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Siamo tutti invitati a questo importante momento di preghiera e di adorazione di Gesù Eucaristia.
26/10/2026

Siamo tutti invitati a questo importante momento di preghiera e di adorazione di Gesù Eucaristia.

Altra disputa, altra occasione per il Maestro di consegnarci una importante catechesi su come si possa (e debba) essere ...
24/10/2026

Altra disputa, altra occasione per il Maestro di consegnarci una importante catechesi su come si possa (e debba) essere veri discepoli.
“Qual è il grande comandamento nella Legge?”. Già, la Legge, la santa Torah di Dio: in tutte le scuole - come in quella di rabbi Hillel o di rabbi Shammai - si discuteva sia sui precetti da suddividere in “leggeri” e “gravi”, sia sulla possibilità di riassumere il contenuto della santa Legge in un'unica regola d'oro. Le prescrizioni elencate dagli scribi assommavano a ben 613 precetti, di cui 365 proibizioni - quanti i giorni dell'anno - e 248 prescrizioni - quante le parti del corpo umano, secondo l'anatomia corrente. Come a dire che niente, né il tempo né la vita, sfugge al santo volere di Dio.
Gesù non si sottrae alla questione e risponde con la recita dello Shemà - che riguarda l'amore verso Dio (Dt 6,5). Ma accanto a questo pone il comandamento dell'amore del prossimo (Lv 19,18). L'amore verso Dio è dichiarato da Gesù “il grande e primo comandamento”. Il secondo - “Amerai il tuo prossimo come te stesso” - è sullo stesso piano: è altrettanto importante. Quindi Gesù conclude: “Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti” (Lambiasi).
Il Maestro ci dà le vere coordinate per orientare la nostra vita di fede, che deve tenere insieme l'amore a Dio e al prossimo, ritenuti entrambi necessari ed interdipendenti.
“Gesù risponde alla domanda del dottore della legge con le parole stesse della Scrittura. Cita un passo del Deuteronomio che chiede di rispondere con l'amore all'amore di Dio; questo amore coinvolge tutta la persona, le sue capacità fisiche, spirituali, affettive e mentali. A questo Gesù aggiunge un “secondo” comandamento, che definisce “simile a quello”, e cita un passaggio del libro del Levitico: amerai il tuo prossimo come te stesso. Per Gesù il comandamento principale ha due facce, che non si possono separare: l'amore per Dio, in risposta ai suoi doni, e l'amore per gli altri. Gesù non crea questi comandamenti, ci sono già nella Bibbia (nella prima lettura il testo dell'Esodo presenta alcuni importanti precetti divini sull'amore verso le persone più bisognose: il forestiero, l'orfano e la vedova). Gesù tuttavia porta una grande novità: li mette uno accanto all'altro, li considera per così dire un solo comandamento, la cosa più importante che Dio chiede al suo popolo in risposta al suo amore” (Paris).
L’amore autentico a Dio, e non quello che si trincera dietro improbabili giustizie e legalismi, illumina e sostiene la nostra relazionalità, che dovrà sempre misurarsi con l’altro da me.
“Se noi pensiamo di amare Dio da solo, chiudendoci in una fede intimista, fatta solo di devozioni e di sguardi rivolti al cielo, rischiamo di cadere nell'idolatria. Creiamo un Dio a nostra i mmagine e somiglianza, un anestetico per le nostre coscienze che ci tiene lontani dalle fatiche della storia. Un amore per Dio che non si sporca le mani con il fratello è un'illusione.
Allo stesso tempo, però, se pensiamo di amare il prossimo da solo, riducendo la Chiesa o la nostra vita a una pur bellissima agenzia di servizi, a una filantropia sociale o a un attivismo esasperato, rischiamo di svuotarci. Se tagliamo il legame con la sorgente, che è l'amore di Dio, la nostra spinta prima o poi si esaurisce. Diventiamo funzionari del bene, spesso nervosi e delusi.
Chi agisce nel mondo ha bisogno della preghiera. Come ci ricordano spesso i Santi, "chi prega non spreca il suo tempo". La preghiera non ci distoglie dai doveri quotidiani, ma ci dà gli occhi di Dio per guardare chi ci sta accanto - non come un peso o un dovere, ma come un fratello. Il prossimo non è solo chi fa parte del nostro clan o della nostra cerchia; prossimo è il forestiero, l'orfano, la persona sola della porta accanto” (Cerutti).
“Come, dunque, sono chiamato ad amare me nella mia totalità, quella stessa totalità con cui prima desideravo amare Dio, così adesso sono chiamato ad amare l’altro così com’è, con i suoi difetti, le sue fragilità, le sue ombre. Allora potremmo dire di amare veramente. Le parole di Gesù sono inequivocabilmente un appello alla totalità: non esiste l’amore a metà, l’amore parziale, l’amore a ore alterne.

E saperlo non basta: il dottore della Legge conosceva già tutte queste parole, eppure non le viveva. Così, tante volte anche noi, pretendiamo di sapere Dio, di conoscerlo, eppure non lo amiamo. E dunque non siamo felici. Conoscere qualcosa su Dio e amarlo non sono la stessa cosa: l’amore si vede nei fatti, non nelle intenzioni” (Piccolo). Buona domenica.

Stamani abbiamo presentato alla comunità il seminarista Luc che camminerà con noi seguendo i bambini di II elementare e ...
18/10/2026

Stamani abbiamo presentato alla comunità il seminarista Luc che camminerà con noi seguendo i bambini di II elementare e i giovani del gruppo Jonathan.

Importanti appuntamenti proposti dall'Ac parrocchiale.
17/10/2026

Importanti appuntamenti proposti dall'Ac parrocchiale.

AVVISO IMPORTANTE!Nuovi orari delle celebrazioni della NP Serva di Dio  . In vigore dal 01 novembre 2026.
17/10/2026

AVVISO IMPORTANTE!
Nuovi orari delle celebrazioni della NP Serva di Dio .
In vigore dal 01 novembre 2026.

Una vigna, l’importanza di lavorarci fin dall’alba, per arrivare a quel banchetto, che, possiamo dire, essere il fine e ...
17/10/2026

Una vigna, l’importanza di lavorarci fin dall’alba, per arrivare a quel banchetto, che, possiamo dire, essere il fine e il compimento della nostra fugace esistenza terrena.
Tutto questo, però, non è compreso né tantomeno accolto come qualcosa di scontato, ma soprattutto necessario per tutti gli esseri umani.
Il motivo di questa fatica, di questo rifiuto o indifferenza, ci viene spiegato bene da Gesù nel brano di vangelo di Matteo proclamato in questa XXIX domenica.
Il pretesto di una vera e propria trappola che scribi e farisei tendono al Maestro è noto: è lecito pagare le tasse?
Argomento spinoso, sempre attuale, dove imbarazzo ed ipocrisia si confrontano sistematicamente.
Gesù vuole andare oltre la mera diatriba molto terrena. Rompe l’assedio, e arriva al cuore della questione: chi siamo noi?
Il Maestro “chiede che gli venga mostrata una moneta e pone una domanda chiara: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». «Di Cesare», rispondono. Ed ecco la celebre risposta: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Questa frase viene spesso interpretata come una distinzione tra il potere politico e quello religioso, tra lo Stato e la Chiesa. Ed è certamente anche questo. Ma credo che Gesù voglia portarci molto più in profondità. La sua domanda riguarda un'immagine. Sulla moneta è impressa l'immagine di Cesare. Quella moneta appartiene dunque al mondo di Cesare, al suo potere, alla sua economia.
Ma se sulla moneta c'è l'immagine di Cesare, sull'uomo quale immagine è impressa? Per un ebreo che conosceva le Scritture, la risposta era immediata. Nel primo capitolo della Genesi leggiamo: «Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò» (Gen. 1,27). Ecco allora che le parole di Gesù acquistano una profondità straordinaria. La moneta porta l'immagine di Cesare. Tu porti l'immagine di Dio. A Cesare puoi restituire la moneta. Ma a Dio che cosa devi restituire? Non semplicemente una preghiera, un'offerta, qualche momento della tua settimana. Devi restituire te stesso, perché tu appartieni a Dio. Non si tratta dunque di dividere la nostra vita in due territori: una parte a Cesare e una parte a Dio. Come se Dio fosse il proprietario soltanto della nostra dimensione religiosa, mentre tutto il resto appartenesse ad altri. Gesù ci ricorda che esiste un'immagine più profonda di tutte le altre, un'appartenenza che precede ogni altra appartenenza: quella a Dio. Noi non siamo stati creati a immagine di Cesare, né del potere, né del denaro, né del successo. Siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio. E questa immagine non può essere cancellata da nessuno. Possiamo offuscarla con le nostre scelte, deformarla con il peccato, nasconderla sotto mille maschere. Ma essa rimane impressa nella profondità del nostro essere (Bono).
Purtroppo, spesso, non ci rendiamo neanche più conto di quante volte la deturpiamo nell'illusione che stiamo realizzando il sogno della nostra libertà. Non è così.
“La società ci attribuisce continuamente delle immagini: siamo consumatori, produttori, contribuenti, elettori, utenti, clienti, followers. Veniamo classificati in base a quello che possediamo, a quello che produciamo, alla nostra posizione sociale, al nostro successo, alla nostra bellezza. E finiamo talvolta per identificarci con queste immagini.
Ma chi siamo veramente, al di là di tutte queste etichette? Un giovane può convincersi di valere soltanto per il numero dei suoi followers. Un lavoratore può sentirsi inutile quando perde il lavoro. Un anziano può pensare di non contare più nulla perché non è più produttivo. Sono tutte immagini di Cesare. Immagini che il mondo imprime su di noi e attraverso le quali pretende di definire il nostro valore” (Bono).
Gesù ci invita a riscoprire la nostra vera immagine, quella di Dio. La nostra vera identità, insomma.
Non siamo i nostri errori, i nostri successi, i nostri fallimenti. Non valiamo nella misura in cui siamo riconosciuti o apprezzati.
Né, tantomeno, siamo la nostra carriera o ciò che possediamo. Insomma, non siamo le nostre etichette: né noi né gli altri. Siamo tutti creati ad immagine e somiglianza di Dio.
Qui è racchiuso il vero significato del “rendere a Dio ciò che è di Dio". Cioè restituire a Dio la Sua immagine in noi, e di riconoscerla nelle persone che incontriamo.
In conclusione facciamo questo esercizio: “quando Gesù mostrò la moneta, domandò: «Di chi è questa immagine?». Oggi forse prende nelle sue mani non una moneta, ma la nostra stessa vita. Ci guarda negli occhi e ci pone la medesima domanda: «Di chi è questa immagine?».
E noi, sotto tutti i pixel che il mondo ha sovrapposto al nostro volto, possiamo finalmente rispondere:
«È la tua, Signore. È la tua immagine»” (Bono) . Buona domenica.

Bellissima giornata di fraternità. Dal Santuario di Gesù Bambino ad Arenzano alla scoperta delle bellezze di Genova.
10/10/2026

Bellissima giornata di fraternità. Dal Santuario di Gesù Bambino ad Arenzano alla scoperta delle bellezze di Genova.

Da una vigna, che ci ha accompagnato per più domeniche, ad un banchetto imbandito da un re. Sullo sfondo sempre il senso...
09/10/2026

Da una vigna, che ci ha accompagnato per più domeniche, ad un banchetto imbandito da un re. Sullo sfondo sempre il senso della vita, che, anche in questa parabola usata da Gesù in questa XXVIII domenica, viene messo al centro della nostra riflessione.
“La parabola, rivolta a scribi e farisei, certamente si riferisce alla salvezza portata da Gesù che viene rifiutata ma al contempo ci richiama ad un elemento centrale dell'annuncio cristiano: si tratta di una festa, si tratta di Dio che vuole donarti gioia. Come non pensare ai modi con cui possiamo rifiutare la salvezza, la proposta di una vita lieta? Possiamo prendere come esempio la liturgia domenicale, che è proprio un banchetto con una mensa e un cibo, che possiamo disattendere o banalizzare. Assistiamo sempre più ad assemblee vuote, ad assemblee sospese, ad altari in cui il pane e il calice restano quasi dimenticati anche dai presenti. Alcuni non accettano l'invito, altri spesso dimenticano di essere a una festa; fra mestizia di alcuni e gente che sembra imbucata a un festino e non sa a cosa stia assistendo, ne abbiamo per tutti i gusti! Anche la Parola di Dio, una parola di vita che è acqua che zampilla e disseta il cuore, viene spesso accolta come acqua tiepida” (Missionari della Via).
È la triste esperienza che tutti noi possiamo vivere. Rifiutare, di fatto, l'offerta della salvezza, della pienezza di vita donataci dal Vangelo, rivendicando presunte giustizie, anteponendo interessi e priorità che noi stessi compiliamo in un orizzonte, appunto, dove la salvezza in fondo non è che una parola vuota e insignificante.
Come più volte ci ha ricordato Papa Francesco, questa esperienza si chiama mondanità spirituale: una fede “fai da te” che funga più da placebo psicologico che un pungono che ci spinga alla conversione autentica della nostra vita.
Dio non si scoraggia ci dice l'evangelista Matteo. Rilancia. La salvezza è una cosa seria, estremamente seria. Chi la rifiuta deve esserne consapevole.
Ecco, dunque, il finale della parabola che potrebbe suonare alquanto strano: la sala è piena, tutti i più emarginati, gli scartati sono presenti al banchetto. Ma il re si accorge dell'unico senza veste bianca, e contro di lui si scaglia. Sembrerebbe paradossale, ma così non è. Non basta entrare, “ma la grazia non si sostituisce alla nostra libera volontà. La misericordia del Padre non copre l'insensibilità e l'irresponsabilità dei figli. Pertanto non possiamo mai dismettere il nostro impegno di conversione permanente e di instancabile vigilanza, per non tradire o rinnegare la nostra fede.
Forse anche da noi oggi il rischio più sottile è quello che correvano le comunità che si specchiavano nel vangelo di Matteo: la tentazione di pensare che in fondo basti poco per salvarsi: magari qualche sporadica beneficenza, una spruzzatina di acqua santa ogni tanto, forse un'accoglienza puramente formale del vangelo. Se la fede proclamata non si incarna in una vita convertita, se non si prolunga in una condotta morale fedele e coerente - ecco la veste nuziale - un giorno, anche se avremo fatto molti miracoli e scacciato molti demoni, non ci basterà dire: “Signore Signore” per partecipare alla festa nel regno dei cieli” (Lambiasi). La veste bianca ci ricorda il Battesimo, quel giorno in cui ci siamo rivestiti di Cristo e siamo stati chiamati ad una vera ed autentica vita di fede nella Chiesa servendo i fratelli. Buona domenica.

Si ricomincia! Save the date!
09/10/2026

Si ricomincia! Save the date!

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