folgorante.
Le parabole del tesoro nascosto e della perla
preziosa insegnano che la fede è una forza
vitale, in grado di riempire il cuore di una gioia
immensa e di dare un nuovo senso all'intera
esistenza.

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L'archeologo Carter rimase per alcuni istanti
stupefatto, allibito, quasi paralizzato quando,
introdotta una candela in un pertugio della
tomba inviolata di Tutankhamon, scorse il
tesoro più ricco mai scoperto.
I tre amici che erano con lui lo interpellavano
con insistenza, ansiosi di sapere cosa lo avesse
ammaliato. Riuscì a farfugliare: "Cose
meravigliose, cose meravigliose!". Non fosse
per questo tesoro di Tutankhamon - un
faraone della XVIII dinastia, morto
diciannovenne, ricorderemmo a malapena il
nome.
Salomone visse nello sfarzo: "Ho accumulato",
diceva: argento e oro, ricchezze di re e di
province, insieme con le delizie dei figli
dell'uomo" (Qo 2,8), ma non furono questi i
tesori che lo resero famoso.
"Tesoro" è l'epiteto più ricorrente sulla bocca
degli innamorati. Non si può vivere senza
legare il cuore a un tesoro; neppure Dio può
farne a meno, infatti "si è scelto Israele" (Sal
135,4).
Il tesoro dei saggi è la sapienza: "Vale più
scoprire la sapienza che le gemme. Non ha
eguaglia il topazio d'Etiopia; con l'oro puro non
la si può scambiare" (Gb 28,18-19).
Nella scelta del tesoro ci si può anche
ingannare, perché è facile prendere abbagli,
confidare in ciò che è inconsistente,
inaffidabile.
Gesù ci mette in guardia: "Non accumulatevi
tesori sulla terra, dove tignola e ruggine
consumano e dove ladri scassinano e rubano;
accumulatevi invece tesori nel cielo, perché là
dove è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore" (Mt
6,19-21).
La vita va investita, non si può non scegliere;
su un tesoro bisogna puntare. Quale?
Un uomo trova un tesoro e, pieno di gioia, va. La
gioia è il primo tesoro che il tesoro regala.
Entrare nel Vangelo è come entrare in un
fiume di gioia, respirare un'aria fresca.
Dio instaura con noi la pedagogia della gioia!
Nel libro del Siracide è riportato un testo
sorprendente: Figlio, per quanto ti è possibile,
trattati bene... Non privarti di un solo giorno
felice (Sir 14 , 11 - 14).
Insomma ci dice: "Sii felice e sentiti libero!"
È l'invito affettuoso del Padre ai suoi figli, il
volto di un Dio attraente, bello, solare, il cui
obiettivo non è essere obbedito o venerato da
questi figli sempre ribelli che noi siamo, ma
ad opera tutta la sua pedagogia per crescere
figli felici. Come fanno ogni padre e madre.
Figlio, non privarti di un giorno felice! Prima
che chiedere preghiere, Dio offre tesori. È il
Vangelo che possiede la mappa.
Quell'uomo va e vende quello che ha. Il
contadino e il mercante vendono tutto, ma per
guadagnare tutto.
Non perdono niente, lo investono. Fanno un
affare. Così sono i battezzati in Cristo: scelgono
e, scegliendo bene, guadagnano.
Non sono più buoni degli altri, ma più ricchi:
hanno un tesoro di speranze, di coraggio, di
libertà , di cuore, di Dio.
Tesoro e perla sono i nomi che dà al suo amore
chi è innamorato. Con la carica di affetto e di
gioia, con la travolgente energia, con il futuro
che sprigiona.
Due nomi di Dio sulla bocca di Gesù . Il Vangelo
mi incalza: Dio per te è un tesoro o soltanto
una fatica? È la perla della tua vita o solo un
dovere?
Mi sento contadino fortunato, mercante ricco
perché riconosco il piacere di credere, il
piacere di amare Dio: una festa del cuore, della
mente, dell'anima.
Non è un vanto, ma una responsabilità ! E dico
grazie a Colui che mi ha fatto inciampare in un
tesoro, in molte perle, lungo molte strade, in
molti giorni della vita.

La parola della carità: XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, 19 Luglio 2026.di: Ferdinando RicciLa pazienza di Dio e l’impa...
19/07/2026

La parola della carità: XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, 19 Luglio 2026.

di: Ferdinando Ricci

La pazienza di Dio e l’impazienza dell’uomo

Nel Vangelo di oggi incontriamo Gesù intento a
parlare con la folla in parabole del regno dei
cieli. Mi soffermo sulla prima, quella della
zizzania, attraverso la quale Gesù ci fa
conoscere la pazienza di Dio, aprendo il nostro
cuore alla speranza.

Clicca qui per leggere il Vangelo 👇
https://drive.google.com/file/d/1H3fJqncko9fke-8oloaP0dTSeyt6dvB5/view?usp=sharing

La zizzania e la pazienza di Dio
Il racconto si compone di una prima scena, che
narra la semina, e poi di un dialogo in due parti
tra i servi e il padrone del campo, che prima
spiega le ragioni della presenza della zizzania e
alla fine indica il tempo del suo sradicamento.
Nel racconto domina il contrasto e
l'opposizione: tra i due semi, tra il padrone del
campo e il suo nemico, tra la differente visione
e comprensione dei fatti del padrone e dei
servi.
Come nel testo di domenica scorsa, anche qui
Gesù spiega la parabola ai discepoli e, come nel
brano precedente, tra il racconto e la
spiegazione viene inserito un altro passo che
apparentemente interrompe il filo della
narrazione.
Si tratta di altre due parabole sul regno dei
cieli, quella del granellino di senape e quella
del lievito.
Esse, però, non soltanto non spostano il
discorso in un'altra direzione e
approfondiscono il tema del regno, ma,
soprattutto, aiutano a orientare la
comprensione della parabola della zizzania.
Entrambe sottolineano le dimensioni del
nascondimento, della piccolezza,
dell'ordinarietà, che contrastano con l'esito
inaspettato o impensato rappresentato
dall'albero di grande proporzioni e dal
fermentare di tutta la pasta.
Come i servi del padrone del campo, anche noi
attendiamo una manifestazione straordinaria,
chiara, potente di Dio, del suo mistero, della
sua azione.
Il padrone lascia crescere insieme al grano
anche la zizzania, perché ha fiducia nella bontà
del grano e perché la sua azione ha le
caratteristiche del suo Regno.
Occorre non lasciarsi ingannare, poiché
proprio dalla piccolezza del seme di senape ha
origine un albero gigantesco in cui tutti si
possono rifugiare e poiché la forza del lievito,
che si mescola alla farina, è ciò che permette di
sfamare molti.
Il padrone sa che c'è la zizzania e sa da dove
viene, ma, di fronte ad essa, non agisce con
impulsività, non mette a repentaglio l'esito del
raccolto ; egli sa quando è il momento giusto
per intervenire, ha la pazienza di attendere la
mietitura.

L'ottimismo di Dio e non il mio
La parabola ci invita a guardare con la sapienza
di Dio alla realtà, riconoscendo la presenza del
male, ma confidando nell'azione e nel giudizio
del Signore, nella cura che Egli ha verso il
grano che è destinato a essere raccolto.
Il racconto, però, può anche essere riferito a
ciascuno di noi. Siamo noi, è il nostro cuore il
campo in cui è stato seminato il buon seme e
dove il nemico, di notte, mentre non ci
accorgiamo e siamo poco vigili , getta la
zizzania.
La parabola ci invita a guardare con verità a
noi stessi e alla realtà più grande in cui
viviamo, riconoscendo il male e facendolo
senza ipocrisia, ma anche senza durezza e
ansia di perfezione, perché tali atteggiamenti
impediscono di cogliere il bello e il buono che è
seminato nel campo e che, crescendo, porterà
frutto.
Il Signore, infatti, desidera che il seme buono
dia il suo frutto e ha pazienza con noi, senza
complicità o connivenze con il peccato ; chiama
la zizzania con il suo nome e non la confonde
con il grano, ma ha fiducia nella forza del seme
del grano e sa che il nemico è vinto per la forza
della sua croce.

Indirizzo

Via Primo Maggio, 29
Perugia
06132

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