17/01/2026
Giovanni, vedendo Gesù ve**re verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (Vangelo secondo Giovanni).
Giovanni il Battista vede ve**re Gesù verso di lui e lo indica a tutti con l’espressione: «Ecco l’Agnello di Dio». È la prima apparizione di Gesù nel Vangelo di Giovanni. Quest’uomo non parla, non compie gesti straordinari: cammina verso Giovanni. E basta questo movimento perché il Battista pronunci una delle definizioni più dense e decisive di tutta la Scrittura.
Non è un titolo poetico né una formula devozionale. “Agnello di Dio” è una parola carica di memoria e di futuro. In una sola espressione, Giovanni raccoglie l’intero dramma della liberazione biblica: la Pasqua, l’Esodo, la notte in cui Israele esce dalla schiavitù grazie al sangue sugli stipiti delle case; la carne dell’agnello che dà la forza per mettersi in cammino; la tenda nel deserto, segno della presenza della gloria di Dio tra il suo popolo. Dire “Agnello di Dio” significa affermare che la salvezza non passa attraverso il dominio o la vendetta, ma attraverso una vita consegnata.
Giovanni lo chiarisce subito: questo Agnello «toglie il peccato del mondo». Non “i peccati”, al plurale, come se si trattasse di un elenco di colpe individuali, ma il peccato al singolare: la radice profonda del male, quella forza che chiude l’uomo alla fiducia, lo separa dalla vita e lo consegna alla paura. Il verbo usato dal Vangelo indica un gesto concreto: sollevare un peso dalle spalle di un altro. Non un atto giuridico, non una punizione sostitutiva, ma un’assunzione d’amore.
Per questo Gesù non è presentato come una figura potente o trionfante. Il Battista non lo chiama “leone di Giuda”, ma agnello. Non lo introduce come sacerdote o re, ma come uomo. In quell’umanità semplice e disarmata, Giovanni riconosce la pienezza di Dio. È una forza che non schiaccia, ma libera; che non impone, ma attira.
Il cuore del racconto è segnato da una visione: lo Spirito che scende su Gesù e rimane su di lui. È questo il centro della scena. Lo Spirito non passa, non sfiora: dimora. Gesù è l’uomo abitato dallo Spirito, colui nel quale Dio ha posto definitivamente la sua “tenda” tra gli uomini. L’immagine della colomba richiama l’inizio della creazione, quando lo Spirito aleggiava sulle acque del caos, e annuncia un inizio nuovo: non solo una redenzione dal passato, ma una rigenerazione dall’interno.
È qui che si comprende come l’Agnello “toglie il peccato del mondo”. Non combattendolo frontalmente, non schiacciandolo con la forza, ma immergendo l’uomo nello Spirito. Gesù non battezza più solo nell’acqua, come segno esteriore di conversione: egli battezza nello Spirito Santo, cioè comunica la stessa forza d’amore di Dio, capace di trasformare l’uomo dall’interno. La luce non combatte le tenebre: splende, e le tenebre si dissolvono.