06/06/2026
Con la Solennità del Corpus Domini la Chiesa ci porta a riflettere sul mistero centrale della nostra fede: la SS. Eucaristia. Memoriale vivo della Pasqua del Signore, che Lui stesso ha comandato ai suoi discepoli di offrire in Sua memoria fino al Suo ritorno.
È un mistero che va ben oltre la nostra limitata comprensione, e che rappresenta tutt'oggi un ostacolo ostico al dialogo con altre esperienze religiose.
Un Dio che si fa carne e per di più cibo resta inaccettabile, tanto per i contemporanei di Gesù quanto per l'uomo di sempre, se questo non ha l’umiltà di mettersi in ascolto e di lasciarsi incontrare da questo Dio Amore.
Eppure Egli ha scelto di lasciarci Se stesso per rappresentare la cifra totale del Suo Amore per l’umanità. Di più: nella logica dell'Incarnazione il memoriale del Corpo e Sangue del Signore vuole sottolineare la necessità della comunione vitale con Lui.
È necessario mangiare Lui per avere i noi la Vita eterna.
“Un Vangelo di otto versetti, e Gesù a ripetere, per otto volte: Chi mangia la mia carne vivrà in eterno. Quasi un ritmo incantatorio, una divina monotonia, nello stile di Giovanni che avanza per cerchi concentrici. Per otto volte Gesù insiste sul perché mangiare: per vivere, per vivere davvero. È l'incalzante certezza di Gesù su qualcosa che cambia la direzione della vita. Qui è il genio del cristianesimo: Dio non prende nulla e dona tutto, si perde dentro le sue creature come pane dentro la bocca” (Ronchi).
“Nell’Eucaristia, Dio continua a nutrirci, per sempre. Ma ci nutre nel modo più eccellente: non ci nutre di cose, ma ci nutre della relazione con lui. Questo del resto è l’Amore: non semplicemente offrire all’altro delle cose, per quanto preziose, ma donare se stessi, il proprio tempo, la propria attenzione, addirittura la propria vita. Gesù fa esattamente questo, perché sa che la relazione con Lui è l’unico cibo che ci fa vivere per sempre.
In questo senso l’Eucaristia è il compimento delle sue parole pronunciate nel vangelo di Giovanni: io sono il pane vivo disceso dal cielo” (Piccolo).
“Allora mangiare e bere Cristo significa molto più che fare la Comunione alla Messa, significa “farci comunione”. Finita la religione delle pratiche esterne, dei riti, degli obblighi, questa è la religione del corpo a corpo con Dio, a tu per tu con la Sua Vita, fino a diventare una cosa sola con Lui. “Io non sono ancora il Cristo, ma io sono questa infinita possibilità” (D.M.Turoldo)” (Ronchi).
Lo scrittore Tolkien racconta la sua fame di Eucaristia e il richiamo silenzioso del Tabernacolo come il luogo in cui Dio lo ha sempre atteso: «Io sono uno che è fuggito dall'Egitto, e prego Dio che nessuno della mia progenie ci ritornerà (...). Fin dall'inizio mi sono innamorato del Santissimo Sacramento, e per grazia di Dio non me ne sono mai allontanato: ma, ahimè!, in effetti non sono sempre stato all'altezza. (...) Per me non il Segugio del Cielo, ma l'incessante silenzioso richiamo del Tabernacolo, e un senso di fame implacabile. Ora prego per tutti voi, incessantemente, che il Guaritore (lo Hælend come il Salvatore era chiamato in inglese antico) sani i miei difetti, e che nessuno di voi smetta mai di invocare Benedictus qui venit in nomine Domini. (da una lettera di J. R. R. Tolkien a Michael Tolkien, 1 novembre 1963).
Potessimo anche noi avere questa fame autentica del Pane di vita. Purtroppo, non possiamo negare la grande crisi del Sacro che pervade tutto e tutti.
Ma Papa Francesco ci ricorda che “quando riceviamo l'Eucaristia, Gesù fa lo stesso con noi: ci conosce, sa che siamo peccatori e sbagliamo tanto, ma non rinuncia a unire la Sua Vita alla nostra. Sa che ne abbiamo bisogno, perché l'Eucaristia non è il premio dei santi, ma il Pane dei peccatori. Per questo ci esorta: “Non avete paura! Prendete e mangiate". Buona domenica.