Parrocchia San Lazzaro Parma

Parrocchia San Lazzaro Parma Benvenuti nella Parrocchia San Lazzaro Parma

Abbiamo concluso il super campo di  . Un sentito e grato ringraziamento  ai ragazzi del Jonathan, del gruppo Acutis e al...
06/09/2026

Abbiamo concluso il super campo di . Un sentito e grato ringraziamento ai ragazzi del Jonathan, del gruppo Acutis e alle bravissime cuoche Luciana e Cesira. Un esperienza profonda di fede e fraternità.

Salita al monte  . Abbiamo contemplato le meraviglie del creato. Stanchi ma contenti.    .
05/09/2026

Salita al monte . Abbiamo contemplato le meraviglie del creato. Stanchi ma contenti. .

Iniziato il campo di
04/09/2026

Iniziato il campo di

Riflessione di p. Ermes Ronchi. XXIII domenica t.o. A.Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo. Invest...
04/09/2026

Riflessione di p. Ermes Ronchi. XXIII domenica t.o. A.

Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo. Investire in fraternità è l'unica politica economica che produce vera crescita.

Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono con loro.

Il suo Nome è giustizia, pace, mitezza, limpido cuore. Il nome di Gesù è: fratello e amico! Nel mio nome vuol dire: quando due persone vivono un legame secondo Vangelo, allora Dio è lì. Quando due si guardano con bontà e verità lì c'è Dio. Quando un uomo e una donna, un genitore e un figlio o due amici si ascoltano con amore vigile, lì c'è Dio. Quando hai fame e sete di giustizia e di pace, per te e per gli altri, lì c'è Dio. Solo allora reale e spirituale coincidono.

E se tuo fratello commetterà una colpa contro di te, vai e ammoniscilo. Lo scandalo del perdono è che è la vittima a doversi convertire per prima. «Il perdono è la de-creazione del male» (R. Panikkar), perché rattoppa il tessuto continuamente lacerato delle nostre relazioni.

Ma cosa mi autorizza a intervenire nella vita dell'altro? La ragione è tutta in una parola: Se tuo fratello... Solo se senti l'altro come fratello, se sai la sua speranza e la sua gioia, solo se hai assaggiato l'amaro delle sue lacrime, sei autorizzato a intervenire. Altrimenti sarebbe solo aggressione.

Chi ci ama ci sa riprendere, chi non ci ama sa solo ferire o adulare. Dopo aver così interrogato il cuore, tu va' e parla, fai il primo passo, sii tu a riallacciare la relazione. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello.

Verbo stupendo: guadagnare un fratello. C'è gente che guadagna stima o potere o denaro, e poi c'è gente che guadagna fratelli. Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo. Investire in fraternità è l'unica politica economica che produce vera crescita.

E, alla fine, una frase da capire bene: Se non ascolta neppure i testimoni, quel fratello sia per te come il pagano. Sia un escluso, uno scarto, un rifiuto? No. Con lui farai come Gesù, che siede a tavola con i pubblicani e i peccatori e discute di pane e briciole con la donna pagana; ricomincerai anche tu, con paziente fiducia, ad annunciare la bella notizia della tenerezza di Dio chino su ciascuno dei suoi figli.

A Dio che gli chiede dove è Abele, Caino risponde: Sono forse io il custode di mio fratello? La replica è chiara: Sì, tu sei il custode. Neppure Abele è esentato: alla fine Dio chiederà proprio ad Abele e alle vittime: Tu cosa hai fatto di tuo fratello Caino? Ti sei riconciliato? Ti sei preso cura di lui?

Allora tutto quello che legherete o scioglierete sulla terra lo sarà anche in cielo. Non si tratta del potere giuridico dell'assoluzione, ma del mandato fondamentale di tessere strutture di riconciliazione.

Ciò che avete riunito e riconciliato attorno a voi, tutti i legami buoni che avete creato li ritroverete nel cielo. Ciò che avete liberato attorno a voi come energia di vita nuova, di audacia, di sorrisi, non sarà più cancellato, è storia del tempo e dell'eternità. Ciò che libererete avrà libertà per sempre, ciò che unirete sarà in comunione per sempre.

Il Vangelo di questa XXII domenica ci richiama con forza a riflettere sul senso della vita. Quel Pietro, che a Cesarea a...
29/08/2026

Il Vangelo di questa XXII domenica ci richiama con forza a riflettere sul senso della vita. Quel Pietro, che a Cesarea aveva brillato con la perfetta professione di fede “Tu sei il Cristo", diviene motivo di scandalo perché non comprende, né lo vuole perché ancora molto mondano, l'annuncio della passione che il Maestro ha fatto rivolgendosi ai discepoli. «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Ammettiamolo: noi avremmo detto lo stesso. Come il pescatore di Galilea. L'uomo da sempre si pensa e vive, illudendosi, in affannosa ricerca di gratificazioni effimere e passeggere. “Carpe diem" direbbe il poeta latino Orazio. Un'autorealizzazione che porta l’uomo a ripiegarsi su stesso, “a salvare la propria vita", nell'errata convinzione che ciò ne rappresenti il senso compiuto.
Il Maestro, rimproverando duramente Pietro, sbriciola questa prospettiva, aprendoci l’orizzonte del vero senso della vita: donarla, perderla donandola.
Insomma, “Gesù nel Vangelo di questa domenica ci parla propriamente del senso della vita: qual è la vita riuscita? È quella donata, spesa per gli altri. Qual è la vita perduta? Quella trattenuta per sé. Come abbiamo appena sentito nel Vangelo: "Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà". Gesù rovescia così il nostro modo di pensare: la vita non si salva trattenendola, ma donandola; non si trova proteggendola a ogni costo, ma spendendola per amore. È Cristo che dà un orizzonte di senso alla nostra esistenza e allora saprò cogliere ogni attimo perché sa di Cristo, perché ogni istante è il seguito di una storia che nasce dall'Amore e anticipazione di una meta che è Amore. Ma se l'origine è il caso e la fine è divenire cibo per i vermi, capite bene che ogni istante in mezzo rischia di diventare assurdo.
Freud diceva che chi si pone troppo il problema e le domande intorno al senso della vita significa che non sta bene, è un caso patologico. Sosteneva questo perché credeva che il problema del senso fosse irrisolvibile e volerlo risolvere a tutti i costi fa diventare matti. Ma mi chiedo proprio chi è più matto o patologico: chi vive una vita priva di senso che sa di muffa della terra o chi vive una vita che profuma di Dio? "Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?". A che serve carpire ogni istante della mia vita se poi questa sarà perduta per l'eternità?” (Bono).
Non possiamo negare che, se da una parte diamo ragione a Freud, dall’altra il mondo ci abbacina con la tentazione di aggiungere giorni alla vita, ma non vita ai giorni. Purtroppo, se uno si illude che l’esistenza sia frutto del caso, e che dal nulla torni nel nulla, ecco che si fa e ci si inventa di tutto sia per non pensare alla fine che rapidamente si avvicina sia per dare motivazioni molto labili al nostro fugace pellegrinaggio terreno.
Benedetto XVI ha sottolineato il fatto che per indirizzare la propria vita in modo pieno e carico di senso, è necessario cogliere “l'oggi in cui Dio ti chiama per donarti la salvezza!".
“Allora non si tratta di cogliere l'"attimo fuggente", ma l'"attimo che rimane", perché ogni istante vissuto alla sequela di Gesù (alla quale ci invita il Vangelo di questa domenica) non va perduto. Ciò che tratteniamo per noi prima o poi lo perderemo; ciò che invece avremo donato per amore rimarrà. E ogni istante vissuto alla sequela di Gesù ci proietta verso il compimento della nostra vita: non quello di diventare cibo per i vermi, ma di diventare come Dio, perché un giorno lo vedremo faccia a faccia, così come Egli è” (Bono). Buona domenica.

22/08/2026
22/08/2026

Incontro con i Partecipanti al 47° Meeting per l’Amicizia fra i Popoli

Fiera di Rimini

Discorso del Santo Padre Leone XIV

Cari fratelli e sorelle!

Sono felice di incontrarvi a Rimini, negli ambienti che vi sono cari per l’impegno, la creatività e il dialogo che il vostro appuntamento di fine agosto da anni è in grado di mobilitare. Ringrazio il Presidente Scholz e il Dottor Prosperi per il loro saluto.
In questo momento storico comprendiamo più profondamente la profezia che quasi mezzo secolo fa venne inscritta nel nome dato a queste giornate: “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. Come vi disse San Giovanni Paolo II, «già solo il pronunciare queste parole rallegra il cuore: “Incontro”! “Incontro di amicizia”! “Amicizia tra i popoli”! Parole che acquistano un particolare significato in queste ore, spesso drammatiche, della storia del mondo» (Discorso al III Meeting per l’amicizia tra i popoli, Rimini, 29 agosto 1982).
Anche oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi. Papa Francesco con l’Enciclica Fratelli tutti ci ha insegnato a coltivare l’amicizia sociale, che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità. Riconoscendoci, infatti, nella dignità di figli di Dio, veniamo a contatto con ciò che accomuna originariamente gli esseri umani, al di là di ogni diversità, separazione o conflitto. Possiamo immedesimarci l’uno nell’altro, ascoltarci e diventare amici, tra persone e quindi anche tra popoli. Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo: voi lo sapete, perché siete stati educati a leggere il Vangelo come rivelazione di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza, risvegliando in ciascuno il desiderio di essere amato e di amare. In tal modo, non avete fatto del “Meeting” una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini.
Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia. Come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, infatti, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Cost. past. Gaudium et spes, 1). Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura. Le diverse edizioni del “Meeting”, in effetti, hanno saputo attingere al grande patrimonio del passato le ragioni che vi impegnano oggi nel confronto con l’arte, la musica, la letteratura, la scienza, l’economia e con ogni espressione dell’animo umano. Anche il titolo scelto per questa edizione, tratto dall’ultimo verso della Divina Commedia, ci sospinge verso la storia di cui Dio è Signore. «L’amor che move il sole e l’altre stelle» non è scomparso, non ha perso vigore, né intensità, sebbene sia un amore che rimane volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra, il cielo e tutte le creature.
Sì, l’amore muove! «Fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Così Gesù descrive la perfezione di Dio, manifestando lo scarto tra la generosità del suo agire e la ristrettezza dei pensieri umani. La realtà soffoca nei nostri calcoli e respira nella gratuità di Dio. Non a caso i miei Predecessori – San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – hanno tutti indicato la misericordia divina come punto di impatto tra il Vangelo e le “cose nuove” di quest’epoca drammatica e meravigliosa. Seguire Gesù Cristo dopo le tragedie e le ripartenze del XX secolo implica, infatti,una lucida consapevolezza: il male non si combatte col male. Come in cielo, così in terra l’amore è la legge della vita, il metodo della redenzione, del Messia crocifisso. Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità. Il peccato esiste, certo, ma più forte è l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato.
Tra voi non mancano competenze, responsabilità e risorse da mettere a servizio di un’autentica conversione di popolo. «L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre» (Francesco, Discorso al V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, Firenze, 10 novembre 2015). Liberiamo, dunque, la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte. A partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo, smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo. Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti.
Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni! Le due strade sono incompatibili, perché una sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione, l’altra serve il Regno di Dio e la sua giustizia. «In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat, quando proclama che di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono. Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi, dalle reti globali, e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 230-231).
Cari amici, la bellezza disarmata di questo Mistero domanda di correre “il rischio educativo” di cui vi parlò don Giussani. Egli intuì che «il metodo educativamente più capace di bene non è quello che vive di fuga dalla realtà, per affermare separatamente il bene, ma quello che vive della promozione del bene nel mondo». [1] E insisteva: «Nel mondo significa nel confronto con la realtà intera, confronto rischioso, se così lo si vuol chiamare; ma meglio sarebbe dire impegnativo». [2] Fratelli e sorelle, assumiamoci adesso questa responsabilità, che è impegno con Cristo e impegno con il nostro mondo!
Cari giovani, siete tanti qui, parecchi come volontari. Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» sospinge ancora alla speranza. L’ho avvertito intensamente fra i vostri coetanei in Libano, in Africa e in Spagna. L’amore muove, urge, risveglia dal torpore, suscita nuove vocazioni e chiama a rischiare. Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!
Ad ogni latitudine, in particolare ai margini e fra coloro che soffrono, troverete chi è già pronto a costruire la civiltà dell’amore. Non permettete a nessuno di sminuire questa parola, che è il nome stesso di Dio: «Dio è amore» (1Gv 4,16). Nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé.
Cari giovani, oggi il mondo sembra stupirsi della vostra adesione a Cristo, dell’attrazione che sentite per Lui e per la sua Parola, della vostra appartenenza alla Chiesa. Che siate cristiani è oggi per molti una sorpresa! Eppure, senza clamore, «per mezzo vostro la parola del Signore risuona» (1Ts 1,8). Lo scriveva san Paolo alla giovanissima comunità di Tessalonica. E continuava: «La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne» (ibid.). Non è una questione di numeri, sebbene commuovano le migliaia di vostri coetanei che chiedono il Battesimo in società considerate tra le più secolarizzate del mondo. È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà.
Lo stiamo comprendendo sempre meglio, entro circostanze storiche che riattivano le domande più umane e un desiderio infinito di senso, di giustizia e di pace. Così, una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo, dei legami che genera, della logica che accende, della vita che fa sorgere. Come hanno ripetuto più volte i miei Predecessori, «la Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione». [3] È l’attrazione per un modo di abitare il mondo, a proposito del quale don Giussani provocatoriamente domandava: «Si può vivere così?». [4]
Già nel II secolo, d’altra parte, l’anonimo autore della Lettera a Diogneto riconosceva che i cristiani «si propongono una forma di vita meravigliosa e, indubbiamente, paradossale» (V, 4). Certo, dobbiamo ammettere che portiamo questo tesoro “in vasi di creta” (cfr 2Cor 4,7) e che spesso la credibilità della nostra testimonianza personale e comunitaria è segnata dal limite e dal peccato. Ma è il Signore che ci rialza sempre, come singoli e come comunità!
Cari amici, amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità. Merita di pronunciarlo di nuovo “Amate sempre la Chiesa!”. Cari amici, amate e preservate l’unità della “compagnia” attraverso la quale Cristo vi ha raggiunti e vi attrae a sé. Come ebbe a dirvi Papa Francesco in occasione del centenario della nascita del vostro fondatore, «anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia e possono essere momenti di rinascita. Comunione e Liberazione nacque proprio in un tempo di crisi, quale fu il ’68. In seguito, don Giussani non si è spaventato dei momenti di passaggio e di crescita della Fraternità, ma li ha affrontati con coraggio evangelico, affidamento a Cristo e in comunione con la madre Chiesa» (Francesco, Discorso ai membri di Comunione e Liberazione, 15 ottobre 2022).

Ebbene, carissimi, proprio nel travaglio del cambiamento d’epoca, in questo mondo lacerato da molteplici crisi, possiamo riscoprire «il “gusto spirituale” di essere Popolo di Dio, riunito da ogni tribù, lingua, popolo e nazione, che vive in contesti e culture diverse […] ancora pellegrinante nel tempo e già in comunione con la Chiesa del cielo» (XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, n. 17). In questi ultimi anni, abbiamo riscoperto la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa, che ci chiama anzitutto a imparare ad ascoltarci a vicenda. Il dono dell’ascolto è qualcosa che, penso, tutti riconosciamo, ma che spesso si è perso in alcuni settori della Chiesa. Dobbiamo continuare a scoprire quanto è prezioso, a cominciare dall’ascolto della Parola di Dio, dall’ascolto reciproco, dall’ascolto della saggezza che troviamo in uomini e donne, in membri della Chiesa e in quanti sono alla ricerca della verità, ma che ancora non sono, e forse non saranno mai membri della Chiesa» (Discorso ai partecipanti al Giubileo delle Equipe sinodali e degli Organismi di partecipazione, 24 ottobre 2025).

È un cammino che richiede anche il rinnovamento di ogni realtà associativa e movimento ecclesiale. Vi invito, sia all’interno del Movimento di Comunione e liberazione, sia nelle Chiese particolari a cui ognuno di voi appartiene, a fare questa esperienza del camminare insieme: ognuno ascolta, si lascia trasformare dalla fede altrui e insieme, sotto la guida dei pastori, si maturano nuove consapevolezze, passi ulteriori, obbedienze coraggiose allo Spirito Santo. Sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo. Allora l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia. Questo stile costituisce in quest’epoca travagliata un vero e proprio segno dei tempi. Testimoniamo che ogni carisma è per l’utilità comune, che ogni ricchezza si moltiplica se condivisa, che ogni paura può essere superata: dobbiamo renderlo tangibile, credibile, desiderabile. Saprete farlo, cari amici, sulla scia del vostro fondatore, coltivando l’unità tra voi, con coloro che sono chiamati a guidare il Movimento, con la Sede Apostolica che vi ha riconosciuto e con il Successore di Pietro. Lo Spirito Santo ci educhi alla pratica della comunione. Ce ne doni il gusto, la stima, la speranza. Continui a guidarci, cari fratelli e sorelle, quell’Amore “che move il sole e l’altre stelle”. Grazie!

Grazie! Grazie!

Elemento fondamentale in ogni comunità cristiana è la preghiera. Allora, adesso, invito tutti a pregare la Preghiera che Gesù ci ha insegnato:

Padre Nostro…

Benedizione

Grazie e buon cammino!

[1] L. GIUSSANI, Il rischio educativo, Milano 2014, 106.
[2] Ibid.
[3] BENEDETTO XVI, Omelia nella Messa inaugurale della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, Aparecida (13 maggio 2007). FRANCESCO, Catechesi (11 gennaio 2023).
[4] Cfr L. GIUSSANI, Si può vivere così?, Milano 2007.

“Il brano del Vangelo di questa XXI domenica ci pone di fronte alla domanda cruciale che ogni essere umano, prima o poi,...
22/08/2026

“Il brano del Vangelo di questa XXI domenica ci pone di fronte alla domanda cruciale che ogni essere umano, prima o poi, è chiamato ad affrontare: chi è veramente Gesù? Non si tratta di una questione puramente accademica, ma di un interrogativo che tocca le radici stesse della nostra esistenza e della nostra identità” (Missionari della Via). In un contesto storico assai problematico come il nostro, segnato dal relativismo, dal nichilismo, da un pernicioso scientismo che porta a dileggiare e a dissacrare tutto ciò che non comprende, il Maestro ci riporta a ciò che caratterizza essenzialmente il cristianesimo: un fatto storico da accogliere in una relazione personale.
Gesù rifugge anche la fortissima tentazione (per noi) di legare all'opinione, al sentito dire, che plasma negativamente il sentire comune, l’autentica relazione con Dio.
“Quando Gesù chiede: «E voi, chi dite che io sia?», Egli sta operando una distinzione: da una parte il "numeroso gregge" che si conforma alle idee correnti, dall'altra il "piccolo gregge" che impara direttamente dal Maestro. Esistenzialmente, questa domanda ci strappa all'anonimato della massa; Gesù non cerca un sondaggio d'opinione, ma una relazione personale che tocca le corde del cuore: “Chi sono per te?”. Questa domanda, inevitabilmente, si declina nel nostro vissuto: “Che posto ho nella tua vita”?” (Missionari della Via).
Quando la relazione è vera e profonda arriva ad essere ben definita da García Marquez: "Ti amo non per chi sei, ma per chi sono io quando sono con te".
“La conoscenza deve far scattare una scintilla, un'emozione che spinge a desiderare di conoscere di più l'altro/a, come in un circolo virtuoso, dove la conoscenza suscita la passione e la passione spinge a desiderare di conoscere di più. Ma se la scintilla non scatta, ecco che la conoscenza è solo una tra le tante altre che si aggiungono alla mente, ma non al cuore” (Bono).
Questo è il frequente motivo della disaffezione alla sequela di Cristo, cui si aggiunge quell’erroneo concetto di fede più vicino alla superstizione e alla scaramanzia che ad un autentico discepolato.
Pietro, l’apostolo irruento, irascibile e fragile, che ben conosciamo, al di là della teologicamente per fetta professione di fede “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, arriverà a dare la vita per quella relazione vitale: “un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”.
La fede, per parafrasare Marquez, non si risolve soltanto nel sapere chi è Gesù (quante “fedi” intellettualistiche, mondanizzate), ma nel comprendere chi divengo io quando sono con Lui.
“A Gesù non interessano i like che riceve sul suo profilo (ciò che dice la gente), ma gli interessa quello che diciamo noi, suoi discepoli. Così anche noi non perdiamoci dietro al consenso della gente o a rincorrere le masse per risultare di loro gradimento. Non ci deve interessare l'opinione della gente, ma quella delle persone alle quali vogliamo bene, che hanno mosso il nostro cuore. La conoscenza deve trasformarsi in vita, essere creativa, generativa, e questo non avviene automaticamente: così come non è studiando arte che si diventa automaticamente artisti, o studiando filosofia che si diventa filosofi, così non è aver studiato il catechismo o la teologia che ci fa essere automaticamente cristiani. Non è aver letto tutti i manuali sull'amore che ci trasforma in amanti” (Bono).
“In conclusione, le parole di Gesù ci invitano a uscire dalle opinioni vaghe per abbracciare una fede viva e concreta. Solo quando riconosciamo Cristo come il centro della nostra vita, la nostra identità viene stabilita su una roccia che nemmeno le "porte dell'inferno" possono vincere, permettendoci di servire Dio e il prossimo con un cuore riconoscente e gioioso” (Missionari della Via). Buona domenica.

Un’espressione mutuata dalla mitologia greca è entrata nel nostro parlato quotidiano: “il tendine d’Achille”. Non ci sof...
15/08/2026

Un’espressione mutuata dalla mitologia greca è entrata nel nostro parlato quotidiano: “il tendine d’Achille”. Non ci soffermiamo sulla storia dell’eroe greco, ma vogliamo partire dall’affermazione sopra riportata per comprendere il vangelo che abbiamo proclamato in questa XX domenica.
Brano incentrato sul dialogo serrato tra Gesù e la donna cananea (una pagana, non appartenente alle “pecore perdute della casa d’Israele”).
“È una donna straniera, pagana, appartenente a un popolo che gli Israeliti guardavano con disprezzo. Ma soprattutto è una madre disperata. Sua figlia sta male e lei viene a sapere che Gesù si trova da quelle parti. Gli corre incontro e grida: "Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata". Ma Gesù tace. "Egli non le rivolse neppure una parola". Lei però continua. I discepoli ne sono infastiditi e chiedono a Gesù di mandarla via [gli stessi discepoli che, nel segno del pane, avevano tentato di liquidare la folla…]. E quando finalmente Gesù parla, le sue parole sembrano chiudere definitivamente ogni possibilità: "Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele". Ma quella donna non si arrende. Gli si prostra davanti: "Signore, aiutami!". E arriva una risposta ancora più dura: "Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini". A questo punto chiunque se ne sarebbe andato. Probabilmente anche noi. Ma lei no. E spiazza Gesù usando le sue stesse parole: “È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni". E “Gesù si lascia raggiungere: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri". Quella donna aveva scoperto il "tallone d'Achille" di Dio. Aveva scoperto che il punto nel quale il cuore di Dio si lascia sempre raggiungere è l'amore. E forse proprio una madre può capire meglio di altri quelle parole che Dio aveva pronunciato attraverso il profeta Isaia: "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai". La Cananea sembra dire a Gesù: se io, che sono una madre, non posso abbandonare mia figlia, come potresti farlo tu, che sei Dio?” (Bono).
Siamo qui stamani con la nostra vita, con un peso che ci angustia e per il quale stiamo pregando arrabbiando con Dio, con un pensiero per una persona o una situazione che ci preoccupa. Tutti facciamo, credo, la spiacevole esperienza dell’apparente silenzio di Dio. Lui sembra tacere, ed ecco il facile scoraggiamento sembra prevalere.
La donna cananea ci aiuta a non interpretare il silenzio di Dio come disinteresse e lontananza. Piuttosto, ella ci insegna la perseveranza che continua ad impetrare nonostante tutto. Dio è Padre di tutti e non può dimenticare i suoi figli.
Questa madre coraggiosa ci insegna che anche Dio ha il suo “tallone d’Achille”: l’amore.
“La Cananea non si lascia scoraggiare né dal silenzio di Gesù né dal disprezzo dei discepoli; ella rivendica il suo posto nella salvezza, dimostrando che la fede non dipende dall'appartenenza etnica o dal genere, ma dalla sincerità del cuore. E in questo dialogo serrato, assistiamo a una sorta di "conversione" di Gesù, il cui cuore si apre a una prospettiva universale grazie all'umile ostinazione di una straniera, capace di sintonizzarsi sui pensieri e sentimenti di Gesù prima e meglio degli stessi discepoli. In fondo è il nostro rischio: ridurre la fede a fredde norme fallendone il cuore che è l'amore.
La fede della donna cananea è "grande" perché riconosce in Gesù non un Messia nazionalista, ma il Signore universale che non può negare la vita a nessuno dei suoi figli. Ella passa dal chiamarlo "Figlio di Davide" a riconoscerlo semplicemente come "Signore", compiendo un salto di qualità nella fede che i discepoli stessi faticano a fare.
La Cananea, tra l'altro, ci insegna che non siamo solo noi a dover portare Gesù agli altri, ma spesso sono "i lontani" a manifestarci una fede che ci supera e ci interroga. Siamo tutti, in fondo, "cagnolini" che mendicano briciole di senso, chiamati a scoprire che anche una sola briciola della Parola di Dio è sufficiente a guarire la nostra vita e quella di chi amiamo” (Missionari della Via).
Buona domenica.

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